venerdì, febbraio 01, 2013

Cose scritte altrove

Mi capita spesso di ritrovare contenuti di qualche interesse nei commenti ai post, oltre che nei post della blogosfera che frequento. Questa volta, in un surplus turbo autoreferenziale si tratta di un commento mio. Peraltro vado dicendo da sempre che nei commenti, almeno, uno dovrebbe essere conciso, salvo poi scrivere un papiro come quello che srotolo qua sotto - parafrasando il poeta, ho dato il consiglio giusto, non sapendo dare il buon esempio.

Si tratta della questione degli accrediti stampa ai blogger per le fiere di settore (lèggasi: ingresso gratis). La questione, spero sia evidente, contiene in sé una contraddizione in termini: se sei blogger, non puoi avere alcun accredito stampa - semmai un "accredito blogger", qualunque cosa sia. Il blogger, nella configurazione antidiluviana del lavoro che vige in 'sto benedetto paese, è fondamentalmente un buontempone. Siccome verosimilmente le caste sono destinate a perpetuarsi per i prossimi mille anni, e la mobilità del lavoro viene usata solo alla stregua dell'ombrello di Altan, la vedo alquanto nera. Del resto avevo anticipato qui, e qui, qualcosa. Da quelle cogitazioni derivava il termine (orrendo, vabbe') di blogger embeddato.
«Sulla questione dell’embedding del blogger: essere embedded, o embeddabile, significa ridursi al livello del giornalista tipico che si muove spesato e rimborsato (essendo uno che fa informazione per lavoro) ma finisce inevitabilmente per copiaincollare i CS degli enti aggiungendo l’incipit “nella splendida cornice”. Cose che abbiamo visto millanta volte e che in definitiva ci hanno fatto voltare le spalle a quelli e ci hanno indotto a leggere i blogger, che per lo più non avevano bisogno di baciare la pantofola a nessuno.
Nel frattempo, gli editori nazionali hanno scoperto che il blogging è un flusso comunicativo un bel po’ più efficace dei baciatori di pantofole, quindi le cose si sono complicate. Io ho cominciato a fornire contenuti ad editori nazionali, credo, ai tempi in cui Kelablu era retto da Massimo Bernardi, e il nostro editore era il Gambero Rosso. Da allora fino ad oggi mi capita in sostanza di fare sempre la stessa cosa, fornire contenuti a editori ben riconoscibili (L’Unità, per dire l’ultimo) eppure io, e quelli come me, restano una specie di buffi perditempo. I miei contributi non hanno alcun valore nemmeno per ottenere la tessera di pubblicista, come è noto, e quindi non sono in nessun modo assimilabile ad una figura che fa informazione – pure se, credo, il mio Linkedin prova il contrario. Questo strabismo, o dovrei dire cecità, trionfa nei form di accredito alle fiere nei quali, inevitabilmente, devo inserire il numero di tessera. Ovviamente è giusto così: perché lorsignori devono sbattersi a capire chi sia blogger, chi perditempo, e chi giornalista? Serve un criterio dirimente, rapido ed efficace. Quello funziona sempre.
All’ultima edizione della Fiera di Merano, per dire, in alternativa all’iscrizione all’ordine, avrei dovuto produrre (secondo loro) una lettera del mio editore nella quale si dichiarava che sì, in effetti redigevo il wine blog de l’Unità. L’idea di dover richiedere un documento cartaceo di quel tipo alla mia indaffarata redazione, da sola, m’ha fatto dire con tutto l’amore possibile “ma andate al diavolo” (a proposito: salve ragazzi). Adesso non so bene che si inventeranno a Verona, ma verosimilmente la musica non cambierà. O forse sì. Saranno, comunque, in ritardo di una decina d’anni. Quand’è che tardi diventa “troppo tardi”? E soprattutto: ci interessa davvero essere embeddati da ‘sta gente?» 

2 commenti:

  1. Io, che mi sono giornaliere professioniere e anche tenitore di blog, penso che la faccenda doverebbe essere risolta con conoscenza e buon senso, fuori delle ammuffite logiche corporative.

    Conoscenza: i responsabili degli accrediti doverebbero conoscere chi e dove scrive, che sia su supporto cartaceo/papiresco o digitale. Coloro i quali hanno credito, stima e seguito, doverebbero essere adcreditati; coloro che hanno aperto un blog due settimane prima e sono conosciuti dai parenti e dai loro condomini doverebbero aspettare qualche giro.

    Buon senso: nei casi dubbi rispetto al punto primo, adoperare il buon senso tendenzialmente a favore e non contro i richieditori (dal latino: in dubio pro blogger)

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  2. Ma appunto, obbiettivamente è faticoso. Da un lato li capisco, i blog sono ancora bestie strane per chi si occupa di comunicazione - mentre si dice pure, da tempo, che i blog sono morti e/o superati, ma anche per sapere quello bisognerebbe essere contemporanei. Certo chiedere un certificato scritto quando basterebbe un link è sempre molto surreale, ma tant'è.

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