martedì, maggio 16, 2017

La Casetta a Salino. Per la serie i vini sentimentali del lunedì


Salino, entroterra di Sestri Levante, sulla strada per Varese Ligure. È un borgo di tre case che si trova facilmente solo sulle mappe militari, e vederlo dal vivo fa un effetto del tipo "qui finisce la civiltà". La Casetta è un'azienda (e azienda suona già esagerato) che produce da un ettaro di vigna meno di tremila bottiglie tra rosso e bianco, e sta esattamente in questo posto sospeso sotto le nuvole. Per me è una vecchia conoscenza, ormai.

I fatti sentimentali si mettono di traverso, quando assaggi. Quelle strade, quella parte di Appennino, sono i luoghi della mia infanzia, quindi va a finire che il giudizio non è sereno. In questi casi moltiplico lo stress test a cercare difetti e imperfezioni: e niente, in questi vini non ne trovo, e a un certo punto accetto il fatto.


Il Bianco Liguria di Levante Igt 2016 è morbido, con frutta già matura, insospettabilmente pronto: magari non sarà longevo, ma ora è perfetto, col giusto equilibrio sale/frutta. Essenzialmente uva albarola, con un 10% di sauvignon che accenna solo vagamente il tono aromatico.


Spezie e ciliegie nel Rosso Liguria di Levante Igt 2015, scattante e finto-facile. Tra l'altro ha un aspetto che io amo ritrovare, ha capacità di evolvere nel bicchiere: parte riottoso ma dopo pochi minuti diventa confidenziale e infine si apre, concedendosi. Carattere ligure, potrei dire. Curioso mix di uve "c'è quel che c'è", dal syrah al dolcetto al pinot nero al cabernet (a un certo punto ho smesso di scrivere, tanto ce n'erano troppe da segnare). Un anno di barrique molto usata, che quindi non segna con note legnose. Nella foto in alto, la barricaia (si fa per dire).


Ci sarebbe, poi, il mito della produzione ridottissima, semi introvabile. La foto sotto dice qualcosa del marketing aziendale.


Alle solite quello, da solo, non è un valore, ma è comunque un aspetto che aggiunge fascino, perché alla fine conta quel che c'è nel bicchiere, cercando di mettere da parte i sentimenti (ma che fatica). In mezzo a quei punti vendita oggi ci si aggiunge il mio: prezzi in enoteca sugli undici euri, al netto dello sconto simpatia.

venerdì, aprile 21, 2017

Vinitaly edizione 2017. Mi si nota di più se


Fammi dire due cose pure a me su Vinitaly edizione 2017, altrimenti pare che non sono abbastanza mediattivista. Per prima cosa ovviamente gli assaggi, che sono stati (facile da indovinare) una cifra iperbolica. Nel consueto mood "ricicliamo il lavoro già fatto altrove" quindi segnalo:
«Barolo 2011 di Giorgio Scarzello. Perché va bene la profondità, le spezie, la complessità e insomma la barolitudine austera, tutte componenti che qui ci sono con abbondanza. Però poi c’è quel bum di bontà in bocca, un po’ indicibile in quanto spiazzante, cioè quasi intimorisce la perfezione bilanciata di questo nebbiolo, che si infila dritto e inamovibile tra i vini che non si dimenticano. Intorno ai 35 euro in enoteca, secondo me l’affare del millennio. Poi di seguito, c’è il Pinot Bianco Flowers 2015 di Von Blumen, un altoatesino che passa 8/10 mesi in botte grande e se ne esce bel bello ad esibire sontuosità e lunghezza, importante ma non lo fa pesare, con un finale da pasticceria che lo rende simpy. Per coerenza è importante pure il prezzo, sui 20».

In quel minireport, è inevitabile, resta fuori moltissimo, e al ritorno uno consulta gli appunti allungando un'ideale lista della spesa. Per esempio ci sarebbe il Raboso di Casa Belfi, assaggiato a Villa Favorita. Belfi poi fa un prosecco sur lie altrettanto glorioso ma quel rosso brillante con bollicina era micidiale per delizia di beva. Il classico vino che induce ammirazione nei confronti del vignaiolo. Per esempio (2) ci sarebbe un solito noto di Liguria, Terre Bianche, che non contento di fare Rossese di Dolceacqua grandiosi ha infilato due bianchi 2016, Vermentino e Pigato (Riviera di Ponente) solo spettacolari: pure un po' pirazinici/minerali, e sappiamo che minerale non si dice ma ecco, l'ho ridetto. Pazienza dai.

(Cosa vuol dire pirazinico/minerale, spiegato: immagina una cosa che ricorda vagamente l'odore dell'acqua di mare quando l'onda evapora veloce sui sassi roventi della spiaggia. Forse ci sono riuscito, o perlomeno ti sarà venuta voglia di vacanze).

Vinitaly inoltre consente quegli assaggi che hanno già fatto tutti i tuoi amici da anni, e un po' per caso e un po' per sfortuna tu hai sempre saltato. Per questo dire che Damiano Ciolli in Lazio fa cose sensazionali (Silene 2015, Cirsium 2013) non mi procurerà gloria, ma ci tenevo lo stesso a partecipare: rossi raffinati, speziati, morbidi. Considerando che a tutti e due ho dato punteggi prossimi ai 90/100, ora la domanda è solo una: perché diavolo ho aspettato tanto.

Ci sarebbe da dire, poi, qualcosa sulla annosa vicenda dell'organizzazione carente della fiera. Il fatto è che quest'anno, pare, non c'è quasi niente da dire. Personalmente non ho notato grossi problemi, anzi tutto filava liscio, lo stesso mi ha fatto notare più di un amico, e quindi insomma qui abbiamo un problema: abbiamo poco da lagnarci. Una funzione della blogghitudine viene meno.

Oppure, potremmo fare i ganassa e immaginare, anche, che le vecchie lagnazioni siano servite a dare un contributo. Ma no, pare troppo autoreferenziale.

Per me vale l'eterna idea che ho di questa fiera. Quindi ritorna il mood "ricicliamo il lavoro già fatto altrove":
«mi piace l'aria da grande mercato di paese che si respira. Questo probabilmente perché molta parte di chi espone appartiene, comunque, ad un certo mondo contadino che si sta estinguendo (evolvendo, diciamo) e che mi ricorda l'infanzia; alla Fiera ritorno un po' alle radici, e le suggestioni dettate dai ricordi di mio padre che trattava con i contadini (fornitori, si deve dire oggi) ha un peso non piccolo: stringere quelle mani e guardarsi negli occhi parlando di vendemmie e lavori in cantina fa scordare ogni ressa o coda».
Sarà che ormai ho superato le venti edizioni visitate (non ho tenuto il conto preciso, accidenti).

venerdì, marzo 31, 2017

Appunti per il prossimo Vinitaly


La fiera veronese si avvicina, e possiamo cominciare a fare la lista della spesa. Per esempio un ripasso di questo nebbiolo alternativo:
La storia è più o meno sempre la stessa: assaggi molte cose, una sola ti resta in mente. Puoi usare i descrittori più fantasiosi e anche dare punteggi, ma c'è questa cosa dell'elemento affettivo, quella che ti fa ripensare a un assaggio anche giorni dopo, che vale ogni primato. Così adesso salto la fase degli assaggi totali durante Barolo Barbaresco & Friends (organizzato a Genova da GoWine) e mi dedico alla faccenda veloce: the winner is.
Il resto del post continua da questa parte.

venerdì, marzo 10, 2017

Vecchio Samperi, il destino di un vino bizzarro (si parla di Marsala)


Qualche settimana fa ho assaggiato il Vecchio Samperi di De Bartoli, grazie al giovane De Bartoli che mi ha fatto visita a bottega. Questa per inciso è una parte del mio lavoro che amo particolarmente, quando un produttore dura la fatica di scarpinare fino da me e mi fa assaggiare le sue cose. In più c'era il prestigio storico dell'azienda e tanti ricordi personali legati a quel nome, insomma ero molto contento. E quel Vecchio Samperi era un'altra ragione di contentezza.

Il fatto è che quel vino era, è, pazzescamente buono. Si potrebbe definire un Marsala, ma vecchio stile, pre-english come dice De Bartoli, senza aggiunta d'alcol cioè prodotto nello stile ossidativo precedente alla colonizzazione commerciale fatta dagli inglesi, per quell'area. È un non-Marsala perché trascende il profilo noto di quel vino, riuscendo a superarlo, e diventando altro. E tecnicamente non è un Marsala quanto a denominazione, si chiama vino, e basta.

Già, il Marsala, si diceva. Un vino bizzarro, che ha un destino incredibile (lo dico sommessamente, facciamo finta che nessuno di Marsala stia leggendo) se pensiamo che nella sua denominazione contiene il descrittore di un difetto. Perché sì, non l'hai mai sentito dire, marsalato, di un vino che non è più buono? "È marsalato, puoi buttarlo". Cose così.

Ma allora, chi vorrà mai bere Marsala?

Comunque, avendo questo mezzodito di Vecchio Samperi, mi sono tenuto lì il bicchiere in enoteca per un paio di giorni. Ogni tanto ci mettevo il naso dentro, ne bevevo un goccio per farlo durare. Più ci stavo assieme più mi piaceva. Poi lo facevo annusare ai clienti di passaggio - "ma che cos'è??" - e ogni volta spiegavo.

Quando è finito ho continuato a parlarne con un certo trasporto mistico a tutti quelli che incontravo. Qualcuno ha cominciato a chiedere: sì va be' ma lo vendi? Dov'è? Quanto costa? Vedere?

Il fatto è che non lo avevo comprato. Nemmeno io so perché, parlavo in continuazione di un vino che non avevo in vendita. Perché anche io, da qualche parte, avevo in testa la vocina che chiedeva "chi vorrà mai bere Marsala?" - solo che io continuavo a pensare a quel vino con struggimento. Insomma ora l'ho comprato.

Non costa poco (49 euro la bottiglia da 75) e per quello lo terrò aperto, per farlo assaggiare. E probabilmente lo faccio anche per me, visto che ho una certa nostalgia di riaverlo nel bicchiere.

venerdì, marzo 03, 2017

E adesso anche la mia newsletter


Dopo circa un milione di anni mi decido, oggi, a settare la newsletter dell'enoteca, che, in un impeto di creatività, si chiama Notiziario enotecario. Chi desidera sottoscriverla può usare questo form:




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Non so bene spiegare perché ci ho messo appunto un milione di anni, ma probabilmente ha a che fare con letture recenti, come questa: "Facebook Users Becoming Less Satisfied And Using The Service Less", uno dei molti (ormai) articoli che criticano l'effettiva utilità di altre forme di comunicazione social.

Quindi faccio qualcosa che mi viene familiare, si torna all'antico cioè alle newsletter, che sono una forma di comunicazione/racconto molto meno invasiva e (diciamolo) stressante rispetto a quel che consente, per esempio, Facebook. Comunque sia, la mia newsletter servirà a informarvi su qualsiasi evento/iniziativa/enochiacchiera che avviene a bottega, e perché no, offerte, corsi, ricchi premi eccetera.

mercoledì, febbraio 08, 2017

Un arretrato e un note to self

Ci sarebbero queste due vicende, un arretrato e un appunto per future produzioni letterarie inestimabili.

Un post scritto per Intra che per una volta non parla di produttori, di prodotti né di terroir o cose simili, ma parla di quelli come me: quelli che vendono il vino. E di come quelli come me siano (oppure no) il tramite adeguato alla diffusione di prodotti che provengono da un ambito anche etico, cioè schierato per esempio secondo il criterio di sostenibilità ecologica dell'azienda.

In ogni post c'è un testo e c'è un sotto-testo: stavolta il sottotesto era fondamentalmente questo (e non pare piacevole): ci sono commercianti migliori di altri perché si pongono il problema. Indovinate chi sono io? Quello che si pone il problema. Ve l'avevo detto che il sottotesto era spiacevole, nel senso di scomodo. Il produttore, dal suo punto di vista, non si interroga più di tanto perché probabilmente noi nella filiera siamo un fatto slegato ed individualista, non siamo parte del sistema. E poi 'sto vino bisogna pur venderlo e, come nello spot dello shampo, io guardo al risultato, avrà pensato qualcuno. Quindi qualsiasi Coop-sei-tu va benissimo, non c'è differenza sostanziale nei canali di vendita. A 'sti punti potrei dire evabbè, pace, ma invece no, non mi rappacifico.

Parliamo invece di un altro fatto divertente: giorni fa ero in giro per i miei consueti tour per territori selvaggi (Castagnole Lanze, nell'estremo Monferrato, quasi Langa) ad assaggiare cose prodotte da Gianni Doglia.

Dall'azienda ho avuto solo (solo si fa per dire, non è poco) belle conferme, e pure una sorpresa: assaggio un rosso a base merlot, due anni di botte piccola - un vino in controtendenza, potremmo dire, rispetto al culto del territorio e dell'autoctono. Ebbene, grande assaggio: vino assolutamente monferrino, perché assieme alla confortevole posa orizzontale del merlot associava la spinta verticale che non so imputare ad altro se non all'area di provenienza. Insomma il territorio che domina comunque l'uva non territoriale. Orizzontale e verticale, 'mazza che bella 'sta descrizione, ma quanto mi piace? (Chiaramente comprato al volo. In enoteca sta sotto i trenta euri, prezzo importante ma vino prodotto in 600, dicasi seicento, bottiglie).

Ripensando all'assaggio del merlottone orizzontale+verticale ricordo un descrittore olfattivo facile facile: tartufo. Caspita, dico, che nuance di tarfufo che esce dal bicchiere.

Ecco il note to self: prima o poi bisognerà dire che le descrizioni dei vini non possono essere per forza "mi piace-non mi piace", come ogni tanto qualcuno esce fuori a reclamare, provocando il mio sgomento. La semplificazione delle cose complesse, che è così rassicurante, ogni volta si rivela una discreta fregatura. Note to self: elencare le metafore collegate con l'apparente semplificazione, il gentismo, il populismo, l'uscita dall'Euro e i rettiliani.


venerdì, dicembre 16, 2016

Segnali natalizi laterali


La GDO ci tiene ad informarci del Natale imminente. Così stamattina fuori dalla bottega qualcuno ha abbandonato una risma cospicua di volantini per terra, tra le auto parcheggiate. Il gran vento ha fatto il resto, tappezzando festosamente la strada di carta. Io dopo un po' mi sono scocciato di vedere 'sto scempio e ho raccolto pazientemente (quasi) tutto, rincorrendo i fogli volanti per consegnarli all'apposito cassonetto. E ribadendo in questo modo un'antica funzione nota a qualsiasi bottegaio old economy: tenere pulite le strade fuori dal negozio. Comincia un altro giorno.

Addendum. Qui ci vuole il disclaimer legalese: Il minimarket locale non ha nessuna colpa, se chi si incarica del volantinaggio a un certo punto preferisce buttare per terra quel che invece doveva lietamente inserire nelle cassette della posta.
Addendum bis, io sarei anche cliente, del minimarket locale.
Addendum ter. Per quanto io abbia raccolto, continua ad uscire carta sotto ogni auto, l'impresa pare incompleta.


giovedì, dicembre 01, 2016

Post un po' natalizio, un po' autocelebrativo, ma del resto uno che blogga a fare?

Dovessi spiegare cos'è la mia enoteca, in questa fase del millennio, ormai finirei per dire che è la mia cantina personale. Quel che vendo è quel che mi piace, e tratto gli scaffali della mia enoteca come fossero appunto la mia cantina, la mia riserva personale - solo che poi, in aggiunta, vendo quel che c'è dentro. 

Non ho obblighi o legami con l'industria enologica, né sento la necessità di vendere vini da un euro e novantanove: ci sono già i supermercati, per quella roba. Quindi appunto mi piace quel che vendo e vendo quel che mi piace. Raramente in cantina può esserci qualcosa meno performante (come dicono quelli bravi) e i motivi possono essere numerosi. Quel vino per esempio sta passando una fase riduttiva, oppure è troppo giovane, quindi non è pronto. In quei casi mi limito a sconsigliarlo al cliente: "lascia perdere questo [segue motivazione], piuttosto vedi quest'altro..."

Solitamente fanno una faccia strana a quel punto. A volte gli attacco la spiega che leggete adesso, altre volte no, e permangono in un divertito spiazzamento.

Gestire un'enoteca come fosse una cantina personale a volte provoca conseguenze curiose. Per esempio quando una referenza sta per finire, quando vedo la pila di casse scendere, rallento progressivamente la proposta di quell'etichetta ai miei clienti.

Cioè, un po' mi spiace che stia finendo, ecco.

A volte un certo vino finisce davvero. E allora in attesa dell'arrivo dell'annata successiva (ammesso anche che mi sia piaciuta, ve l'avevo detto che qui è un po' strana la faccenda) lascio lo spazio vuoto sullo scaffale. C'è un buco. Il cliente a volte mi chiede: e come mai lì non c'è niente? Quello è il posto del vino di [nome del produttore] - rispondo io. Adesso non c'è, ma tornerà. Quello è il posto suo, che aspetta.

Altre volte riesco a rallentare la vendita quanto basta, in attesa dell'arrivo successivo. In questo caso capita un fatto altrettanto divertente: riesco ad avere quello che si chiama profondità della carta, cioè varie annate a ritroso di una certa etichetta. Quindi propongo, in alcune confezioni regalo, vere e proprie verticali di annate per alcuni vini. A Natale è il genere di omaggio che appassiona molto l'enofilo, ma anche solo il curioso: percorrere l'evoluzione di un vino attraverso tre o quattro vendemmie è una delle robe più simili al viaggio nel tempo che ci siano concesse, allo stato attuale della scienza.

Ma a proposito di tempo, di Natale e 25 Dicembre. Questo Natale sarà il venticinquesimo che passo nella mia cantina. Sono 25 anni ormai, e ragazzi, che dire? Mi sembra ieri che ho alzato la saracinesca la prima volta.

Nell'immagine: quattro annate disponibili del Feld di Kobler, supremo traminer aromatico altoatesino. La vendemmia 2015 sta finalmente arrivando. Così capite anche perché negli ultimi tempi non vi proponevo più le residue bottiglie del 2014: stavo temporeggiando.

venerdì, ottobre 07, 2016

Punteggi, guide, ed altre elucubrazioni laterali di un assaggiatore

Nel frattempo di là, su Intravino, riparlo del concetto di valutazione di un vino. Dalle cose che leggo, e dall'esperienza fatta finora, posso dare una riposta alla domanda: "quando dai un giudizio sul vino, vale per sempre o per il momento dell'assaggio?" - la risposta (naturalmente) è: "vale per il momento dell'assaggio".

Questa sistemazione del concetto è almeno due volte utile, in questi giorni si presenta la terza edizione della Guida essenziale ai Vini d'Italia, alla quale ho collaborato per la parte della Liguria. Le mie valutazioni si riferiscono al momento dell'assaggio, e con questo cercano di fornire (anche) un quadro generale sul livello stilistico del prodotto, e del produttore: se un certo Pigato (per esempio) ha ottenuto 90/100, puoi stare certo che non berrai male. (Si cerca, anche, di fornire un giudizio di previsione sulle capacità evolutive di quel vino, ma questo è un esercizio molto meno agevole).

Come dice Robert Parker, si assegna un voto alto quando un vino, all'assaggio, colpisce per motivi di tipo emozionale: "il vino deve evocare emozione – proprio come l’arte, la musica, la bellezza, deve esserci una reazione emotiva, e i grandi vini devono essere emozionali".

Poi può accadere, ad un secondo assaggio distante nel tempo, di modificare quel giudizio, che si ricorda e si riconosce dato in ragione di un sentimento legato al primo "vecchio" assaggio: "quante volte tornando indietro ad assaggiare un vino da 100 punti io confermo il punteggio? Probabilmente nel 50% dei casi", dice Parker.

Nei commenti Daniele Cernilli aggiunge: "due degustazioni in diversi momenti, su due bottiglie diverse, che sono dei microcosmi a livello microbiologico, hanno di per sé una serie di variabili elevatissima. Potremmo dire, con Eraclito, che non si assaggia mai lo stesso vino. Anche perché noi siamo diversi, evolviamo, invecchiamo, conosciamo sempre di più. Perciò, anche per sfatare un po' i punteggi, che io uso da sempre per esigenze di sintesi, come si fa per i voti a scuola, guardacaso facevo l'insegnante, impariamo a relativizzare e a contestualizzare".

L'essenza del prodotto-vino, che diviene (si trasforma nel tempo) come un'entità vivente, ci porta inevitabilmente a questa conclusione. Ma io dico sempre ai miei clienti che, nonostante tutto, tale fenomeno è parte del divertimento legato alla fruizione della bevanda odorosa.

Per chi riesce ad essere presente, e ha voglia di divertirsi con un po' di assaggi, la guida verrà presentata a Milano il prossimo sabato 8 ottobre e a Roma domenica 23 ottobre.

venerdì, settembre 16, 2016

Breve storia (non) triste. Ripensandoci, non è nemmeno breve

Ai primi di agosto avevo un po' dello Chablis 2014 di Garnier aperto, qui a bottega, sempre nell'ambito di quel noto programma comunicativo intitolato "parlare di vino è divertente, ma berlo lo è di più". E infatti Garnier ha fatto la sua bella figura coi miei clientes, tutti quelli che lo assaggiavano hanno mostrato entusiasmo. E posso capire: sventaglia frutta bianca, fiori, erbe, praticamente è un ripasso del corso per assaggiatori - capitolo riconoscimenti olfattivi. E sì, siccome qui non mi vede nessuno vi dico: è anche minerale.

Com'è, come non è, l'ultima bottiglia semivuota resta in frigo, chiusa col vacu-vin (un ordigno che adopero per togliere l'aria dalle bottiglie smezzate) e lì, in frigo, me lo dimentico. Poi chiudo per le meritatissime ferie di ferragosto. Al ritorno faccio ordine, sono i primi di settembre e aprendo il frigo, toulì, mi sono dimenticato una bottiglia di Chablis in frigo. La guardo, la giro, ce ne sono ancora almeno quattro dita sul fondo, ma nel frattempo avevo altre robe da sistemare quindi richiudo il frigo e lo ri-dimentico per un paio di altre settimane. Evabbe', quando uno è stordito.

Oggi lo ritrovo. Penso: facciamo spazio, questo si butta nel lavandino. Quale vino regge tutto sto tempo al freddo, in una bottiglia quasi vuota, pure se col vacuvin? La domanda ha avuto la seguente risposta: lo Chablis 2014 di Garnier. Che oggi ha finito gloriosamente la sua esistenza abbinato agli gnocchi al pesto, nello splendore del mio tinello. Presentava un unico difetto: era troppo poco.

Morale della favola eno: it ain't over 'til it's over.

martedì, maggio 24, 2016

Cronaca di un lunedì nebbiolesco

Il lunedì, che è giorno di chiusura in enoteca, lo dedico spesso ai miei tour per vigne. Ieri il tema conduttore era (soprattutto) il nebbiolo tra Serralunga e Roero. Così la prima tappa è stata da Schiavenza, uno dei soliti noti per me, ad assaggiare i nuovi arrivati 2012. Mentre le vigne singole Cerretta e Prapò si confermano salde certezze, ho avuto un discreto innamoramento per il Barolo che reca in etichetta la menzione geografica del Comune di Serralunga d'Alba: speziato e molto balsamico, mordace, col bel caratterino tipico della zona di provenienza (Serralunga vuol dire longevità, potenza). Eppure è anche molto Barolo-da-bere, che per me rappresenta la quadratura del cerchio. (Prezzo: poco sopra i 30 euro). Poi certo, il mio cuore batte sempre per quel Barolo Chinato. La tipologia è curiosa: si prende un buon Barolo, si aggiunge alcol (cioè si fa un vino liquoroso) più la consueta ricetta segreta della casa (corteccia di china, forse chiodi di garofano, cannella, chissà che altro) per un vino dolce che ha la memoria del nebbiolo e la dolcezza antica e corroborante di un fine pasto/liquore fatto in casa. Chi lo prova una volta non lo dimentica più, e ne diviene dipendente. Costa 34 euro, ben spesi.

Poi dirigo la papamobile verso l'area del Roero, dall'altra parte del Tanaro dove i nebbioli generano altri rossi forse meno austeri ma non meno interessanti. Avevo il ricordo di un recente assaggio, e un nome segnato da qualche parte, Silvano Nizza. Andiamo a vedere, allora.

Forse un parametro per valutare la qualità dei vigneti potrebbe essere la frizione dell'auto: tanto maggiore è il consumo di questa parte meccanica necessario a raggiungere il luogo, tanto più interessanti potrebbero essere i vini che da lì provengono. Per arrivare alla Frazione Balla Lora di Santo Stefano Roero si sale, si sale molto, scali le marce e ad ogni curva la strada si stringe. Quando pensi "va be' adesso mi fermo e continuo a piedi" sei arrivato alla cantina.

Tutti interessanti gli assaggi in azienda, soprattutto l'Arneis 2015 promette belle cose, e certamente il Roero che è la Docg importante della zona. Appunto sono a caccia di nebbioli e quel Nebbiolo d'Alba 2013 è lui, è quello che volevo: un anno di legno poi vetro, austero e serio senza annoiare, anzi, condizionato da una beva contagiosa. Finirà sullo scaffale a 14 euro.

Si torna a bottega col carico prezioso, e si pensa già al prossimo lunedì.

mercoledì, aprile 27, 2016

Svitati di tutto il mondo unitevi: si assaggia MVR 2014, un rosso tappo-a-vite

Probabilmente arriverà un giorno nel quale non dovremo più scrivere post sull'utilità dei tappi a vite rispetto ai tradizionali tappi di sughero. Probabilmente arriverà un giorno nel quale sarà pacificamente accettato un tipo di chiusura alternativa, che presenta anche un bel po' di vantaggi in più rispetto al sughero. Ma quel giorno non è oggi, quindi ci tocca fare la premessa.

Quanto a me, poi, ho scelto da tempo di dare l'esempio, quindi oltre alla preferenza di tipo verbale (diciamo) faccio seguire i fatti, comprando volentieri vini tappati con il cosiddetto screwcap, il tappo a vite. Anzi, ora che tra i miei fornitori Marta Valpiani ha scelto di imbottigliare il suo Marta Valpiani Rosso anche con lo screwcap, ho ordinato solo quel tipo di bottiglie.

Venerdì 29 aprile Elisa consegna personalmente, e in sua compagnia in enoteca stappiamo (anzi, svitiamo) il nuovo MVR vendemmia 2014, tra le 11 e le 20. Più altre varie, eventuali, eccetera. Un'ottima occasione per sentire di persona in cosa consistono quei vantaggi in più di cui dicevo sopra - che poi è anche, sempre, quell'altra solita cosa: è bello scrivere di vino, ma vuoi mettere com'è meglio assaggiare?

[Qui il link all'evento sulla pagina Facebook dell'enoteca. Ma quant'è bello sto termine? EVENTO. Figo eh]

giovedì, aprile 14, 2016

Alcuni appunti molto sparsi dopo Vinitaly 2016

La prima cosa da dire sarebbe questa: arriva la vendemmia 2015 e alcuni vini sentiti alla fiera veronese promettono già meraviglie. Partendo dai miei altoatesini di riferimento, ad esempio il Pinot Grigio Oberfeld di Kobler e il Moscato Secco di Thurnhof, che ai primi assaggi erano già formidabili.

Il primo giorno della fiera l'ho impegnato in assaggi di Liguria che riguardano la Guida Essenziale ai Vini d'Italia, con cui collaboro, e tra tutti voglio segnalare un Vermentino Riviera di Ponente, quello di Terre Bianche, che ho trovato semplicemente grandioso (naso minerale quasi da riesling): non sarà tra le cose che vendo, perlomeno non a breve, ma se lo trovate in giro non fatevelo scappare. Poi si preannuncia un bel momento per il Rossese di Dolceaqua grazie alle versioni superiori 2014, che hanno la solita triade top in Maccario, Terre Bianche e Ka Manciné.

Altro assaggio alquanto indimenticabile è il bianco a base zibibbo, secco, prodotto a Menfi (Sicilia) da Marilena Barbera, "Ammàno" #3, probabilmente una delle migliori versioni di zibibbo secco mai assaggiate nei secoli dei secoli, insomma mette quasi soggezione. Due cose sulle bollicine: sempre bene il Franciacorta Rosé di Gatti, la sorpresa per me viene da Valdobbiadene. Le versioni brut di Prosecco non mi hanno mai particolarmente convinto, ma stavolta faccio una bella inversione a U: Spagnol col suo Col del Sas brut ottiene la perfetta quadratura del cerchio, perfetto mix di acidità e morbidezza - del resto si chiama brut ma ha pur sempre un dosaggio zuccherino sensibile, otto grammi per litro. Insomma era perfetto. Felice di vedere uno dei miei prosecchisti del cuore ha centrato anche quell'obbiettivo.

Poi altre conferme: il Lambrusco 2015 area Parma di Monte delle Vigne, classico vino che con una mano tengo il bicchiere durante l'assaggio e con l'altra compilo l'ordine immediato al produttore. Per dire.

Ci sarebbe poi la lunghissima e totalmente irrisolta questione dell'organizzazione della fiera - sto seguendo due dibattiti su Intravino, qui e qui - ma temo che anche quest'anno si arriverà a nulla. Il mondo si divide ormai in chi va a Vinitaly e chi (felicemente) ne sta alla larga. Io faccio parte della prima schiera, quanto basta per dire che in mezzo a carenze obbiettivamente imbarazzanti la folla a Vinitaly ogni anno pare semplicemente oceanica. Per paradossale che sia, il successo di Vinitaly determinerà sempre più il successo delle micro rassegne settoriali, tematiche, che si qualificano, appunto, per non essere elefantiache come Vinitaly. Fate la vostra scelta.

mercoledì, marzo 16, 2016

Nuovi descrittori supergiovani finalmente disponibili

In enoteca questa settimana c'è un nuovo arrivo e un ritorno. La novità è rappresentata da Cascina Praiè, che produce pigato, rossese, pure rosé, della Riviera e altri classici del ponente ligure. Tutte cose che ho trovato niente male e infatti comprate al volo. Tra l'altro (piccola anticipazione) Praiè è al momento il primo e il solo produttore ligure di una bollicina rifermentata colfondo (questa la capiscono solo gli enofili hardcore ma non disperate, poi ve la spiego meglio). Quindi indovina un po' chi è l'enotecaro che ve la vende, prossimamente.

Il ritorno è Maso Bergamini, con Pinot Nero Trentino e Teroldego ma soprattutto con un metodo classico, Trento Riserva, dalla lunghissima presa di spuma (significa che è buono): ha grande pienezza ed eleganza quasi butirrosa.

Oddio scusate, ho detto "butirroso". C'è che ormai quando mi lancio nelle descrizioni dei vini mi sovviene solo dopo un po' che è arrivata l'alba delle descrizioni minimaliste. Bisogna andare per sottrazione, meno dici meno meglio è. Io sarei pure d'accordo.

Anzi vi elenco di seguito i descrittori positivi del vino che uso ultimamente:

- Niente male (vedi sopra).
- Hum, ci siamo.
- Ah, ecco, sì.
- Bel lavoro.
- Oh, finalmente.
- Questo piace.

Quelli negativi invece sono:

- Bah.
- Annata sfortunata, peccato.
- Nah.
- Siamo distanti.
- Non lo capisco (che è un po' come "non sei tu, sono io").
- Vediamo come evolve (che è un po' come "le faremo sapere").

martedì, febbraio 16, 2016

Sui vini naturali e sulle loro recensioni mai scritte

Poi un giorno sarà divertente creare una serie intitolata "i post che non ho mai pubblicato". Di solito si evita di scrivere, soprattutto, per prevenire gli scazzi. Per esempio il tema dei vini naturali continua ad essere un luogo dove il dibattito sembra, troppo spesso, inutile ed improduttivo. Ho trovato abbastanza definitivo quel che scrive Giovanni, su Intravino:

«L’approccio alla degustazione di vini naturali deve essere laico, forse più che in altri casi. Il carico di contenuti non direttamente collegati alla degustazione (etica, politica, ecologia, metteteci tutto quello che credete) è ingombrante e il rischio di filtrare il giudizio sulla base di quei contenuti ahimè, molto alto. La faccenda quindi è stabilire quale sia il giusto approccio per misurare vini a cui, in altro contesto, non concederesti prove d’appello. Se un vino cosiddetto convenzionale (sono pigro inventatevi voialtri un aggettivo adeguato) fosse ossidato o avesse la volatile molto alta, non ci sarebbe appello: via, lavandino. In questo caso invece si richiede uno sforzo supplementare e l’utilizzo di un lessico alternativo. Si sente parlare di “tensione”, di “energia”, vengono insomma utilizzati vocaboli alternativi per evidenziare caratteri altrimenti difficili da decifrare».

In particolare, la difficoltà di arrivare ad un qualche tipo di dibattito critico ma soprattutto utile, sempre citando Giovanni, è tutta qui:

«O giudichiamo i vini tutti con lo stesso metro di giudizio oppure stabiliamo che per i vini naturali bisogna applicarne uno nuovo. Se sì, quale? E conviene? Il rischio riserva indiana è alto. Se invece giochiamo tutti lo stesso campionato bisognerà accettare di essere misurati con gli strumenti disponibili e semmai contribuire a fornirne di nuovi. [...] Si fa avanti la percezione che taluni produttori si siano fermati, abbiano individuato un mercato fatto di estimatori acritici e non vogliano proseguire, evolvere, ma stare nel buco. Questo è un rischio ed è il vero terreno di sfida».

Comunque, dopo VinNatur a Genova, il mio post che non ho mai pubblicato cominciava così:

«A margine di tutto, e al netto degli assaggi, esco da questa edizione di VinNatur con un discreto scontento. La percentuale di vini che passano il test "sì-no" è il maggior oggetto di dibattito tra gli amici che ho incontrato. Quanti sono stati quelli "sì"? Un terzo dei presenti? O piuttosto un quarto, come ho rilevato io? Troppo pochi, comunque. Pesa, su tutto, l'impressione che una parte maggioritaria di questo movimento naturale sia al centro di un percorso, che sta compiendo in mezzo a troppe difficoltà (per esempio la recente vendemmia 2014 non ha aiutato). Ma ancora troppe pungenze, volatili, imprecisioni. Lo dico con una certa tristezza, ma questo percorso sembra davvero lunghissimo e non si vede l'arrivo, che per me consiste in una naturalità del vino che elimini, una volta per tutte, le caratterizzazioni che sconfinano, purtroppo, nella caricatura».

giovedì, febbraio 11, 2016

Le care vecchie cose

Un effetto laterale delle vendite di fine anno è l'azzeramento di una certa parte di magazzino, soprattutto per quel che riguarda i vini un po' vecchi, cioè i vini che gli enofili chiamano maturi. La maturità in un vino è un fatto formidabile, e quando è raggiunta in modo sereno è in grado di regalare sensazioni notevoli al fortunato bevitore. Si tratta di aspettarla al varco, un po' la cerchi e un po' ci capiti incontro per caso. Di fatto, io faccio sempre in modo di avere qualcosa di disponibile, in quello stato di grazia.

Però appunto il magazzino in questi giorni langue. E allora cerco con qualche voluttà tra i miei fornitori, quelli che hanno qualcosa di maturo. In particolare i bianchi mi danno grandi soddisfazioni, quando hanno le potenzialità iniziali per affrontare qualche anno, e le attuano appunto da maturi. Così uno dei miei distributori del cuore aveva un paio di cose, e me le sono prontamente afferrate, un po' alla cieca, in modalità "stiamo a vedere".

Lo chardonnay a destra nell'immagine è un langhetto che dal 2011 ha fatto sei mesi di legno (non piccolissimo ma nemmeno grande: tonneau). Adesso ha perso il morso legnoso per assestarsi su una vena più rasserenante, di frutta tropicale, mantenendo comunque freschezza: quindi una bevuta quasi perfetta.

Il sauvignon invece è un isontino, affinato solo in acciaio, ed è un 2012: al naso ha ancora quel ricordo di foglia di pomodoro, quindi una nota verde/selvaggia abbastanza tipica del vitigno. A questa si aggiunge la frutta bianca molto matura. In bocca ha stoffa salina/acida ancora abbondante, che quasi mi fa dire: non è nemmeno al suo massimo. Però insomma, che piacere. Sui 12-13 euro in enoteca, a trovarli.

domenica, dicembre 13, 2015

Segnali natalizi

Nel corso del tempo ho sviluppato una specie di culto per un film di M. Night Shyamalan, Signs. Un elemento fondante della storia, da cui deriva anche il titolo, è che il mondo attorno a noi ci fornisce dei segnali per interpretare il presente o prepararsi al futuro. Capisco che sia bizzarro, ci sono molti culti più fondamentali e articolati, ma io ho quello per Signs.

Così questa mattina aprivo l'enoteca ben presto, è domenica e si lavora tutti i giorni sotto Natale. Lavorare continuativamente anche nei giorni di festa a volte non predispone al buonumore, e difatti stamattina tiravo su la serranda un po' grumpy, cioè ammusonito.

Mentre spazzavo la strada davanti alla porta passa un nugolo di bambini coi genitori, diretti alla macchina, forse a fare acquisti o chissà dove. Hanno cinque-sei anni e parlano fittamente tra loro ad alta voce di Babbo Natale. Perché insomma, almeno a sei anni ci puoi anche credere, a Babbo Natale.

Adesso è chiaro il motivo per cui credo a Signs? Il mondo ti manda segnali, a volte esattamente quando servono. Basta saperli interpretare. E comunque adesso sono di buonumore: buon Natale.

sabato, dicembre 12, 2015

Appunti molto sparsi di ecologia digitale

Credo che prima o poi dovremo, tutti quanti, mettere giù una lista di precisazioni necessarie ogni volta che scriviamo qualcosa. Ho appena finito di leggere un post nel quale un redattore di pubblicazioni di settore parlava (in modo circostanziato e preciso, mi pareva) di una pubblicazione concorrente. Tutto benissimo, tranne il fatto che a quel post mancava un disclaimer: "guardate miei cari, io scrivo di tizio, ma tenete presente che lavoro per caio". Io lo so, lo scrivente dava per scontato che io sapessi, tuttavia all'ecologia della narrazione mancava quel dettaglio.

Perché, se questo è un dettaglio, comunque ne sentiamo la mancanza? Perché non siamo tutti imparati. Perché il mare dei lettori può essere (sperabilmente) magnum, cioè vasto e fatto di persone che ignorano il dettaglio. Quella conoscenza è necessaria. È anche un fatto di rispetto del lettore, chiarezza, e in ultima analisi anche un fatto di libertà: io, che mi sento libero, ti spiego pure quali possono essere i miei conflitti. Alla fine, valuta tu, o lettore.

L'elemento appena descritto è solo uno tra i tanti necessari, nei disclaimer. Il primo tra tutti ovviamente è "sono stato pagato per scrivere questo post, quindi questa è pubblicità". Spiace vederlo scritto quasi mai. Al punto che, mi pare, solo Intravino fa sponsor post in giro per la rete enogastro, si direbbe.

Per restare nei disclaimer necessari, potrei fare un po' di esempi riferiti alla mia persona, così sarà doppiamente utile. Per dire: quando io scrivo di Intravino non sono indipendente, visto che ho collaborato a fondarlo e ne faccio parte. La stessa cosa potrei dire della Guida Essenziale ai Vini d'Italia, visto che collaboro pure a quella: ogni volta che ne scrivo deve essere chiaro che ne sono parte. Infine io faccio il commerciante, cioè vendo vino: quando parlo di un vino che vendo, normalmente ne elenco le virtù - ma appunto quello è un prodotto che vendo. Va detto: ragazzi, io vendo vino, e quello in particolare ce l'ho in vendita.

Fatte le premesse, saranno le cose che affermo a qualificare il mio messaggio.

Legato a quest'ultimo aspetto c'è il fatto che la narrazione dovrebbe essere vera. Tecnicamente non ha senso che io racconti fandonie legate alla qualità del vino che vendo. Un collegato disposto dello svelamento di ogni interesse dovrebbe portare (anche) alla narrazione di pareri forzatamente veritieri. Pensiamo un attimo, per amore del paradosso, al fatto che io descriva come delizioso un vino che ho in vendita, che in realtà si riveli essere ignobile. Non sarebbe solo un boomerang, sarebbe una demenziale perdita di tempo, spazio ed energia. Un fatto privo di senso.

Ma questo, per la verità, è parte di un altro discorso probabilmente più lungo, che merita altri approfondimenti. Resta importante, prima o poi, mettere giù una lista di disclaimer necessari.

[Immagine: link]

venerdì, novembre 27, 2015

Questa enoteca sta per compiere 25 anni. Manca poco, cioè


Il 17 gennaio 1991 cominciava la prima guerra del Golfo. Quel mattino mentre entravo in Camera di Commercio, a Genova, a dare il mio esame per l'iscrizione al registro esercenti il commercio, in fondo a Via Garibaldi si radunava la folla dei primi manifestanti (il consolato degli Stati Uniti è lì vicino). Qualche tempo prima mi sarei aggiunto a quelli, e invece entravo nell'Istituzione. Pure quel contesto di cronaca (o storia) pareva mi dicesse: ecco, qualcosa è appena cambiato, nella tua vita.

Ho recuperato il pezzo di carta nell'immagine che vedete qua sopra dopo aver seguito un dibattito, tra il serio e il faceto (più faceto, direi) riguardo alla risalenza della nostra passione/lavoro nell'enomondo: da quanto tempo ormai faccio sul serio? È così che mi sono accorto, in modo laterale, che la mia enoteca si avvia a compiere 25 anni. Il prossimo 17 gennaio, sono 25 anni di attività. Per la verità nel giro c'ero da prima, ma il dominus era mio padre, quindi esattamente non saprei dire davvero da quanto faccio il mestiere del vinaio. Ma nell'incertezza il riferimento migliore resta il documento burocratico.

lunedì, ottobre 05, 2015

Parlando di vini naturali in un universo parallelo

Nel frattempo, in un universo parallelo, la discussione sui vini naturali procede così.


[Nato leggendo simili diatribe a proposito di videogiochi. Ma poteva essere qualsiasi altro tema]