sabato, ottobre 16, 2021

Il sauvignon friulano di Ferlat sfugge ad ogni tentativo di incasellamento


Il titolo contiene già il post quindi chiudiamola qua.

Eh no, era uno scherzo, che, ci eravate cascati? E invece ecco, svolgimento: in enoteca mi piace aprire bottiglie a random, soprattutto tra i nuovi arrivi, e assaggiare coi clienti. Fossi uno serio direi free tasting per la customer satisfaction. Oggi è toccato al Sauvignon Venezia Giulia 2019 di Ferlat. L'ho acquistato sull'onda del ricordo, nel senso che ricordavo assaggi di quel produttore in un tempo un po' troppo remoto - per cui urgeva il ripassino.

Quando apri un sauvignon giovane hai qualche legittima aspettativa, pensi di trovare un bianco secco, dritto e acido, col tradizionale corredo aromatico un po' esorbitante e sparato di foglia di pomodoro. In un certo senso lo speravo, perché è il tipo di assaggio ludico da cliente del sabato mattina ("dai che ci facciamo l'aperitivo già che sei qui").

Più che una retro etichetta, un'etichetta bislunga

E invece, tac, lui (quel sauvignon) ci ha fatto la sorpresona: niente di tutto quello. Anzi, ora che è pomeriggio tardi e in enoteca è passata un po' di clientela, tutti ci siamo chiesti: ma che razza di sauvignon è? Niente pirazine aromatiche che fanno i fuochi artificiali, ma piuttosto la frutta a pasta gialla, tipo pesca molto matura, anzi succo di frutta alla pesca su base alcolica. In bocca poi ti lascia stupefatto: va be' vena acida, ma anche tono morbido, tipo (quasi, ma non credo, lo dico per dare l'idea) residuo zuccherino. E poi siccome non ne vuole sapere di incasellarsi in nessun modo, finisce con un amarino tipo mandorla. Ma che diav? Hai l'impressione di aver bevuto un cocktail alla frutta tropicale però buono, ecco, spiazzante. A fine giornata ne ho un po' nel bicchiere, ogni tanto ci ripasso su il naso e ci trovo altre sensazioni. Nessuna facilmente incasellabile. Bravo Ferlat.

Il sito di Ferlat al momento è in costruzione. Comunque: produttore molto naturale, cinque ettari a Cormons (Gorizia). Prezzo sui 18 euri.


mercoledì, ottobre 06, 2021

Etna Rosso e vini montanari, nel senso buono del termine


In generale funziona così: io vendo quel che mi piace. Se qualcosa mi piace lo compro e lo propongo ai clientes, punto e basta - tutto sommato, è uno schema semplice. Poi, siccome sappiamo che il vino diviene, cambia e muta nella sostanza gustativa, serve fare quel che si chiama "prelievo di scaffale" (chi legge 'sto blog sa che è un classico), per vedere a che punto siamo con quella famosa evoluzione.

A volte serve, a volte no, a volte basta il feedback del cliente: "oh ma era proprio buono, sai?", anzi quando c'è quel tipo di conferma finisce che io rimando la verifica, vuol dire che l'impressione iniziale era corretta, e tutto sta andando per il verso giusto.

Poi succede anche che non ti accontenti del feedback. Il Ripiddu 2017 di Filippo Grasso, rosso etneo a base di nerello mascalese e nerello mantellato, è una specie di abbonato alla recensione favorevole, ma era troppo tempo che non lo riaprivo. Quindi eccolo qui, nel bicchiere. E devo dire: perché ho rimandato tanto? Questo rosso mi conquista ogni volta.


La retro etichetta qui ha un bel po' di cose da dire

Lassù sulle pendici dell'Etna i vini sono montanari, sono vini di altitudine, hanno niente a che fare con un'idea retrò di vino meridionale. Ripiddu è tutto questo: un sorso fresco, teso, elegante, il naso mescola spezie e fiori, la frutta ora è accennata. In bocca l'astringenza tannica è quasi dolce, tanto è ben bilanciata. Chiude lungo, ha classe e stile, come recita la retro etichetta ha un che di austero, e insomma da solo spiega bene perché l'area dell'Etna oggi produce alcuni tra i più formidabili vini che si possano assaggiare. Che alla fine penso: accidenti a me, troppo tempo ho rimandato questo prelievo di scaffale.

Qui trovate un po' di informazioni sul produttore.