La fiera piacentina che si tiene ogni anno a fine novembre si chiama "Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti" e contiene nel nome il mirabile termine mercantile. Si tratta cioè del genere di rassegna nella quale si possono fare acquisti, e non solo assaggiare. I visitatori riempono ogni anno i carrelli e quest'anno c'è stato un afflusso notevole, a giudicare dal fatto che questi carrelli erano quasi sempre in uso, e toccava aspettare un po' all'entrata affinché se ne liberasse uno: tenendo presente che il numero dei carrelli era enormemente aumentato rispetto alle scorse edizioni, e che altri ne avevano aggiunti il secondo giorno, questo dato (da solo) fornisce la misura del successo.
Per quanto mi riguarda, l'aspetto fisico legato al fatto di caricare sull'auto, alla fine della giornata, un po' di cose comprate durante gli assaggi, aggiunge fascino all'intera trasferta. Mi piace, cioè, l'idea di tornare a casa con le cose comprate in viaggio, e sistemarle sugli scaffali in enoteca nella modalità mercante che torna dalla fiera. Ormai anche i clienti lo sanno e chiedono "che hai portato?"
Per esempio: il Moscato secco altoatesino e il Santa Maddalena di Thurnhof. Tutti e due annata 2013, appartengono al genere di assaggi che ti fanno dire, alla fine "questo devo averlo". Il primo vino ha un aspetto che convince alla veloce: riesce ad esprimere il moscato, vitigno aromatico, senza le pericolose amarezze che a volte segnano la sua vinificazione secca. La pienezza, la sapidità del vino hanno il sopravvento, lo rendono assolutamente desiderabile, e il possente corredo di profumi tipici del moscato alla fine è solo la ciliegina sulla torta. Il secondo vino, dal vitigno schiava, ha quel corroborante naso da rosso bolzanino floreale e speziato, con una beva delicata ma altrettanto golosa. Nei miei appunti ho dato a tutti e due 87/100, che considerando quanto sono braccino nei punteggi non mi pare male. A bottega stanno sui 13 euro. Ed è solo uno dei miei best buy.
Link utili: la rassegna dei Vignaioli Indipendenti (segnatevela per l'anno prossimo, perlomeno) e la home di Thurnhof.
Questo è un blog enoico. Il vino è un alimento totalmente diverso da qualsiasi altro: evolve, ha carattere ed è imprevedibile (come l'umanità, insomma). Per questo è interessante. E non è industriale.
mercoledì, dicembre 03, 2014
mercoledì, novembre 05, 2014
Milinko (tanto per cambiare)
Son un po' indietro con gli aggiornamenti autoriferiti quindi rimedio. Non so se avete presente quella cosa per la quale le guide cartacee sono in crisi: a riprova del fatto, ho collaborato alla Guida essenziale ai vini d'Italia edita da Mondadori e curata da Daniele Cernilli: qui la storia completa della mia allegra avventura. Il titolo "milinko" l'ho già usato nel 2006 quindi posso riciclarlo.
giovedì, settembre 04, 2014
Pinot nero e Borgogna: cosa avrà mai quella, che io non ho
Normalmente vendo cose italiane. Non è sciovinismo né altro che abbia a che fare col nazionalismo o peggio. Semmai è piacere da chilometro zero (o quasi) per cui se ho un vino soddisfacente a poca distanza da qui, è facile che lo preferisca ad un omologo, chessò, neozelandese. Su alcune cose però posso fare eccezione, e una di queste è il pinot nero.
Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.
E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.
L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.
Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.
Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.
E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.
L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.
Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.
lunedì, settembre 01, 2014
Cose scritte altrove, vino di Coronata, e blogghitudine (tre post in uno)
A fine agosto ho fatto un giretto per vigne a chilometro zero, a proposito del vino di Coronata qui a Genova, come narro su Intravino:
"Le vigne di città sono un fatto abbastanza raro, soprattutto se si pensa alle grandi città del nord. Genova però ha una strana conformazione, è una striscia di case lungo il litorale, con due punte che si infilano nell’entroterra seguendo i principali corsi d’acqua, il Bisagno e, appunto, il Polcevera. Questa conformazione fa sì che anche oggi la città cerchi di strappare via spazio alla macchia dei primi rilievi appenninici, per cui non è difficile, salendo a monte, infilarsi in pochi secondi in panorami boscosi, verdi, quasi selvaggi, avendo lasciato le case dietro una curva. Partendo da Cornigliano (il quartiere dell’ex Italsider) si può salire verso la collina di Coronata. Questo nome qui a Genova da sempre significa una cosa: vino. Bianco, per la precisione. E di fatto, le vigne sono in città". (Il resto del post sta qui).
La storiella di cui sopra mi dà modo di parlare anche d'altro, adesso. Per esempio, serve a riprecisare quel che penso della condivisione in rete. Il post in questione parla di un mio fornitore, in definitiva, visto che quel vino adesso è in vendita anche nella mia enoteca. Tuttavia si tratta di un tipo di posizionamento sui generis, siccome sia nel post che a bottega io consiglio ai miei clienti di passare dal produttore per comprare il vino. E per convincerli meglio, in questi giorni il vino lo tengo aperto in degustazione gratuita. Come minimo, a comprare direttamente risparmieranno (io infatti vendo quel vino a euri 9,50, ma dal produttore costa 7,32). Ma soprattutto, potranno vedere un vigneto, parlare con chi produce, insomma otterranno info di prima mano e in definitiva miglioreranno la loro conoscenza. Tutto questo non è paradossale, e non è nemmeno folle o autolesionista. E', invece, un espediente puramente virale, cioè un modo di far circolare qualcosa che attiene in termini generali al mio lavoro: in definitiva serve a lavorare meglio. Potrei narrare numerose storie di clientes che restano un po' spiazzati da questo atteggiamento, ma alla fine si fidelizzano in modi che vanno oltre alle formule fuffose di un certo marketing. Ma non voglio nemmeno dilungarmi (comunque spero serva ai colleghi timorosi: l'economia del dono funziona).
Infine mi consente pure di togliermi un sassolino dalla scarpa nei confronti di quei quattro malpancisti (segnatamente sarebbero giornalisti o addetti alla comunicazione paracadutati nel mondo del uebbe senza nemmeno sapere perché) che continuano a miagolare nel buio di conflitti di interessi. Nel post ho fornito il link ad un paio di altre enoteche di città che sarebbero più convenienti della mia, già che c'ero. Quindi, adesso, alla fine di tutto questo indegno pippone, ho titolo ed elementi per dire ai malpancisti dove lietamente devono andare una volta per tutte:
(no vabbe', non lo dico. Ci siamo capiti).
"Le vigne di città sono un fatto abbastanza raro, soprattutto se si pensa alle grandi città del nord. Genova però ha una strana conformazione, è una striscia di case lungo il litorale, con due punte che si infilano nell’entroterra seguendo i principali corsi d’acqua, il Bisagno e, appunto, il Polcevera. Questa conformazione fa sì che anche oggi la città cerchi di strappare via spazio alla macchia dei primi rilievi appenninici, per cui non è difficile, salendo a monte, infilarsi in pochi secondi in panorami boscosi, verdi, quasi selvaggi, avendo lasciato le case dietro una curva. Partendo da Cornigliano (il quartiere dell’ex Italsider) si può salire verso la collina di Coronata. Questo nome qui a Genova da sempre significa una cosa: vino. Bianco, per la precisione. E di fatto, le vigne sono in città". (Il resto del post sta qui).
La storiella di cui sopra mi dà modo di parlare anche d'altro, adesso. Per esempio, serve a riprecisare quel che penso della condivisione in rete. Il post in questione parla di un mio fornitore, in definitiva, visto che quel vino adesso è in vendita anche nella mia enoteca. Tuttavia si tratta di un tipo di posizionamento sui generis, siccome sia nel post che a bottega io consiglio ai miei clienti di passare dal produttore per comprare il vino. E per convincerli meglio, in questi giorni il vino lo tengo aperto in degustazione gratuita. Come minimo, a comprare direttamente risparmieranno (io infatti vendo quel vino a euri 9,50, ma dal produttore costa 7,32). Ma soprattutto, potranno vedere un vigneto, parlare con chi produce, insomma otterranno info di prima mano e in definitiva miglioreranno la loro conoscenza. Tutto questo non è paradossale, e non è nemmeno folle o autolesionista. E', invece, un espediente puramente virale, cioè un modo di far circolare qualcosa che attiene in termini generali al mio lavoro: in definitiva serve a lavorare meglio. Potrei narrare numerose storie di clientes che restano un po' spiazzati da questo atteggiamento, ma alla fine si fidelizzano in modi che vanno oltre alle formule fuffose di un certo marketing. Ma non voglio nemmeno dilungarmi (comunque spero serva ai colleghi timorosi: l'economia del dono funziona).
Infine mi consente pure di togliermi un sassolino dalla scarpa nei confronti di quei quattro malpancisti (segnatamente sarebbero giornalisti o addetti alla comunicazione paracadutati nel mondo del uebbe senza nemmeno sapere perché) che continuano a miagolare nel buio di conflitti di interessi. Nel post ho fornito il link ad un paio di altre enoteche di città che sarebbero più convenienti della mia, già che c'ero. Quindi, adesso, alla fine di tutto questo indegno pippone, ho titolo ed elementi per dire ai malpancisti dove lietamente devono andare una volta per tutte:
(no vabbe', non lo dico. Ci siamo capiti).
venerdì, agosto 15, 2014
Vinai dove meno te l'aspetti
"Sherds of some late Roman amphorae, in which wine was transported around the 6th century, were discovered during excavations on the site".
Per quanto pensi di andare lontano, il lavoro ti raggiunge all'improvviso.
Per quanto pensi di andare lontano, il lavoro ti raggiunge all'improvviso.
mercoledì, luglio 30, 2014
Dice che l'Unità chiude. Probabilmente
"I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l'Unità, a seguito dell'assemblea dei soci tenutasi in data odierna comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni a far data dal 1 agosto 2014".
Il linguaggio dei contabili è scarsamente poetico: significa che non ci sono soldi e chiude un altro giornale. Ma uno di quelli grossi, storici, stavolta. Siccome l'Unità ha già avuto rovesci simili io non credo, per essere sincero, che tutto andrà veramente malissimo (e certamente me lo auguro per quelli che ci lavorano). Ma insomma, è un gran brutto giro di boa questo. Siccome io con l'Unità ci avrei pure a che fare, dal momento che ci scrivo (o scrivevo, boh) un altro wine blog, il dispiacere è doppio. Staremo a vedere.
Nel frattempo, togliamoci un sassolino. L'orgia di commenti di quelli che si rallegrano per la chiusura (in definitiva) di un'azienda, è il simbolo fulgido della crisi della sinistra. La sinistra, cioè, ha fallito nel dare ai lavoratori una coscienza di classe minimamente diffusa. Invece, pare, la regola del "tanto peggio tanto meglio" sembra l'unica che caratterizzi le torme di abbruttiti che ora si rallegrano per la sorte di altri che sarebbero lavoratori come loro. L'Unità non si chiama (o si chiamava, boh) con questo nome per caso. Ma appunto, ormai chi se lo ricorda più.
Il linguaggio dei contabili è scarsamente poetico: significa che non ci sono soldi e chiude un altro giornale. Ma uno di quelli grossi, storici, stavolta. Siccome l'Unità ha già avuto rovesci simili io non credo, per essere sincero, che tutto andrà veramente malissimo (e certamente me lo auguro per quelli che ci lavorano). Ma insomma, è un gran brutto giro di boa questo. Siccome io con l'Unità ci avrei pure a che fare, dal momento che ci scrivo (o scrivevo, boh) un altro wine blog, il dispiacere è doppio. Staremo a vedere.
Nel frattempo, togliamoci un sassolino. L'orgia di commenti di quelli che si rallegrano per la chiusura (in definitiva) di un'azienda, è il simbolo fulgido della crisi della sinistra. La sinistra, cioè, ha fallito nel dare ai lavoratori una coscienza di classe minimamente diffusa. Invece, pare, la regola del "tanto peggio tanto meglio" sembra l'unica che caratterizzi le torme di abbruttiti che ora si rallegrano per la sorte di altri che sarebbero lavoratori come loro. L'Unità non si chiama (o si chiamava, boh) con questo nome per caso. Ma appunto, ormai chi se lo ricorda più.
martedì, luglio 22, 2014
Della morte e resurrezione dei blog (segnatamente wineblog) e della prevalenza del permalink
Ci sono settori che assecondano i flussi tecnologici con qualche ritardo. Il mondo del vino pare uno di questi. Quando lo strumento del blogging era un fatto maturo, a metà degli anni duemila, è arrivato da noi. Non so come mai nel nostro giro ci sia questa specie di delta nello spaziotempo per cui tutto accade un po' dopo, probabilmente dipende dal fatto che chi fa vino è più o meno un contadino e ha poco tempo. Comunque sia, dopo la fase di innamoramento per la piattaforma comunicativa bloggish, sono arrivati anche i social network (quasi unicamente Facebook) e gran parte delle conversazioni sono migrate di là. Al punto che adesso le reti sociali servono anche a rilanciare il concetto che il blog, ossia il wine blogging, è morto, o moribondo.
Anche questa coscienza arriva tardi. Fuori dal nostro giro ci si rende conto che non solo le reti sociali non sostituiscono decentemente le conversazioni via blog, ma finiscono per essere un ambiente peggiore sul piano dell'utilità. E' quindi alquanto affrettato, e probabilmente nemmeno raccomandabile, dire che il (wine) blogging è morto. La blogosfera, fuori dal quartiere eno, ha passato la prova dei social in quanto concorrenti e ne è uscita migliorata, meno affollata di prima, e (credo) con un bel po' di rumore di fondo in meno. Spiace dirlo, ma io trovo che il chiasso risieda stabilmente su Facebook. Le reti sociali hanno in un certo senso migliorato i blog, aiutando gli autori a focalizzarsi sugli aspetti di rilevanza e utilità della piattaforma.
Per segnalare un punto di vantaggio del blog sulla rete sociale cito ad esempio un fatto recente. Seguivo una conversazione di grande interesse su Facebook, dove un argomento posto da un produttore di vino di importanza nazionale aveva provocato prese di posizione e interventi di rilievo: l'essenza delle conversazioni online, cioè. La lettura è continuata qualche giorno, poi anche gli alert della piattaforma non mi hanno più avvertito circa nuove interazioni. Ben presto la conversazione ha rivelato il destino comune ad ogni altra, su quel social network: era destinata ad essere perduta, perché la timeline su Facebook è appunto un (pescosissimo) fiume che scorre col tempo, noi lo seguiamo, peschiamo un bel po' di cose, ma inevitabilmente finiamo per lasciarci dietro il flusso trascorso.
La volatilità dei dati su Facebook è probabilmente il male peggiore. Le conversazioni che avvengono lì sono difficilmente rintracciabili, o perlomeno richiedono smanettamenti infiniti e non sempre efficaci. Twitter è afflitto dallo stesso problema, tranne per i tweet salvati nei possibili storify della comunità quando le conversazioni raggiungono un livello di rilevanza molto alto. (Non ho esperienza di ricerche di conversazioni su Linkedin e nemmeno ci tengo, confesso). Insomma, sui social va così quando, invece, io sono in grado di rintracciare e linkare in qualunque momento un post scritto dieci anni fa. Basta Google, per ottenere il risultato. A confronto, una conversazione di due anni fa su Twitter è a rischio vaporizzazione.
A costo di apparire ora come qualcuno che è convinto di comporre scritti fondamentali, io credo che chi si cimenta nella comunicazione autoprodotta farebbe bene a darsi un sistema, ed un ambiente, in grado di rendere fruibili quei contenuti nel tempo. L'ambiente a cui affidare quei contenuti non è Facebook, non sono le reti sociali, ma sono i cari vecchi blog, con la loro prevalenza del permalink. A meno che l'interesse di chi scrive su Facebook non sia quello, appunto, di attirare l'attenzione su un fatto che nel giro di poche ore si affianca a molti altri, e nel giro di pochi giorni svanisce.
Quanto a me, mi auguro che passi rapidamente l'attuale fase de "il wine blogging è morto", affinché ci si renda bene conto, come succede fuori di qui, che il bloggare ha un senso, quando compone e rilancia elementi rilevanti. Per il cazzeggio invece sembra più adatto Facebook - il che va benissimo, ma: mica si può cazzeggiare tutto il giorno. E lo dico in quanto heavy user di Facebook.
Anche questa coscienza arriva tardi. Fuori dal nostro giro ci si rende conto che non solo le reti sociali non sostituiscono decentemente le conversazioni via blog, ma finiscono per essere un ambiente peggiore sul piano dell'utilità. E' quindi alquanto affrettato, e probabilmente nemmeno raccomandabile, dire che il (wine) blogging è morto. La blogosfera, fuori dal quartiere eno, ha passato la prova dei social in quanto concorrenti e ne è uscita migliorata, meno affollata di prima, e (credo) con un bel po' di rumore di fondo in meno. Spiace dirlo, ma io trovo che il chiasso risieda stabilmente su Facebook. Le reti sociali hanno in un certo senso migliorato i blog, aiutando gli autori a focalizzarsi sugli aspetti di rilevanza e utilità della piattaforma.
Per segnalare un punto di vantaggio del blog sulla rete sociale cito ad esempio un fatto recente. Seguivo una conversazione di grande interesse su Facebook, dove un argomento posto da un produttore di vino di importanza nazionale aveva provocato prese di posizione e interventi di rilievo: l'essenza delle conversazioni online, cioè. La lettura è continuata qualche giorno, poi anche gli alert della piattaforma non mi hanno più avvertito circa nuove interazioni. Ben presto la conversazione ha rivelato il destino comune ad ogni altra, su quel social network: era destinata ad essere perduta, perché la timeline su Facebook è appunto un (pescosissimo) fiume che scorre col tempo, noi lo seguiamo, peschiamo un bel po' di cose, ma inevitabilmente finiamo per lasciarci dietro il flusso trascorso.
La volatilità dei dati su Facebook è probabilmente il male peggiore. Le conversazioni che avvengono lì sono difficilmente rintracciabili, o perlomeno richiedono smanettamenti infiniti e non sempre efficaci. Twitter è afflitto dallo stesso problema, tranne per i tweet salvati nei possibili storify della comunità quando le conversazioni raggiungono un livello di rilevanza molto alto. (Non ho esperienza di ricerche di conversazioni su Linkedin e nemmeno ci tengo, confesso). Insomma, sui social va così quando, invece, io sono in grado di rintracciare e linkare in qualunque momento un post scritto dieci anni fa. Basta Google, per ottenere il risultato. A confronto, una conversazione di due anni fa su Twitter è a rischio vaporizzazione.
A costo di apparire ora come qualcuno che è convinto di comporre scritti fondamentali, io credo che chi si cimenta nella comunicazione autoprodotta farebbe bene a darsi un sistema, ed un ambiente, in grado di rendere fruibili quei contenuti nel tempo. L'ambiente a cui affidare quei contenuti non è Facebook, non sono le reti sociali, ma sono i cari vecchi blog, con la loro prevalenza del permalink. A meno che l'interesse di chi scrive su Facebook non sia quello, appunto, di attirare l'attenzione su un fatto che nel giro di poche ore si affianca a molti altri, e nel giro di pochi giorni svanisce.
Quanto a me, mi auguro che passi rapidamente l'attuale fase de "il wine blogging è morto", affinché ci si renda bene conto, come succede fuori di qui, che il bloggare ha un senso, quando compone e rilancia elementi rilevanti. Per il cazzeggio invece sembra più adatto Facebook - il che va benissimo, ma: mica si può cazzeggiare tutto il giorno. E lo dico in quanto heavy user di Facebook.
lunedì, luglio 21, 2014
Vivace o frizzante, nel dubbio tutti e due
Tra i rossi estivi che vendo c'è il Gutturnio di Casa Benna, che è un eterno preferito, per me. L'azienda ha una curiosa tipologia duale di questo rosso-con-le-bollicine: il frizzante e il vivace. Che differenza c'è? Nessuna, dal punto di vista dell'effervescenza: la differenza sta solo nel metodo con il quale si ottengono queste benedette bollicine.Il vivace è una fermentazione naturale in bottiglia, quindi un Gutturnio vecchio stile con qualche ruvidezza e magari un filo di fondo, al naso appare rustico e molto naif, ma senza mai sbroccare in puzze o robe simili. Il frizzante è invece la versione moderna e pulitina dello stesso vino, che il produttore ha creato - mi raccontava - per venire incontro alle richieste di alcuni suoi clienti, che desideravano appunto il Gutturnio contemporaneo, senza eventuali depositi sul fondo ed altre arcaicità. In effetti appare più succulento e delicato.
Insomma, quale scegliere? Alla fine io amo tutte e due le versioni, e ho preferito non decidere. E' piuttosto una questione di mood del momento, come quando decidi se metterti la t shirt vissuta o la polo da personcina seria. A volte mi va in un modo, a volte nell'altro, ed è il massimo del decisionismo che mi sono dato.
sabato, maggio 17, 2014
Socialitudine
Questo video, ad una settimana dalla pubblicazione, segna poco meno di due milioni di visualizzazioni. Sono ottenute quasi certamente attraverso la condivisione nelle reti sociali, e YouTube è (anche) un social network, a sua volta. (Già la presentazione, "un video che TUTTI devono vedere", è uno strillo social perfino comico, e questo da solo basterebbe a liquidarlo come un social experiment). Il messaggio contenuto, però, serve ad elencare le devianze che sono conseguenza dell'uso e dell'abuso delle reti sociali. Quindi anche la popolarità di questo video è in definitiva una contraddizione. Se teniamo conto del fatto che dice cose in larga misura condivisibili - nel senso di "sono d'accordo", non "da postare su Facebook" - mescolate con un po' di buon senso e un pizzico di paternalismo, prevedo che non avrà difficoltà diventare viralissimo (avvitandosi ancora di più nella deliziosa contraddizione).
Al di là di questo elemento contraddittorio tutto sommato marginale, in definitiva dice che il problema non è la tecnologia, ma siamo noi. E l'uso che facciamo della tecnologia. Serve a fare riflettere su un dato: bisogna cercare sempre e comunque un punto di equilibrio in questo tipo di interazioni. Resta solo un dubbio: lo condivido su Facebook o no? La risposta potrebbe essere "sì, ma non in modo impersonale. Cercando di circostanziare, di trovare un punto di equilibrio". (Io ci ho provato).
mercoledì, maggio 07, 2014
Arcari+Danesi Dosaggio Zero: bullarsi conto terzi
Da queste parti scrivo volentieri delle cose che ho in vendita: di solito dico che sono tutte cose buone (pensa un po'). Ma quando va bene, trovo qualcun altro che fa il lavoro per me e volentieri ne approfitto. Per esempio InternetGourmet sul Dosaggio Zero di Arcari Danesi (un Franciacorta in arrivo a giorni): "Insieme cremoso e affilato, la quadratura del cerchio, splendido". Il miglior descrittore, peraltro, è quel "wow".
lunedì, maggio 05, 2014
Come scrivere eccellenti note di degustazione? Analisi alternativa con risvolti anarchici
Abbiamo parlato di parole del vino che sono possibili, e parole del vino che sono meno accettabili. Questione di gusti, certo, ma le parole sono lo strumento unico per raccontare, quando scriviamo. Hanno contribuito Emanuele nella prima parte, e Alice nella seconda parte. Quanto a me, visto che è il mio turno, vi segnalo questo post di Wine Folly, dal titolo fulminante: "How to Write Excellent Wine Tasting Notes". Il busillis in fondo è tutto qui: come si fa a scrivere di vino decentemente?... [Continua su Intravino].
venerdì, maggio 02, 2014
Cose vecchie. Due vini bianchi di dieci anni fa, per esempio
Negli ultimi tempi mi capita di assaggiare bianchi molto maturi. E capita perché a bottega ci sono, per la verità, un certo numero di reperti archeologici. Etichette finite nel dimenticatoio, o bottiglie messe apposta in un angolo nascosto per aspettare, “e vediamo che succede”. A queste si aggiungono cose conservate proprio senza costrutto, accasciate su uno scaffale e riesumate dopo ere geologiche. [Continua su L'Unità].
giovedì, maggio 01, 2014
Dieci anni di Diario. Quasi
Sarà la primavera, sarà che uno ogni tanto fa ordine, ma oggi spolverando il mio archeo blog ho fatto un po' di pulizie. E insomma, nel bel mezzo mi sono accorto che questo polveroso angolo del uebbe due punto etc si avvia a compiere, a settembre, dieci anni di vita.
E' il genere di ricorrenza che ti fa venire due tipi di idee: chiudere davvero tutto e andare in pensione, oppure cominciare coi ricordi del tipo "qua una volta era tutta campagna". Indeciso tra le due opzioni mi sono limitato per ora ad un aggiornamento del template (tradotto: ho rifatto l'impaginazione e il look). In mancanza di altre rivoluzioni epocali è stato un riassestamento che ha richiesto circa trenta secondi di click, e non c'è bisogno, con questo, di ricordarti i vantaggi del mondo digitale, che sono sempre quelli.
E' il genere di ricorrenza che ti fa venire due tipi di idee: chiudere davvero tutto e andare in pensione, oppure cominciare coi ricordi del tipo "qua una volta era tutta campagna". Indeciso tra le due opzioni mi sono limitato per ora ad un aggiornamento del template (tradotto: ho rifatto l'impaginazione e il look). In mancanza di altre rivoluzioni epocali è stato un riassestamento che ha richiesto circa trenta secondi di click, e non c'è bisogno, con questo, di ricordarti i vantaggi del mondo digitale, che sono sempre quelli.
Comunque, io resto un sentimentale. Qui è iniziato tutto, e tornarci è sempre un fatto struggente. (Potrei, in coda, raccontarvi dell'ultimo assaggio di cose in enoteca ma a 'sti punti vi rimando al prossimo post).
martedì, dicembre 03, 2013
Com'è fatto un vino a zero solfiti (lo assaggiamo, così vediamo, ecco)
Il vino a zero solfiti aggiunti, cioè il vino al quale non è stata aggiunta alcuna percentuale di SO2 (in sostanza, un conservante e antisettico), è un must tra le produzioni associabili alla galassia dei vini naturali. La solfitazione in effetti può arrecare disturbo ai soggetti che manifestano intolleranza specifica, e comunque chi fa vino naturale desidera in ogni modo evitare le addizioni chimiche che, anche di poco, allontanano il vino dall'idea che questi produttori hanno: un vino naturale, appunto.
Domenica ero a Piacenza, come annunciato, a risentire i vini di vecchi amici e cercare cose nuove da proporre agli amati clientes. Chi pensa al lavoro dell'enotecario come ad una specie di Indiana Jones del vigneto, a caccia di inarrivabili tesori enoici in lande perigliose, per una volta potrà cambiare idea: mentre aggiornavo al cellulare il mio status Facebook un produttore che mi ha tra gli amici, vedendomi in fiera, mi ha mandato un messaggio del tipo "potresti venire ad assaggiare il mio vino". Siccome era circa ad una cinquantina di metri da me, è così che ho scoperto i vini del signor Cascina Boccaccio. Facile, no?
Dei vini presentati da Roberto, tutti interessanti, almeno due erano davvero notevoli: un rosato a base dolcetto, molto profumato e succoso, e Celso Zero, un Dolcetto di Ovada, appunto a zero solfiti aggiunti. Comprato al volo quest'ultimo, ora sta a bottega aperto per gli assaggi: bellissima frutta, intenso, gioioso. Insomma, se uno vuole sapere com'è un vino a zero solfiti, può togliersi lo sfizio. Secondo me, per dire, non è il fatto di essere zerosolfiti a renderlo buono. Credo c'entri, soprattutto, la mano di chi lo fa.
Quanto alla qualità legata allo zerosolfitismo, già ne scrissi qui.
Dei vini presentati da Roberto, tutti interessanti, almeno due erano davvero notevoli: un rosato a base dolcetto, molto profumato e succoso, e Celso Zero, un Dolcetto di Ovada, appunto a zero solfiti aggiunti. Comprato al volo quest'ultimo, ora sta a bottega aperto per gli assaggi: bellissima frutta, intenso, gioioso. Insomma, se uno vuole sapere com'è un vino a zero solfiti, può togliersi lo sfizio. Secondo me, per dire, non è il fatto di essere zerosolfiti a renderlo buono. Credo c'entri, soprattutto, la mano di chi lo fa.
Quanto alla qualità legata allo zerosolfitismo, già ne scrissi qui.
mercoledì, novembre 20, 2013
Appunti per la prossima fiera che non devi mancare
Tra tante fiere del vino che bazzico con ardore una delle preferite ormai è quella della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti a Piacenza. Date, come da immagine qua vicino. Forse l'elemento più interessante, per tutti, è che questa è una formula riuscita, anche sul piano logistico, di mostra-mercato: è cioè una fiera nella quale potete comprare il vino direttamente dai produttori, a prezzi un bel po' più bassi della filiera delle enoteche (e se lo dico io, fidatevi).
A proposito di logistica azzeccata, oggi leggo sulla pagina Facebook della Fiera che i visitatori/compratori potranno "disporre di un corriere espresso direttamente all'interno della fiera. Infatti I-DIKA, partner di Fivi per il Mercato, avrà un corner dove potrete recarvi col vostro carrello, parlare con gli operatori e predisporre la spedizione delle bottiglie acquistate direttamente a casa vostra". Ottima idea, secondo me.
(Con l'occasione tengo a dire che questo è un post in conflitto di interessi triplo con salto carpiato all'indietro: la Fiera in questione è apparentemente mia concorrente, perché vende cose che vendo io. Ma io sono convinto di due fatti: la diffusione virale del vino di qualità è un fatto squisitamente pro domo mea, e soprattutto io sono più simpatico di quelli, a vendere, ergo vinco io).
A proposito di logistica azzeccata, oggi leggo sulla pagina Facebook della Fiera che i visitatori/compratori potranno "disporre di un corriere espresso direttamente all'interno della fiera. Infatti I-DIKA, partner di Fivi per il Mercato, avrà un corner dove potrete recarvi col vostro carrello, parlare con gli operatori e predisporre la spedizione delle bottiglie acquistate direttamente a casa vostra". Ottima idea, secondo me.
(Con l'occasione tengo a dire che questo è un post in conflitto di interessi triplo con salto carpiato all'indietro: la Fiera in questione è apparentemente mia concorrente, perché vende cose che vendo io. Ma io sono convinto di due fatti: la diffusione virale del vino di qualità è un fatto squisitamente pro domo mea, e soprattutto io sono più simpatico di quelli, a vendere, ergo vinco io).
sabato, novembre 16, 2013
Le parole per dirlo
Io indulgo nell'usare il termine bottegaio: mi piace perché è antico e descrive quello che sono. Oggi per la verità ha smesso di essere antico siccome lo usano i presidenti di grosse società per azioni perché non hanno la dignità di chiamarsi col loro nome (presidente di una SpA, appunto) e scippano il termine desueto per darsi un'aria rassicurante. Ma quelli non sono bottegai, sono fuffa. Il bottegaio è quello che alla fine della giornata spegne la luce, riordina, e chiude la saracinesca a chiave. La mattina dopo riapre alzando la stessa saracinesca e accende le luci e spazza il tratto di strada davanti alla porta: io sono quello, e chi usa la parola ma non apre una saracinesca da una vita non è come me.
Io sono un blogger: che non ha niente a che vedere col giornalismo. Chi mi chiama giornalista (purtroppo succede) non capisce niente di cosa sia essere blogger e di cosa sia un blog, quindi bisogna ogni volta reinventare la ruota e rispiegarglielo: il blog è un sistema di comunicazione che serve a prolungare in maniera digitale quanto già accade in modalità analogica, cioè raccontare se stessi e dilatare gli orizzonti comunicativi nei modi che sono propri di questo mezzo libertario, anarchico e rivoluzionario. Non ci sono ordini, non ci sono cricche, conventicole, associazioni, esami di stato e cooptazioni: se vuoi essere blogger lo sei, bastano trenta secondi per registrare un account su una piattaforma qualsiasi. Da quel momento in poi funziona solo un tipo di controllo, che è la credibilità che acquisisci ogni volta daccapo, post dopo post, e ti viene accordata da chi ti legge: se sbagli paghi, immediatamente, i commenti sono un sistema di controllo orizzontale spietato. Se menti non avrai seguito. Se fai un refuso qualcuno correggerà. Se diffondi notizie false verrai segnalato come bugiardo, e la tua credibilità in rete diverrà zero. Il blog è (ribadisco) orizzontale e paritario, il giornalismo è verticale, paternalista, trombonesco. Salvo eccezioni che tuttavia confermano la regola.
Io sono un wine blogger: scrivo di vino perché è il mio mestiere e credo di farlo con qualche decenza (sia il mestiere che la scrittura). Questo blog per esempio è nato quasi dieci anni fa come prolungamento digitale del mio lavoro, che è vendere vino, quindi parla quasi sempre dei vini che vendo. Ma siccome io sono anche un mediattivista scrivo di vino in senso lato, quindi anche di vini che non vendo, e del mondo che riguarda il vino. Non me l'ha ordinato nessuno ma mi va di farlo. Da questo skill è nata la mia collaborazione con altri editori che un bel giorno m'hanno chiamato e mi hanno detto: scrivi per me. Ad alcuni ho detto sì, ad altri no. Ho sempre fatto quello che mi andava, perché nessuno mi può dire quel che posso o non posso fare: è Internet, rassegnatevi.
Internet nonostante tutto è un ecosistema.
Così ho partecipato, in questi anni, a tante vicende editoriali in rete: Peperosso, Kelablu (cose che ormai nemmeno esistono). Poi Dissapore, poi Intravino, poi L'Unità, insomma, ho fatto quel che so fare: il wineblogger. Il meccanismo era sempre quello, orizzontale, trasparente e wikizzato. Intravino, poi, l'ho mollato per strada quando non mi andava più, e l'ho ripreso (preciso: mi hanno ripreso loro) quando mi andava di farlo. Ancora una volta, io faccio quel che mi pare: scrivo, racconto, intervengo, smanetto sul tema che mi è caro. Essendo un bottegaio. Se non vuoi leggere, c'è il back button. Puoi partecipare all'ecosistema, puoi imparare a godere dei suoi frutti, ma c'è una cosa che non ti riuscirà: impormi cosa posso o non posso fare.
(Per esempio, oggi mi andava di scrivere su Diario Enotecario, dopo qualche millennio, se non altro per aggiornarvi).
Io sono un blogger: che non ha niente a che vedere col giornalismo. Chi mi chiama giornalista (purtroppo succede) non capisce niente di cosa sia essere blogger e di cosa sia un blog, quindi bisogna ogni volta reinventare la ruota e rispiegarglielo: il blog è un sistema di comunicazione che serve a prolungare in maniera digitale quanto già accade in modalità analogica, cioè raccontare se stessi e dilatare gli orizzonti comunicativi nei modi che sono propri di questo mezzo libertario, anarchico e rivoluzionario. Non ci sono ordini, non ci sono cricche, conventicole, associazioni, esami di stato e cooptazioni: se vuoi essere blogger lo sei, bastano trenta secondi per registrare un account su una piattaforma qualsiasi. Da quel momento in poi funziona solo un tipo di controllo, che è la credibilità che acquisisci ogni volta daccapo, post dopo post, e ti viene accordata da chi ti legge: se sbagli paghi, immediatamente, i commenti sono un sistema di controllo orizzontale spietato. Se menti non avrai seguito. Se fai un refuso qualcuno correggerà. Se diffondi notizie false verrai segnalato come bugiardo, e la tua credibilità in rete diverrà zero. Il blog è (ribadisco) orizzontale e paritario, il giornalismo è verticale, paternalista, trombonesco. Salvo eccezioni che tuttavia confermano la regola.
Io sono un wine blogger: scrivo di vino perché è il mio mestiere e credo di farlo con qualche decenza (sia il mestiere che la scrittura). Questo blog per esempio è nato quasi dieci anni fa come prolungamento digitale del mio lavoro, che è vendere vino, quindi parla quasi sempre dei vini che vendo. Ma siccome io sono anche un mediattivista scrivo di vino in senso lato, quindi anche di vini che non vendo, e del mondo che riguarda il vino. Non me l'ha ordinato nessuno ma mi va di farlo. Da questo skill è nata la mia collaborazione con altri editori che un bel giorno m'hanno chiamato e mi hanno detto: scrivi per me. Ad alcuni ho detto sì, ad altri no. Ho sempre fatto quello che mi andava, perché nessuno mi può dire quel che posso o non posso fare: è Internet, rassegnatevi.
Internet nonostante tutto è un ecosistema.
Così ho partecipato, in questi anni, a tante vicende editoriali in rete: Peperosso, Kelablu (cose che ormai nemmeno esistono). Poi Dissapore, poi Intravino, poi L'Unità, insomma, ho fatto quel che so fare: il wineblogger. Il meccanismo era sempre quello, orizzontale, trasparente e wikizzato. Intravino, poi, l'ho mollato per strada quando non mi andava più, e l'ho ripreso (preciso: mi hanno ripreso loro) quando mi andava di farlo. Ancora una volta, io faccio quel che mi pare: scrivo, racconto, intervengo, smanetto sul tema che mi è caro. Essendo un bottegaio. Se non vuoi leggere, c'è il back button. Puoi partecipare all'ecosistema, puoi imparare a godere dei suoi frutti, ma c'è una cosa che non ti riuscirà: impormi cosa posso o non posso fare.
(Per esempio, oggi mi andava di scrivere su Diario Enotecario, dopo qualche millennio, se non altro per aggiornarvi).
mercoledì, maggio 29, 2013
Dettori in degustazione gratuita (non siamo qui per vendere, ma per regalare)
I vini di Alessandro Dettori meritano racconti lunghi ed immaginifici, per la carica suggestiva che hanno. Tuttavia questi discorsi hanno migliore accoglienza (diciamo) se questi vini sono nel bicchiere. Per questo nei prossimi tre giorni, giovedì 30, venerdì 31 maggio, e sabato 1 giugno, all-day-long, saranno in degustazione gratuita in enoteca il Renosu Rosso, e il mitico Dettori 2010. Riservato solo ai clienti simpaticissimi. Passate un po' quando volete, noi siamo qui.
mercoledì, aprile 10, 2013
Vinitaly e dintorni in un'immagine sola
Vabbe', in realtà le immagini sarebbero due. A destra Natalie Oliveros, da sempre mia ammirata attrice (in arte Savanna Samson) e produttrice di Brunello di Montalcino, alla sua postazione Vinitaly. A sinistra il monaco georgiano del Monastero di Alaverdi, al suo stand a Cerea. Di quei vini georgiani (e di altro) parlo più diffusamente qui. Quanto al resto, non ricordo se oggi ho ancora detto che l'enomondo presenta discese ardite (e risalite) da capogiro. Lo dico, allora. (E chiaramente tutto ciò mi piace).
mercoledì, aprile 03, 2013
Post di servizio. Scarica la mappa di Vinitaly 2013
La mappa degli sterminati stand del prossimo Vinitaly è disponibile, sul loro sito, in formato PDF. Stampandola, però, resta comunque di dimensioni un po' piccole; quindi ho pensato ad una soluzione adatta a noi anziani ipovedenti: ho zoomato il pdf, estratto una sezione jpg di dimensioni maggiori, e l'ho piazzata qui affinché possiate scaricarla. Contiene quasi tutto quello che serve. Quando la stamperete, fate in modo di stamparla in formato landscape, cioè in orizzontale, altrimenti sarete daccapo (avrete un'immagine piccola). Con il visualizzatore di foto in Windows 7, per dire, la funzione di stampa orizzontale è automatica (ma togliete la spunta alla voce "adatta l'immagine al frame").
martedì, marzo 26, 2013
Deve esserci certamente un senso
All'inizio della settimana che precede Pasqua, che un enotecaro immagina densamente lavorativa, qualcuno ha deciso di riasfaltare le strade attorno (e davanti) l'enoteca. Quindi l'accesso è impossibile, per i clienti e per i fornitori. Certo, siamo al tempo del chilometro zero ed i clientes accorreranno sicuramente a piedi (attenti alle macchine operatrici), ma una cosa così lascia ugualmente perplessi.
Di fatto, la situazione un po' lunare qui attorno è quella che vedete nelle foto. Del resto la mia è ormai l'ultima attività commerciale in questa parte della via (tutto il resto sono box auto). Deve esserci un qualche genere di messaggio recondito, un senso oscuro. In definitiva: chissenefrega dei commercianti.
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