martedì, settembre 07, 2010

La moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei Cannubi


Atlante delle grandi vigne di Langa, edizioni Slow Food, 1990: "La più antica bottiglia delle Langhe è conservata in Bra presso la famiglia Manzone e porta un'etichetta con la scritta CANNUBI 1752. Tale prezioso cimelio sta a dimostrare come il Vigneto Cannubio o Canubio o Cannubi fosse già famoso e valutato prima dell'avvento del vino Barolo".

Insomma, un cru, come direbbero i francesi. Una vigna singola che qualifica il vino prodotto lì. E' difficile invece qualificare (desiderando restare a piede libero) i geni del marketing che hanno chiesto ed ottenuto l'allargamento dell'area denominabile Cannubi. Proprio come una moltiplicazione miracolosa, l'area si estenderà, aumentando il numero di bottiglie che potranno esibire il cru Cannubi in etichetta. Che facciamo, ci indigniamo? Ci rattristiamo? Ridiamo? Sì, no, e tutte e tre le cose. Assistere al tentativo scomposto ma efficace di qualche produzione (tiro ad indovinare: un'industria?) per mettere le mani su una sottodenominazione che dovrebbe essere garanzia di qualità fa davvero cadere le braccia. Il solito autogol enoico all'italiana. Potendo salvaguardare e valorizzare le specialità, si va esattamente nella direzione opposta.

Nota comica finale. Uno dei miei barolisti del cuore, Bartolo Mascarello (l'azienda è diretta dalla figlia ora, Maria Teresa) ha vigne in Cannubi. Ma siccome ritiene ideale la produzione di un Barolo vecchio stile, ottenuto dal blend di vigne diverse, in etichetta dice: "Dai vigneti Canubbi - Rué - San Lorenzo - Rocche". Adesso aspettate quei due-trecento anni, e l'industria scoprirà che è meglio il mix di differenti particelle, rispetto al cru. Quel giorno il Comune di Barolo confinerà finalmente con La Spezia.

[Nell'immagine: l'attuale particella dei Cannubi, tratta dalla home di Pira. L'immagine a dimensioni originali è qui]

giovedì, settembre 02, 2010

Anche in questo blog parliamo di Eataly (oh, no!)

Il mio amato blogghe è così vetusto che può permettersi il lusso di autocitarsi, tipico di certi tromboni. Dev'essere conseguenza di quel repentino cambiamento di stato, "da giovane promessa a vecchio stro***". Avete presente.
Così, insomma, per illustrare la fenomenologia di Eataly (secondo me) basta qualche link: uno, e due.
Ammappala però quanto ero verboso, da giovane.

giovedì, agosto 05, 2010

Sono d'accordo

"Ha quel colore giallo brillante che nella consistenza fa presagire il velluto. E qui davvero si percepisce la speziatura in un effluvio di profumi che contemplano la rosa, quasi a sentirne i rovi. È molto buono, molto elegante, e il «molto» va messo su ogni sensazione: rotondità, persistenza, piacevolezza. Che gran vino!"
Paolo Massobrio su La Stampa, a proposito del "mio" traminer del cuore. Bravo Armin.

lunedì, agosto 02, 2010

Macchine ferme (è agosto)

Dunque si chiude. Bottega cerrada per le ferie agostane, in sala macchine si passa da "avanti adagio" ad "alt". Non va in ferie l'enochiacchiera digitale, cioè il fiume di comunicazione autoprodotta che ormai, a mio modo di vedere, rappresenta la svolta vera, pesante, che sta facendo il mio ambito commerciale. Farò un esempio, uno solo, tra i tanti possibili. Sto seguendo, via Twitter, i preparativi della (come possiamo chiamarla?) convention, adunanza, reunion, che si hashtagga* con #aglianicodelvulture1. Per avere un'idea della cosa, ecco una descrizione approfondita.
Ebbene, è tutto qui: persone unite dallo stesso interesse si muovono, assaggiano, raccontano, e fanno (anche) comunicazione aziendale e commerciale. Quelli come me possono permettersi di stare seduti in veranda e seguire il flusso delle conversazioni (ho stima e fiducia del giudizio di chi partecipa) ottenendo così di attingere ad un'orgia di dati, informazioni, appunti di assaggio, difficilmente ottenibili in altro modo. Chi è parte di questo flusso di conoscenza sa di cosa parlo e capisce al volo la potenza del mezzo - che sia un produttore, un esercente o un "utilizzatore finale". C'è, poi, una gran massa di addetti ai lavori che restano fuori da tutto questo, come gli operatori dell'intermediazione che, ad ogni livello della catena, ignorano per pigrizia o per scarsissimo skill il nuovo che avanza. Sono gli stessi che picchiano la testa nel muro e poi si lamentano dell'emicrania.
Bo', lasciamo perdere le polemiche. Buone vacanze, ed un regalino ai miei venticinque(mila) lettori. Recentemente ho amato un film italiano che, guardacaso, parla di Basilicata. Qui e qui potete allegramente scaricarlo, piratacci. Ecco un assaggio.




*Hashtaggare, italianizzazione di hashtag, il termine che gerarchizza un argomento di discussione via Twitter preceduto dal segno "hash", (cioè questo #) detto anche "cancelletto" dagli abbrutiti.

sabato, giugno 26, 2010

Tipo non raccontarmi fandonie no, eh?


Quando si parla di comunicazione aziendale si dice spesso che dovrebbe essere sincera. Dire la verità. Non raccontare balle pietose. Ma vedendo il cartello del supermercato sottocasa, capisci che la lezione del Clue Train Manifesto è una roba parecchio irrealizzata.
"Gentili clienti, al fine di tutelare voi e i vostri acquisti, vi chiediamo di esibire un documento di identità per ogni transazione eseguita con carta di credito"
La traduzione in realtà è la seguente:
"Senti bello, a me di tutelare te e i tuoi acquisti non me ne frega una cippa. Accettando carte di credito l'ho già presa in quel posto troppe volte, quindi ora se vuoi pagare con la plastica tira fuori un documento".
Certo, potevano metterla giù meno colorita, ma a me la prima versione offende più della seconda.

martedì, giugno 22, 2010

Retro post

Questo lo scrivevo un po' di tempo fa. Siccome vale anche oggi, che Intravino compie un anno, ve lo riciccio pari pari. E vualà.
Chi scrive un post (io, in questo caso) e chi dopo lo commenta hanno pari dignità e credibilità, se e nella misura in cui tutti quanti diciamo (o ci sforziamo di dire) cose dotate di fondamento. Spero non sfugga a nessuno, quindi, che questa dinamica è l’esatto contrario del padreternismo che si respira in altri ambiti comunicativi. Dobbiamo essere tutti orgogliosi e felici di questa libertà che ci diamo, e nello stesso tempo sentirci responsabili dell’uso che facciamo delle parole, perché come sempre le cose che diciamo ci qualificano come persone.

lunedì, giugno 14, 2010

The dark side of prezzo sorgente (rabbrividiamo)

Passata la fiera, messi in ordine gli appunti (uno, due, e tre, per dire) mi porto dietro da un po' di giorni una orrenda cogitazione che ora cerco di rielaborare. Riguarda alcuni prezzi. Dopo aver molto parlato di prezzo sorgente (che combinazione) sempre ai soldi sto a pensare. Cos'è successo in definitiva a Terroir Vino che meriti qualche altra discussione? Ho trovato alcuni prezzi sorgente assurdamente alti. Per lo più con una sola giustificazione, che mi ha fatto letteralmente cadere le braccia: "faccio poche bottiglie, le vendo tutte in azienda, il prezzo è questo e ciaopepp".

La sostanza è: come faccio, io che sono anarchicamente, caoticamente favorevole a qualsiasi tipo di manifestazione di prezzo sorgente (compreso il suo collegato disposto, la vendita diretta), come faccio ora a criticare il prezzo sorgente senza sembrare matto? Ci provo lo stesso.
Tanto per cominciare non è semanticamente esatto dire che criticherò il prezzo sorgente. Semmai mi interessa evidenziare the dark side of prezzo sorgente, insomma un elemento contraddittorio. Se qualcuno pensa che la vendita diretta delle aziende, con l'esibizione del prezzo sorgente (che a 'sti punti passa del tutto in secondo piano) apra la via ad acquisti a buon mercato, quel qualcuno farà meglio a ricredersi. O perlomeno a valutare caso per caso.
Ora sarò almeno un po' autoreferenziale, ma credetemi quando dico che tra le cose che sono in grado di fare c'è valutare un vino. E con questo intendo dire che so fornire un parametro di valuta. Quando assaggio, sono spannometricamente in grado di dire "questo vale cinque euri". O quindici, o cinquantacinque - ho reso l'idea.
Non formulo questo valore in base a costi aziendali, ma in base ai prezzi medi reperibili per quel livello qualitativo. Poi diversi elementi accessori (territorio, rarità, costi di esercizio) influiscono profondamente sulla dinamica dei prezzi. Ecco perché, per fare un esempio, un bianco delle Cinqueterre che abbia un livello eccellente (un 84/100) costa dal doppio al triplo di certi pari punteggio veneti. Fin qui dovremmo essere tutti d'accordo. Bene.
Questa dinamica prezzo/valore, dal mio punto di vista, presenta elementi contraddittori a volte non giustificabili. Perché un Gavi (è un altro esempio) di un produttore magari bloggarolo, twitterato, due-punto-zero, venditore diretto, costa in cantina 12 euro, come un Gavi di un oscuro contadino disconnesso, ma reperibile a quel prezzo in enoteca (e di pari punteggio, ovvio)? Dove sta il bug, il baco, il difetto? E' possibile che sia solo questo: il primo produttore (manco fosse un enotecaro qualsiasi) ci vuole guadagnare. Che, com'è noto, è del tutto legittimo. Ma il famoso vantaggio della vendita in azienda dove va a finire? Insomma, occhio ragazzi cari, non è tutto oro quello che luccica.

(E questo, per concludere, è solo uno dei punti deboli del mio peraltro glorioso post sulla libertà del prezzo sorgente. Ce ne sarebbero almeno un altro paio, ma col piffero che i miei colleghi enotecari son stati capaci di scovarli. Al massimo hanno mugugnato di valore aggiunto e di percentuali lecite o illecite di ricarico, perdendosi, come al solito, in un bicchiere d'acqua. Io quei punti deboli li so ma non ve li dico, arrangiatevi).

lunedì, giugno 07, 2010

Caffarri Live

Se non lo filmavo non ci credevate. Ecco Stefano Caffarri performing live alla fine della cena del Vinix Unplugged Unconference. Poi uno dice rockstar.

giovedì, maggio 27, 2010

Sulla vendita diretta delle aziende, il prezzo sorgente, e altre amenità

Il prossimo TerroirVino sarà preceduto dalla Unplugged Unconference, una specie di incontro informale durante il quale molti addetti, appassionati ed enofili a vario titolo terranno un breve speech su temi assortiti. L'anno scorso io avevo annunciato la nascita della creatura intravinica, e quest'anno volevo poltrire in santa pace - attività che mi è consona sopra ogni altra - partecipando solo allo scopo di ascoltare gli altri. Ma un aspetto dell'imminente kermesse genovese, la vendita diretta a prezzo sorgente che alcune aziende performeranno felici durante la fiera, mi tira in mezzo, quindi dirò cosa penso in proposito. E siccome quel che penso non è abbastanza chiaro e noto all'orbe terraqueo, scrivo qui, a titolo di anticipazione e lascito testamentario, il mio punto di vista. Anche perché molti in questi giorni mi chiedono che opinione abbia io delle vendite dirette che attuano le aziende (disintermediando ogni figura che sta in mezzo, me compreso) oppure dello svelamento del prezzo sorgente. Olè, andiamo a incominciare.

Molti miei colleghi si sono rabbuiati del fatto che alcuni produttori venderanno, durante TerroirVino, il loro prodotto al consumatore finale che avrà occasione di visitare la fiera (per non dire del rivelare il prezzo sorgente). Il fatto non mi intristisce per nulla ed anzi, sono del tutto favorevole. Per almeno due ordini di motivi.

Il primo motivo è ideologico, quindi possibilmente il più personale, però tengo ugualmente a dirlo. Io sono per natura contrario alle rendite di posizione che dovrebbero consentire alle categorie commerciali un guadagno basato su una specie di obbligo: o compri da me, o niente. In realtà io cerco, sempre ed ovunque, di disintermediare per quanto mi è possibile. Mentre soffro enormemente quanti, in condizione di monopolio, mi infliggono la gabella della loro inossidabile presenza. Coerentemente a quanto sopra, non posso imporre una condizione di intermediazione ineludibile riferita alla mia persona. E con che faccia? Io credo che tutti dovrebbero vendere qualsiasi cosa a chiunque. Sta al compratore verificare quale sia il venditore più adatto per lui.

Il secondo motivo è di ordine, direi, scientifico. Sun Zu, generale cinese vissuto nel V secolo A.C., autore de "L'arte della guerra", diceva (tra l'altro) "non combattere una battaglia che sai essere persa in partenza". Io credo che noi commercianti dovremmo seriamente riflettere su quali siano le battaglie che possano tenerci impegnati in modo efficace. Il tempo e le energie, che sono beni disponibili in quantità limitata, andrebbero usati in sforzi destinati ad un qualche tipo di successo. Impedire la vendita diretta delle aziende vinicole ai consumatori finali non rientra tra questi: le aziende già lo fanno, e lo faranno sempre di più. Noi commercianti dovremmo semmai sforzarci di essere più bravi, più professionali e più preparati. Fornendo, con questo, il famoso valore aggiunto che costituisce (quello sì) una ragione di esistenza, per noi. Tutto il resto è rendita di posizione, che al tempo di Google e dei social network è puro suicidio. Una battaglia persa in partenza, appunto.

Svelare il prezzo sorgente, poi, è l'elemento che (scusate) mi fa sorridere di più. Io non capisco, onestamente, dove stia il problema. Se non fosse abbastanza chiaro al mondo cosa sia il mio lavoro, lo spiego ora: io faccio il commerciante. Quello che vendo a dieci l'ho pagato cinque, se va bene. Se va male l'ho pagato sette, e a volte va benissimo e càpita di pagarlo quattro. Io non lavoro gratis, io credo di metterci un discreto impegno in quel che faccio, e pensate un po', voglio guadagnarci bene. Il consumatore finale che non comprende questo fatto, che non è d'accordo, che non giustifica il sovrapprezzo, ha pure i suoi buoni motivi. Quel che è certo, è che a me non interessa come cliente. Voi lavorate gratis? Non mi risulta. Non volete pagare l'intermediario? Siete liberi. Io lavoro per tutti gli altri che non hanno il tempo, la voglia e la competenza per disintermediare.

sabato, maggio 22, 2010

Frankly

"Frankly that white wine made in open amphorae is crap by anybody’s honest palate, modern or traditional".
Commento letto qui. Anni e annorum di baruffe furibonde tra modernisti e tradizionalisti, zippati in un commento.

lunedì, maggio 17, 2010

La decadenza della mia città


A ponente di Genova, nel quartiere di Prà (quello famoso nel mondo dei gastro-qualchecosa per il basilico) si possono scorgere panorami così. Questa, per inciso, è un'area che, dopo il riempimento del litorale successivo ai lavori per la costruzione del porto di Voltri, si chiama "fascia di rispetto" (non ridete). Si dice che un'immagine valga più di mille parole, ma due o tre note di spiega ci stavano comunque. Enjoy.

giovedì, aprile 22, 2010

Improvvisamente s'è ristretto il web

Papille Clandestine pubblica la recenza a Baldin, ristorante neostellato del mio quartiere. Conosco Luca Collami (lo chef) da una vita, quasi abbiamo cominciato assieme nel quartiere - e il suo ristorante è a pochi passi dalla mia bottega. Leggere gli accadimenti del mio pianerottolo nella rete interconnessa e sconfinata fa un effetto stranissimo. I ragazzi di Papille Clandestine, per dire, si presentano così: "i Papilli ricevono tutti i lunedì sera tra le 20 e le 21 al campo di calcetto di Genova Palmaro". Il campetto di Palmaro, quello della mia struggente infanzia e delle elementari. Improvvisamente il mio web s'è ristretto.

martedì, aprile 13, 2010

Di ritorno

Si torna dalla Fiera di Verona un po' come il mercante che ha caricato le spezie sui cavalli nel lontano oriente (modestamente). I clientes chiedono: che mi hai portato? Due-tre robine niente male. Ça va sans dire.

1. Il pinot grigio di Armin Kobler; vitigno sfortunato se ce n'è uno, da sempre identificato con la robetta low cost. Questo s'attesta su 81/100, e a bottega costerà 11 euri. La vendetta del pinot grigio (a lungo attesa).
2. Un rosato giuggioloso - arrivasse l'estate - da sangiovese toscano di Monti in Chianti, lo produce Rocca di Montegrossi. 78/100. Ma anche il loro Chianti 2008 è niente male, 81/100, invoca la fiorentina (il taglio di carne, non la squadra) ad ogni sorso. Prezzi: rosato € 10.90, Chianti € 16.00.
3. La sorpresa? Il Barbera d'Asti Sorì 2009 di Villa Giada, un fruttato masticabile con un punteggio imbarazzante, 84/100. Imbarazzante per il prezzo, che a bottega starà sotto gli otto euri.

venerdì, aprile 09, 2010

Scene di lotta di classe


La signora pierre-addetta-vattelapesca con le insegne della fiera prossime al decolté intercetta il wine-bloggarolo fuori dalla sala stampa. Lui è intento a pluggare il cellulare al netbook. "Giornalistaa??" - cinguetta - "da questa parte pregoo".
"No, non sono un giornalista" dice il tipo alle prese con le protesi digitali.
I due si guardano un po' con reciproco sospetto.
"Be', però potrebbe dirmi la passw del wi-fi" azzarda il bloggarolo, credendosi chissacchì.
"Eh??"
"La password del uai-fai" sillaba.
"Non ho idea di che roba sia. Qui è per i giornalisti".
"Buongiorno".
"Buongiorno".

mercoledì, aprile 07, 2010

Chiuso per Vinitaly


Da giovedì a sabato sono alla Fiera di Verona. Il meteo promette cose mai viste, tipo il sole. Torno a bottega martedì prossimo, con novità, ricchi premi e cotillons. Possibili aggiornamenti in corso d'opera, anche.

mercoledì, marzo 31, 2010

Esagera, esagera


Serve dire che siamo in fase "comunicazione aziendale pre-Vinitaly"? No, non serve. Questi, per esempio: mi hanno mezzo convinto. No, davvero, quasiquasi io ci vado. "Fratello maggiore del Barolo". Esagera, esagera, qualcosa resterà.

martedì, marzo 23, 2010

Ma come fai?

Uno dei miei brunellisti di riferimento sugli scudi dopo l'ultimo Benvenuto Brunello: San Lorenzo. A bottega c'è ancora un po' di 2004, notevole.

martedì, marzo 02, 2010

Degli alcolici e dei minorenni


Questa è una storia vera, e mi è successa un bel po' di tempo fa. M'è tornata in mente a forza di leggere di esercenti che vendono alcolici ai minorenni. Per inciso, che bei pirloni.

Un giorno entra in bottega un ragazzino. Piccolo, magrolino, con il solito zaino scolastico sovradimensionato (ci mettono le provviste per sei mesi, parebbe). Avrà sette-otto anni. Apre la porta e mi chiede: lei vende le cassettine di legno? "Cassette di legno? Quali"- faccio io. "Sì, quelle cassettine dove dentro c'è una bottiglia di vino!"
"Sì, certo, le vendo..." non faccio a tempo a finire la frase che ha già chiuso la porta e schizza fuori.
Passa qualche ora. E rieccolo. Si affaccia alla porta e chiede: "lei vende anche le bottiglie di vino da metterci dentro, vero??"
"Be', certo..." - e ripete la scena: soddisfatto della verifica, chiude la porta e corre via.
Passa un giorno. Torna con lo zaino oversize e restando come al solito sulla porta socchiusa chiede: "quanto costa una cassettina vuota?"
"Dipende... cinque, sei euro..." rispondo.
"E una bottiglia di vino quanto costa?"
"Anche qui dipende... diciamo dai sei euro in su"
"Allora va bene! Vorrei comprare una cassetta con una bottiglia di vino, ho quindici euro!" dichiara trionfante. Così realizzo (con un discreto ritardo, devo ammetterlo) che questo soldino di cacio si è infilato nella mia enoteca per comprare del vino. Ovviamente gli spiego che non è possibile: "no, mi dispiace, tu non puoi comprare del vino. Sei troppo piccolo. Il tuo papà o la tua mamma possono, ma tu no, è la legge". A questo punto sul suo volto si dipingono una serie di espressioni indimenticabili: prima la sorpresa, poi il disappunto. Poi tristezza, orrore, angoscia, tragedia. Ho la netta impressione d'aver combinato qualcosa di grave, ma non so ancora cosa. Lui resta senza parole lì a guardarmi, in quel modo, per pochi secondi, poi sparisce in silenzio.

Pochi giorni dopo entra una signora. E' la mamma del bambino - mi spiega lei. E soprattutto mi spiega il mistero: suo figlio si era messo in testa di fare un regalo al suo papà. Così, per conto suo, senza che nessuno gli avesse suggerito cosa, s'era inventato questo regalo per suo padre: una bottiglia di vino in una bella scatola di legno. E quando il suo sogno s'era infranto miseramente sul mio diniego era corso in lacrime dalla mamma, disperato perché non poteva fare il regalo che aveva sognato.
Ecco, prima lo sospettavo, e a quel punto ne ero certo, mi ero giocato per sempre un (futuro) cliente. E, com'è giusto, non avevo scelta. Credo che quello sguardo non lo dimenticherò mai. Così come non dimenticherò quando è successo tutto questo: era il 19 marzo scorso, festa del papà.

mercoledì, febbraio 24, 2010

Ecco un'altra che non andrà a Sanremo

Se arriverò all'età di 88 anni, sarò così vecchio per sentirmi autorizzato a fumare marijuana. Non sono (ancora del tutto) impazzito, sto solo riflettendo su questo articolo - non privo di risvolti alquanto comici. In sostanza: negli Stati Uniti si sta diffondendo l'uso di droghe tra gli anziani, come cura (valida, parrebbe) contro dolori, nausea, insonnia. A questi arzilli vecchietti che si fanno e strafanno sembra difficile fare raccomandazioni. Che gli dici, che drogarsi accorcia la vita?
Intanto la notizia viene data così: "In her 88 years, Florence Siegel has learned how to relax: A glass of red wine. A crisp copy of The New York Times, if she can wrest it from her husband. Some classical music, preferably Bach. And every night like clockwork, she lifts a pipe to her lips and smokes marijuana". Be', fortuna che ci han messo Bach e il New York Times, altrimenti l'associazione col glass of red wine sarebbe stata ben triste.
Nel sito troverete l'inevitabile poll: "Should American Seniors Be Allowed To Use Marijuana?" - il risultato, dopo il mio voto, era niente male.

venerdì, febbraio 12, 2010

A che punto è la notte (si vabbe' titolo tragico ma mi piace)


I miei venticinque (milioni di) lettori si saranno accorti che non aggiorno gran che il blogghe. Ci sono alcuni ordini di motivi, ed ora ne fornirò almeno un paio, per soddisfare la vostra sete di conoscenza (non ci dormivate la notte, eh?).
Orbene, il primo motivo è certamente il più imbarazzante, perché ha a che fare con l'attitudine del blogger a scrivere cose dotate di significanza. Questa attitudine si disvela e si sviluppa in presenza di un elemento: l'ispirazione. Mi manca l'ispirazione - e ve l'avevo detto che è una scusa imbarazzante. Sarà che uno, a forza di tirarsela da creativo, finisce che ci crede pure.

Questo si collega ad un altro punto della condizione umana tipica del bloggarolo. Si parla sempre di crisi, c'è la crisi, la crisi ci opprime, le vendite sono in crisi, insomma si declina il termine crisi in tutti i modi possibili. Il fatto è che il termine non serve più, secondo me, a descrivere questa fase che boh, potremmo definire "storica", "congiunturale", fate voi. E' una fase che sta durando da (diciamo) la fine del 2007, ed ormai il termine "crisi" non ha più gran che senso per identificare una situazione che doveva essere passeggera ed è invece permanente. Come la vogliamo chiamare questa cosa, questo magma di nulla nel quale molti di noi sono immersi?
Il mio lavoro si è modificato nel corso degli ultimi anni. Come ho spiegato a qualche amico, si è trasformato da professione ad hobby. Insomma, avete presente quelli che dicono la frasetta scema "ho trasformato il mio hobby in una professione"? Ecco, io sono riuscito a fare l'opposto. Il mio lavoro ha una dimensione amatoriale, sono diventato un amateur tra gli enotecari. Quando le dimensioni fisiche del business diventano quelle attuali, è il caso di smettere di chiamare tutta questa cosa un business, e riconoscerla per quello che è: un passatempo. Tra le conseguenze che questo comporta, c'è la mia condizione attuale in termini di umore e morale: un sovrumano scazzo. Capisco che il termine sia alquanto irrituale, e giuro che ho provato a cercarne un altro, ma non riesco a descrivermi meglio di così. Scazzo all'ennesima potenza. Scazzo Cube. Roba che potrei usarlo come nickname o password.

Naturalmente ogni imprenditore che sia degno di questo nome dovrebbe esaminare con cura gli elementi che contribuiscono al declino. Ora, io non ho peggiorato il mio skill nel corso degli anni. Semmai (scusate l'immodestia) son diventato un po' più bravo. Il mercato invece attraversa le grane che vediamo tutti. Per esempio, tutti i commercianti che conosco hanno ridotto notevolmente le scorte a magazzino - io pure. Vedo negozi che hanno chiaramente gli scaffali sguarniti; lo notate pure voi? Stamattina, alle nove e venti, il bar che mi ha servito il caffè aveva emesso lo scontrino numero ventidue (e non è un evasore); è una media da suicidio, secondo me. Poi ovviamente aumentano le serrande abbassate per sempre con la scritta "affittasi", "vendesi". Nel mese di dicembre appena trascorso gli operai dei cantieri navali a poche centinaia di metri da qui, in tre giorni diversi, hanno bloccato il traffico. In quei giorni il quartiere era praticamente isolato dal mondo, c'era quel clima un po' irreale da austerity anni '70 quando non circolava manco un motorino; ovviamente in quei tre giorni gli incassi ne hanno risentito. Io credo che siano segnali. Non passa giorno che non veda agitazioni sindacali o lavoratori in strada. Quei signori sarebbero i miei clienti; in un mercato del lavoro che umilia il loro potere d'acquisto a livelli intollerabili, è chiaro che il lavoro del bottegaio diventa sempre più superfluo. Insomma, "non ci sono soldi" per dirla in modo semplice.
Oggi lavoro per un numero omeopatico di clienti, ai quali va tutto il mio amore. Siamo al di là dell'artigianato, siamo al fan club.

E c'è lo spettacolo che stanno offrendo molti fornitori, coi loro dir. comm. nervosi in un modo preoccupante. Con il valzer frenetico dei cambi di agente. Cambiano i venditori con la velocità del lampo, ottenendo l'effetto un po' surreale per cui l'agente Tizio, ritenuto inidoneo dall'azienda Tale, viene assunto al volo dall'azienda Tal'altra che ha appena scaricato l'agente Caio (che indovinate cosa corre a vendere: i vini di Tale. E via così). Poi circolano listini da analisi oculistica. Nel senso che, quando li scorri, pensi "non ci vedo bene" perché ci sono sconti assurdi oppure perché effettuano invii di quantitativi ridicoli (una cassa). E comunque noi siamo così alla frutta che non compriamo lo stesso.

Va bene, penso di aver fornito un'idea di minima della "cosa" nella quale fluttuo. E comunque non avevo certo l'intenzione di riassumere, descrivere, e tantomeno spiegare gli eventi socio-tecno-psico qualchecosa che abbiamo attorno. L'impressione (tanto per cambiare) è che stiamo navigando a vista, senza mappa e soprattutto marinati in un'informazione quasi totalmente fatta di menzogne. Capisci poi perché uno ha lo scazzo?

[L'immagine quasi rassicurante è di Gapingvoid.com]