sabato, agosto 07, 2021

Di ritorno da Champagne e Borgogna


Adesso che sono tornato dal mio tour tra Champagne e Borgogna, farò il punto sulla Francia e il suo vino. Rullo di tamburi.

No dai, scherzo: esiste mai un argomento vinoso più sconfinato? Quindi farò altro. Dal momento che questo blog parla di vino e dintorni, mi trovo nell'impasse: per chi scrivo? Per chi conosce già molto - o quasi tutto - sull'argomento? (Tra l'altro: ma che leggete a fare ormai). Oppure faccio una cosa basica, dal titolo molto search engine optimization "come si fa a visitare un produttore di vino in Francia"? Nel dubbio, farò una terza cosa, una summa delle due formule, vediamo cosa ne esce. Se vi interessano esclusivamente i vini e non le mie chiacchiere a margine saltate al punto 3 (tre).

1. In generale i francesi se la tirano e fanno bene
Fissare un appuntamento con un vigneron non è facile. Soprattutto se ci si ostina a voler incontrare solo cantine artigianali. Inoltre ho scelto un periodo non facilissimo per l'accoglienza, alla fine di luglio ci sono lavori in vigna da fare, che preparano la vendemmia: trovare un incastro nella fitta agenda del vigneron è stato difficile e a volte impossibile. Oppure ci sono quelli che sono in meritata vacanza. Pazienza, nel caso organizzatevi con largo anticipo (cosa che ho fatto) e preparatevi a qualche "no monsieur" (cosa che ho fatto). Il vigneron francese di ampio successo è difficile da avvicinare, e ha le sue buone ragioni: quando il tuo prodotto si vende, e il tuo mercato è il pianeta intero, puoi dedicare una porzione minima di tempo al povero pellegrino che bussa alla tua porta per una visita guidata e una serie di assaggi - tutte cose che impegnano per un'ora o due, che il nostro vigneron avrebbe potuto (e voluto) dedicare al potente buyer di [inserisci una nazione ricca a caso]. Quindi non ingrugnatevi se succede, e comunque pensate che le maison industriali invece sono aperte sempre, notte e giorno pranzo e cena, e vi aspettano a braccia aperte. Io manco a dirlo ho puntato solo a quelli della categoria uno, quelli che hanno di meglio da fare che accogliere me. Infine, un buon metodo per scegliere un vignaiolo da visitare è infilarsi in un bistrot che ispira fiducia, e farsi suggerire dall'esercente local. I commercianti sono la salvezza, sempre (a questo concetto dedicheremo un post a parte).

2. La regione della Champagne è bella ma quella di Borgogna è meglio
Se siete persone normali, cioè se non siete fissati col vino e in vacanza magari volete vedere anche qualcos'altro, ecco un paio di appunti. 

In Champagne da vedere c'è primaditutto Reims, con la peraltro meravigliosa cattedrale. Epernay invece mi lascia sempre un po' meh. I ristoranti quasi ovunque hanno orari assurdi, "aperto a mezzogiorno del martedì poi chiuso fino a giovedì con apertura solo serale" - io, per dire, una domenica a Epernay ho trovato aperto solo una specie di pub che serviva birra industriale, la quale era comunque meglio del loro vino a bicchiere. Fuori da Epernay merita una visita Hautvillers, paesino lindo e pinto dove nell'Abbazia riposa Dom Perignon. Andarci è una specie di rito obbligatorio, per recitare la preghiera: Dio fammi diventare non dico ricchissimo, ma abbiente quanto basta da bere Dom Perignon. Le trasferte in auto tra una maison e l'altra sono piacevoli, le vigne pettinate si alternano ai boschi fitti della montagna (in realtà un altipiano) di Reims. Le aree della Champagne sono articolate, tra le altre c'è la Cote des Blancs dove fanno essenzialmente bianco (chardonnay, avevate indovinato eh) e la Montagne de Reims più vocata al pinot nero. Questa è la regola. Però poi tra i primi c'è chi fa pinot nero e tra i secondi c'è chi pianta chardonnay, e a quel punto non ci capisci più molto e vorresti dirgli: mettetevi d'accordo.


La cattedrale di Reims


Interno della cattedrale di Reims


Un vigneto a caso, viaggiando, qui nei dintorni di Mesnil sur Oger


La tomba di Dom Perignon, l'abate che ha codificato la ricetta dello Champagne (quasi un santo)

La Borgogna, eh beh, dal punto di vista turistico vince a man bassa. La regione non è solo il paradiso del pinot noir, sommo rosso che mette assieme leggerezza stile e profondità facendo impazzire di gioia l'enofilo medioman e il guru che ormai ha bevuto il mondo. Tutto ciò avviene nella cornice (abbastanza splendida, sì) di paesaggi segnati dalla lunga linea verde di vigneti, che da nord a sud scende tra rive che nel nome hanno quasi tutto quel che serve a far sognare: Cote d'Or, Cote de Nuits, Clos Vougeot, Vosne Romanée, e infatti i prezzi sono stellari. All'improvviso Dom Perignon vi parrà a buon mercato. I clos, cioè i muretti che delimitano le vigne, formano una scacchiera irregolare e pittoresca, superata in bellezza solo dai vecchi borghi medioevali. Girando per borghi e stradine la bellezza è tale che per un attimo dimentichi il vino, ma dura solo un attimo. Fate (come me) base a Beaune, e da lì potrete girare agevolmente i vari climat, come si chiamano là i cru. Che a loro volta sarebbero le sottozone, vabbe'.


Il castello a Vougeot, meta di turisti


Vigneti attorno al castello di Clos Vougeot


Citofonare Vougeot

3. Ma parliamo di vino, insomma, che ho assaggiato?
In Champagne mi sono dedicato ai mei amati récoltant manipulant, ovvero quei produttori che vinificano unicamente con uve dai vigneti di proprietà. Visitare la cantina e passeggiare per le vigne, inoltre, è tutta un'altra cosa. A Cramant cioè zona da chardonnay (vedi punto 2) Voirin Jumel (piccolo e figo, circa 10 ettari) mi ha fatto sentire una bella selezione di cose deliziose, con qualche novità per me, per esempio il suo Grand Cru Blanc de Blancs dosaggio zero, che ha uno spirito più citrino del butirroso Grand Cru "normale". Poi hanno anche un interessante blanc de noirs (ecco, si diceva...) vispo ma senza l'opulenza dei pinot noir che ha invece un Roger Manceaux, altro recoltant visitato. Sotto la montagne Manceaux ha schierato una notevole produzione di bollicine dense di carattere, bevute vivide e di spessore. Insomma un po' per tutti i gusti, dovrei dire. Poi se mi chiedete chi preferisco, passate in enoteca che ne parliamo. Facendo un bel salto spaziotemporale, tra i borgognoni segnalo Chantal Lescure, che ci ha aperto (merci) le sue cantine per un'interessante degustazione direttamente-dalla-botte delle annate 2020 in affinamento. Lescure ha cantina nel centro di Nuits St. Georges, e vigneti sparsi un po' ovunque nella parcellizzatissima realtà produttiva borgognona. Tra i molti assaggi, avendo voglia di vincere facile, mi ricordo bene (molto, bene) il Vosne Romanée. I prezzi non chiedeteli, arriva settembre e ci sono le scadenze, non volete saperlo.


Vigneti sotto Vorin Jumel a Cramant


Vigneti di Voirin, una sola non bastava


Una parte della cantina di Vorin Jumel


E qualche assaggio


Bottiglie di Champagne in affinamento, da Roger Manceaux


Il magazzino di Manceaux, cose buone in affinamento


Alcune barrique nella cantina di Manceaux


Il signor Lescure (François Chaveriat) spiega con afflato


Una barrique di Pommard 


Non c'entra molto, ma una foto con dedica di Clint Eastwood a me pare rilevante


La cantina di Lescure

Come in ogni gita aziendale, anche questa volta ho scaricato un po' di assaggi direttamente dal bagagliaio dell'enotecaro-car al magazzino in bottega, un piccolo anticipo sui prossimi arrivi, quindi presto (buone notizie) riprendono gli assaggi a bottega. Preparate il green pass (si scherza, non serve da me) che io preparo i bicchieri.

sabato, luglio 03, 2021

La situ a Ponente, nel senso della Riviera

Il mese appena trascorso ha visto un bel po' di assaggi che riguardano la prossima Guida essenziale ai vini d'Italia di Daniele Cernilli, per la quale curo la Liguria. Con l'occasione una mini trasferta di due giorni a Dolceacqua è stata utile per ripassare la lezione: che aria tira a Ponente? Ecco un riassunto per sommi capi.

Terre Bianche
Succede che il Rossese di Dolceacqua 2020 by Filippo Rondelli coincide col 150° anniversario della fondazione aziendale. In questa annata l'azienda non ha prodotto le vigne singole, quelle che si chiamano Menzioni Geografiche Aggiuntive, e le uve sono tutte confluite nel Rossese classico - mai dire base, prendete nota, Rossese base è una parolaccia e da quelle parti vi cacceranno via dalla cantina col fucile caricato a sale. Il Dolceaqua 2020, dicevamo: saranno le uve delle MGA che sono comprese nel blend, sarà che a Terre Bianche dopo centocinquant'anni hanno affinato qualche tipo di abilità a fare vino, ma quel Rossese è una bomba a tempo: nel senso che già adesso è esplosivo, ma con due-tre anni di affinamento farà il botto. Quanto al loro Pigato 2020, sempre un bel lavorino, solito trionfo di erbe aromatiche e citrino il giusto. La verità è che Terre Bianche è una specie di sicurezza, quassù.
(Di Terre Bianche in enoteca vendo il Rossese di Dolceacqua, sui venti euro)


Un vigneto e la cantina da Terre Bianche

Maccario Dringenberg
È interessante notare che per un Terre Bianche che stavolta non produce MGA, c'è una Giovanna Maccario che ha letteralmente il culto della sottozona, arrivando a produrre un numero consistente di Menzioni Geografiche Aggiuntive, ognuna col suo bel perché: chi ha ragione? Boh, per me tutti e due. A me piace, in Maccario, questa attenzione al genius loci, vabbè scusate il latino - era per dire: attenzione al particolare. Ogni MGA ha il suo caratterino definito, la sua dettagliata bellezza. Comunque, i 2019 di Luvaira, Curli, Posaù Biamonti (che è una sotto-sottozona di Posaù, ecco ve l'avevo detto) sono semplicemente commoventi, sono quintessenziali per capire cosa sia Dolceacqua oggi: finezza, bellezza, eleganza, facilità di beva e complessità stratificata messi assieme. Il Rossese Classico 2020, molto promettente, era ancora nella botte d'acciaio (solo acciaio per i Dolceacqua di Maccario). A proposito: visitare la (piccola, ovviamente) cantina di Giovanna, nel borgo di San Biagio della Cima, vale il prezzo del biglietto di andata, ritorno, e pure soggiorno.


Gli assaggi da Maccario


Un angolo della cantina di Maccario


Giovanna in cantina


La botte che contiene 7 Cammini, la nuova MGA di Maccario

Ka' Manciné
A me i vini di Maurizio Anfosso fanno impazzire: sempre un po' ruvidi, riottosi, si concedono poco e si aprono piano, poi dagli quel po' di tempo e te ne innamori. Esiste qualcosa di più ligustico, nel senso di territoriale, ligure, di questo? A partire dal suo bianco, il Tabaka 2020, che nel bicchiere spande un effluvio che il bravo assaggiatore creativo descrive così: belin che sei salito a fare fin qua su? Ma tornatene in spiaggia. E invece, se lo fai respirare - esattamente come il suo rosato - si diventa amiconi. Il Dolceacqua Galeae 2020 poi è uno dei migliori mai assaggiati, bel lavoro davvero. Se pianificate una visita in cantina, questa è un'altra destinazione per la quale dovete controllare bene, prima di partire, freno frizione e gomme dell'auto. Che sì, la scalata è lunga e ripida, sopra Soldano.


Gli Assaggi da Kà Manciné


La vista da Soldano


Una parte della cantina di Kà Mancinè

Testalonga Perrino
Antonio Testalonga Perrino la tocca piano, dice sottovoce: io ormai ho sessanta vendemmie alle spalle. Questo signore, che per sessant'anni ha prodotto Rossese, ora affiancato da Erica, sua nipote, è un'icona vivente a Dolceacqua. Al netto del fatto che i suoi vini sono alquanto introvabili, prodotti in misura davvero omeopatica, vi segnalo che il 2020 assaggiato in botte, nella micro cantina aziendale, si annuncia grandioso. Vi suggerirei l'acquisto compulsivo - a trovarlo. Particolarmente rilevante il suo bianco a base vermentino, se fossi uno di quei giovinastri che bevono vini naturali vi direi che è orange ma siccome sono una persona di una certa vi dico solo che è una pietra miliare di carattere e rocciosità. Delle delizie del Rossese 2019 non vorrei parlarne troppo, ne ho comprato una dose ridicola per l'enoteca e sta già finendo, lasciate perdere, bevete altro, va bene?


Alcuni assaggi


Le botti col Dolceacqua 2020 in affinamento


Vecchie etichette


Il signor Perrino racconta


La targa sulla porta della cantina

Extra bonus: Daniele Ronco
A Ranzo c'è questo giovine promettente. E a Ranzo che vuoi produrre? Ma Pigato, ovviamente, e pure un po' di Granaccia. Due ettari di vigna solamente, i latifondi in Liguria sono così. Assaggio ben tre annate di Pigato, '20 '19 e '18, tutte encomiabili (la mia preferita è la 2019 adesso) e pure la Granaccia, da un vigneto alto, a 500 metri, è tesa ed elegante, niente affatto seduta sul fruttone. Dario produce in proprio da poco, la sua famiglia fa uve da anni e annorum ma ha sempre conferito ad altre cantine. Le premesse e le promesse, dicevo, sono buone con tendenza all'ottimo.
(Di Daniele in enoteca vendo le ultime due annate di Pigato, sui sedici euri, e la Granaccia che sta a venti)


Assaggi da Daniele Ronco, Pigato di 3 annate e Granaccia


Il Borgo sopra Ranzo che porta alla cantina di Daniele


Daniele nel vigneto

giovedì, aprile 01, 2021

Due assaggi con svariate considerazioni a margine


Si diceva che in assenza di fiere, le fiere vengono da te. Almeno in parte: non riuscendo più a girare per rassegne, i distributori più savi si industriano e girano per enoteche (tipo la mia) con la loro mercanzia, e l'enotecaro assaggia, valuta, medita, rimembra, considera, e se va bene compra. Anzi lanciamo un appello a tutti: c'è stato un tempo in cui dovevo dire no grazie, non inviarmi campioni, dimmi a quale fiera vai che io passo ed assaggio. Adesso vale il contrario, e per fortuna qualcuno si sta dando da fare in questo modo. Succede, anche, che si assaggino cose non esattamente centrate, ma vabbè, in quel caso non faremo nomi.

Parliamo piuttosto di due assaggi tra i molti proposti da Radici Natural Wines (grazie). C'è la parolina magica natural quindi che te lo dico a fare, parliamo di vini naturali. E siccome ogni volta che appare la parolina magica tocca fare il disclaimer, si tratta di vini naturali ben fatti. Durante gli assaggi mi ha quasi sorpreso trovare come un filo conduttore in mezzo alle aziende selezionate da questa distribuzione, tutti vini che assieme al carattere spiccato mostravano una pulizia esecutiva esemplare, come se l'assaggiatore che ha fatto la selezione seguisse la sua personale visione. In mezzo ai molti, dicevo, ecco i due che mi sono piaciuti di più, e infatti finiscono sullo scaffale.

Vino Rosso "G", Auriel. Nome totalmente minimalista per questo rosso piemontese imbottigliato senza alcuna denominazione né annata in etichetta. Trattasi di grignolino, da qui la "G" - con nota di stile: l'immagine è disegnata da Dario Fo. Sottobanco apprendo pure che è vendemmia 2019. Non mi dilungo sul why e il because molti produttori preferiscano tagliare ogni orpello burocratico e usino la denominazione (appunto, minimalista) ex lege di vino rosso, a me sta bene così, io credo che il temperamento artistico e creativo di chi produce vino gli consenta questo e altro. E siccome conta quel che c'è nel bicchiere, ecco: sorpresa. Frutta rossa e anche nera direi, fitta e profonda, succosa, matura, una cosa tra la fragola e l'amarena. In bocca ha tensione, freschezza, pienezza, vino di bella e confortante soddisfazione. Prezzo in enoteca, sui venti euri. Punteggio dai miei appunti: 87+
Qualche giorno dopo dello stesso produttore assaggerò anche una barbera, fresca di agrume rosso e beverina, coerente con lo stile del produttore, cioè a dire molto bene.
Sito del produttore, per saperne di più

Malvazjia 2019, Klabjan. Una malvasia slovena dall'area istriana, la dizione completa in etichetta è Kakovostno vino ZGP - Pridelano in ustekleničeno na posestvu. E se avete letto tutto capite perché neanche ci provo a pronunciarlo, amici sloveni scusate ma non parlo la vostra bella lingua, la faccio breve e vi dico che è malvasia istriana. L'assaggio è spettacolare: colore con un velo di carica opaca, ma giusto un velo, giallo pieno. Al naso parte baldanzoso, fragrante tra la frutta e le erbe aromatiche, ampio e fittissimo. La bocca ha una presa gustativa goduriosa, di nuovo la frutta e il sale, finezza e potenza assieme - ma che bravo è il signor Klabjan? Prezzo in enoteca, 22 euro. Punteggio dai miei appunti: 90
Qui altre info sul produttore, che è anche un personaggio


venerdì, marzo 05, 2021

Bartolo Mascarello, Eraclito e Achille Lauro nello stesso post (e nello stesso titolo)

Per una volta potrei iniziare dal punteggio. Questo Barolo 2011 di Bartolo Mascarello, oltre ad aver preso i tre bicchieri (un tempo famosi) sul Gambero Rosso, è passato alla storia per aver preso 20/20 nella Guida ai vini d'Italia dell'Espresso - pure quella guida, un tempo famosa. Il fatto suscitò una discreta sorpresa, quando un vino raggiunge i punteggi massimi possibili è sempre straniante: com'è successo? Cosa diavolo c'è in quel bicchiere, da arrivare a fondo scala nel palato degli assaggiatori? E considerate che chi faceva la guida de l'Espresso era gente ben seria, quindi appunto quel punteggio sorprese un po' tutti.

Siccome il miglior modo per valutare un vino è assaggiarlo (non ve l'aspettavate, eh?) io questo Barolo l'ho assaggiato, ultimamente, un paio di volte. Dati gli eventi, uno si consola come può. È trascorso del tempo da quel punteggio-boom, è passato tempo pure tra i due assaggi, tutto scorre e le cose cambiano. Anche il vino, e già che siamo in fase citazioni, citerò quel che mi disse una volta Daniele Cernilli, che a sua volta citava Eraclito, credo: "così come non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, non assaggiamo mai due volte lo stesso vino". Nel primo assaggio avevo la percezione della grandezza, ma durante il secondo assaggio, recente (e di cui scrivo adesso) quel vino s'è superato. Uno non vorrebbe esagerare con i paroloni e le iperboli, ma se c'è un vino che merita il punteggio massimo, ora per me c'è questo. E ancora una volta tocca parlare di punteggi quando probabilmente è vero quello che dicono certi assaggiatori ieratici: il punteggio è un grosso limite, non serve a descrivere un vino, lo incasella, lo riduce a un numero.

Tuttavia se le lunghe (e un po' noiose, scusate) elencazioni di descrittori olfattivi e gustativi alla fine stancano, allora meglio il punteggio, no? Che da solo fa tutto il lavoro.

Forse aiuta fare lo storyteller della domenica e dire che ci ho trovato in quel bicchiere, recentemente. Mettiamola così: quando hai aspettative alte pensi di trovare un sorso esagerato, flamboyant, una specie di Achille Lauro enologico. Invece c'è un flemmatico signore elegantissimo col gessato e la cravatta, un elegante senza tempo, fine come un gentleman quando sa essere fine. Non ci si bagna mai due volte nello stesso fiume, decisamente, le cose cambiano e tutto scorre, e questo vino sta continuando la sua fase ascendente, e si resta un bel po' a bocca aperta. Davvero io non ho mai dato un 100/100, ma ecco, a questo forse sì.

Il Barolo 2011 di Bartolo Mascarello si trova in vendita a prezzi un po' folli, purtroppo, intorno ai trecento euro. Da me a bottega ne sopravvive una cassa e qualcosa, non so, a questo punto potrei dire: si accettano offerte.

mercoledì, febbraio 24, 2021

Vinitaly 2021 c'è (e lotta con noi)


Dice Dissapore che l'edizione 2021 di Vinitaly si conferma, dal 20 al 23 giugno, ed è in presenza, non virtuale. Al momento pare la miglior notizia del giorno, soprattutto quel in presenza. In un attimo di euforia ho cliccato il link degli accrediti stampa e, direi, ci stanno lavorando su. Manteniamo l'ottimismo. 
























Aggiornamento: niente da fare, salta anche quest'anno (seguono imprecazioni, ma lasciamo stare).

venerdì, febbraio 19, 2021

Assaggi fatti in casa


Come dicevamo nel post precedente, qui non si fanno assaggi se non autoprodotti, a casa, che ormai c'è poco da girare. Quindi ecco un po' di appunti sparsi di cose aperte per verificare che c'è di nuovo - nella mia bottega funziona così, tutto quel che si vende si assaggia, prima. A volte pure dopo, per conferma. Insomma è il solito lavoraccio. Comunque ecco qui.

Langhe Nebbiolo 2018, Cascina Corte. Eccolo il nebbiolo dei giorni nostri: né troppo pesante né troppo ciccioso, anzi lieve, delicato, che se volessi citare un esempio fuori area tirerei a mezzo i pinot nero, i rossi borgognoni (nientemeno). Però è proprio così, questo elegantone, finto magro, brilla per il suo aplomb. Sarà che siamo in zona doglianese, là i nebbioli vengono meno roboanti (credo). Sarà anche la vinificazione bionatural (credo). Un anno e mezzo in legno grande e non sentirlo: niente tono boisée, ma semmai fiori e spezie - tutto all'insegna della delicatezza. Per me un punteggio di 87/100, prezzo in enoteca sui 22 euro. 


Brézème 2018, Eric Texier
. Il syrah giù dalle parti della Côtes du Rhône nell'interpretazione di Texier, bel tipo di ingegnere che un giorno molla tutto e si mette a fare vino, rigorosamente naturale. Perfetto già al colore fitto e profondo, i profumi sono quelli: pepe, frutti neri, è succoso e succulento, una delizia totale, un'altra conferma da questo produttore che non mi delude mai. Qui direi 90/100 in carrozza, prezzo in enoteca 29 euro.


Moscato d'Autunno 2017, Saracco
. No, non mi sono sbagliato, è proprio vendemmia 2017: il Moscato d'Autunno deriva il suo nome dal fatto che le uve vengono vendemmiate tardi, quasi surmature, e danno un moscato sui generis, che si adatta ai lunghi, e lunghissimi, affinamenti. Tant'é che qui in enoteca io al momento ho una vera e propria mini verticale disponibile in vendita, di quattro annate. Questo '17 ha al naso note di crema pasticcera, salvia, frutta (tropicale, direi), e in bocca ha una vivida nervatura acida (ancora, e quando gli passa?) che ne determina la spettacolare bevibilità attraverso la dolcezza e la maturità. Grande bevuta sulla pasticceria, ma boh, io dico grande bevuta e basta. 91/100, in enoteca sta a 15 euro.


Fiano di Avellino 2018, Rocca del Principe
. Si dice che i vini dell'area irpina siano vulcanici, sentono il territorio, sanno di vulcanico, insomma sono piccanti di venature sulfuree al naso e poi in bocca. Si dice, è una specie di tassa, cioè è un descrittore inevitabile. Fatta la premessa, ora devo dire che questo Fiano è esattamente così: piccante, teso, estroso, sapido, pieno. Bevuta di grande godimento. Peccato che non riesco ad essere originale ma, sì: è proprio vulcanico. 89/100, prezzo in enoteca 18 euro.

venerdì, febbraio 12, 2021

Non divaghiamo

Una volta, molto tempo fa, quando c'erano le fiere del vino (vi ricordate, prima della pandemia) c'erano quelli che si lagnavano delle fiere del vino. Perché, dicevano, erano troppo caotiche, che il vino mica si assaggia così signora mia, in quella ressa. Oggi, che di fiere non se ne fanno più, chissà se pure a loro le rassegne eno mancano. A me di certo mancano. Ma nemmeno per la socialitudine (pfui), le fiere sono un fatto di mestiere: a me servivano, eccome, per assaggiare cose nuove. Per fare acquisti. E adesso come si fa? Che nemmeno si riesce a girare per regioni, e il lavoro del cacciatore di vini è diventato un percorso ad ostacoli? Ci si ingegna.

Va be', c'è YouTube, le videoconferenze, gli assaggi virtuali, gli incontri online coi produttori. Lasciate che ve lo dica: queste robe per me sono... come faccio a trovare le parole? A volte un'immagine è più utile a restituire il senso di quel che vorrei dire. Per me gli assaggi virtuali sono, ecco: 


E con questo ci siamo capiti.

Più che altro si fanno assaggi random comprando campioni in giro. Come sarà sto produttore? Eh, ci tocca mandare mail, aspettare, verificare, a volte va bene a volte meno. Com'è, come non è, in enoteca abbiamo nuovi arrivi, cose buone e a volte buonissime, tipo lo spettacolare Verdicchio di Coroncino assaggiato ieri. 


Ma non divaghiamo. Che è successo ultimamente? Tutto e niente. Siamo sopravvissuti al 2020, e questo è l'unico blog che vi fa il bilancio dell'anno a febbraio, e nel contempo vi fa gli auguri per l'anno nuovo: un bel record, eh?

Il lavoro dell'enotecario al tempo della pandemia è difficile come qualunque altro lavoro, e se pensate che l'ultimo DPCM ci impone la chiusura alle 18 (lo sapevate? Sapevatelo) questi fatti sono in grado di far passare, a me, la voglia di commentare e di lagnarmi. A questo proposito vi mostro quanto diceva qualcuno ultimamente, che coincide col mio pensiero, di nuovo la cosa dell'immagine che vale più di mille parole (e i nomi sono nascosti per proteggere gli innocenti, come in Dragnet), comunque ecco che penso:


Sarà anche che i fiumi di parole che strabordano ovunque mi hanno definitivamente annoiato, ma i fatti salienti del 2020 per me sono il (quasi totale) abbandono delle reti sociali. Ho pure mollato la collaborazione con Intravino, dopo più di dieci anni (signora mia, again) quindi cari produttori non sono manco più influencer, sorry. 

Ma non divaghiamo (again) e torniamo ai fatti. Questo diario enotecario risente, pure lui, della mia vaghezza ma almeno una cosa fatemela segnalare: questa enoteca in data 17 gennaio 2021 ha compiuto la bellezza di trenta anni di iscrizione alla camera di commercio. Tanti? Ma no, tranquilli, a Genova un negozio diventa storico solo dopo due o trecento anni dalla fondazione, quindi devo resistere ancora un po'. Nel frattempo, auguri a me, e a tutti quanti.