mercoledì, agosto 12, 2015

Enotecaro in vacanza ma non troppo

Tra un tuffo ferragostano e l'altro, in questa annata che procede torrida, quindi perlomeno per ora pare non avremo le vendemmie sfortunelle dell'anno scorso, il quipresente enotecaro ha selezionato un notevole passito elbano. Ne scrivo qui, su Intravino. Prodotto in quantità omeopatiche, ma ormai a me piace così, coltiviamo l'assenza (appunto).

sabato, maggio 09, 2015

In Italia se dici “internet” ti guardano come se avessi pisciato in un angolo della stanza

Qualche giorno fa ero ad un evento. Il termine evento col suo suono grandioso serve ad identificare, nel giro, qualsiasi fiera vinosa, quindi lo uso anch'io con una certa sicumera. L'evento prevedeva svariati dibattiti e ad un certo punto ha preso la parola una persona, presentata in quanto wine blogger. Questo ha detto cose interessanti, peraltro note e condivisibili, circa la (ancora) scarsa confidenza col mezzo digitale di alcune aziende vinicole, eccetera eccetera. Quello che però per me è stato interessante era la reazione del pubblico, quando chi moderava ha annunciato la parola "wine blogger". Tra l'uditorio c'era un mormorio sorpreso, l'oggetto dell'ostensione di fatto pareva una strana bestia rara, e solo evocare in mezzo a quelli la dimensione internettiana delle conversazioni sul tema ha generato qualche tipo di brivido.

Oggi, leggendo questo post dal quale peraltro ho ricavato il titolo, ottengo per la millesima volta la prova provata che siamo bestie strane. Io ho da sempre una specie di pudore a qualificarmi wine blogger, ma commetto un errore. Anche perché:

"Può essere vero per l’Italia che è probabilmente il Paese più tradizionalista del mondo dopo la Persia di Serse, e dove “blogger” si traduce con figlio di un dio minore. Poco importa che il penultimo Pulitzer lo abbia vinto un blogger [...]. Siamo veramente fuori dal tempo riguardo queste cose, perché siamo sempre stati un Paese che predilige la forma alla sostanza: puoi avere le pezze al culo e lavorare per trenta euro per articoli orribili che fra cinque anni probabilmente scriverà un algoritmo (meglio, forse) ed essere un giornalista".

venerdì, aprile 10, 2015

Il sorpasso a destra del Secondo di Solicchiata ovvero certi numeri contano

Passato il periodo delle fiere, Vinitaly e vari satelliti, si torna a casa con una montagna di appunti relativi agli assaggi. Non ho mai contato quanti vini in un giorno, ma sono moltissimi, e gli appunti servono ogni volta per preparare anche la scaletta dei possibili acquisti. Al di là di ogni classifica, alla fine di questa sarabanda resta una specie di hit parade sentimentale, e nella posizione di testa normalmente ci sta un vino solo: non è quindi una classifica tecnica, ma appunto sentimentale, istintiva, che ogni volta mi fa dire: di tutti questi ne ricordo soprattutto uno. Il vino in questione questa volta per me è il Secondo 2009 del Castello di Solicchiata. Si tratta di un taglio bordolese (cabernet sauvignon, franc e merlot, cioè) di provenienza etnea.

E' impossibile parlare di questo vino senza scomodare un po' di storia, quella con la esse maiuscola. Prendendo una parte del racconto direttamente dalla home del produttore, ecco cosa intendo: "Il castello Solicchiata è da ricordare come il primo taglio bordolese d’Italia vinificato col metodo francese. Nel 1855 il Barone Felice Spitaleri di Muglia mise a dimora sull’Etna tra gli 800 e i 1.000 metri d’altezza, nel feudo Solicchiata, in ampie terrazze vulcaniche, i vitigni bordolesi Cabernet franc Merlot e Cabernet sauvignon gli stessi che ancora oggi producono questo importante vino. Il Castello Solicchiata ricevette il primo premio all’Esposizione di Londra nel 1888, il Grande Diploma d’Onore e Medaglia d’Oro a Palermo nel 1889, Vienna 1890, Berlino 1892, Bruxelles 1893, Milano 1894 e fu la prima fornitura ufficiale della Real Casa d’Italia. Il Barone Spitaleri ebbe il privilegio di potere innalzare lo stemma reale sul detto castello per il progresso enologico del Regno d’Italia".

Come si vede, si parte da molto lontano, e la narrazione è un bel po' fascinosa. Dei vini che ho assaggiato ho voluto acquistare immediatamente il Secondo, che deve il suo nome alla tradizione bordolese del secondo vino aziendale, quello insomma cadetto e con minori pretese. Tuttavia è quello che ho trovato irresistibile. Fedele alla sua missione rievoca Bordeaux anche dalla bottiglia e dall'etichetta (e io non sono normalmente sensibilissimo a questi aspetti formali, ma qui faccio un'eccezione). Il vino in sé al naso annuncia l'attraente ventaglio gommoso (nel senso del pneumatico, ma non spaventatevi, è una roba buona), tra la liquirizia e il frutto denso. In bocca si stende elegante, manco a dirlo verrebbe da evocare un tratto di nobiltà nemmeno decadente (possibile che le suggestioni storiche prendano il sopravvento, ma tant'è). Una bevuta di grande godimento, e infine un altro aspetto che per me determina la valutazione: il famoso rapporto prezzo qualità.

Su questo punto è possibile un altro dibattito: molti assaggiatori che conosco non valutano il vino tenendo conto del prezzo. Questo è un modo direi puro di giudicare il vino, e probabilmente anche più corretto, tuttavia a me non riesce quasi mai. Per questo, se consideriamo che il Secondo di Solicchiata costa in enoteca sui dodici euro, finisco per dare a vini così il mio primato sentimentale. In termini di punteggi gli assaggi delle ultime fiere mi hanno ovviamente fatto conoscere cose superiori, ma alla fine io ho in mente questo, quale mio vino del cuore. Anche a causa di quello che ora tutti chiamano, a ragione, rapporto prezzo/felicità.

mercoledì, aprile 08, 2015

Appuntamenti vinosi in Liguria tra maggio e giugno 2015 (superlavoro)

Post di servizio e di auto-servizio, visto che non ho voglia di aggiungere memotak alla mia scrivania. Nei prossimi mesi da queste parti ci sono almeno cinque appuntamenti abbastanza imperdibili quindi me li segno (e ve li segno). Io ci sarò, ergo ci si vede là as usual.

Domenica 3 maggio, e lunedì 4 maggio: Vinidamare a Camogli. Non ho trovato un sito di riferimento ma se ne parla qui.

Domenica 10 maggio: Vino naturalmente vino a Chiavari, micro rassegna ma sappiamo tutti che piccolo è bello. Peraltro ha pure il sito.

Domenica 17 maggio e lunedì 18 maggio: Mare&Mosto a Sestri Levante. Non ha una home ufficiale ma lo annuncia l'Associazione Italiana Sommelier Liguria quindi mi fido. Qui un altro link utile.

Domenica 17 maggio: Slow Fish a Genova (che per la verità comincia il 14 maggio). Il conflitto non è solo di date ma riguarda anche la mia presenza a questo laboratorio: "Sigaro Toscano tra vini biodinamici e farinata", alle ore 16 di domenica appunto. Bacco e tabacco, la battuta la evito, ma voi venite eh? La contaminazione di piaceri differenti si prospetta interessante, ci divertiremo.

Lunedì 15 giugno [update]: Un mare di Champagne, ad Alassio, Grand Hotel. Dalle 14 alle 20 "100 etichette circa di Champagne alla presenza di 52 maison".

Domenica 21 giugno e lunedì 22 giugno: Terroirvino a Genova. Essendo "l'incontro tra vino, persone e web" il sito ce l'ha e pure col turbo (magari gli altri prendessero esempio).

martedì, marzo 17, 2015

Primi assaggi di 2014. Belle sorprese a mia insaputa

Un aspetto divertente di questo lavoro è la memoria delle stagioni. Dato il mestiere che faccio, è inevitabile che uno si ricordi se una certa estate è stata calda o no: in definitiva condiziona la vendemmia. Poi ci si mettono anche altri fattori. Io per esempio negli ultimi anni ho sempre avuto scooter col parabrezza alto: tanto che ad ogni estate (soffrendo il caldo) mi dicevo "adesso lo smonto, almeno per qualche mese". Poi la pigrizia aveva sempre il sopravvento e mi buscavo la calura. Così a giugno del 2014, cambiando scooter, ho scelto uno senza parabrezza, ché tanto arrivava l'estate e volevo nuovamente sentire il vento tra i capelli (licenza poetica).

E invece, l'estate del 2014 l'ho passata a bagnarmi, indossando cerate o felpe perché il caldo non s'è visto. Quindi per un po' mi ricorderò di questa estate sfortunata, perlomeno ogni volta che inforcherò il cavallo d'acciaio. La vendemmia 2014 di conseguenza è stata memorabile per il maltempo, ed è passata alla storia come annata non buona - anzi, m'è toccato leggere pure che nel 2014 non bisognava produrre vino. Fortuna che le cose, alle solite, sono sempre un po' più complesse di così.

Sarà anche che un modo per avere sorprese piacevoli ad un assaggio è coltivare aspettative bassissime. Apri un 2014 come il Vermentino di Turco e pensi "evabbè, sacrifichiamoci". E invece ti accorgi di trovarlo buonissimo, equilibrato, delicato, profumato. Insomma, assaggiato e comprato al volo (in enoteca sta sui 12 euro). Lo stesso giorno assaggio anche un campione di botte di cortese 2014, ed è pure meglio. Quindi, abbandonando qualsiasi aspettativa, è semmai il caso di raccomandare una cosa già nota: niente pregiudizi.

sabato, febbraio 21, 2015

Il Rosso di Montalcino Tiezzi 2013 vince il premio "vino esemplare del nuovo millennio" (a casa mia)

Dato che il millennio è cominciato da una quindicina d'anni potremmo pure provare a definire cosa sono i vini di successo d'ora in poi. In attesa che cambino nuovamente gli standard, visto che sono già cambiati diverse volte ed è quindi possibile che succeda di nuovo in futuro.

Dunque questo vino, dicevo: è esemplare dello stile contemporaneo. Siccome i vini muscolosi e roboanti sono il passato, il Poggio Cerrino di Tiezzi è perfetto per dire cosa sia lo stile: parte piano, al naso, non spara i fuochi artificiali, ma ben presto nel bicchiere si comincia a distinguere qualcosa di irresistibile: una vena di cioccolato nobile, sublime ed elegante, quasi un richiamo di liquore al cioccolato.

Questo termine però è scivoloso: le note cioccolato/caffè in realtà sarebbero patrimonio di millemila altri rossi più o meno esagitati, già visti e quindi probabilmente meno significativi. Bisogna appunto vedere come è stato declinato (interpretato?) il descrittore, in modo unico ed elegantissimo, per affermare con qualche certezza che il Rosso di Montalcino 2013 di Tiezzi ha fatto centro: piacevolezza molto vivida senza urlare, corpo snello non scarnificato, insomma un vino elettrico, scattante, forse non il genere del vino masticabile ma appunto quello era il passato, ed il presente sembra nettamente meglio.

Un assaggio esemplare, e con qualche orgoglio lo allineo sui miei scaffali. Considerando che in giro sta intorno ai 13 euro, notevole prezzo prestazioni.

domenica, gennaio 25, 2015

Soprattutto mancherebbe quell'altra cosa

Due tweet a caso. Il Foglio ha notoriamente un coraggio da leoni. Oltre a quello, piacerebbe molto avere tutto il resto.

lunedì, gennaio 19, 2015

A Genova non ci si annoia. A Febbraio due rassegne nel giro di una settimana

Se avete voglia di farvi un giro nel meraviglioso mondo delle fiere vinose, a Genova nei primi giorni di febbraio si susseguono due iniziative meritevoli.

La prima (Domenica 1 e Lunedì 2 Febbraio) è VinNatur Genova 2015: una specie di anticipazione/sconfinamento della famosa kermesse vin-naturista che si tiene ogni anno a Villa Favorita nel periodo del Vinitaly. Qui trovate info, dettagli logistici, e aziende partecipanti.

La seconda (Lunedì 9 Febbraio) è il banco d'assaggio di un distributore locale, Storie di Vite, che presenta la sua selezione di "vini di territorio", come da claim. Presso il Salone delle Feste, Piazza Campetto 8/a (secondo piano) con orario 14,30 – 17,30 (per operatori professionali, giornalisti, enoteche, ristoranti, wine bar) e dalle 17,30 alle 21,30 aperto al pubblico (ingresso 5 euro). Molti dei produttori selezionati e presenti in assaggio sono tra quelli che vendo, per cui non serve dirvi che si tratta di robe meravigliose. Comunque, l'elenco dei 24 produttori presenti è questo:

LIGURIA: Roberto Rondelli; PIEMONTE: Ugo Lequio, Barbaglia; VENETO: Az. Agr. Walter Miotto, Davide Vignato; FRIULI: Marco Sara; EMILIA ROMAGNA: Podere Cipolla, Costa Archi; TOSCANA: Val delle Corti, Istine; LAZIO: Andrea Occhipinti; CAMPANIA: I Favati, Contrada Salandra; PUGLIA: Podere 29; CALABRIA: Cataldo Calabretta; SICILIA: Nino Barraco; GERMANIA: Furst Lowenstein; FRANCIA: Laherte Frères (Champagne); Roger Belland, Chantal Lescure (Borgogna); Pierre Martin, Mathieu Cosme, Philippe Tessier, Domaine FL (Loira).

 Io sarò presente alla prima e alla seconda, quindi come d'uso ci si vede lì.

venerdì, gennaio 16, 2015

Questo Cirò è salato

Questo Cirò è salato ma non per il prezzo, visto che costa sugli undici euro. Però appena aperto aveva una vena quasi salmastra, assieme ad una frutta dolce e intensa (amarena, direi). Dopo un po' nel bicchiere esce fuori una meravigliosa speziatura (pepe), che assieme ai tannini molto energici lo rendono una bevuta irresistibile.

Assaggiato la prima volta un po' di tempo fa, e ora felicemente allocato sui miei scaffali. La felicità maggiore però era averlo ierisera nel bicchiere: Cirò Rosso Classico Superiore 2013, Cataldo Calabretta.

martedì, dicembre 30, 2014

Questo potrebbe essere un altro di quei post di fine anno

Questo potrebbe essere un altro di quei post di fine anno, ed in effetti parte proprio così. Non ho grosse pretese di riassunti, è stato un anno un po' particolare e l'oversharing che ormai ci ottunde andrebbe temperato. Non parlerò della cosiddetta crisi solo per un motivo: ha rotto le palle. Soprattutto, non serve gran che parlarne: pure io faccio parte di una kasta, i commercianti, i quali si lamentano da sempre. E come dico ogni volta, il giorno che farò l'ennesimo lamento che annuncia la fine imminente del mondo nessuno ci crederà, e sarà due volte seccante, se ci pensate bene. Quindi saltiamo quella parte. Peraltro è in atto la fase suprema della lotta tra poveri dove al commerciante che si lamenta gli dicono "ti sta bene", che è speculare al commerciante che dà del fannullone all'impiegato e tutti e due dicono che è colpa dei prepensionati/extracomunitari/vattelapesca. E pure questa è una deriva ben triste delle molte conversazioni alle quali assistiamo. Abbiamo pochissima memoria, e del resto "divide et impera" è latino quindi pochi hanno chiaro il concetto.

Di quest'anno ricorderemo che è stato circa simile agli ultimi e probabilmente il prossimo sarà uguale. Quanto al mio quartierino (quello che io chiamo enomondo) forse il cambiamento maggiore sta nella massa notevole di partecipanti alle conversazioni online. E come si sa, non è tutto oro quel che luccica e non sono sempre i migliori a spiccare. Tra alcuni produttori che seguo c'è una carica di trombonismo esattamente uguale a quello dei peggiori giornalisti che ho smesso di seguire. Per cui mi succede di pensare: ma allora sono meglio i giornalisti. Perlomeno hanno il titolo (storico) per suonare lo strumento (il trombone, cioè). Alle solite moltissimi si prendono troppo sul serio ma alla fine si lamentano che nel giro c'è troppa serietà, insomma troppo stracciaballismo, e in definitiva tutto questo nuoce alla comunicazione. A questi auguro di fare pace con se stessi, e soprattutto di smettere di usare il termine COMUNICAZIONE come fosse un mantra, o una clava.

E a proposito di narrazione digitale, quest'anno ho visto un bel po' di eno-food blog andare definitivamente a puttane. "Miglior blog andato a puttane" non è un insulto, era (e credo sia ancora) un premio attribuito alla blogfest e nel giro ormai ci sarebbe il dubbio su chi sia il vincitore. Appunto non serve a dir male, ma a prendere atto che anche i blog sono un fatto naturale, hanno un inizio e una fine, che può essere più o meno dignitosa ma questo sì che è un punto doloroso quindi glissiamo. Ci sarebbe anche la cosa delle reti sociali che hanno o avrebbero sostituito i blog, ma già dissi che ne penso.

Tra le cose rimaste irrisolte quest'anno c'è la morte più o meno presunta dell'Unità, un foglio (anzi, web page) al quale ho prestato la mia ineffabile opera. Mi sorprende molto vedere come gli eventi siano precipitati in una maniera irrefrenabile, e considerando che tutto sommato io ho seguito il crollo dall'esterno, appare due volte inspiegabile. Io poi sono ancora convinto che esista una sinistra e che meriti un punto di aggregazione. Quindi non si spiega come un'azienda con un sito vivo e vitale si sia concessa il lusso di mandare tutto a puttane (rieccoci con l'elegante perifrasi). Devo solo trovare la forza di richiedere indietro il database dei miei post per salvarli per le future generazioni, si sa mai che io diventi uno famoso. Ciò detto, le cose scritte lì hanno sempre rappresentato (perlomeno per me) un lavoro di qualche impegno. Ergo, nuovamente, note to self: devo salvare quella roba dal gorgo del nulla. Oppure magari tutto ritorna a vivere e oplà, non è successo niente. Del resto, mi piace vivere alla giornata e oggettivamente domani non sai mai che ti si para davanti.

Permango invece abbastanza contento del lavoro su Intravino, però oggi farò una cosa insolita ed eviterò di fare il fiero parlando di quella roba là, quindi rallegratevi.

Di quest'anno ricorderò le persone che ci hanno piantato e non ci sono più. Capisco che sia triste ma abbiate pazienza. Tra questi c'è Stefano Bonilli. Il fatto è che io non ho mai conosciuto Stefano Bonilli: cioè, lo conoscevo in quanto suo lettore, ma non l'ho mai visto de visu. Ricordo però la volta che lo vidi più da vicino, e accadde molti anni fa: io ero in coda all'ingresso di Vinitaly e all'ingresso di destra c'era la coda riservata ai giornalisti, che entravano un po' prima. Bonilli era ancora il direttore del Gambero, e stava là magnifico e sorridente circondato da colleghi. Di Bonilli soprattutto ricordo questo scritto che ho riportato varie volte e che rileggo nei momenti di scazzo perché mi aiuta a correggere i miei errori. Quindi questo vale come ringraziamento, anche. Ecco di che si tratta:

"Ma il vino è proprio un mondo ormai marcio fin nel profondo, con rancori decennali, disistime ad personam, sette vinicole che sconfessano altre sette vinicole, gente che fa affari e, infine, un pubblico in molti casi che si è montato la testa e pensa di essere fichissimo e con grande palato. Una miscela che rende una degustazione uno dei luoghi più noiosi della terra, con le solite facce, il solito linguaggio, la solita gestualità e i soliti organizzatori. Una compagnia di giro che affosserà questo mondo ovvero lo renderà ancora più chiuso".

E' passato tempo da questo scritto, che è un rimprovero duro ma contestualizzato all'interno di uno scambio vivace. Non ci siamo ancora affossati ma alcuni ambiti permangono parecchio chiusetti, eh? Resta il fatto che da qui io riparto, ogni volta.

Va be', saremmo alla fine adesso, la parte in cui si fanno i saluti e gli auguri. Per la verità più che di auguri abbiamo bisogno di speranza fondata e ottimismo (e beccatevi 'sta botta renziana). Quindi io vi auguro quelle due robe lì.

mercoledì, dicembre 10, 2014

A me per esempio piace il varietale

Questo post è la possibile continuazione del post precedente, siccome ha a che fare con un acquisto fatto durante la mostra mercato FIVI, avvenuto con lo stesso meccanismo (mi piace molto, lo compro).

A me per esempio piace il varietale: mi piace, cioè, l'elemento aromatico spiccato, a volte esagerato. E' una forma di passione infantile dell'enofilo, che col tempo si perde (ma si vede che io non riesco a perderla): le esagerazioni olfattive di certi sauvignon, traminer, moscato, sono una specie di eterna calamita per me. Teoricamente le botte verdi, selvagge, da foglia di pomodoro nel sauvignon per qualcuno rappresentano una disarmonia. A me invece sembrano un elemento ludico proprio perché sopra le righe. Balter è un produttore (tra l'altro) di vari metodo classico trentino molto ben fatti: assaggiati, trovati buoni, però è stato questo sauvignon che mi ha fatto accendere la scintilla. Lo amo di un amore appassionato e un po' fanciullesco. Riassaggiato ieri sera a casa mi ha confortato il fatto che lo spettro aromatico, come dicevo, assai tenace, è integrato nel corpo alcolico (che in definitiva ammorbidisce il vino). Quindi insomma, ci siamo proprio. In enoteca sta sui 14 euro.

(Normalmente io classifico i riassaggi fatti a casa come prelievo di scaffale. E' una forma di controllo più o meno periodico di quel che ho in vendita. Questo sauvignon ha il raro, duplice pregio di farmi desiderare un secondo prelievo di scaffale il giorno dopo. Per dire, eh).

mercoledì, dicembre 03, 2014

Fiera FIVI a Piacenza. Veni vidi e perfino acquistai

La fiera piacentina che si tiene ogni anno a fine novembre si chiama "Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti" e contiene nel nome il mirabile termine mercantile. Si tratta cioè del genere di rassegna nella quale si possono fare acquisti, e non solo assaggiare. I visitatori riempono ogni anno i carrelli e quest'anno c'è stato un afflusso notevole, a giudicare dal fatto che questi carrelli erano quasi sempre in uso, e toccava aspettare un po' all'entrata affinché se ne liberasse uno: tenendo presente che il numero dei carrelli era enormemente aumentato rispetto alle scorse edizioni, e che altri ne avevano aggiunti il secondo giorno, questo dato (da solo) fornisce la misura del successo.

Per quanto mi riguarda, l'aspetto fisico legato al fatto di caricare sull'auto, alla fine della giornata, un po' di cose comprate durante gli assaggi, aggiunge fascino all'intera trasferta. Mi piace, cioè, l'idea di tornare a casa con le cose comprate in viaggio, e sistemarle sugli scaffali in enoteca nella modalità mercante che torna dalla fiera. Ormai anche i clienti lo sanno e chiedono "che hai portato?"

Per esempio: il Moscato secco altoatesino e il Santa Maddalena di Thurnhof. Tutti e due annata 2013, appartengono al genere di assaggi che ti fanno dire, alla fine "questo devo averlo". Il primo vino ha un aspetto che convince alla veloce: riesce ad esprimere il moscato, vitigno aromatico, senza le pericolose amarezze che a volte segnano la sua vinificazione secca. La pienezza, la sapidità del vino hanno il sopravvento, lo rendono assolutamente desiderabile, e il possente corredo di profumi tipici del moscato alla fine è solo la ciliegina sulla torta. Il secondo vino, dal vitigno schiava, ha quel corroborante naso da rosso bolzanino floreale e speziato, con una beva delicata ma altrettanto golosa. Nei miei appunti ho dato a tutti e due 87/100, che considerando quanto sono braccino nei punteggi non mi pare male. A bottega stanno sui 13 euro. Ed è solo uno dei miei best buy.

Link utili: la rassegna dei Vignaioli Indipendenti (segnatevela per l'anno prossimo, perlomeno) e la home di Thurnhof.

mercoledì, novembre 05, 2014

Milinko (tanto per cambiare)

Son un po' indietro con gli aggiornamenti autoriferiti quindi rimedio. Non so se avete presente quella cosa per la quale le guide cartacee sono in crisi: a riprova del fatto, ho collaborato alla Guida essenziale ai vini d'Italia edita da Mondadori e curata da Daniele Cernilli: qui la storia completa della mia allegra avventura. Il titolo "milinko" l'ho già usato nel 2006 quindi posso riciclarlo.

giovedì, settembre 04, 2014

Pinot nero e Borgogna: cosa avrà mai quella, che io non ho

Normalmente vendo cose italiane. Non è sciovinismo né altro che abbia a che fare col nazionalismo o peggio. Semmai è piacere da chilometro zero (o quasi) per cui se ho un vino soddisfacente a poca distanza da qui, è facile che lo preferisca ad un omologo, chessò, neozelandese. Su alcune cose però posso fare eccezione, e una di queste è il pinot nero.

Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.

E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.

L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.

Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.

lunedì, settembre 01, 2014

Cose scritte altrove, vino di Coronata, e blogghitudine (tre post in uno)

A fine agosto ho fatto un giretto per vigne a chilometro zero, a proposito del vino di Coronata qui a Genova, come narro su Intravino:

"Le vigne di città sono un fatto abbastanza raro, soprattutto se si pensa alle grandi città del nord. Genova però ha una strana conformazione, è una striscia di case lungo il litorale, con due punte che si infilano nell’entroterra seguendo i principali corsi d’acqua, il Bisagno e, appunto, il Polcevera. Questa conformazione fa sì che anche oggi la città cerchi di strappare via spazio alla macchia dei primi rilievi appenninici, per cui non è difficile, salendo a monte, infilarsi in pochi secondi in panorami boscosi, verdi, quasi selvaggi, avendo lasciato le case dietro una curva. Partendo da Cornigliano (il quartiere dell’ex Italsider) si può salire verso la collina di Coronata. Questo nome qui a Genova da sempre significa una cosa: vino. Bianco, per la precisione. E di fatto, le vigne sono in città". (Il resto del post sta qui).

La storiella di cui sopra mi dà modo di parlare anche d'altro, adesso. Per esempio, serve a riprecisare quel che penso della condivisione in rete. Il post in questione parla di un mio fornitore, in definitiva, visto che quel vino adesso è in vendita anche nella mia enoteca. Tuttavia si tratta di un tipo di posizionamento sui generis, siccome sia nel post che a bottega io consiglio ai miei clienti di passare dal produttore per comprare il vino. E per convincerli meglio, in questi giorni il vino lo tengo aperto in degustazione gratuita. Come minimo, a comprare direttamente risparmieranno (io infatti vendo quel vino a euri 9,50, ma dal produttore costa 7,32). Ma soprattutto, potranno vedere un vigneto, parlare con chi produce, insomma otterranno info di prima mano e in definitiva miglioreranno la loro conoscenza. Tutto questo non è paradossale, e non è nemmeno folle o autolesionista. E', invece, un espediente puramente virale, cioè un modo di far circolare qualcosa che attiene in termini generali al mio lavoro: in definitiva serve a lavorare meglio. Potrei narrare numerose storie di clientes che restano un po' spiazzati da questo atteggiamento, ma alla fine si fidelizzano in modi che vanno oltre alle formule fuffose di un certo marketing. Ma non voglio nemmeno dilungarmi (comunque spero serva ai colleghi timorosi: l'economia del dono funziona).

Infine mi consente pure di togliermi un sassolino dalla scarpa nei confronti di quei quattro malpancisti (segnatamente sarebbero giornalisti o addetti alla comunicazione paracadutati nel mondo del uebbe senza nemmeno sapere perché) che continuano a miagolare nel buio di conflitti di interessi. Nel post ho fornito il link ad un paio di altre enoteche di città che sarebbero più convenienti della mia, già che c'ero. Quindi, adesso, alla fine di tutto questo indegno pippone, ho titolo ed elementi per dire ai malpancisti dove lietamente devono andare una volta per tutte:

(no vabbe', non lo dico. Ci siamo capiti).

venerdì, agosto 15, 2014

Vinai dove meno te l'aspetti

"Sherds of some late Roman amphorae, in which wine was transported around the 6th century, were discovered during excavations on the site".

Per quanto pensi di andare lontano, il lavoro ti raggiunge all'improvviso.

mercoledì, luglio 30, 2014

Dice che l'Unità chiude. Probabilmente

"I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l'Unità, a seguito dell'assemblea dei soci tenutasi in data odierna comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni a far data dal 1 agosto 2014".

Il linguaggio dei contabili è scarsamente poetico: significa che non ci sono soldi e chiude un altro giornale. Ma uno di quelli grossi, storici, stavolta. Siccome l'Unità ha già avuto rovesci simili io non credo, per essere sincero, che tutto andrà veramente malissimo (e certamente me lo auguro per quelli che ci lavorano). Ma insomma, è un gran brutto giro di boa questo. Siccome io con l'Unità ci avrei pure a che fare, dal momento che ci scrivo (o scrivevo, boh) un altro wine blog, il dispiacere è doppio. Staremo a vedere.

Nel frattempo, togliamoci un sassolino. L'orgia di commenti di quelli che si rallegrano per la chiusura (in definitiva) di un'azienda, è il simbolo fulgido della crisi della sinistra. La sinistra, cioè, ha fallito nel dare ai lavoratori una coscienza di classe minimamente diffusa. Invece, pare, la regola del "tanto peggio tanto meglio" sembra l'unica che caratterizzi le torme di abbruttiti che ora si rallegrano per la sorte di altri che sarebbero lavoratori come loro. L'Unità non si chiama (o si chiamava, boh) con questo nome per caso. Ma appunto, ormai chi se lo ricorda più.

martedì, luglio 22, 2014

Della morte e resurrezione dei blog (segnatamente wineblog) e della prevalenza del permalink

Ci sono settori che assecondano i flussi tecnologici con qualche ritardo. Il mondo del vino pare uno di questi. Quando lo strumento del blogging era un fatto maturo, a metà degli anni duemila, è arrivato da noi. Non so come mai nel nostro giro ci sia questa specie di delta nello spaziotempo per cui tutto accade un po' dopo, probabilmente dipende dal fatto che chi fa vino è più o meno un contadino e ha poco tempo. Comunque sia, dopo la fase di innamoramento per la piattaforma comunicativa bloggish, sono arrivati anche i social network (quasi unicamente Facebook) e gran parte delle conversazioni sono migrate di là. Al punto che adesso le reti sociali servono anche a rilanciare il concetto che il blog, ossia il wine blogging, è morto, o moribondo.

Anche questa coscienza arriva tardi. Fuori dal nostro giro ci si rende conto che non solo le reti sociali non sostituiscono decentemente le conversazioni via blog, ma finiscono per essere un ambiente peggiore sul piano dell'utilità. E' quindi alquanto affrettato, e probabilmente nemmeno raccomandabile, dire che il (wine) blogging è morto. La blogosfera, fuori dal quartiere eno, ha passato la prova dei social in quanto concorrenti e ne è uscita migliorata, meno affollata di prima, e (credo) con un bel po' di rumore di fondo in meno. Spiace dirlo, ma io trovo che il chiasso risieda stabilmente su Facebook. Le reti sociali hanno in un certo senso migliorato i blog, aiutando gli autori a focalizzarsi sugli aspetti di rilevanza e utilità della piattaforma.

Per segnalare un punto di vantaggio del blog sulla rete sociale cito ad esempio un fatto recente. Seguivo una conversazione di grande interesse su Facebook, dove un argomento posto da un produttore di vino di importanza nazionale aveva provocato prese di posizione e interventi di rilievo: l'essenza delle conversazioni online, cioè. La lettura è continuata qualche giorno, poi anche gli alert della piattaforma non mi hanno più avvertito circa nuove interazioni. Ben presto la conversazione ha rivelato il destino comune ad ogni altra, su quel social network: era destinata ad essere perduta, perché la timeline su Facebook è appunto un (pescosissimo) fiume che scorre col tempo, noi lo seguiamo, peschiamo un bel po' di cose, ma inevitabilmente finiamo per lasciarci dietro il flusso trascorso.

La volatilità dei dati su Facebook è probabilmente il male peggiore. Le conversazioni che avvengono lì sono difficilmente rintracciabili, o perlomeno richiedono smanettamenti infiniti e non sempre efficaci. Twitter è afflitto dallo stesso problema, tranne per i tweet salvati nei possibili storify della comunità quando le conversazioni raggiungono un livello di rilevanza molto alto. (Non ho esperienza di ricerche di conversazioni su Linkedin e nemmeno ci tengo, confesso). Insomma, sui social va così quando, invece, io sono in grado di rintracciare e linkare in qualunque momento un post scritto dieci anni fa. Basta Google, per ottenere il risultato. A confronto, una conversazione di due anni fa su Twitter è a rischio vaporizzazione.

A costo di apparire ora come qualcuno che è convinto di comporre scritti fondamentali, io credo che chi si cimenta nella comunicazione autoprodotta farebbe bene a darsi un sistema, ed un ambiente, in grado di rendere fruibili quei contenuti nel tempo. L'ambiente a cui affidare quei contenuti non è Facebook, non sono le reti sociali, ma sono i cari vecchi blog, con la loro prevalenza del permalink. A meno che l'interesse di chi scrive su Facebook non sia quello, appunto, di attirare l'attenzione su un fatto che nel giro di poche ore si affianca a molti altri, e nel giro di pochi giorni svanisce.

Quanto a me, mi auguro che passi rapidamente l'attuale fase de "il wine blogging è morto", affinché ci si renda bene conto, come succede fuori di qui, che il bloggare ha un senso, quando compone e rilancia elementi rilevanti. Per il cazzeggio invece sembra più adatto Facebook - il che va benissimo, ma: mica si può cazzeggiare tutto il giorno. E lo dico in quanto heavy user di Facebook.

lunedì, luglio 21, 2014

Vivace o frizzante, nel dubbio tutti e due

Tra i rossi estivi che vendo c'è il Gutturnio di Casa Benna, che è un eterno preferito, per me. L'azienda ha una curiosa tipologia duale di questo rosso-con-le-bollicine: il frizzante e il vivace. Che differenza c'è? Nessuna, dal punto di vista dell'effervescenza: la differenza sta solo nel metodo con il quale si ottengono queste benedette bollicine.

Il vivace è una fermentazione naturale in bottiglia, quindi un Gutturnio vecchio stile con qualche ruvidezza e magari un filo di fondo, al naso appare rustico e molto naif, ma senza mai sbroccare in puzze o robe simili. Il frizzante è invece la versione moderna e pulitina dello stesso vino, che il produttore ha creato - mi raccontava - per venire incontro alle richieste di alcuni suoi clienti, che desideravano appunto il Gutturnio contemporaneo, senza eventuali depositi sul fondo ed altre arcaicità. In effetti appare più succulento e delicato.

Insomma, quale scegliere? Alla fine io amo tutte e due le versioni, e ho preferito non decidere. E' piuttosto una questione di mood del momento, come quando decidi se metterti la t shirt vissuta o la polo da personcina seria. A volte mi va in un modo, a volte nell'altro, ed è il massimo del decisionismo che mi sono dato.

sabato, maggio 17, 2014

Socialitudine



Questo video, ad una settimana dalla pubblicazione, segna poco meno di due milioni di visualizzazioni. Sono ottenute quasi certamente attraverso la condivisione nelle reti sociali, e YouTube è (anche) un social network, a sua volta. (Già la presentazione, "un video che TUTTI devono vedere", è uno strillo social perfino comico, e questo da solo basterebbe a liquidarlo come un social experiment). Il messaggio contenuto, però, serve ad elencare le devianze che sono conseguenza dell'uso e dell'abuso delle reti sociali. Quindi anche la popolarità di questo video è in definitiva una contraddizione. Se teniamo conto del fatto che dice cose in larga misura condivisibili - nel senso di "sono d'accordo", non "da postare su Facebook" - mescolate con un po' di buon senso e un pizzico di paternalismo, prevedo che non avrà difficoltà diventare viralissimo (avvitandosi ancora di più nella deliziosa contraddizione).

Al di là di questo elemento contraddittorio tutto sommato marginale, in definitiva dice che il problema non è la tecnologia, ma siamo noi. E l'uso che facciamo della tecnologia. Serve a fare riflettere su un dato: bisogna cercare sempre e comunque un punto di equilibrio in questo tipo di interazioni. Resta solo un dubbio: lo condivido su Facebook o no? La risposta potrebbe essere "sì, ma non in modo impersonale. Cercando di circostanziare, di trovare un punto di equilibrio". (Io ci ho provato).