sabato, novembre 21, 2020

Botteghe oscure ma non troppo. (Oppure: cose che ho scordato di dire)


Ieri è andata in onda la chiacchierata enotecaria del vostro quipresente, assieme a Guido Porrati, ospiti di Alessandro e Daniele di Papille Clandestine. Siccome la diretta era in orario lavorativo, ogni tre per due mollavo la postazione e servivo qualche cliente - con la conseguenza un po' comica di dire al cliente di cui sopra "scusa ho una diretta Facebook in corso con..." e registrare le varie reazioni, tra il comprensivo e il "ma chi se frega, vendimi il mio vino" ad opera del mio cliente (fintamente) brutale preferito, che peraltro legge sto blog e quindi saluto. Peccato non aver fatto la diretta dentro la bottega (ero nell'ufficio), sai che bel tranche de vie?

Tra un vai e vieni ho perso qualche passaggio e mi accorgo ora di aver anche saltato un paio di domande, per esempio questa


quindi adesso faccio una cosa metacomunicativa (butto lì un parolone a caso) e integro il filmato con un post.

La questione ha a che fare con aspetti che ho segnalato nell'incontro, specialmente quel che io vedo come un'involuzione di alcuni ambienti comunicativi, tipo Facebook, afflitti da un fragoroso rumore di fondo che limita l'efficacia delle conversazioni. A questo proposito (quando avete tempo) vi linko un paio di letture che ho citato, "La teoria dei giochi e il Covid-19. Perché sapere troppo rischia di non farci capire niente", ma anche "Se i social ti hanno stufato, è ora di costruirti un giardino digitale".

(Appare buffo dire durante una diretta Facebook che Facebook è un postaccio, ma è un mondo buffo, in effetti).

Venendo alla domanda in questione, a cui ho risposto parzialmente, Francesco chiede "Come vivono le cantine e le aziende vinicole questo momento?" - ecco, ho omesso di dire che chi produce vino si è attivato, e bene, a vendere online direttamente: con i principali clienti (ristoratori eccetera) bloccati dal lockdown, è stata una conseguenza naturale. La stessa cosa stanno facendo anche molti distributori e grossisti, e tutto ciò aumenta la famosa disintermediazione. 

La disintermediazione in apparenza è un fatto che, ancora di più, comprime i margini di quelli come me, destinandoli a diventare, forse più velocemente, statuine del presepe. Tuttavia, per un paradosso riassumibile col brutto "tanto peggio, tanto meglio", questo fenomeno accresce ancora di più la portata del flusso oceanico di ulteriore rumore di fondo che aumenta la confusione nei nostri clienti. Ecco perché, per paradosso, un giardino nemmeno digitale alternativo e utile è rappresentato, ancora, dalla piccola bottega che ha una sua ragione, propositiva, di esistere. Del resto qualcosa del genere l'ha detta pure Guido.

Concludo parlando di vino, se non altro perché questo è un wine blog e ogni salmo finisce in gloria. La chiacchierata termina chiedendomi quale vino consiglio. In maniera davvero meta, ho consigliato esattamente quello che avevo venduto un minuto prima (dopo la mia ennesima sparizione dal set) ad un cliente: il Merlot rosato di Armin Kobler, semplicemente perché è un vino fenomenale ma pure confortevole - e insomma, c'è bisogno di comfort, eccome.

venerdì, novembre 06, 2020

La comunicazione del vino passa per vie inaspettate


Entra il corriere con una bella pila di cartoni neri, eleganti come l'etichetta del suo contenuto, Gelso Nero di Podere 29. Dice "devo consegnare questo vino bio". Io, che la so lunga, lo correggo: Gelso Nero non è mica biologico.

Lui, che sa leggere un documento di trasporto ed è meno distratto di me, replica "oh, qui c'è scritto bio".

Ed è così che scopro che la vendemmia 2019 di Gelso Nero, uva di Troia, pugliese nonché decennale del vino, è diventato ufficialmente bio. Ecco, le vie inaspettate di cui al titolo. Grazie anche all'addetto alle consegne.


venerdì, ottobre 30, 2020

Qual è il vino che preferisco


Almeno una volta ogni enoqualcosa se l'è sentito chiedere: qual è il vino che preferisci? Io, che quando dico cosa faccio nella vita dico "faccio l'assaggiatore di vino", normalmente ottengo quella domanda come prima reazione. Ogni volta mi invento una risposta nebulosa, del tipo è il prossimo che assaggerò, è quello che non assaggerò mai. Il fatto è che non ho una risposta a quella domanda. Sono curioso e volubile nei gusti, oggi mi piace una cosa domani un'altra. Dipende dall'umore, che più del cibo per me determina l'abbinamento. 

Anche se, in effetti. Ultimamente mi succede un fatto.

Mi pare di aver sviluppato, per la prima volta, una possibile risposta alla domanda. Credo proprio di avere una generica preferenza per le rifermentazioni naturali. Che sono quei vini frizzanti ottenuti dalla presa di spuma in bottiglia - un po' come il metodo classico, ma senza il degorgement, cioè col fondo. Ormai quando vedo una produzione di qualsiasi vitigno che vada a formare un qualche tipo di rifermentato naturale, tac, lo voglio. Non è sempre una bevuta perfetta (la formula della perfezione enoica non esiste) ma quasi sempre va a finire che mi piace. Come mai? Ci sono diversi motivi.

1. Sono vini antichi però moderni. Sono la prima forma arcaica di bollicine, e ora sono diventati la modernità. Strano, vero? Questo paradosso spaziotemporale mi diverte assai.

2. Sono bevute allegre e spensierate. E lo sa il cielo quanto gli enoqualcosa hanno bisogno di prendersi una pausa dalle formule rituali come "colore giallo paglierino scarico, naso di mela e banana, in bocca fresco e sapido".

3. Stanno bene su tutto come il blu. Sono turboversatili in abbinamento, probabilmente anche per quel che dicevo al punto due.

Ormai per me è un riflesso condizionato, mi versano una bollicina torbida e opalescente e dico "benissimo". L'ultima volta era domenica scorsa, seduto all'aperto in un'osteria piacentina, l'oste arriva al tavolo con un vino così, che abbiamo prosciugato in un attimo. 

Così veloci che manco ho fatto la foto, ecco, per dire quanto m'è piaciuto. Quindi a titolo di esempio qui sotto metto un rifermentato che vendo - non serve dire che mi piace. La foto in alto, idem.




mercoledì, ottobre 21, 2020

Birre di Franconia e difetti. Un laboratorio con Simone Cantoni


Ed ora qualcosa di completamente diverso. Ho seguito un interessante laboratorio sui difetti riferibili alle birre di Franconia, tenuto da Simone Cantoni a Genova, al pub del cuore (Scurreria). L'argomento, declinato a quel modo, pare un po' tremendo, ma in realtà è stato un lavoro di studio alquanto interessante, reso anche facile dall'abilità del relatore.

Si è parlato di difetti pur avendo nel bicchiere birre non esattamente difettate, ma semmai contrassegnate dal carattere rustico della birra fràncone - non è stato un assaggio di birre didattiche (cioè cattive), ma un viaggio attraverso i possibili difetti che, tra un'olfazione e un sorso, potevano essere descritti attraverso quegli elementi di carattere. Queste le birre che hanno accompagnato il lab:

1. Hofmann Gräfenberg Helles, 4,9% vol
2. Pfister Schwarzer Keller, 4,9% vol
3. Elch-Bräu Dunkel, 5,1% vol
4. Knoblach Stammberg Bock, 7% vol

Ecco il (lungo) estratto video, in due parti. Mettetevi comodi, possibilmente con una birra fràncone nel bicchiere. 





Per sapere qualcosa in più sulle birre di Franconia, consiglio questa lettura.


giovedì, giugno 11, 2020

Cronache della fase due. Nelle Cinque Terre, per vigneti e terrazzamenti

La festa della Repubblica, il 2 giugno, è stata l'occasione propizia per la prima uscita dopo-lockdown, e nello spirito localista che animava ancora la normativa di quei giorni, solo le gite regionali erano concesse: è un segno, ho pensato, me ne sto nella mia Liguria - a Vernazza, nelle Cinque Terre, per la precisione, dove c'è la cantina di Cheo. Quanto tempo è che rimandavo? Troppo. E dire che sono un po' di anni che quel cinqueterre è uno dei miei vini del cuore. Anzi, come fosse un wine blog, ecco gli assaggi recenti.

Cinque Terre Perciò 2019. Che deve il suo nome al contadino che conduceva quel (micro) vigneto prima di Bartolomeo Lercari, che con la signora Lise Bertram oggi manda avanti l'azienda. Quello aveva un intercalare, diceva sempre "perciò", e tac, ecco fatto il nome del cru. Che contiene tra l'altro un vitigno un po' inedito, il piccabun. Il risultato è un biancone fragrantissimo, tutto mare e luce, e non sono condizionato dalle visioni del panorama. Fiori frutti e salsedine, in bocca guizza come un'acciuga. Vabbe' sono un po' condizionato.


Liguria di Levante Rosso 2018. E a proposito di vitigni insoliti, Cheo ha un bel po' di filari di refosco dal peduncolo rosso, gambu russu lo chiama, finiti su queste terrazze a causa di un'ascendenza friulana tra i parenti. Assieme c'è syrah e cabernet sauvignon, si fa un anno metà in barrique e metà in acciaio, poi in bottiglia. Il risultato (again) è un rosso esorbitante di frutti e succo, davvero una roba più unica che rara per le Cinque Terre (qui ho peraltro messo la mia rece su Intralcio) e per me è stato ammore con due emme a prima vista. Mai più senza.


Vi risparmio la rece sul loro Sciacchetrà 2017 perché ho finito le esagerazioni. Negli appunti per la prossima Guida Essenziale ai Vini d'Italia che è in lavorazione ho scritto, tra l'altro: "bocca dalla dolcezza gloriosa, miele amaro e inedita astringenza, potenza in equilibrio con un corroborante finale di freschezza agrumata". A volte faccio l'assaggiatore serio.

Ma di un tour del genere, quel che merita sono i paesaggi. I terrazzamenti delle vigne a picco sul mare danno dignità di fotografo pure a un incapace, quindi come se fosse un photoblog ecco un po' di immagini.

Sulla spiaggia di Vernazza potreste scorgere la lussuosa imbarcazione aziendale dei titolari. Il tipico gozzo ligure

Il panorama dai vigneti, sopra Vernazza


Il panorama come sopra, col particolare dei carrelli della monorotaia che ci porta quassù. Bello ripido, eh

Bartolome Lercari

Una botticella che contiene Sciacchetrà


La cantina, con gli spazi ristretti, tipicamente Cinque Terre

Ultimo ma non ultimo: per salire fin lassù serve accomodarsi (si fa per dire) sui carrelli della monorotaia che risale i pendii. E come fosse un videoblog, ecco com'è stare là sopra.

mercoledì, maggio 06, 2020

Fase due, e altre forme di Intralcio

Ora che è iniziata la fase due, sto in enoteca con un orario quasi normale - pomeriggio, ma anche la mattina quando capita. Sempre meglio che far niente, e comunque mi piace stare qua, nel mio luogo deputato, nella mia enoteca. Anzi, in un momento di incoscienza, sto dilapidando gli ultimi spiccioli in acquisti di nuovi vini - ne riparleremo. Mi piace, come sempre, far entrare cose nuove, ed ora più che mai compro cose che mi piacciono o che mi sarebbe piaciuto comprare, solo rimandavo perché boh, aspettavo tempi migliori. Ma 'sti benedetti tempi migliori non arrivano mai, tanto vale buttarsi avanti. E siccome sono un enotecaro indie, compro e vendo quel che mi va, a volte faccio entrare etichette che i clienti guardano un po' sconcertati: ma questo che è? Perché ce l'hai? La risposta a queste domande, il racconto, è una delle cose divertenti del mio lavoro.

Con il dovuto ritardo, manco avessi molte cose da fare, annuncio anche che è partito il progetto di Intralcio, un nome a caso, un ripostiglio di appunti di assaggio ad opera di una squadra molto nutrita (doppi sensi) di assaggiatori. Nel manifesto c'è spiegato cosa io, e tutti quanti, facciamo là: riversiamo assaggi. Non è un blog (basta, abbiamo già dato) e non è nemmeno un magazine. E' un posto dove mettere quelle cose che forse buttavamo un po' incoscientemente nelle reti sociali, Facebook soprattutto, e lasciavamo che là tutto affondasse nel nulla. Ecco cos'ha di buono (tra le altre cose) Intralcio, non è una rete sociale, siccome di quelle reti sociali io ne ho davvero abbastanzissima. Molto tempo fa scrivevo qui il perché.

lunedì, aprile 06, 2020

Cronache dall'Area X. Oppure: vini da bere a casa

Raro caso di post in cui ci sono due titoli, il secondo è quello sensato. Il primo si riferisce al libro che sto leggendo, e sembrava comunque riferibile ai tempi che viviamo. L'enoteca durante il lockdown resta chiusa se non in modalità on demand, cioè su appuntamento, oppure con consegna a domicilio: basta una telefonata e si decide assieme che vi può servire (a proposito, il mio cellulare è sempre: 347 5566554). Comunque sia venerdì che sabato prossimi l'enoteca è aperta con orario pomeridiano, 16-19,30, che hey, arriva Pasqua.

Nel frattempo che si beve, chiusi a casa? Difficile fare una statistica ma in generale a me pare che stia fissando una specie di tendenza. Nel cartoncino da sei bottiglie, che viene acquistato per la consegna a domicilio, normalmente ci stanno un paio di rossi leggeri, un paio di bianchi altrettanto, una bottiglia di bollicine e un rosso, o bianco, un po' più importante e/o tosto. Si copre, all'incirca, il fabbisogno della settimana - che, lo sapete, dovete bere poco. Lo sapete, vero?

Il magazzino non si rifornisce facile, data la situazione (non ho ancora scritto coronavirus e scusate, mi faccio i complimenti da solo). Un po' per fortuna e un po' perché a me le cose easy piacciono, combinazione di 'sti tempi ho trovato le due etichette che vedete in immagine, e taac, sono davvero i vini che servono, adesso. E infatti si avviano ad essere best seller - o almeno, io me lo auguro, ecco.

Roagna, il nome del produttore, non è quel Roagna di Langa, quello superfigo e costoso, è Giuseppe Roagna, quell'altro, area Roero. per la precisione, abbiamo:

Langhe Dolcetto 2018. Finalmente un tono alcolico non ingombrante, 12,5%, che mi consente di iniziare una scheda con il grado, cosa che non faccio mai. La leggiadria è la cifra di questo rosso fragrante e croccante, coi tannini accennati e un finale di mandorlina che innamora. Jolly per molti abbinamenti possibili, compagno di tavola confortante. Di questi tempi, poi. Prezzo: euro 10,80.

Langhe Favorita 2018. "Attento a quel che cerchi, potresti trovarlo". Io cercavo un bianco fine e teso, appena petillant (eh sì, l'hanno imbottigliato con un soffio di bollicine, solo un soffio), con frutta bianca e freschezza scattante in bocca, che il bicchiere finisse in un sorso solo. Olè, trovato, adesso devo resistere alla tentazione di aprirne un'altra bottiglia. Sui nove euro.

E questi sono solo due esempi. Restate a casa, bevete poco ma insomma, bevete bene, e per ogni altra cosa restiamo a disposizione.

venerdì, marzo 20, 2020

Cronache da qui, puntata indefinita

Sta finendo la seconda settimana di fermo, e non credo che vedremo presto la fine. La cosa peggiore, ammesso che si riesca a fare una classifica, è non capire bene quando finirà. Tanto vale attenersi a quel che dicono i dottori, e non uscire, stare a casa il più possibile e resistere. Per quanto mi riguarda so che posso reggere su tempi lunghi, in questo genere di prove, ma appunto: quanto lunghi? Pure il mio lavoro non reggerà questo fermo per molto. Ma adesso non ci penso.

Intanto leggo, guardo film e serie (come tutti quelli che conosco, direi) e bevo cose messe via o pescate a caso nella mia enoteca. Anche il lavoro, fermo com'è, è una scusa per uscire se e quando c'è un cliente che ti chiama per una fornitura. E comunque esco col senso di colpa. Ieri sera ho risentito la lumassina (rifermentazione naturale in bottiglia) di Cascina Praiè (prodotta assieme a Sancio, raro caso di collaboration tra cantine) ed è stata decisamente una bevuta confortevole e confortante. Soprattutto, è sempre la solita storia del vino che quando arriva in enoteca è poco pronto, ma dagli un po' di tempo e taac, diventa un capolavoro. Peccato che sia anche finito. Davvero, questo 2017 appena arrivato era tipicamente citrino, immaginate un succo di lime alcolico ed effervescente. Ieri sera invece era disteso e complesso.

Bevuto nel gotto sbagliato apposta, niente calice da assaggio: non si tratta di abbruttimento da casalinghitudine, era più una scelta ideologica, essendo quello vino contadino e retrò, ci voleva il bicchieraccio proletario. Quindi è un'altra forma di snobismo, sì.

lunedì, marzo 16, 2020

Tutti a casa

Alla fine pure qui si cede al virus, e si sta a casa. Direi che non serve spiegare quale virus, nemmeno si sente il bisogno di scrivere ancora mezza parola in più su quel che succede - e su quanto surreale e pazzesco sia tutto. Che poi, in effetti, nemmeno ho idea di quanto tutto sia in corso di sovversione e cambiamento. Come cambieranno le cose, da adesso in poi? Non sono in grado di formulare risposte. Posso immaginare scenari, e non mi piacciono. Cerco di ridurre al minimo il rumore di fondo, e questo post serve solo per annunciare che l'enoteca è chiusa fino a nuovo ordine. Sono possibili acquisti su appuntamento, e/o consegne a domicilio (gratis) chiamando il numero 374 5566554.

Lavorare, cioè stare aperti, con un clima da coprifuoco era impossibile. E probabilmente non aveva gran che senso: per ora è chiaro che stare a casa previene le possibilità di trasmissione e contagio, quindi per la salute mia e di tutti, è meglio ridurre in ogni modo le occasioni di uscita. E fine.

Quindi tutti a casa, anche io. Credo che sarà un periodo interessante, mi dedicherò alle letture e proverò a tenere un diario. Magari, anche, delle cose che bevo e leggo, a partire dall'immagine là sopra, pescata a caso nella mia galleria del cellulare (in questi giorni pure troppe foto così, ho inserito). Esco solo nelle situazioni consigliate (o consentite), lavoro ad un nuovo progetto, vivo e attendo. Spero tutto bene anche voi.

venerdì, gennaio 24, 2020

Grillo, nel senso del Rossese di Dolceacqua (non quell'altro)

I lavori in corso per il prossimo Genova Wine Festival hanno lati positivi e divertenti. Per esempio si cercano, e si trovano, aziende nuove e inedite. Succede anche di trovare un produttore del quale non ci sono nemmeno due righe sull'internez. Mai recensito, sconosciuto. Sito in costruzione. E allora che si fa? Facciamo noi il primo passo.

Grillo ha due ettari di vigneto nella zona del Dolceacqua (Rossese di). L'azienda in realtà fa olio, il vino è un fatto recente - e almeno quel sito esiste. "La passione per il nostro territorio ci ha invogliato a creare un'azienda vitivinicola, che si estende per due ettari, dove nasce la nostra produzione di Rossese". E fine della presentazione, non male come minimalismo ligure, vero?

Quindi che vuoi fare, assaggiamo. Ho aperto i vini in due riprese. Prima il Rossese di Dolceacqua Superiore 2018, che dal colore profondo si annuncia un po' stipicizzato, se per tipico intendiamo il colore scarico. Il naso segue a ruota, più frutta che scattanza, ma comunque bella bevibilità, certo non pesante nell'esecuzione (per fortuna). Piacevole, e da risentire. Il Rossese "base", o classico, sempre 2018, aperto il giorno dopo ha dato una gran bella prova, forse anche più attraente, adesso, rispetto al pur buono Superiore: è scarico al colore e il naso è un mix un po' selvatico di terra e frutto, la bocca è snella, insomma scatta bene. Mi piace.

Alla fine promossi, saranno al Festival. L'impressione è positiva anche data la vendemmia 2018, che da quelle parti non è stata facilissima. Ai posteri (e ai visitatori del GWF) la sentenza, speriamo non ardua.

venerdì, settembre 27, 2019

Gli anni passano anche qui

Ogni tanto mi chiedo a che serva esattamente Linkedin, e finisco per darmi la solita risposta: serve a creare connessioni. Tutto molto bello, ma insomma, anche molto distante e vaporoso. Qualche giorno fa però Linkedin mi ricorda che questo blog compie quindici anni - e le prime reazioni che ho avuto erano del tipo "com'è potuto succedere?"

Poi non contento, Linkedin mi consiglia modi per diventare più sharp, ché evidentemente i suoi insondabili algoritmi hanno rilevato questa necessità. Se è vero, ecco un altro punto di utilità in quella rete sociale.

Certo, quindici anni di chiacchiere in questo belmondo sono stati un bel giro. E siccome non ho ancora finito, si continua, possibilmente sharp.

lunedì, settembre 09, 2019

Ricomincio da Montalcino (un posto a caso)


Settembre, andiamo. È tempo di... poi non mi ricordo come fa. Si ricomincia, insomma, è settembre, e questa è la non-notizia. Questo settembre per me arriva dopo un lungo periodo un po' particolare, convalescenza post-operatoria, e vi risparmio i dettagli - ma sono quelle vicende del tipo "il dottore dice che devi stare a riposo ALMENO un mese". E sono quei momenti in cui volevi essere davvero un dipendente del parastato, ma è andata come è andata, sei enotecaro. Quindi con qualche ritardo alziamo la serranda, e davvero si ricomincia.

Alla fine della lunga pausa riesco a fare una fuga veloce a Montalcino (un posto a caso). Bravo me, me lo dico da solo. Cos'è quella? Una breve vacanza? Una trasferta di lavoro? Tutte e due le cose assieme. E alla fine se devo prendermi un periodo pure breve per, boh, rimettermi assieme, scelgo di camminare le vigne di Montalcino. A 'sti punti il wine blogger pubblica qualche foto da paesaggio meraviglioso e settembrino come solo da quelle parti pare di trovare, e risolve la questione narrativa.



Long story short, al ritorno da laggiù ho appena scaricato una cosa di Montalcino che mi piace assai. Fattoria del Pino, così si chiama la new entry in enoteca, è una produzione manco a dirlo piccola e bella, in stile con la casa (la mia, di casa, intendo) perché qui si selezionano cose di quel genere. Poi è emergente, è nuova, è fuori dai giri. Lavora in naturale, niente interventismi, pura espressione del sangiovese di quel territorio. L'azienda presenta tre etichette che elenco in ordine di peso, importanza, prezzo.



Vin Valè 2016 è un Rosso di Toscana IGT, e proviene da un vigneto di impianto recente. Ha la grazia del frutto e la veemenza del sangiovese, un piccolo passaggio in legno (solo grande, in azienda) lascia alle note ancora fresche e fruttate uno spazio maggiore, a renderlo una piccola delizia. Sta sui 15 euro.

Rosso di Montalcino 2015 esce da un'annata abbastanza benedetta. Ci sarebbe da dire, ora, su questo vino, quella formula abbastanza abusata e nemmeno simpaticissima, "è un piccolo Brunello". Ci ho pensato un po' a come evitarla questa formula, ma si vede che non ci ho pensato abbastanza. Veramente un assaggio del tipo "comprare subito". In enoteca costa un po', sui 23 euro. Li vale tutti. E per me vale pure di più.

Brunello di Montalcino 2014, scelto apposta dalla famigerata annata poco fortunata. La produttrice in quella vendemmia ha ridotto le rese in misura drastica, e l'effetto è quello che mi piace tanto: è nelle annate difficili che esce fuori la classe dell'azienda. Questo Brunello '14 è un capolavoro. E con lui ho una panoramica di tre annate, quanto basta per cominciare a conoscersi. E fare amicizia. Costa euri 59.



E siccome ci piace tanto, Fattoria del Pino entra a far parte delle aziende che vendo anche in rappresentanza, quindi i colleghi operatori si fanno un nodo al fazzoletto - e presto qui si apre qualcosa da assaggiare, sempre per quella cosa "bello parlare di vino, ma assaggiarlo è meglio".

martedì, maggio 21, 2019

Mare&Mosto, ma anche diavolo&acqua santa

Si va a Sestri Levante, a girare per i tavoli di Mare&Mosto, per quella cosa che chiamiamo location, che pure in due giornate grigie e di pioggia merita abbondantemente il viaggetto. La Baia del Silenzio, la spiaggia, le barche a riva, con l'effetto mare d'inverno di questo memorabile (in quanto invernale) maggio 2019 sono tutti elementi di grande bellezza che hey, quasi ti potrebbero distrarre dagli assaggi. Fortuna che piove quindi si sta dentro al Convento dell'Annunziata, belli concentrati.

Siccome serve sempre un filo rosso che connetta la rassegna e le dia un'identità, qui si assaggia solo Liguria. E accade un fatto insolito, vista lo schieramento tra filosofie produttive che ormai s'è determinato: da una parte le fiere di vini naturali, dall'altra tutto quanto il resto - qualunque cosa sia, e pure la prima categoria non è facilissima da definire. Qui invece li troviamo tutti e due, i produttori: i naturali un po' radical e i convenzionali che boh, ti dicono: eh, sì, ci sono anche io.

Il diavolo e l'acqua santa assieme. E siccome a me le categorie, soprattutto quando sono schieramenti, finiscono per sembrare respingenti, mi piace saltare, qui a Mare&Mosto, di palo in frasca. Quindi assaggio serenamente Possa e Bosoni, che, vi assicuro, sono un po' come il giorno e la notte. Quale ti piace? Quale ti dispiace? Per me funziona (alle solite) nello stesso modo: dipende da che c'è nel bicchiere. Per esempio: Possa ha schierato, di nuovo, uno Sciacchetrà encomiabile. Bosoni aveva il Vermentino Etichetta Nera che (giuro) profumava di pesto. Ma mica solo basilico, eh. C'era tutta la ricetta, i pinoli il pecorino l'olio di oliva. Insomma una cosa mai vista e un bel po' spiazzante. Mi è piaciuto? Beh, sì.

In generale di questa rassegna potrei segnalare le produzioni che vendo, come fossi un auto-influencer. Quindi meraviglioso il Cinqueterre 2018 Perciò di Cheo. Altrettando il Rossese 2018 di Terre Bianche. Ma siccome non ce la faccio, devo dire strabene di quelli che non vendo e che berrei e riberrei un giorno sì e uno no. I Rossese (tutti) di Giovanna Maccario. Quello di Ka' Manciné. Tra l'altro è stata una rassegna interessante per i rossi, che insomma identifichiamo un po' meno con la liguritudine, e invece sui miei appunti ci sono punteggi altissimi per Pulin 17 di Bruna (granaccia e un po' di syrah e barbera), Shalok 16 di Poggio Gorleri (granaccia). Sui bianchi per me trionfano sempre, alle solite, Maria Donata Bianchi (vermentino) e Laura Aschero (pigato). Sul fronte che definiamo naturale, ma sappiamo che la definizione sfugge tra le dita come la sabbia fine della Baia del Silenzio, per me c'e' Daniele Parma e Casa del Diavolo - con tutta la produzione.

Il fatto è che non so risolvermi nella scelta tra i due stili. Non ne ho proprio alcuna voglia.

sabato, marzo 16, 2019

Genova Wine Festival visto da qui

Di là, cioè su Intravino, ho dedicato al Genova Wine Festival tre post. Pure troppi, verrebbe da dire - ma comunque eccoli:

Qui racconto la genesi di tutto quanto: è stata una vicenda a lungo pensata, e desiderata.
Qui promettevo cosa avremmo fatto, in sostanza - e abbiamo mantenuto le promesse, si può dire.
Qui spiego com'è andata alla fine: in modo parecchio soddisfacente.

E allora, c'è bisogno di un altro post che parli di Genova Wine Festival? Sì e no: non esiste una cosa come bisogno di un altro post, a meno che questo non sia un blog personale nel quale chi scrive riversa il suo flusso di coscienza. Indovina un po', Diario enotecario è anche quella roba lì.

Così mentre Intravino alla fine è la blogzine istituzionale nella quale in un certo senso era necessario parlare di GWF, qui non c'è nessuna necessità, nessuna istituzionalità. Quindi uno può lasciarsi andare a considerazioni traverse, che magari non infilerebbe in un comunicato stampa o in un ambito istituzionale dove i discorsi si impostano.

Già, cosa ci è successo nel frattempo? Siamo diventati più adulti? Mettere mano a GWF è stato anche quello, fare una cosa da adulti. Ora che è passato, però, a me lascia quella sensazione un po' straniante, come dopo un esame scolastico. Ora che ho passato questo test, penso al prossimo. E sì, appunto, è straniante. Poi mi pare di averne parlato in tutti i modi, ma i modi erano quelli istituzionali. Che ci è successo, che mi è successo? Eravamo quelli cazzari, e adesso ci escono di bocca cose come signore e signori, benvenuti nella splendida cornice.

Per questo uno tiene un blog personale, per dire: caro Diario, GWF è stato anche altro, per me.

Per esempio, ricordo domenica sera quando tutto era finito, e le ultime cose erano state smontate. Quella sera, quando era molto tardi ed ero in uno dei miei soliti posti a bere, mi prende una grande, profonda, improvvisa tristezza. Al punto che ero arrabbiato con me stesso, e mi dicevo: ma che diavolo ti prende? E niente, era più forte di me, era arrivata una botta improvvisa, come se i nervi avessero ceduto - e immagino sia stato qualcosa del genere. Mesi e mesi a pensare a un progetto, e ora era tutto passato.

Il fatto è che davvero, tutto quanto, è cominciato molto tempo fa. Ero a Vinitaly 2018 e già ne parlavo, con alcuni produttori. Le aziende che hanno partecipato a GWF sono state scelte, tutte, una per una, contattandole personalmente. Ad ogni produttore abbiamo spiegato il nostro progetto, ma parlavamo di qualcosa che esisteva solo nella nostra mente, fino ad allora. Li abbiamo dovuti convincere, a volte, e a volte come è normale non ci siamo riusciti: qualcuno non poteva partecipare, qualcuno aveva terminato il vino disponibile, qualcuno, legittimamente, potrà aver pensato: ma chi sono, questi qua? Sia come sia, è stato un lavoro lungo, passato per infiniti contatti telefonici e di persona. Alla fine lo scopo era mettere assieme una specie di dream team di produttori che ci piacevano. Adesso che vedo la bolletta telefonica, vedo anche quanto a lungo sono stato al telefono. Insomma, ci abbiamo infilato una quantità di energia pazzesca, in questo progetto. Mi piacerebbe adesso ringraziare, uno per uno, tutti i produttori che ci hanno creduto, e ci hanno detto di sì.

Per me poi questo lungo lavoro è stato un fatto nuovo: lavorare con un gruppo di persone abbastanza numeroso, una squadra, e mi riferisco ai ragazzi di Papille Clandestine che hanno reso possibile concretamente tutto quanto. Io che sono un solitario, una ditta individuale e anche abbastanza individualista, ho cercato di lavorare in squadra, ho cercato di capire come ci si muove in una realtà complessa come quella - e mentre per qualcuno il lavoro di squadra è pane quotidiano, per me era una novità ed anche una sfida. Spero di aver fatto quel che ci si aspettava da me, ma adesso che sono nella fase dei ringraziamenti, dico grazie ai papilli che mi hanno voluto, assieme a Pietro, nel gruppo operativo di organizzatori, visto che GWF è stato appunto una joint venture tra loro e il settore genovese di Intravino.

E siccome la rete non dimentica, e alla fine questo è un quartierino ristretto, in questo post del 2010 (duemiladieci, ehm) scoprivo più o meno l'esistenza dei papilli. Ragazzi, ne è passato di tempo, eh?

Adesso però per non esagerare coi sentimentalismi, facciamo i buoni propositi. Si avvicina il prossimo Vinitaly, e già so che contatterò alcune aziende che sono nella nostra wish list, per il prossimo Genova Wine Festival. Perché sì, pensiamo già all'edizione 2020.

martedì, gennaio 22, 2019

Nuovi orari in enoteca (ed altri cambiamenti)

Caro diario, le cose cambiano. Potrei scriverlo sulle reti sociali, potrei scriverlo su Linkedin dato che parlo di cambiamenti lavorativi - e lo farò. Ma adesso lo scrivo qui: cambiano alcune cose intorno al mio lavoro.

Sto cominciando una nuova attività. Faccio il rappresentante, il venditore - di vini, ovviamente, resto con la bevanda odorosa. Sto esaminando proposte, qualcuna l'ho già accettata, solo non avevo ancora detto ufficialmente che all change.

E siccome il cambiamento riguarda anche l'enoteca, l'enoteca rimane, ma ad un regime di apertura ridotto. Cambia l'orario, resterà aperta solo nel pomeriggio, dalle 16 alle 19,30.

giovedì, gennaio 10, 2019

E adesso anche Genova Wine Festival. Sì, sta arrivando una fiera del vino in città

Il primo post dell'anno è inevitabilmente in modalità caro diario: in questi giorni di là ma pure di qua, si preannuncia la cosa alla quale sto lavorando da tempo, assieme ad un gruppo nutrito (ci piace nutrirci, in effetti) di gente in gamba. Papille Clandestine e Intravino assieme, a Genova, preparano Genova Wine Festival, ed ecco fatto: vi annuncio che sta arrivando una fiera del vino in città, ed è una cosa bella, grossa, nella quale stiamo mettendo il cuore e altre importanti frattaglie.

Dove: Palazzo Ducale, a Genova
Quando: sabato 2 e domenica 3 marzo
Questa è la homepage
Questa è la pagina Facebook
Questa è la pagina dell'evento

Direi che per adesso basta, prendete appunti, e ovviamente ci vediamo là. Sarà grandioso. Insomma s'è capito, ci tengo.

lunedì, dicembre 31, 2018

Notizie che nessuno ti dirà mai: è finito un altro anno

Adesso che ho spento le luci e chiuso le serrande, accendo l'ultimo sigaro in ufficio e metto in ordine le ultime carte. La sera del 31 dicembre in enoteca è tutto rituale, resto qui a vedere che succede, e mi prendo il tempo per pensare a quel che è successo. Potrei andare via prima - ogni anno mi dico, il 31 pomeriggio non lavoro, che diavolo. E poi ogni anno resto qui, accanto alla mia creatura fino all'ultimo - perché questa è la mia enoteca, una mia creatura.

Me ne vado sentendo una canzone che mi si è infilata in testa, tratta dalla scena del film che vedete qua sotto. The ballad of Buster Scruggs è uno strano western, e non c'è modo di raccontarlo senza spoilerare quindi siete avvisati. È la scena di un finale di partita inaspettato, uno dei due pistoleri cade a terra morto e non doveva andare così. È una sorpresa, brutta per quello che cade, brutta per chi guarda, e ti mette davanti per l'ennesima volta al fatto che ti devi aspettare l'inaspettato.

Soprattutto, non passerà molto tempo, e ti ritroverai (inaspettatamente) a cantare la tua ultima cowboy song.

Let me tell you, buddy
There's a faster gun
Coming over yonder
When tomorrow comes

Let me tell you, buddy
And it won't be long
Till you find yourself singing
Your last cowboy song

giovedì, dicembre 27, 2018

Dieci assaggi memorabili. Sì, ecco un classico post di fine anno

Si può finire l'anno in due modi: fare un bilancio degli eventi e buoni propositi per l'avvenire, oppure elencare dieci assaggi memorabili del 2018. A me quest'anno andava di gran lunga la numero due.

Anche la classifica dei dieci non è esattamente una top ten di etichette - semmai è un elenco di aziende interessanti, con magari un assaggio specifico che ha brillato più di altri. In fondo anche l'idea di classifica si smaterializza. Alcuni di questi vini li vendo, altri non li vendo perché li ho esauriti, altri non li vendo perché (ancora) non li ho comprati, e questo più che un disclaimer è un fatto.

L'ordine non è in base alla preferenza, ma in base a quanto velocemente mi sono tornati in mente, essendo io affezionato al famoso "la cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto" - che ho sempre opposto alle scene mute che facevo durante le interrogazioni a scuola, senza successo, ma siccome mi piace tiro sempre fuori la citazione.

1. San Cristoforo, Franciacorta 
È un po' che li tengo d'occhio, e il riassaggio del loro Brut, ma pure del finissimo millesimato, mi confermano l'idea di franciacortino di riferimento. Buoni, eleganti, di bella personalità. Bravi insomma.

2. Andreas Berger, Alto Adige 
Ho notato che non esiste un vino di questa azienda (Thurnhof) che sia, semplicemente, sotto il livello dell'eccellenza. Potrei dire del loro Moscato secco (fermo) 2017, piccolo capolavoro, e farei un torto a tutti gli altri. Vabbe'. Per me cult.

3. Vis Amoris, Liguria 
Qui più che il loro Pigato, la sua derivazione metodo classico. Le bollicine in Liguria per me restano un fatto difficoltoso, qui invece ho cambiato idea all'istante. Esiste anche una versione sur lie, col fondo, insomma quella cosa là ancestrale, ci siamo capiti. Ottimi livelli pure lì.

4. Garnier, Borgogna 
Durante l'ultimo corso avevo inserito il loro Chablis 1er Cru, e capirai, è stato come vincere facile. Invece qui memorizzo il loro Pinot Noir Epineuil 2015, che è - come dirlo in modo non riduttivo? un Borgogna base, ma io direi basilare. Fruttini accennati, stile e trama, godevole e succoso.

5. Tenuta Belvedere, Oltrepò Pavese 
Io credo che la Bonarda, quella frizzante, dovrebbe essere salvata dal destino di vino triste da supermercato. Ci riesce Gianluca Cabrini con questo 2016, un campione delizioso di piacevolezza bevibile, poi zero solfiti aggiunti che fa molto figo ultimamente.

6. Miotto, Veneto 
Tra tanti prosecco a rifermentazione naturale, con il doveroso tappo metallico e il fondo, questo Profondo si piazza fisso nella memoria, e nella voglia di berlo e riberlo - pure troppo, l'ho venduto tutto e a me non ne resta, ma che ho combinato? Accidenti a me.

7. Weingut Am Stein, Franconia (Germania)
Poi giuro la smetto con i rifermentati naturali, ma questo Pure & Naked, pet-nat (petillant, naturale), è un capolavoro di memorabilità, anzi vorrei riberlo circa domani (a trovarlo: assaggiato durante una fiera). Leggiadro come una piuma e nello stesso tempo col cipiglio germanico. Comunque lo struggimento è tanto che gli dedico la foto del post.

8. Dettori, Sardegna
Sì va bene il loro Chimbanta, va bene l'Ottomarzo, ma pure il Tenores. Io quest'anno memorizzo il Renosu bianco, un colpo al cuore di sale, mare, erbe aromatiche, ma che ci hai messo là dentro? E questo sarebbe il loro bianco cadetto. Ma avercene.

9. Terre Bianche, Liguria
Cos'è che mi piace di più nel Rossese di Dolceaqua? È perché è ligure? È perché è teso e leggiadro? Sono le spezie, il marino, è perché è un vino di montagna? È perché parte piano poi si svela alla grande, e quando credi di averlo compreso è finita la bottiglia? Comunque parlavo del Rossese 2017.

10. Poderi Cellario, Piemonte 
C'è questa generazione di vini minimalisti, nella bottiglia da litro, col nome pure lui minimalista. Per esempio "È Rosso". E di più non chiedere, bevi e poche pippe. E noi wine blogger allora che dovremmo fare, bere e zitti? Ecco, non sempre: È Rosso mi piace tanto. Va bene come rece minimalista?

Buon anno nuovo, e tutto quanto.

giovedì, ottobre 25, 2018

Smellier, cloudier, juicier, more acidic and generally truer

Leggo solo oggi questo vecchio pezzo di The Guardian, che parla di vini naturali - quasi fosse un wine blog, per attirare click. No vabbe' dai, sto scherzando, si capiva, sì? Guardian scrive di vini naturali a modo suo, e cioè in modo assai rilevante e quindi questa lunga, lunga lettura la mettiamo da parte, perché è un ritratto molto esauriente. Prendetevi il tempo per leggere tutto, se ancora vi mancava.

Guardian riesce anche a dire alla veloce cosa sia un vino naturale, e per questo l'ho adoperato per titolare il mio post: "they tend to be smellier, cloudier, juicier, more acidic and generally truer to the actual taste of grape than traditional wines". Notevole anche l'immagine, che riciclo - una cosa a metà tra lo steampunk e il disaster movie.

sabato, ottobre 20, 2018

Cose da fare a Genova (questo fine settimana)

Anziché spiegare tanto, ecco che annuncia il Tg3 Liguria: è di nuovo tempo di Genova Beer Festival, la meglio rassegna birraria della regione, ma che dico, del mondo - dove peraltro il quipresente vostro si accinge ad abbinare sigari (sul genere toscano) a birre, come da foto, nel laboratorio di domenica sera. Insomma, che aspetti, ci si vede là, sabato sera e domenica all day long.