sabato, febbraio 21, 2015

Il Rosso di Montalcino Tiezzi 2013 vince il premio "vino esemplare del nuovo millennio" (a casa mia)

Dato che il millennio è cominciato da una quindicina d'anni potremmo pure provare a definire cosa sono i vini di successo d'ora in poi. In attesa che cambino nuovamente gli standard, visto che sono già cambiati diverse volte ed è quindi possibile che succeda di nuovo in futuro.

Dunque questo vino, dicevo: è esemplare dello stile contemporaneo. Siccome i vini muscolosi e roboanti sono il passato, il Poggio Cerrino di Tiezzi è perfetto per dire cosa sia lo stile: parte piano, al naso, non spara i fuochi artificiali, ma ben presto nel bicchiere si comincia a distinguere qualcosa di irresistibile: una vena di cioccolato nobile, sublime ed elegante, quasi un richiamo di liquore al cioccolato.

Questo termine però è scivoloso: le note cioccolato/caffè in realtà sarebbero patrimonio di millemila altri rossi più o meno esagitati, già visti e quindi probabilmente meno significativi. Bisogna appunto vedere come è stato declinato (interpretato?) il descrittore, in modo unico ed elegantissimo, per affermare con qualche certezza che il Rosso di Montalcino 2013 di Tiezzi ha fatto centro: piacevolezza molto vivida senza urlare, corpo snello non scarnificato, insomma un vino elettrico, scattante, forse non il genere del vino masticabile ma appunto quello era il passato, ed il presente sembra nettamente meglio.

Un assaggio esemplare, e con qualche orgoglio lo allineo sui miei scaffali. Considerando che in giro sta intorno ai 13 euro, notevole prezzo prestazioni.

domenica, gennaio 25, 2015

Soprattutto mancherebbe quell'altra cosa

Due tweet a caso. Il Foglio ha notoriamente un coraggio da leoni. Oltre a quello, piacerebbe molto avere tutto il resto.

lunedì, gennaio 19, 2015

A Genova non ci si annoia. A Febbraio due rassegne nel giro di una settimana

Se avete voglia di farvi un giro nel meraviglioso mondo delle fiere vinose, a Genova nei primi giorni di febbraio si susseguono due iniziative meritevoli.

La prima (Domenica 1 e Lunedì 2 Febbraio) è VinNatur Genova 2015: una specie di anticipazione/sconfinamento della famosa kermesse vin-naturista che si tiene ogni anno a Villa Favorita nel periodo del Vinitaly. Qui trovate info, dettagli logistici, e aziende partecipanti.

La seconda (Lunedì 9 Febbraio) è il banco d'assaggio di un distributore locale, Storie di Vite, che presenta la sua selezione di "vini di territorio", come da claim. Presso il Salone delle Feste, Piazza Campetto 8/a (secondo piano) con orario 14,30 – 17,30 (per operatori professionali, giornalisti, enoteche, ristoranti, wine bar) e dalle 17,30 alle 21,30 aperto al pubblico (ingresso 5 euro). Molti dei produttori selezionati e presenti in assaggio sono tra quelli che vendo, per cui non serve dirvi che si tratta di robe meravigliose. Comunque, l'elenco dei 24 produttori presenti è questo:

LIGURIA: Roberto Rondelli; PIEMONTE: Ugo Lequio, Barbaglia; VENETO: Az. Agr. Walter Miotto, Davide Vignato; FRIULI: Marco Sara; EMILIA ROMAGNA: Podere Cipolla, Costa Archi; TOSCANA: Val delle Corti, Istine; LAZIO: Andrea Occhipinti; CAMPANIA: I Favati, Contrada Salandra; PUGLIA: Podere 29; CALABRIA: Cataldo Calabretta; SICILIA: Nino Barraco; GERMANIA: Furst Lowenstein; FRANCIA: Laherte Frères (Champagne); Roger Belland, Chantal Lescure (Borgogna); Pierre Martin, Mathieu Cosme, Philippe Tessier, Domaine FL (Loira).

 Io sarò presente alla prima e alla seconda, quindi come d'uso ci si vede lì.

venerdì, gennaio 16, 2015

Questo Cirò è salato

Questo Cirò è salato ma non per il prezzo, visto che costa sugli undici euro. Però appena aperto aveva una vena quasi salmastra, assieme ad una frutta dolce e intensa (amarena, direi). Dopo un po' nel bicchiere esce fuori una meravigliosa speziatura (pepe), che assieme ai tannini molto energici lo rendono una bevuta irresistibile.

Assaggiato la prima volta un po' di tempo fa, e ora felicemente allocato sui miei scaffali. La felicità maggiore però era averlo ierisera nel bicchiere: Cirò Rosso Classico Superiore 2013, Cataldo Calabretta.

martedì, dicembre 30, 2014

Questo potrebbe essere un altro di quei post di fine anno

Questo potrebbe essere un altro di quei post di fine anno, ed in effetti parte proprio così. Non ho grosse pretese di riassunti, è stato un anno un po' particolare e l'oversharing che ormai ci ottunde andrebbe temperato. Non parlerò della cosiddetta crisi solo per un motivo: ha rotto le palle. Soprattutto, non serve gran che parlarne: pure io faccio parte di una kasta, i commercianti, i quali si lamentano da sempre. E come dico ogni volta, il giorno che farò l'ennesimo lamento che annuncia la fine imminente del mondo nessuno ci crederà, e sarà due volte seccante, se ci pensate bene. Quindi saltiamo quella parte. Peraltro è in atto la fase suprema della lotta tra poveri dove al commerciante che si lamenta gli dicono "ti sta bene", che è speculare al commerciante che dà del fannullone all'impiegato e tutti e due dicono che è colpa dei prepensionati/extracomunitari/vattelapesca. E pure questa è una deriva ben triste delle molte conversazioni alle quali assistiamo. Abbiamo pochissima memoria, e del resto "divide et impera" è latino quindi pochi hanno chiaro il concetto.

Di quest'anno ricorderemo che è stato circa simile agli ultimi e probabilmente il prossimo sarà uguale. Quanto al mio quartierino (quello che io chiamo enomondo) forse il cambiamento maggiore sta nella massa notevole di partecipanti alle conversazioni online. E come si sa, non è tutto oro quel che luccica e non sono sempre i migliori a spiccare. Tra alcuni produttori che seguo c'è una carica di trombonismo esattamente uguale a quello dei peggiori giornalisti che ho smesso di seguire. Per cui mi succede di pensare: ma allora sono meglio i giornalisti. Perlomeno hanno il titolo (storico) per suonare lo strumento (il trombone, cioè). Alle solite moltissimi si prendono troppo sul serio ma alla fine si lamentano che nel giro c'è troppa serietà, insomma troppo stracciaballismo, e in definitiva tutto questo nuoce alla comunicazione. A questi auguro di fare pace con se stessi, e soprattutto di smettere di usare il termine COMUNICAZIONE come fosse un mantra, o una clava.

E a proposito di narrazione digitale, quest'anno ho visto un bel po' di eno-food blog andare definitivamente a puttane. "Miglior blog andato a puttane" non è un insulto, era (e credo sia ancora) un premio attribuito alla blogfest e nel giro ormai ci sarebbe il dubbio su chi sia il vincitore. Appunto non serve a dir male, ma a prendere atto che anche i blog sono un fatto naturale, hanno un inizio e una fine, che può essere più o meno dignitosa ma questo sì che è un punto doloroso quindi glissiamo. Ci sarebbe anche la cosa delle reti sociali che hanno o avrebbero sostituito i blog, ma già dissi che ne penso.

Tra le cose rimaste irrisolte quest'anno c'è la morte più o meno presunta dell'Unità, un foglio (anzi, web page) al quale ho prestato la mia ineffabile opera. Mi sorprende molto vedere come gli eventi siano precipitati in una maniera irrefrenabile, e considerando che tutto sommato io ho seguito il crollo dall'esterno, appare due volte inspiegabile. Io poi sono ancora convinto che esista una sinistra e che meriti un punto di aggregazione. Quindi non si spiega come un'azienda con un sito vivo e vitale si sia concessa il lusso di mandare tutto a puttane (rieccoci con l'elegante perifrasi). Devo solo trovare la forza di richiedere indietro il database dei miei post per salvarli per le future generazioni, si sa mai che io diventi uno famoso. Ciò detto, le cose scritte lì hanno sempre rappresentato (perlomeno per me) un lavoro di qualche impegno. Ergo, nuovamente, note to self: devo salvare quella roba dal gorgo del nulla. Oppure magari tutto ritorna a vivere e oplà, non è successo niente. Del resto, mi piace vivere alla giornata e oggettivamente domani non sai mai che ti si para davanti.

Permango invece abbastanza contento del lavoro su Intravino, però oggi farò una cosa insolita ed eviterò di fare il fiero parlando di quella roba là, quindi rallegratevi.

Di quest'anno ricorderò le persone che ci hanno piantato e non ci sono più. Capisco che sia triste ma abbiate pazienza. Tra questi c'è Stefano Bonilli. Il fatto è che io non ho mai conosciuto Stefano Bonilli: cioè, lo conoscevo in quanto suo lettore, ma non l'ho mai visto de visu. Ricordo però la volta che lo vidi più da vicino, e accadde molti anni fa: io ero in coda all'ingresso di Vinitaly e all'ingresso di destra c'era la coda riservata ai giornalisti, che entravano un po' prima. Bonilli era ancora il direttore del Gambero, e stava là magnifico e sorridente circondato da colleghi. Di Bonilli soprattutto ricordo questo scritto che ho riportato varie volte e che rileggo nei momenti di scazzo perché mi aiuta a correggere i miei errori. Quindi questo vale come ringraziamento, anche. Ecco di che si tratta:

"Ma il vino è proprio un mondo ormai marcio fin nel profondo, con rancori decennali, disistime ad personam, sette vinicole che sconfessano altre sette vinicole, gente che fa affari e, infine, un pubblico in molti casi che si è montato la testa e pensa di essere fichissimo e con grande palato. Una miscela che rende una degustazione uno dei luoghi più noiosi della terra, con le solite facce, il solito linguaggio, la solita gestualità e i soliti organizzatori. Una compagnia di giro che affosserà questo mondo ovvero lo renderà ancora più chiuso".

E' passato tempo da questo scritto, che è un rimprovero duro ma contestualizzato all'interno di uno scambio vivace. Non ci siamo ancora affossati ma alcuni ambiti permangono parecchio chiusetti, eh? Resta il fatto che da qui io riparto, ogni volta.

Va be', saremmo alla fine adesso, la parte in cui si fanno i saluti e gli auguri. Per la verità più che di auguri abbiamo bisogno di speranza fondata e ottimismo (e beccatevi 'sta botta renziana). Quindi io vi auguro quelle due robe lì.

mercoledì, dicembre 10, 2014

A me per esempio piace il varietale

Questo post è la possibile continuazione del post precedente, siccome ha a che fare con un acquisto fatto durante la mostra mercato FIVI, avvenuto con lo stesso meccanismo (mi piace molto, lo compro).

A me per esempio piace il varietale: mi piace, cioè, l'elemento aromatico spiccato, a volte esagerato. E' una forma di passione infantile dell'enofilo, che col tempo si perde (ma si vede che io non riesco a perderla): le esagerazioni olfattive di certi sauvignon, traminer, moscato, sono una specie di eterna calamita per me. Teoricamente le botte verdi, selvagge, da foglia di pomodoro nel sauvignon per qualcuno rappresentano una disarmonia. A me invece sembrano un elemento ludico proprio perché sopra le righe. Balter è un produttore (tra l'altro) di vari metodo classico trentino molto ben fatti: assaggiati, trovati buoni, però è stato questo sauvignon che mi ha fatto accendere la scintilla. Lo amo di un amore appassionato e un po' fanciullesco. Riassaggiato ieri sera a casa mi ha confortato il fatto che lo spettro aromatico, come dicevo, assai tenace, è integrato nel corpo alcolico (che in definitiva ammorbidisce il vino). Quindi insomma, ci siamo proprio. In enoteca sta sui 14 euro.

(Normalmente io classifico i riassaggi fatti a casa come prelievo di scaffale. E' una forma di controllo più o meno periodico di quel che ho in vendita. Questo sauvignon ha il raro, duplice pregio di farmi desiderare un secondo prelievo di scaffale il giorno dopo. Per dire, eh).

mercoledì, dicembre 03, 2014

Fiera FIVI a Piacenza. Veni vidi e perfino acquistai

La fiera piacentina che si tiene ogni anno a fine novembre si chiama "Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti" e contiene nel nome il mirabile termine mercantile. Si tratta cioè del genere di rassegna nella quale si possono fare acquisti, e non solo assaggiare. I visitatori riempono ogni anno i carrelli e quest'anno c'è stato un afflusso notevole, a giudicare dal fatto che questi carrelli erano quasi sempre in uso, e toccava aspettare un po' all'entrata affinché se ne liberasse uno: tenendo presente che il numero dei carrelli era enormemente aumentato rispetto alle scorse edizioni, e che altri ne avevano aggiunti il secondo giorno, questo dato (da solo) fornisce la misura del successo.

Per quanto mi riguarda, l'aspetto fisico legato al fatto di caricare sull'auto, alla fine della giornata, un po' di cose comprate durante gli assaggi, aggiunge fascino all'intera trasferta. Mi piace, cioè, l'idea di tornare a casa con le cose comprate in viaggio, e sistemarle sugli scaffali in enoteca nella modalità mercante che torna dalla fiera. Ormai anche i clienti lo sanno e chiedono "che hai portato?"

Per esempio: il Moscato secco altoatesino e il Santa Maddalena di Thurnhof. Tutti e due annata 2013, appartengono al genere di assaggi che ti fanno dire, alla fine "questo devo averlo". Il primo vino ha un aspetto che convince alla veloce: riesce ad esprimere il moscato, vitigno aromatico, senza le pericolose amarezze che a volte segnano la sua vinificazione secca. La pienezza, la sapidità del vino hanno il sopravvento, lo rendono assolutamente desiderabile, e il possente corredo di profumi tipici del moscato alla fine è solo la ciliegina sulla torta. Il secondo vino, dal vitigno schiava, ha quel corroborante naso da rosso bolzanino floreale e speziato, con una beva delicata ma altrettanto golosa. Nei miei appunti ho dato a tutti e due 87/100, che considerando quanto sono braccino nei punteggi non mi pare male. A bottega stanno sui 13 euro. Ed è solo uno dei miei best buy.

Link utili: la rassegna dei Vignaioli Indipendenti (segnatevela per l'anno prossimo, perlomeno) e la home di Thurnhof.

mercoledì, novembre 05, 2014

Milinko (tanto per cambiare)

Son un po' indietro con gli aggiornamenti autoriferiti quindi rimedio. Non so se avete presente quella cosa per la quale le guide cartacee sono in crisi: a riprova del fatto, ho collaborato alla Guida essenziale ai vini d'Italia edita da Mondadori e curata da Daniele Cernilli: qui la storia completa della mia allegra avventura. Il titolo "milinko" l'ho già usato nel 2006 quindi posso riciclarlo.

giovedì, settembre 04, 2014

Pinot nero e Borgogna: cosa avrà mai quella, che io non ho

Normalmente vendo cose italiane. Non è sciovinismo né altro che abbia a che fare col nazionalismo o peggio. Semmai è piacere da chilometro zero (o quasi) per cui se ho un vino soddisfacente a poca distanza da qui, è facile che lo preferisca ad un omologo, chessò, neozelandese. Su alcune cose però posso fare eccezione, e una di queste è il pinot nero.

Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.

E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.

L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.

Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.

lunedì, settembre 01, 2014

Cose scritte altrove, vino di Coronata, e blogghitudine (tre post in uno)

A fine agosto ho fatto un giretto per vigne a chilometro zero, a proposito del vino di Coronata qui a Genova, come narro su Intravino:

"Le vigne di città sono un fatto abbastanza raro, soprattutto se si pensa alle grandi città del nord. Genova però ha una strana conformazione, è una striscia di case lungo il litorale, con due punte che si infilano nell’entroterra seguendo i principali corsi d’acqua, il Bisagno e, appunto, il Polcevera. Questa conformazione fa sì che anche oggi la città cerchi di strappare via spazio alla macchia dei primi rilievi appenninici, per cui non è difficile, salendo a monte, infilarsi in pochi secondi in panorami boscosi, verdi, quasi selvaggi, avendo lasciato le case dietro una curva. Partendo da Cornigliano (il quartiere dell’ex Italsider) si può salire verso la collina di Coronata. Questo nome qui a Genova da sempre significa una cosa: vino. Bianco, per la precisione. E di fatto, le vigne sono in città". (Il resto del post sta qui).

La storiella di cui sopra mi dà modo di parlare anche d'altro, adesso. Per esempio, serve a riprecisare quel che penso della condivisione in rete. Il post in questione parla di un mio fornitore, in definitiva, visto che quel vino adesso è in vendita anche nella mia enoteca. Tuttavia si tratta di un tipo di posizionamento sui generis, siccome sia nel post che a bottega io consiglio ai miei clienti di passare dal produttore per comprare il vino. E per convincerli meglio, in questi giorni il vino lo tengo aperto in degustazione gratuita. Come minimo, a comprare direttamente risparmieranno (io infatti vendo quel vino a euri 9,50, ma dal produttore costa 7,32). Ma soprattutto, potranno vedere un vigneto, parlare con chi produce, insomma otterranno info di prima mano e in definitiva miglioreranno la loro conoscenza. Tutto questo non è paradossale, e non è nemmeno folle o autolesionista. E', invece, un espediente puramente virale, cioè un modo di far circolare qualcosa che attiene in termini generali al mio lavoro: in definitiva serve a lavorare meglio. Potrei narrare numerose storie di clientes che restano un po' spiazzati da questo atteggiamento, ma alla fine si fidelizzano in modi che vanno oltre alle formule fuffose di un certo marketing. Ma non voglio nemmeno dilungarmi (comunque spero serva ai colleghi timorosi: l'economia del dono funziona).

Infine mi consente pure di togliermi un sassolino dalla scarpa nei confronti di quei quattro malpancisti (segnatamente sarebbero giornalisti o addetti alla comunicazione paracadutati nel mondo del uebbe senza nemmeno sapere perché) che continuano a miagolare nel buio di conflitti di interessi. Nel post ho fornito il link ad un paio di altre enoteche di città che sarebbero più convenienti della mia, già che c'ero. Quindi, adesso, alla fine di tutto questo indegno pippone, ho titolo ed elementi per dire ai malpancisti dove lietamente devono andare una volta per tutte:

(no vabbe', non lo dico. Ci siamo capiti).

venerdì, agosto 15, 2014

Vinai dove meno te l'aspetti

"Sherds of some late Roman amphorae, in which wine was transported around the 6th century, were discovered during excavations on the site".

Per quanto pensi di andare lontano, il lavoro ti raggiunge all'improvviso.

mercoledì, luglio 30, 2014

Dice che l'Unità chiude. Probabilmente

"I liquidatori di Nuova iniziativa editoriale spa in liquidazione, società editrice de l'Unità, a seguito dell'assemblea dei soci tenutasi in data odierna comunicano che il giornale sospenderà le pubblicazioni a far data dal 1 agosto 2014".

Il linguaggio dei contabili è scarsamente poetico: significa che non ci sono soldi e chiude un altro giornale. Ma uno di quelli grossi, storici, stavolta. Siccome l'Unità ha già avuto rovesci simili io non credo, per essere sincero, che tutto andrà veramente malissimo (e certamente me lo auguro per quelli che ci lavorano). Ma insomma, è un gran brutto giro di boa questo. Siccome io con l'Unità ci avrei pure a che fare, dal momento che ci scrivo (o scrivevo, boh) un altro wine blog, il dispiacere è doppio. Staremo a vedere.

Nel frattempo, togliamoci un sassolino. L'orgia di commenti di quelli che si rallegrano per la chiusura (in definitiva) di un'azienda, è il simbolo fulgido della crisi della sinistra. La sinistra, cioè, ha fallito nel dare ai lavoratori una coscienza di classe minimamente diffusa. Invece, pare, la regola del "tanto peggio tanto meglio" sembra l'unica che caratterizzi le torme di abbruttiti che ora si rallegrano per la sorte di altri che sarebbero lavoratori come loro. L'Unità non si chiama (o si chiamava, boh) con questo nome per caso. Ma appunto, ormai chi se lo ricorda più.

martedì, luglio 22, 2014

Della morte e resurrezione dei blog (segnatamente wineblog) e della prevalenza del permalink

Ci sono settori che assecondano i flussi tecnologici con qualche ritardo. Il mondo del vino pare uno di questi. Quando lo strumento del blogging era un fatto maturo, a metà degli anni duemila, è arrivato da noi. Non so come mai nel nostro giro ci sia questa specie di delta nello spaziotempo per cui tutto accade un po' dopo, probabilmente dipende dal fatto che chi fa vino è più o meno un contadino e ha poco tempo. Comunque sia, dopo la fase di innamoramento per la piattaforma comunicativa bloggish, sono arrivati anche i social network (quasi unicamente Facebook) e gran parte delle conversazioni sono migrate di là. Al punto che adesso le reti sociali servono anche a rilanciare il concetto che il blog, ossia il wine blogging, è morto, o moribondo.

Anche questa coscienza arriva tardi. Fuori dal nostro giro ci si rende conto che non solo le reti sociali non sostituiscono decentemente le conversazioni via blog, ma finiscono per essere un ambiente peggiore sul piano dell'utilità. E' quindi alquanto affrettato, e probabilmente nemmeno raccomandabile, dire che il (wine) blogging è morto. La blogosfera, fuori dal quartiere eno, ha passato la prova dei social in quanto concorrenti e ne è uscita migliorata, meno affollata di prima, e (credo) con un bel po' di rumore di fondo in meno. Spiace dirlo, ma io trovo che il chiasso risieda stabilmente su Facebook. Le reti sociali hanno in un certo senso migliorato i blog, aiutando gli autori a focalizzarsi sugli aspetti di rilevanza e utilità della piattaforma.

Per segnalare un punto di vantaggio del blog sulla rete sociale cito ad esempio un fatto recente. Seguivo una conversazione di grande interesse su Facebook, dove un argomento posto da un produttore di vino di importanza nazionale aveva provocato prese di posizione e interventi di rilievo: l'essenza delle conversazioni online, cioè. La lettura è continuata qualche giorno, poi anche gli alert della piattaforma non mi hanno più avvertito circa nuove interazioni. Ben presto la conversazione ha rivelato il destino comune ad ogni altra, su quel social network: era destinata ad essere perduta, perché la timeline su Facebook è appunto un (pescosissimo) fiume che scorre col tempo, noi lo seguiamo, peschiamo un bel po' di cose, ma inevitabilmente finiamo per lasciarci dietro il flusso trascorso.

La volatilità dei dati su Facebook è probabilmente il male peggiore. Le conversazioni che avvengono lì sono difficilmente rintracciabili, o perlomeno richiedono smanettamenti infiniti e non sempre efficaci. Twitter è afflitto dallo stesso problema, tranne per i tweet salvati nei possibili storify della comunità quando le conversazioni raggiungono un livello di rilevanza molto alto. (Non ho esperienza di ricerche di conversazioni su Linkedin e nemmeno ci tengo, confesso). Insomma, sui social va così quando, invece, io sono in grado di rintracciare e linkare in qualunque momento un post scritto dieci anni fa. Basta Google, per ottenere il risultato. A confronto, una conversazione di due anni fa su Twitter è a rischio vaporizzazione.

A costo di apparire ora come qualcuno che è convinto di comporre scritti fondamentali, io credo che chi si cimenta nella comunicazione autoprodotta farebbe bene a darsi un sistema, ed un ambiente, in grado di rendere fruibili quei contenuti nel tempo. L'ambiente a cui affidare quei contenuti non è Facebook, non sono le reti sociali, ma sono i cari vecchi blog, con la loro prevalenza del permalink. A meno che l'interesse di chi scrive su Facebook non sia quello, appunto, di attirare l'attenzione su un fatto che nel giro di poche ore si affianca a molti altri, e nel giro di pochi giorni svanisce.

Quanto a me, mi auguro che passi rapidamente l'attuale fase de "il wine blogging è morto", affinché ci si renda bene conto, come succede fuori di qui, che il bloggare ha un senso, quando compone e rilancia elementi rilevanti. Per il cazzeggio invece sembra più adatto Facebook - il che va benissimo, ma: mica si può cazzeggiare tutto il giorno. E lo dico in quanto heavy user di Facebook.

lunedì, luglio 21, 2014

Vivace o frizzante, nel dubbio tutti e due

Tra i rossi estivi che vendo c'è il Gutturnio di Casa Benna, che è un eterno preferito, per me. L'azienda ha una curiosa tipologia duale di questo rosso-con-le-bollicine: il frizzante e il vivace. Che differenza c'è? Nessuna, dal punto di vista dell'effervescenza: la differenza sta solo nel metodo con il quale si ottengono queste benedette bollicine.

Il vivace è una fermentazione naturale in bottiglia, quindi un Gutturnio vecchio stile con qualche ruvidezza e magari un filo di fondo, al naso appare rustico e molto naif, ma senza mai sbroccare in puzze o robe simili. Il frizzante è invece la versione moderna e pulitina dello stesso vino, che il produttore ha creato - mi raccontava - per venire incontro alle richieste di alcuni suoi clienti, che desideravano appunto il Gutturnio contemporaneo, senza eventuali depositi sul fondo ed altre arcaicità. In effetti appare più succulento e delicato.

Insomma, quale scegliere? Alla fine io amo tutte e due le versioni, e ho preferito non decidere. E' piuttosto una questione di mood del momento, come quando decidi se metterti la t shirt vissuta o la polo da personcina seria. A volte mi va in un modo, a volte nell'altro, ed è il massimo del decisionismo che mi sono dato.

sabato, maggio 17, 2014

Socialitudine



Questo video, ad una settimana dalla pubblicazione, segna poco meno di due milioni di visualizzazioni. Sono ottenute quasi certamente attraverso la condivisione nelle reti sociali, e YouTube è (anche) un social network, a sua volta. (Già la presentazione, "un video che TUTTI devono vedere", è uno strillo social perfino comico, e questo da solo basterebbe a liquidarlo come un social experiment). Il messaggio contenuto, però, serve ad elencare le devianze che sono conseguenza dell'uso e dell'abuso delle reti sociali. Quindi anche la popolarità di questo video è in definitiva una contraddizione. Se teniamo conto del fatto che dice cose in larga misura condivisibili - nel senso di "sono d'accordo", non "da postare su Facebook" - mescolate con un po' di buon senso e un pizzico di paternalismo, prevedo che non avrà difficoltà diventare viralissimo (avvitandosi ancora di più nella deliziosa contraddizione).

Al di là di questo elemento contraddittorio tutto sommato marginale, in definitiva dice che il problema non è la tecnologia, ma siamo noi. E l'uso che facciamo della tecnologia. Serve a fare riflettere su un dato: bisogna cercare sempre e comunque un punto di equilibrio in questo tipo di interazioni. Resta solo un dubbio: lo condivido su Facebook o no? La risposta potrebbe essere "sì, ma non in modo impersonale. Cercando di circostanziare, di trovare un punto di equilibrio". (Io ci ho provato).

mercoledì, maggio 07, 2014

Arcari+Danesi Dosaggio Zero: bullarsi conto terzi

Da queste parti scrivo volentieri delle cose che ho in vendita: di solito dico che sono tutte cose buone (pensa un po'). Ma quando va bene, trovo qualcun altro che fa il lavoro per me e volentieri ne approfitto. Per esempio InternetGourmet sul Dosaggio Zero di Arcari Danesi (un Franciacorta in arrivo a giorni): "Insieme cremoso e affilato, la quadratura del cerchio, splendido". Il miglior descrittore, peraltro, è quel "wow".

lunedì, maggio 05, 2014

Come scrivere eccellenti note di degustazione? Analisi alternativa con risvolti anarchici

Abbiamo parlato di parole del vino che sono possibili, e parole del vino che sono meno accettabili. Questione di gusti, certo, ma le parole sono lo strumento unico per raccontare, quando scriviamo. Hanno contribuito Emanuele nella prima parte, e Alice nella seconda parte. Quanto a me, visto che è il mio turno, vi segnalo questo post di Wine Folly, dal titolo fulminante: "How to Write Excellent Wine Tasting Notes". Il busillis in fondo è tutto qui: come si fa a scrivere di vino decentemente?... [Continua su Intravino].

venerdì, maggio 02, 2014

Cose vecchie. Due vini bianchi di dieci anni fa, per esempio

Negli ultimi tempi mi capita di assaggiare bianchi molto maturi. E capita perché a bottega ci sono, per la verità, un certo numero di reperti archeologici. Etichette finite nel dimenticatoio, o bottiglie messe apposta in un angolo nascosto per aspettare, “e vediamo che succede”. A queste si aggiungono cose conservate proprio senza costrutto, accasciate su uno scaffale e riesumate dopo ere geologiche. [Continua su L'Unità].

giovedì, maggio 01, 2014

Dieci anni di Diario. Quasi

Sarà la primavera, sarà che uno ogni tanto fa ordine, ma oggi spolverando il mio archeo blog ho fatto un po' di pulizie. E insomma, nel bel mezzo mi sono accorto che questo polveroso angolo del uebbe due punto etc si avvia a compiere, a settembre, dieci anni di vita.

E' il genere di ricorrenza che ti fa venire due tipi di idee: chiudere davvero tutto e andare in pensione, oppure cominciare coi ricordi del tipo "qua una volta era tutta campagna". Indeciso tra le due opzioni mi sono limitato per ora ad un aggiornamento del template (tradotto: ho rifatto l'impaginazione e il look). In mancanza di altre rivoluzioni epocali è stato un riassestamento che ha richiesto circa trenta secondi di click, e non c'è bisogno, con questo, di ricordarti i vantaggi del mondo digitale, che sono sempre quelli.

Comunque, io resto un sentimentale. Qui è iniziato tutto, e tornarci è sempre un fatto struggente. (Potrei, in coda, raccontarvi dell'ultimo assaggio di cose in enoteca ma a 'sti punti vi rimando al prossimo post).

martedì, dicembre 03, 2013

Com'è fatto un vino a zero solfiti (lo assaggiamo, così vediamo, ecco)

Il vino a zero solfiti aggiunti, cioè il vino al quale non è stata aggiunta alcuna percentuale di SO2 (in sostanza, un conservante e antisettico), è un must tra le produzioni associabili alla galassia dei vini naturali. La solfitazione in effetti può arrecare disturbo ai soggetti che manifestano intolleranza specifica, e comunque chi fa vino naturale desidera in ogni modo evitare le addizioni chimiche che, anche di poco, allontanano il vino dall'idea che questi produttori hanno: un vino naturale, appunto.

Domenica ero a Piacenza, come annunciato, a risentire i vini di vecchi amici e cercare cose nuove da proporre agli amati clientes. Chi pensa al lavoro dell'enotecario come ad una specie di Indiana Jones del vigneto, a caccia di inarrivabili tesori enoici in lande perigliose, per una volta potrà cambiare idea: mentre aggiornavo al cellulare il mio status Facebook un produttore che mi ha tra gli amici, vedendomi in fiera, mi ha mandato un messaggio del tipo "potresti venire ad assaggiare il mio vino". Siccome era circa ad una cinquantina di metri da me, è così che ho scoperto i vini del signor Cascina Boccaccio. Facile, no?

Dei vini presentati da Roberto, tutti interessanti, almeno due erano davvero notevoli: un rosato a base dolcetto, molto profumato e succoso, e Celso Zero, un Dolcetto di Ovada, appunto a zero solfiti aggiunti. Comprato al volo quest'ultimo, ora sta a bottega aperto per gli assaggi: bellissima frutta, intenso, gioioso. Insomma, se uno vuole sapere com'è un vino a zero solfiti, può togliersi lo sfizio. Secondo me, per dire, non è il fatto di essere zerosolfiti a renderlo buono. Credo c'entri, soprattutto, la mano di chi lo fa.

Quanto alla qualità legata allo zerosolfitismo, già ne scrissi qui.


mercoledì, novembre 20, 2013

Appunti per la prossima fiera che non devi mancare

Tra tante fiere del vino che bazzico con ardore una delle preferite ormai è quella della Federazione Italiana Vignaioli Indipendenti a Piacenza. Date, come da immagine qua vicino. Forse l'elemento più interessante, per tutti, è che questa è una formula riuscita, anche sul piano logistico, di mostra-mercato: è cioè una fiera nella quale potete comprare il vino direttamente dai produttori, a prezzi un bel po' più bassi della filiera delle enoteche (e se lo dico io, fidatevi).

A proposito di logistica azzeccata, oggi leggo sulla pagina Facebook della Fiera che i visitatori/compratori potranno "disporre di un corriere espresso direttamente all'interno della fiera. Infatti I-DIKA, partner di Fivi per il Mercato, avrà un corner dove potrete recarvi col vostro carrello, parlare con gli operatori e predisporre la spedizione delle bottiglie acquistate direttamente a casa vostra". Ottima idea, secondo me.

(Con l'occasione tengo a dire che questo è un post in conflitto di interessi triplo con salto carpiato all'indietro: la Fiera in questione è apparentemente mia concorrente, perché vende cose che vendo io. Ma io sono convinto di due fatti: la diffusione virale del vino di qualità è un fatto squisitamente pro domo mea, e soprattutto io sono più simpatico di quelli, a vendere, ergo vinco io).

sabato, novembre 16, 2013

Le parole per dirlo

Io indulgo nell'usare il termine bottegaio: mi piace perché è antico e descrive quello che sono. Oggi per la verità ha smesso di essere antico siccome lo usano i presidenti di grosse società per azioni perché non hanno la dignità di chiamarsi col loro nome (presidente di una SpA, appunto) e scippano il termine desueto per darsi un'aria rassicurante. Ma quelli non sono bottegai, sono fuffa. Il bottegaio è quello che alla fine della giornata spegne la luce, riordina, e chiude la saracinesca a chiave. La mattina dopo riapre alzando la stessa saracinesca e accende le luci e spazza il tratto di strada davanti alla porta: io sono quello, e chi usa la parola ma non apre una saracinesca da una vita non è come me.

Io sono un blogger: che non ha niente a che vedere col giornalismo. Chi mi chiama giornalista (purtroppo succede) non capisce niente di cosa sia essere blogger e di cosa sia un blog, quindi bisogna ogni volta reinventare la ruota e rispiegarglielo: il blog è un sistema di comunicazione che serve a prolungare in maniera digitale quanto già accade in modalità analogica, cioè raccontare se stessi e dilatare gli orizzonti comunicativi nei modi che sono propri di questo mezzo libertario, anarchico e rivoluzionario. Non ci sono ordini, non ci sono cricche, conventicole, associazioni, esami di stato e cooptazioni: se vuoi essere blogger lo sei, bastano trenta secondi per registrare un account su una piattaforma qualsiasi. Da quel momento in poi funziona solo un tipo di controllo, che è la credibilità che acquisisci ogni volta daccapo, post dopo post, e ti viene accordata da chi ti legge: se sbagli paghi, immediatamente, i commenti sono un sistema di controllo orizzontale spietato. Se menti non avrai seguito. Se fai un refuso qualcuno correggerà. Se diffondi notizie false verrai segnalato come bugiardo, e la tua credibilità in rete diverrà zero. Il blog è (ribadisco) orizzontale e paritario, il giornalismo è verticale, paternalista, trombonesco. Salvo eccezioni che tuttavia confermano la regola.

Io sono un wine blogger: scrivo di vino perché è il mio mestiere e credo di farlo con qualche decenza (sia il mestiere che la scrittura). Questo blog per esempio è nato quasi dieci anni fa come prolungamento digitale del mio lavoro, che è vendere vino, quindi parla quasi sempre dei vini che vendo. Ma siccome io sono anche un mediattivista scrivo di vino in senso lato, quindi anche di vini che non vendo, e del mondo che riguarda il vino. Non me l'ha ordinato nessuno ma mi va di farlo. Da questo skill è nata la mia collaborazione con altri editori che un bel giorno m'hanno chiamato e mi hanno detto: scrivi per me. Ad alcuni ho detto sì, ad altri no. Ho sempre fatto quello che mi andava, perché nessuno mi può dire quel che posso o non posso fare: è Internet, rassegnatevi.

Internet nonostante tutto è un ecosistema.

Così ho partecipato, in questi anni, a tante vicende editoriali in rete: Peperosso, Kelablu (cose che ormai nemmeno esistono). Poi Dissapore, poi Intravino, poi L'Unità, insomma, ho fatto quel che so fare: il wineblogger. Il meccanismo era sempre quello, orizzontale, trasparente e wikizzato. Intravino, poi, l'ho mollato per strada quando non mi andava più, e l'ho ripreso (preciso: mi hanno ripreso loro) quando mi andava di farlo. Ancora una volta, io faccio quel che mi pare: scrivo, racconto, intervengo, smanetto sul tema che mi è caro. Essendo un bottegaio. Se non vuoi leggere, c'è il back button. Puoi partecipare all'ecosistema, puoi imparare a godere dei suoi frutti, ma c'è una cosa che non ti riuscirà: impormi cosa posso o non posso fare.

(Per esempio, oggi mi andava di scrivere su Diario Enotecario, dopo qualche millennio, se non altro per aggiornarvi).

mercoledì, maggio 29, 2013

Dettori in degustazione gratuita (non siamo qui per vendere, ma per regalare)

















I vini di Alessandro Dettori meritano racconti lunghi ed immaginifici, per la carica suggestiva che hanno. Tuttavia questi discorsi hanno migliore accoglienza (diciamo) se questi vini sono nel bicchiere. Per questo nei prossimi tre giorni, giovedì 30, venerdì 31 maggio, e sabato 1 giugno, all-day-long, saranno in degustazione gratuita in enoteca il Renosu Rosso, e il mitico Dettori 2010. Riservato solo ai clienti simpaticissimi. Passate un po' quando volete, noi siamo qui.

mercoledì, aprile 10, 2013

Vinitaly e dintorni in un'immagine sola













Vabbe', in realtà le immagini sarebbero due. A destra Natalie Oliveros, da sempre mia ammirata attrice (in arte Savanna Samson) e produttrice di Brunello di Montalcino, alla sua postazione Vinitaly. A sinistra il monaco georgiano del Monastero di Alaverdi, al suo stand a Cerea. Di quei vini georgiani (e di altro) parlo più diffusamente qui. Quanto al resto, non ricordo se oggi ho ancora detto che l'enomondo presenta discese ardite (e risalite) da capogiro. Lo dico, allora. (E chiaramente tutto ciò mi piace).

mercoledì, aprile 03, 2013

Post di servizio. Scarica la mappa di Vinitaly 2013













La mappa degli sterminati stand del prossimo Vinitaly è disponibile, sul loro sito, in formato PDF. Stampandola, però, resta comunque di dimensioni un po' piccole; quindi ho pensato ad una soluzione adatta a noi anziani ipovedenti: ho zoomato il pdf, estratto una sezione jpg di dimensioni maggiori, e l'ho piazzata qui affinché possiate scaricarla. Contiene quasi tutto quello che serve. Quando la stamperete, fate in modo di stamparla in formato landscape, cioè in orizzontale, altrimenti sarete daccapo (avrete un'immagine piccola). Con il visualizzatore di foto in Windows 7, per dire, la funzione di stampa orizzontale è automatica (ma togliete la spunta alla voce "adatta l'immagine al frame").

martedì, marzo 26, 2013

Deve esserci certamente un senso














All'inizio della settimana che precede Pasqua, che un enotecaro immagina densamente lavorativa, qualcuno ha deciso di riasfaltare le strade attorno (e davanti) l'enoteca. Quindi l'accesso è impossibile, per i clienti e per i fornitori. Certo, siamo al tempo del chilometro zero ed i clientes accorreranno sicuramente a piedi (attenti alle macchine operatrici), ma una cosa così lascia ugualmente perplessi.

Di fatto, la situazione un po' lunare qui attorno è quella che vedete nelle foto. Del resto la mia è ormai l'ultima attività commerciale in questa parte della via (tutto il resto sono box auto). Deve esserci un qualche genere di messaggio recondito, un senso oscuro. In definitiva: chissenefrega dei commercianti.

martedì, febbraio 05, 2013

Riceviamo e volentieri pubblichiamo










Cominciamo con un disclaimer come fossi Enofaber: Enogea m'ha regalato la copia digitale della classifica dei Cru di Barbaresco, e io volentieri rilancio. Dall'altra parte.

venerdì, febbraio 01, 2013

Cose scritte altrove

Mi capita spesso di ritrovare contenuti di qualche interesse nei commenti ai post, oltre che nei post della blogosfera che frequento. Questa volta, in un surplus turbo autoreferenziale si tratta di un commento mio. Peraltro vado dicendo da sempre che nei commenti, almeno, uno dovrebbe essere conciso, salvo poi scrivere un papiro come quello che srotolo qua sotto - parafrasando il poeta, ho dato il consiglio giusto, non sapendo dare il buon esempio.

Si tratta della questione degli accrediti stampa ai blogger per le fiere di settore (lèggasi: ingresso gratis). La questione, spero sia evidente, contiene in sé una contraddizione in termini: se sei blogger, non puoi avere alcun accredito stampa - semmai un "accredito blogger", qualunque cosa sia. Il blogger, nella configurazione antidiluviana del lavoro che vige in 'sto benedetto paese, è fondamentalmente un buontempone. Siccome verosimilmente le caste sono destinate a perpetuarsi per i prossimi mille anni, e la mobilità del lavoro viene usata solo alla stregua dell'ombrello di Altan, la vedo alquanto nera. Del resto avevo anticipato qui, e qui, qualcosa. Da quelle cogitazioni derivava il termine (orrendo, vabbe') di blogger embeddato.
«Sulla questione dell’embedding del blogger: essere embedded, o embeddabile, significa ridursi al livello del giornalista tipico che si muove spesato e rimborsato (essendo uno che fa informazione per lavoro) ma finisce inevitabilmente per copiaincollare i CS degli enti aggiungendo l’incipit “nella splendida cornice”. Cose che abbiamo visto millanta volte e che in definitiva ci hanno fatto voltare le spalle a quelli e ci hanno indotto a leggere i blogger, che per lo più non avevano bisogno di baciare la pantofola a nessuno.
Nel frattempo, gli editori nazionali hanno scoperto che il blogging è un flusso comunicativo un bel po’ più efficace dei baciatori di pantofole, quindi le cose si sono complicate. Io ho cominciato a fornire contenuti ad editori nazionali, credo, ai tempi in cui Kelablu era retto da Massimo Bernardi, e il nostro editore era il Gambero Rosso. Da allora fino ad oggi mi capita in sostanza di fare sempre la stessa cosa, fornire contenuti a editori ben riconoscibili (L’Unità, per dire l’ultimo) eppure io, e quelli come me, restano una specie di buffi perditempo. I miei contributi non hanno alcun valore nemmeno per ottenere la tessera di pubblicista, come è noto, e quindi non sono in nessun modo assimilabile ad una figura che fa informazione – pure se, credo, il mio Linkedin prova il contrario. Questo strabismo, o dovrei dire cecità, trionfa nei form di accredito alle fiere nei quali, inevitabilmente, devo inserire il numero di tessera. Ovviamente è giusto così: perché lorsignori devono sbattersi a capire chi sia blogger, chi perditempo, e chi giornalista? Serve un criterio dirimente, rapido ed efficace. Quello funziona sempre.
All’ultima edizione della Fiera di Merano, per dire, in alternativa all’iscrizione all’ordine, avrei dovuto produrre (secondo loro) una lettera del mio editore nella quale si dichiarava che sì, in effetti redigevo il wine blog de l’Unità. L’idea di dover richiedere un documento cartaceo di quel tipo alla mia indaffarata redazione, da sola, m’ha fatto dire con tutto l’amore possibile “ma andate al diavolo” (a proposito: salve ragazzi). Adesso non so bene che si inventeranno a Verona, ma verosimilmente la musica non cambierà. O forse sì. Saranno, comunque, in ritardo di una decina d’anni. Quand’è che tardi diventa “troppo tardi”? E soprattutto: ci interessa davvero essere embeddati da ‘sta gente?» 

giovedì, gennaio 31, 2013

In ricordo di un amico fraterno

Questo è il genere di post che non avrei mai voluto scrivere, né farvi leggere. Ho sempre pensato che eventi di simile portata, quando sono accaduti a me o alla mia famiglia, fossero troppo enormi per essere condivisi nelle reti digitali dove transita ormai gran parte della nostra vita. Però quando ieri mattina mi hanno comunicato la scomparsa improvvisa e totalmente inaspettata di Sergio Cibelli, agente di commercio nella mia città, e amico fraterno, il dolore è stato talmente intenso e violento, che sento comunque il dovere di parlare di una persona che apparteneva al nostro mondo - e certamente al mio.

Sergio era un venditore competente, un gourmet, un uomo del vino appassionato, ed era un addetto ai lavori amatissimo da tutti i colleghi, miei e suoi, per la sua disponibilità. Potrei narrare infiniti aneddoti sulla sua persona, come è normale per chi (come me) ha condiviso con lui non solo il lavoro ma un percorso esistenziale di almeno vent'anni. Vi basti sapere che per me Sergio era l'uomo, l'amico, a cui affidare il mio negozio in caso di necessità. Quando anni fa mi ritrovai impossibilitato a lavorare per un incidente gli consegnai le chiavi di bottega, come si farebbe con un fratello.

Per questo adesso sono in grado di dire che la sua mancanza è intollerabile, e il vuoto che lascia non si può colmare. Ripensando a cosa è stato per me Sergio, mi rendo conto ora che lui identificava l'agente di commercio nella sua essenza, un elemento di comunicazione sociale preesistente a qualunque rete sociale come la conosciamo, e non sostituibile, date le sue profondissime caratteristiche di umanità. Addio, amico mio amatissimo.

[Quanti volessero far pervenire comunicazioni alla famiglia, possono usare anche la mia casella di posta elettronica, provvederò a inoltrare il vostro messaggio].

giovedì, gennaio 10, 2013

Saluti dal tessuto produttivo del quartiere




Verso la fine del 2010 abbiamo avuto l'alluvione. Sono passati due anni, e uno potrebbe chiedersi: come vanno le cose a quelli colpiti più duramente? Il negozio che vedete nel filmato sta messo così. [Via Facebook]

martedì, dicembre 18, 2012

Gli ultimi giorni di Pompei

C'è un fatto che tendo, ogni anno, a dimenticare: gli ultimi giorni prima di Natale si vedono i clienti più strani. Ogni volta ci ricasco, e ogni volta mi sorprendo un po', pensando "ma guarda questo". Voglio però precisare: il mio sentimento è, ormai, sempre benevolo. Trovo imbarazzante il commerciante che si lamenta dei suoi clienti, e io non sono certo quel genere.

Oggi un signore anziano, molto incerto e dubitoso, compra tre rossi toscani per un regalo. Vinta ogni diffidenza, mi chiede "una di quelle sue scatole" per confezionarli. Ma certo: è normale che gli omaggi si confezionino così. Poi ci pensa un po' su e mi chiede se posso donargli un'altra scatola, perché vuole regalare un certo prosecco che imbottiglia lui (testuale). "Ma certo" dico io sorridendo. Allora si prende coraggio, e me ne chiede una terza. Dico di sì, ormai mi sta simpatico: voglio vedere che s'inventa ancora. Alla fine esce contento. Passa un'ora e ritorna: mi chiede "uno di quei sacchetti di carta dorata" con i quali mi ha visto fasciare alcune scatole ad un altro cliente. Ovviamente lo assecondo, e gli chiedo: "lei ha tre scatole, è sicuro che non gli servono tre sacchetti"? e forse teme che io sia ironico, perché mi dice che ne basta uno. E invece io ero pronto a regalargli anche i fiocchi. Del resto venerdì finisce il mondo, che me ne faccio, ormai, di tutti quei nastri?

Sia come sia, sembrano gli ultimi giorni di Pompei. Ma io sono grato ai miei clienti, che mi hanno preferito. Appunto, grazie a voi, e Buon Natale.


sabato, dicembre 15, 2012

Che cos'è il Chianti oggi

Filippi Cintolesi spiega che cosa sia oggi il Chianti, come idea di vino prima ancora che come vino, in questo memorabile commento.

giovedì, dicembre 13, 2012

Ma parliamone: degustazione gratuita di Prosecco Ruggeri


















Nuovo Natale, nuovo Prosecco: quest'anno arriva il Prosecco Superiore di Valdobbiadene Extra Dry di Ruggeri - e se il nome vi pare lungo, sentite questo: c'è anche il Prosecco di Valdobbiadene Superiore di Cartizze Dry. Fortuna che lo abbreviamo in Cartizze, e basta. Insomma: la scusa è buona per assaggiarli tutti e due. Da venerdì 14 a domenica 16 dicembre, tre giorni di assaggi free per chi passa in enoteca, e vuole conoscere la bollicina veneta del momento (ma che dico, del millennio). Che poi vabbe', se passi oggi, si stappa lo stesso.

[Immagine: Ruggeri.it]

domenica, dicembre 09, 2012

E' un mondo imperfetto, e tu lo sapevi già

Una domenica mattina a bottega, una domenica natalizia quindi di lavoro, può essere pigra quanto basta per aggirarsi in letture, una tantum, fuori dall'enomondo. Per esempio questa, col titolo eloquente "Panettone e pandoro: stessi produttori per grandi firme e marche del supermercato. Cambiano i prezzi". Teoricamente si tratta di old news, più o meno tutti conosciamo il fenomeno descritto nel titolo. L'articolo va un po' più a fondo e, alla fine, mi ispira un paio di considerazioni.

1. I supermercati sono il male. Ovviamente il mio, di titolo, è un bel po' forte e non serve spiegare perché io sia in acido con qualunque roba sia connaturata come GDO. Il punto che mi sta a cuore, però, non è tanto esibire l'ennesima lagna del bottegaio che è ammazzato dai supermercati. Il fatto è più articolato, e sostanzialmente sta tutto qui: sembra proprio che la dinamica connessa alle concentrazioni nella distribuzione sia inevitabilmente fatta apposta per creare disastri. E dicendo questo tengo a precisare che io, in realtà, vorrei vivere in un mondo perfetto: vorrei cioè operare in un mondo nel quale la GDO sia (fosse) davvero quel sistema distributivo virtuoso e ideale - e invece, guarda un po'? Non è così. Vale per la GDO come per qualsiasi ambito nel quale mi capita di scazzare - tipicamente i giornalisti, la politica, la Grande Cospirazione Aliena, eccetera: non mi diverte sapere che là fuori le cose vanno per il verso storto anzi, credo che tutte quelle magagne potrebbero essere corrette virtuosamente, consentendo alla fine l'auspicata pratica del "c'è posto per tutti". Invece tocca leggere robe così: "Ma come è possibile pagare un dolce natalizio quanto due litri di latte fresco? Si tratta di un regalo che i supermercati fanno ai clienti, perché i dolci firmati dai grandi marchi sono venduti dai produttori a un prezzo variabile intorno ai 4 euro. Considerando le regole commerciali della filiera i panettoni dovrebbero essere venduti a circa 8,0 euro, come in effetti si legge sul prezzo riportato su alcune confezioni". Non sfugga a nessuno il passaggio "regalo che i supermercati fanno ai clienti". Capisco che si avvicina Natale, ma ormai ho qualche difficoltà a credere che esista Santa Klaus. La mia impressione, anche dopo la lettura dell'articolo, è che da qualche parte i clienti pagano lo stesso. E pagano i produttori, e pagano gli artigiani che subiscono concorrenza sleale - pagano tutti tranne indovina chi.

2. Il famoso prezzo sorgente è una cosa solo nostra. Sembra che le allegre menate che ci facciamo nell'enomondo per sviscerare cosa (e quanto) sia il prezzo sorgente non riguardano proprio il panettone-mondo (passatemi il neologismo), per dire. E nuovamente: questo non significa che nel settore vinicolo non si debba praticare la vendita a prezzo sorgente - il cielo sa quanto io sia favorevole al meccanismo e ai suoi collegati disposti. No, io invoco, semmai, che le jene affamate che affondano i loro denti nei polpacci dei venditori di vino contrari al prezzo sorgente (all'esibizione, o al semplice parlarne) si dedicassero con uguale ferocia anche al giro, chessò, dei panettoni. Davvero: andate a piantare una grana anche lì. O spero troppo?

giovedì, dicembre 06, 2012

Domande e risposte

La raggelante vicenda di Soldera (non serve spiegare) comincia ad avere qualche conseguenza di mercato - il mercato, questa meravigliosa entità che ci governa. Lo segnala Jacopo: "un mese fa una bottiglia di Brunello di Montalcino Riserva 2006 di Gianfranco Soldera veniva via a 159 euro. Oggi, appena due giorni dopo la drammatica vicenda di Case Basse, a 450". Tra tante considerazioni possibili, devo ammettere che mi sono chiesto, io, come mi sarei comportato nello stesso caso. Al momento non trovo ancora una risposta.

mercoledì, novembre 21, 2012

Non è il vino dell'enologo. Una recensione















Bella recensione al libro di Corrado Dottori, "Non è il vino dell'enologo", Su Carmilla. Recensione tanto più interessante perché fuori dal giro dei blog wine-addict, quindi scritta in modo da rendere comprensibile un argomento specialistico, evitando così l'effetto respingente che questo topic rischia, purtroppo spesso, di avere. Per esempio, questo passaggio:

"...è dalle imperfezioni di certi vini dei contadini e soprattutto dei piccoli vignaioli “dissidenti” dal produttivismo, di chi “restaura” vecchi vigneti abbandonati, da cui si ricava poca uva ma di splendida quantità, forte, resistente alla siccità degli ultimi anni per la profondità del radicamento, concimata dalla pratica secolare dell’inerbamento e del sovescio, che ci si deve aspettare grandi cose nel futuro del vino vero, naturale, genuino e non globalizzato nel gusto".

domenica, novembre 18, 2012

Elementi di conoscenza emersiva per scimmie urlatrici

In questo avvincente post Luciano Pignataro mescola un sacco di cose: essenzialmente i suoi profondi irrisolti con l'editore di Dissapore Network, e con qualche altro amico. Nella foga riesce ad infilare pure me, e per questo mi tocca puntualizzare la parte di borborigmi che mi riguardano. Per il resto, posso solo augurargli di trovare quella serenità che apparentemente gli manca.

Luciano dice una cosa giusta, e una sbagliata (una tra le tante, ma ho detto che qui parlo solo di quel che riguarda me). Affermando che io sia favorevole a "l’idea di un sapere che si forma attraverso la chiacchiera urlata, anonima, senza un filtro specialistico" si riferisce al concetto di conoscenza emersiva che deriva dalle conversazioni in rete - e sì, è vero che io sia acceso fautore di questa dinamica virtuosa. Non è ovviamente vero che mi interessi la chiacchiera urlata e anonima. Solo chi non mi conosce può pensare che io abbia una simile perversione. Solo chi non conosce le dinamiche delle conversazioni in rete - e dei suoi limiti oggettivi, che io non manco mai di indicare - può permettersi una simile sequela di inesattezze. Circa la parte relativa ai filtri specialistici, siamo tutti in ansiosa attesa di vederli esplicitati. Se passano per cose che cominciano con "ordine" e finiscono con "dei giornalisti", essendo ormai disposti allo sghignazzo, l'effetto comico sarà facile da raggiungere.

Nell'ecosistema della rete si aggirano svariate bestie - tra queste, certo, anche le scimmie urlatrici (e pure qualche dinosauro). La dinamica orizzontale della conoscenza, che qui si pratica, richiede un po' di lavoro di discernimento anche in chi legge. Per esempio eliminando urla di scimmie oppure altri rumori provenienti da sauropodi in via di estinzione. Quanto allo sproloquio finale che mi associa a Berlusconi, avendo esaurito le mie energie, lascio (appunto) al discernimento del lettore il gravoso lavoro.

E a proposito di estinzione, con l'occasione (come si dice) mi è gradito segnalarvi un estratto niente male relativo all'ultima conferenza di European Wine Blogger (grazie, Elisabetta):

"Il fatto che ci sia questa conferenza è la prova che il vecchio mondo del wine writing sta sparendo - ha detto Andrew Jefford - La creatura che eravamo abituati a chiamare wine writer sta morendo. Con questo, voglio dire che la confortevole vecchia vita fatta di viaggi stampa, degustazioni per giornalisti, affabili articoli di stampa ... è finita per sempre".

sabato, novembre 10, 2012

Piove governo etc










Allerta meteo, raffreddore dell'enotecaro, ce n'è abbastanza per restare a casa: quindi oggi (10 novembre) la vinoteca è chiusa. Buon vin brulè a tutti.

[Immagine: Secolo XIX]

martedì, ottobre 30, 2012

Agenda piena

Per i prossimi due fine settimana, gli eventi sono già schedulati. Il mio lettore, come d'uso, può accorrere numeroso.

mercoledì, ottobre 24, 2012

Troppo grigio
















Il rant(olo) odierno lo dedico ai miei amici enofili che ai banchi d'assaggio consigliano il produttore sullo stile produttivo. Anzi, più che consigliare, quelli intimano proprio: usa meno legno, cambia tipo di impianto (?!?), leva un po' di cabernet, allunga i tempi di macerazione. E via così, all'infinito.

Ora, io capisco tutto, capisco che siamo un popolo di sessanta milioni di allenatori. Capisco anche che io sono il genere del submissive quindi prendo un po' quello che viene, ma questo atteggiamento è difficile da comprendere. Io quando sono davanti a un bicchiere di vino mi limito a considerare cosa c'è dentro. In sostanza, c'è un'opera compiuta, che riflette l'idea di vino che ha il viticoltore. Mettersi a ridiscutere gli ingredienti di questo prodotto mi fa pensare a quel tizio che osserva Guernica per dieci minuti buoni poi se ne va dicendo "troppo grigio". Il vino come opera d'arte? Ma anche sì, guarda.

giovedì, ottobre 18, 2012

martedì, ottobre 16, 2012

Todo cambia

Questo post potrebbe essere tranquillamente archiviato tra le comunicazioni interne di scarso valore, ma siccome accade con qualche frequenza che l'argomento esca fuori in alcune mie conversazioni private, è il caso che comunichi ufficialmente: dallo scorso agosto non sono più un intravinico. Cioè non sono più parte del team di Intravino.com, il garrulo wine blog che ho co-fondato e co-smanettato. Come dico sempre nelle conversazioni private di cui sopra, non c'è un motivo specifico ma una serie di infiniti piccolissimi motivi che si riassumono nella sospirosa Todo cambia. (Il fatto è comunque assai meno sospiroso però la canzoncina mi piace, quindi eccola qua).

 

martedì, ottobre 09, 2012

Mainstream ma lolloso

L'Espresso sarà sicuramente mainstream, però il blogger è per natura lolloso, e alla fine l'effetto è questo qui. Lettura assai raccomandabile.

mercoledì, ottobre 03, 2012

Quand'è che "tardi" diventa "troppo tardi"

Tre giorni fa Doctor Wine, cioè Daniele Cernilli, scriveva questo post sull'inevitabile Farinetti e il suo Vino Libero. Tralasciando ogni commento sul topic, che per me esercita lo stesso fascino dell'esegesi biblica, nel post si trova un refuso: tra le aziende che Farinetti "controlla, per partecipazioni strategiche" Cernilli infila San Fereolo (l'azienda doglianese di Nicoletta Bocca) al posto di San Romano. Nulla di male, intendiamoci, i refusi e gli errori sono sempre in agguato, e il vostro quipresente dispone di una vasta bibliografia autoprodotta. Quello che sfugge alla comprensione è il fatto che a distanza di un bel po' di tempo, e dopo le segnalazioni nei commenti al post, l'errore non è stato corretto. Personalmente, avendo letto il link sulla pagina Facebook di Doctor Wine avevo subito chiesto lumi sul fatto: possibile che quella biovinoverista insurrezionalista di Nicoletta Bocca avesse ceduto quote a mr. Eataly?


La domanda non ha avuto alcuna risposta - per la verità, scorrendo la timeline di Doctor Wine su Facebook, non ho visto nessun tipo di interazione con gli aficionados (quorum ego) che hanno fatto "like". Insomma, urge un bravo addetto alle pierre digitali, da quelle parti.

Update: Stefania Vinciguerra "a nome di Daniele e della redazione" corregge. E siccome la stessa risposta adesso si legge nella pagina FB, hey - abbiamo lo scoop: sappiamo chi gestisce l'account. Sono cose. Certo, sono stati "impegnati tutti" e questo significa che quella "redazione" per tre giorni non legge i commenti. Ora attenti che arriva l'appendice saputella: io ho una certa esperienza di amministrazione di blogghe, ma una roba così mi lascia abbastanza sbaccalito.

giovedì, settembre 27, 2012

Brunello Riserva 2006 San Lorenzo. In degustazione. Gratuita. Poi uno dice i commercianti genovesi

















Con la vendemmia 2006 San Lorenzo diffonde nel mondo la sua prima release di Brunello Riserva. Arrivato a bottega, pareva brutto non aprirlo. Quindi segnatevi la data: questo sabato, 29 settembre, all-day-long in enoteca abbiamo (plurale maiestatis) la Riserva in assaggio. Degustazione gratuita riservata solo ai clienti simpatici, ditelo agli amici. Accorrete numerosi e comprate ancora più numerosi, bisogna finanziare il rifacimento del sito del mio brunellista del cuore, che non si può più sentire la musichina e vedere il filmatino.

venerdì, settembre 21, 2012

Lo standard dell'assaggio

E' un periodo divertente per chi si diverte a fare il mestiere dell'assaggiatore. A settembre le aziende spediscono in giro campionature per assaggi, dopo la pausa estiva si ricomincia a lavorare (o insomma, riparte quel che chiamiamo lavoro nonostante tutto) quindi c'è un gran da fare a valutare nuove proposte. Ci sono giorni nei quali apro due o tre bottiglie diverse. Almeno un fatto credo d'averlo (ormai) capito: tanto più un vino ha carattere, tanto meno si riesce a valutare nell'arco di un assaggio veloce. Lo standard ideale è l'assaggio nell'arco di almeno due giorni, per fornire un giudizio equilibrato. Vini che appena aperti sembrano quasi inespressivi, riassaggiati 24 ore dopo rivelano mille sfumature.

Se da un lato questo è un elemento quasi affascinante del cosiddetto liquido odoroso, è anche un limite formidabile per il famoso cliente finale che compra la bottiglia in enoteca (o la ordina al ristorante), la apre e vorrebbe berla subito. Che facciamo, gli diciamo "ripassi domani"? Chiaro che no. Il problema è praticamente senza soluzione, a meno che il cliente finale non sia enofilo quanto basta per capire che domani è un altro giorno, quindi la bottiglia lasciata smezzata per la prossima cena, idealmente, regalerà qualche emozione nuova e probabilmente migliore. A questo potremmo aggiungere la consueta lamentazione sui limiti da assaggio in fiera, ma quella ve la risparmio. Alle solite è un mondo complicato.

giovedì, settembre 13, 2012

Modestamente. Ma anche: molto charmant

Il ritaglio che vedete proviene da una delle molte riviste parecchio patinate che mi arrivano a bottega, aggratis (grazie, eh). La famosa supremazia del web sulla carta stampata passa per cose così: se tu scrivi una mezza vaccata, pure mezza sgrammaticata, in rete, stai sicuro che in dieci secondi arriva un commentatore a metterti in riga. "Azzo dici pirla, si scrive charmat". Oppure:  "Ma come azzo fai a dire che a differenza delle aziende del nord specializzate nella produzione di spumanti, noi col nostro prodotto abbiamo ottenuto successo per qualità gusto originalità, ma vatti a nascondere" e via così. Magari abbiamo fortuna e troviamo commentatori più urbani, ma non è mica detto.

Ora, se io potessi scegliere tra un'informazione bidirezionale, bilanciata e conversazionale come è quella in rete, e l'informazione ingessata, monodirezionale, indiscutibile e al riparo da voi trolloni, come quella della carta stampata, non avrei dubbi: carta stampata tutta la vita. Vuoi mettere? Nessuno che ti rompe le palle, e magari pure un po' di belle sovvenzioni statali per la stampa. Il fatto è che questa possibilità di scelta non c'è più, quasi per nessuno - anche se qualcuno, come si vede, si salva ancora. Finché dura, beati voi.

mercoledì, settembre 12, 2012

Vari tipi di bolle

In questi giorni ho riassaggiato il Trento metodo classico (Millesimato 2007, pure) di Revì, che è una new entry in enoteca. Gran bell'assaggio, molto suggestivo - d'altra parte se lo vendo che volete che vi dica, che non è buono? Ma la verità è che (lazzi a parte) ho amato questo genere di assaggio impegnativo, perché il vino in questione è un millesimato con quattro anni di lenta presa di spuma sur lie. Un metodo classico ottenuto in tempi lunghi fatalmente è più concettuoso, stratificato, in una parola opulento. E' un vino tanto, a partire dai profumi ampi, fitti, il classico bouquet che dopo un'ora nel bicchiere tira fuori riconoscimenti sempre nuovi. E come succede in questi casi, paradossalmente il suo pregio potrebbe essere il suo difetto. Quando la beva è appena un po' più seria diventa più complicato (io credo) trovare un abbinamento adeguato. Questo non è tanto (e non è solo) riferibile al cibo da associare al vino. Per me l'abbinamento è un fatto di contestualizzazione, cioè dipende anche dal mio umore, dalla mia voglia di impegnarmi in qualcosa che richieda attenzione. Prestare attenzione ad un vino non è questione di obblighi, è appunto una voglia, una predisposizione: lo fai quando senti che ti va. Quindi lo contestualizzo. E' per questo che mi appassiono nello stesso modo ai vini piccoli e meno impegnativi, perché anche loro si incastrano in modo contestualizzato nel mio mood del momento.

Certo bevendo un metodo classico di questo tipo è sempre più evidente come certe parole siano parecchio limitate a qualificarlo, anche solo parlando. Fai presto a dire "spumante". L'enofilo advanced ormai non usa più dire spumante (e se non lo sapevate, sapevàtelo) e fa bene, perché spumante dice poco e niente. Ma anche metodo classico finisce per essere vago - vuoi mettere questo Trento classico comparato con un qualsiasi altro vino fatto con lo stesso metodo, per esempio un Franciacorta più giovanile, quindi più nervoso e scattante? La verità è che per ogni etichetta andrebbe fatto un bello spiegone preliminare, e per quello ci stanno gli enotecari. Altrimenti si finisce come nello spot di Corrado Guzzanti per il vago inesistente ultimissimo modello di Fiat: "'na macchina". E che è?

  

domenica, settembre 09, 2012

Quote of the day

"Non c’è nessun criterio valutativo attendibile se non il mio bizzarro e discutibile gusto personale, assolutamente variabile a seconda dell’umore, della digestione, delle condizioni meteorologiche e della difficoltà riscontrata nell’ultimo parcheggio sotto casa".
La citazione che avete letto non appartiene ad un assaggiatore di vino (e questa è una buona notizia). E' noto che gli assaggiatori proféscional si abbarbicano ad una serie di parametri che sono più o meno oggettivi. Ma è sufficiente vedere come i parametri possano cambiare, a seconda della scuola di pensiero (vin-naturisti puzzoni contro turbomaroniani adoratori del dio vinofrutto) per relativizzare, assieme al giudizio sul vino, anche l'ottimismo sulle sorti magnifiche della critica eno.

Comunque l'autore del quote è il mio guru cinematografico di riferimento, Dziga Cacace. A proposito, la citazione finisce così: "E detto questo, non mi resta che lasciarvi alla lettura delle sciagurate pagine che seguono. Tanto, la verità non esiste".

sabato, settembre 01, 2012

L'enofilo tranchant













Oggi è apparso per l'ennesima volta l'enofilo tranchant. Non è la prima volta che ne vedo uno, e non sarà manco l'ultima, purtroppo. L'enofilo tranchant è quello che trancia giù giudizi a colpi di accetta: le cose stanno come dice lui, punto e basta. Io gli parlavo di una certa Doc che ho in vendita e quello, deciso: "Non esiste alcun [inserire una denominazione a piacere] che sia decente".

Bum. Manco li avessi assaggiati tutti, poi. Come ci si comporta con uno così? Gli parli, lo meni? Lo educhi, lo blandisci? Io l'ho blandito. Sapete come si dice, "il cliente ha sempre ragione", e poi "piemontesi falsi e cortesi" (io sono mezzo piemontese). Ci ho messo due ore ma alla fine siamo diventati quasi amici, anzi ha anche comprato qualcosa. D'altra parte con la crisi pure l'enofilo tranchant mi pare uno zuccherino.