venerdì, marzo 10, 2017

Vecchio Samperi, il destino di un vino bizzarro (si parla di Marsala)


Qualche settimana fa ho assaggiato il Vecchio Samperi di De Bartoli, grazie al giovane De Bartoli che mi ha fatto visita a bottega. Questa per inciso è una parte del mio lavoro che amo particolarmente, quando un produttore dura la fatica di scarpinare fino da me e mi fa assaggiare le sue cose. In più c'era il prestigio storico dell'azienda e tanti ricordi personali legati a quel nome, insomma ero molto contento. E quel Vecchio Samperi era un'altra ragione di contentezza.

Il fatto è che quel vino era, è, pazzescamente buono. Si potrebbe definire un Marsala, ma vecchio stile, pre-english come dice De Bartoli, senza aggiunta d'alcol cioè prodotto nello stile ossidativo precedente alla colonizzazione commerciale fatta dagli inglesi, per quell'area. È un non-Marsala perché trascende il profilo noto di quel vino, riuscendo a superarlo, e diventando altro. E tecnicamente non è un Marsala quanto a denominazione, si chiama vino, e basta.

Già, il Marsala, si diceva. Un vino bizzarro, che ha un destino incredibile (lo dico sommessamente, facciamo finta che nessuno di Marsala stia leggendo) se pensiamo che nella sua denominazione contiene il descrittore di un difetto. Perché sì, non l'hai mai sentito dire, marsalato, di un vino che non è più buono? "È marsalato, puoi buttarlo". Cose così.

Ma allora, chi vorrà mai bere Marsala?

Comunque, avendo questo mezzodito di Vecchio Samperi, mi sono tenuto lì il bicchiere in enoteca per un paio di giorni. Ogni tanto ci mettevo il naso dentro, ne bevevo un goccio per farlo durare. Più ci stavo assieme più mi piaceva. Poi lo facevo annusare ai clienti di passaggio - "ma che cos'è??" - e ogni volta spiegavo.

Quando è finito ho continuato a parlarne con un certo trasporto mistico a tutti quelli che incontravo. Qualcuno ha cominciato a chiedere: sì va be' ma lo vendi? Dov'è? Quanto costa? Vedere?

Il fatto è che non lo avevo comprato. Nemmeno io so perché, parlavo in continuazione di un vino che non avevo in vendita. Perché anche io, da qualche parte, avevo in testa la vocina che chiedeva "chi vorrà mai bere Marsala?" - solo che io continuavo a pensare a quel vino con struggimento. Insomma ora l'ho comprato.

Non costa poco (49 euro la bottiglia da 75) e per quello lo terrò aperto, per farlo assaggiare. E probabilmente lo faccio anche per me, visto che ho una certa nostalgia di riaverlo nel bicchiere.

venerdì, marzo 03, 2017

E adesso anche la mia newsletter


Dopo circa un milione di anni mi decido, oggi, a settare la newsletter dell'enoteca, che, in un impeto di creatività, si chiama Notiziario enotecario. Chi desidera sottoscriverla può usare questo form:




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Non so bene spiegare perché ci ho messo appunto un milione di anni, ma probabilmente ha a che fare con letture recenti, come questa: "Facebook Users Becoming Less Satisfied And Using The Service Less", uno dei molti (ormai) articoli che criticano l'effettiva utilità di altre forme di comunicazione social.

Quindi faccio qualcosa che mi viene familiare, si torna all'antico cioè alle newsletter, che sono una forma di comunicazione/racconto molto meno invasiva e (diciamolo) stressante rispetto a quel che consente, per esempio, Facebook. Comunque sia, la mia newsletter servirà a informarvi su qualsiasi evento/iniziativa/enochiacchiera che avviene a bottega, e perché no, offerte, corsi, ricchi premi eccetera.

mercoledì, febbraio 08, 2017

Un arretrato e un note to self

Ci sarebbero queste due vicende, un arretrato e un appunto per future produzioni letterarie inestimabili.

Un post scritto per Intra che per una volta non parla di produttori, di prodotti né di terroir o cose simili, ma parla di quelli come me: quelli che vendono il vino. E di come quelli come me siano (oppure no) il tramite adeguato alla diffusione di prodotti che provengono da un ambito anche etico, cioè schierato per esempio secondo il criterio di sostenibilità ecologica dell'azienda.

In ogni post c'è un testo e c'è un sotto-testo: stavolta il sottotesto era fondamentalmente questo (e non pare piacevole): ci sono commercianti migliori di altri perché si pongono il problema. Indovinate chi sono io? Quello che si pone il problema. Ve l'avevo detto che il sottotesto era spiacevole, nel senso di scomodo. Il produttore, dal suo punto di vista, non si interroga più di tanto perché probabilmente noi nella filiera siamo un fatto slegato ed individualista, non siamo parte del sistema. E poi 'sto vino bisogna pur venderlo e, come nello spot dello shampo, io guardo al risultato, avrà pensato qualcuno. Quindi qualsiasi Coop-sei-tu va benissimo, non c'è differenza sostanziale nei canali di vendita. A 'sti punti potrei dire evabbè, pace, ma invece no, non mi rappacifico.

Parliamo invece di un altro fatto divertente: giorni fa ero in giro per i miei consueti tour per territori selvaggi (Castagnole Lanze, nell'estremo Monferrato, quasi Langa) ad assaggiare cose prodotte da Gianni Doglia.

Dall'azienda ho avuto solo (solo si fa per dire, non è poco) belle conferme, e pure una sorpresa: assaggio un rosso a base merlot, due anni di botte piccola - un vino in controtendenza, potremmo dire, rispetto al culto del territorio e dell'autoctono. Ebbene, grande assaggio: vino assolutamente monferrino, perché assieme alla confortevole posa orizzontale del merlot associava la spinta verticale che non so imputare ad altro se non all'area di provenienza. Insomma il territorio che domina comunque l'uva non territoriale. Orizzontale e verticale, 'mazza che bella 'sta descrizione, ma quanto mi piace? (Chiaramente comprato al volo. In enoteca sta sotto i trenta euri, prezzo importante ma vino prodotto in 600, dicasi seicento, bottiglie).

Ripensando all'assaggio del merlottone orizzontale+verticale ricordo un descrittore olfattivo facile facile: tartufo. Caspita, dico, che nuance di tarfufo che esce dal bicchiere.

Ecco il note to self: prima o poi bisognerà dire che le descrizioni dei vini non possono essere per forza "mi piace-non mi piace", come ogni tanto qualcuno esce fuori a reclamare, provocando il mio sgomento. La semplificazione delle cose complesse, che è così rassicurante, ogni volta si rivela una discreta fregatura. Note to self: elencare le metafore collegate con l'apparente semplificazione, il gentismo, il populismo, l'uscita dall'Euro e i rettiliani.


venerdì, dicembre 16, 2016

Segnali natalizi laterali


La GDO ci tiene ad informarci del Natale imminente. Così stamattina fuori dalla bottega qualcuno ha abbandonato una risma cospicua di volantini per terra, tra le auto parcheggiate. Il gran vento ha fatto il resto, tappezzando festosamente la strada di carta. Io dopo un po' mi sono scocciato di vedere 'sto scempio e ho raccolto pazientemente (quasi) tutto, rincorrendo i fogli volanti per consegnarli all'apposito cassonetto. E ribadendo in questo modo un'antica funzione nota a qualsiasi bottegaio old economy: tenere pulite le strade fuori dal negozio. Comincia un altro giorno.

Addendum. Qui ci vuole il disclaimer legalese: Il minimarket locale non ha nessuna colpa, se chi si incarica del volantinaggio a un certo punto preferisce buttare per terra quel che invece doveva lietamente inserire nelle cassette della posta.
Addendum bis, io sarei anche cliente, del minimarket locale.
Addendum ter. Per quanto io abbia raccolto, continua ad uscire carta sotto ogni auto, l'impresa pare incompleta.


giovedì, dicembre 01, 2016

Post un po' natalizio, un po' autocelebrativo, ma del resto uno che blogga a fare?

Dovessi spiegare cos'è la mia enoteca, in questa fase del millennio, ormai finirei per dire che è la mia cantina personale. Quel che vendo è quel che mi piace, e tratto gli scaffali della mia enoteca come fossero appunto la mia cantina, la mia riserva personale - solo che poi, in aggiunta, vendo quel che c'è dentro. 

Non ho obblighi o legami con l'industria enologica, né sento la necessità di vendere vini da un euro e novantanove: ci sono già i supermercati, per quella roba. Quindi appunto mi piace quel che vendo e vendo quel che mi piace. Raramente in cantina può esserci qualcosa meno performante (come dicono quelli bravi) e i motivi possono essere numerosi. Quel vino per esempio sta passando una fase riduttiva, oppure è troppo giovane, quindi non è pronto. In quei casi mi limito a sconsigliarlo al cliente: "lascia perdere questo [segue motivazione], piuttosto vedi quest'altro..."

Solitamente fanno una faccia strana a quel punto. A volte gli attacco la spiega che leggete adesso, altre volte no, e permangono in un divertito spiazzamento.

Gestire un'enoteca come fosse una cantina personale a volte provoca conseguenze curiose. Per esempio quando una referenza sta per finire, quando vedo la pila di casse scendere, rallento progressivamente la proposta di quell'etichetta ai miei clienti.

Cioè, un po' mi spiace che stia finendo, ecco.

A volte un certo vino finisce davvero. E allora in attesa dell'arrivo dell'annata successiva (ammesso anche che mi sia piaciuta, ve l'avevo detto che qui è un po' strana la faccenda) lascio lo spazio vuoto sullo scaffale. C'è un buco. Il cliente a volte mi chiede: e come mai lì non c'è niente? Quello è il posto del vino di [nome del produttore] - rispondo io. Adesso non c'è, ma tornerà. Quello è il posto suo, che aspetta.

Altre volte riesco a rallentare la vendita quanto basta, in attesa dell'arrivo successivo. In questo caso capita un fatto altrettanto divertente: riesco ad avere quello che si chiama profondità della carta, cioè varie annate a ritroso di una certa etichetta. Quindi propongo, in alcune confezioni regalo, vere e proprie verticali di annate per alcuni vini. A Natale è il genere di omaggio che appassiona molto l'enofilo, ma anche solo il curioso: percorrere l'evoluzione di un vino attraverso tre o quattro vendemmie è una delle robe più simili al viaggio nel tempo che ci siano concesse, allo stato attuale della scienza.

Ma a proposito di tempo, di Natale e 25 Dicembre. Questo Natale sarà il venticinquesimo che passo nella mia cantina. Sono 25 anni ormai, e ragazzi, che dire? Mi sembra ieri che ho alzato la saracinesca la prima volta.

Nell'immagine: quattro annate disponibili del Feld di Kobler, supremo traminer aromatico altoatesino. La vendemmia 2015 sta finalmente arrivando. Così capite anche perché negli ultimi tempi non vi proponevo più le residue bottiglie del 2014: stavo temporeggiando.

venerdì, ottobre 07, 2016

Punteggi, guide, ed altre elucubrazioni laterali di un assaggiatore

Nel frattempo di là, su Intravino, riparlo del concetto di valutazione di un vino. Dalle cose che leggo, e dall'esperienza fatta finora, posso dare una riposta alla domanda: "quando dai un giudizio sul vino, vale per sempre o per il momento dell'assaggio?" - la risposta (naturalmente) è: "vale per il momento dell'assaggio".

Questa sistemazione del concetto è almeno due volte utile, in questi giorni si presenta la terza edizione della Guida essenziale ai Vini d'Italia, alla quale ho collaborato per la parte della Liguria. Le mie valutazioni si riferiscono al momento dell'assaggio, e con questo cercano di fornire (anche) un quadro generale sul livello stilistico del prodotto, e del produttore: se un certo Pigato (per esempio) ha ottenuto 90/100, puoi stare certo che non berrai male. (Si cerca, anche, di fornire un giudizio di previsione sulle capacità evolutive di quel vino, ma questo è un esercizio molto meno agevole).

Come dice Robert Parker, si assegna un voto alto quando un vino, all'assaggio, colpisce per motivi di tipo emozionale: "il vino deve evocare emozione – proprio come l’arte, la musica, la bellezza, deve esserci una reazione emotiva, e i grandi vini devono essere emozionali".

Poi può accadere, ad un secondo assaggio distante nel tempo, di modificare quel giudizio, che si ricorda e si riconosce dato in ragione di un sentimento legato al primo "vecchio" assaggio: "quante volte tornando indietro ad assaggiare un vino da 100 punti io confermo il punteggio? Probabilmente nel 50% dei casi", dice Parker.

Nei commenti Daniele Cernilli aggiunge: "due degustazioni in diversi momenti, su due bottiglie diverse, che sono dei microcosmi a livello microbiologico, hanno di per sé una serie di variabili elevatissima. Potremmo dire, con Eraclito, che non si assaggia mai lo stesso vino. Anche perché noi siamo diversi, evolviamo, invecchiamo, conosciamo sempre di più. Perciò, anche per sfatare un po' i punteggi, che io uso da sempre per esigenze di sintesi, come si fa per i voti a scuola, guardacaso facevo l'insegnante, impariamo a relativizzare e a contestualizzare".

L'essenza del prodotto-vino, che diviene (si trasforma nel tempo) come un'entità vivente, ci porta inevitabilmente a questa conclusione. Ma io dico sempre ai miei clienti che, nonostante tutto, tale fenomeno è parte del divertimento legato alla fruizione della bevanda odorosa.

Per chi riesce ad essere presente, e ha voglia di divertirsi con un po' di assaggi, la guida verrà presentata a Milano il prossimo sabato 8 ottobre e a Roma domenica 23 ottobre.

venerdì, settembre 16, 2016

Breve storia (non) triste. Ripensandoci, non è nemmeno breve

Ai primi di agosto avevo un po' dello Chablis 2014 di Garnier aperto, qui a bottega, sempre nell'ambito di quel noto programma comunicativo intitolato "parlare di vino è divertente, ma berlo lo è di più". E infatti Garnier ha fatto la sua bella figura coi miei clientes, tutti quelli che lo assaggiavano hanno mostrato entusiasmo. E posso capire: sventaglia frutta bianca, fiori, erbe, praticamente è un ripasso del corso per assaggiatori - capitolo riconoscimenti olfattivi. E sì, siccome qui non mi vede nessuno vi dico: è anche minerale.

Com'è, come non è, l'ultima bottiglia semivuota resta in frigo, chiusa col vacu-vin (un ordigno che adopero per togliere l'aria dalle bottiglie smezzate) e lì, in frigo, me lo dimentico. Poi chiudo per le meritatissime ferie di ferragosto. Al ritorno faccio ordine, sono i primi di settembre e aprendo il frigo, toulì, mi sono dimenticato una bottiglia di Chablis in frigo. La guardo, la giro, ce ne sono ancora almeno quattro dita sul fondo, ma nel frattempo avevo altre robe da sistemare quindi richiudo il frigo e lo ri-dimentico per un paio di altre settimane. Evabbe', quando uno è stordito.

Oggi lo ritrovo. Penso: facciamo spazio, questo si butta nel lavandino. Quale vino regge tutto sto tempo al freddo, in una bottiglia quasi vuota, pure se col vacuvin? La domanda ha avuto la seguente risposta: lo Chablis 2014 di Garnier. Che oggi ha finito gloriosamente la sua esistenza abbinato agli gnocchi al pesto, nello splendore del mio tinello. Presentava un unico difetto: era troppo poco.

Morale della favola eno: it ain't over 'til it's over.