martedì, febbraio 17, 2009

Il modernismo italico (oppure territoriale)

Se c'è una una rissa in cui eviterei sempre di ficcarmi, è quella tra modernisti e tradizionalisti. Potrei dire che sono tendenzialmente pacifico, oppure che sono pigro, oppure che non ho le idee chiare in proposito, siccome in realtà sono lib-lab e ondeggio; oggi sono l'uno, domani sarò l'altro. Quando la voglio spiegare facile ai miei clienti inquisitori, dico che non mi precludo nulla, per prendere il meglio di due mondi. Un po' pilatesco, ma efficace. Il fatto è che pure il termine modernista è vago, e non identifica con precisione un vino; negli ultimi tempi ho assaggiato qualche roba potentemente internazionale (California) ed indubitabilmente modernista; la faccio breve: quel genere di interpretazione enoica m'ha annoiato e non ha acceso in me il sacro fuoco del buyer, quindi niente ordine d'acquisto. Ieri, invece, sono ritornato, per la seconda volta in poco tempo, sul Bric du Luv 2003 di Ca' Viola. Altro modernista. Eppure.

Io credo che esista, per fortuna, una via italica al modernismo. Il vino in questione è composto da Barbera, al 95%, e Nebbiolo per il restante; il vitigno maggioritario segna il prodotto finale, con la sua carica vibrante, resa meno dura dal tempo (parlo di un 2003, dicevo), dove la componente della maturità ha esaltato la stratificazione olfattiva; la modernità non prende il sopravvento sul vitigno, e l'esecuzione non stravolge il territorio (ecco, l'ho detta, la parola magica). Probabilmente questa capacità di esibire carattere, ed identità, rende certo modernismo italico più comprensibile, e per me più gradito. Per inciso, questa bottiglia guadagna facile 87/100, ed in enoteca costa ventisette euri.

[Linx: Beppe Caviola pare non avere un sito proprio, a parte questo. Alcune degu interessanti: qui quella performata da Roberto Giuliani, e qui quella ad opera di Andrea Scanzi].

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