mercoledì, agosto 27, 2008

Prove tecniche di grande boh

[Si, vabbe', si riparla di Brunello, porta pazienza, ci infilo pure altro]

Probabilmente la principale annotazione, il primo titolo di merito che mi va di enfatizzare principiando questo post è: il grande Gaja-le-roi ci guarda da lassù; Angelo Gaja, o qualcuno per lui, ci legge e ci considera in qualche misura, a noi bloggaroli. Altrimenti non si spiega perchè abbia inviato a svariati influenti enoblogger[z] la sua ultima statuizione riguardo alla possibile modifica del disciplinare del Brunello di Montalcino. Per inciso, al momento i miei feed mi segnalano Franco, Ari, Marco come destinatari della missiva in questione; per motivi del tutto imperscrutabili, pure chi vi scrive è stato fatto segno della comunicazione, e questo ovviamente ci confonde e ci perturba, costringendoci ad assumere pose da persona seria - cosa notoriamente ostile alle nostre naturali inclinazioni. Vabbe', comunque grazie, o voi che lassù mi leggete. Anzi, già che ci sono ne approffitto: ciao Angelo, io ti ho sempre ammirato, lo sai. Ricordo ancora con emozione la tua rapida epifania nella mia bottega molti anni fa, che mi lasciò ammutolito, appunto perché emozionato.
Oh, ognuno ha i suoi culti delle sue personalità, che volete farci.

Ma veniamo alla sostanza della notiziola: non serve che ripubblichi tutto il testo, se come sempre altri già l'hanno fatto; posso solo registrare brevemente l'aspetto centrale dell'assunto: "occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino".

Traduzione: si adoperino vitigni migliorativi (caberlot, et similia) per i grossi industriali che hanno vigne poco vocate, e alla fine si evidenzi, in qualche modo in etichetta, chi e' purista e chi no.

Commenti possibili: il primo che mi andrebbe di rimarcare ora, è: io l'avevo detto che finiva così. Secondo commento possibile: io sono un post-maroniano bevitore di supertuscan e barriconi rotoconcentrati, quindi mi faccio andar bene pure il Brunello taroccato al cab. Però, pure un modernista come me ha avuto quel mezzo minuto di serietà tale da discernere che la fama del Brunello attuale è dovuta al prodotto tradizionale, non alle derive moderniste. Quindi, abbracciare questo genere di stravolgimenti finisce per essere pericoloso; per il futuro business legato al Brunello, credo.

Terzo commento possibile. Beh, sapete che c'è? Io mi arrendo; rinuncio a capire, ma soprattutto ad avere un'opinione in merito. Serve forse a qualcosa? Come moltissimi enoappassionati ho seguito, da brunellopoli in poi, il dibattito si/no/forse legato ai cambiamenti possibili sul rossone ilcinese; ho pure una mia idea, che coincide con quella di altri "tradizionalisti", ma pure questo ormai mi pare inutile; dirò di peggio, io mi sento orrendamente fuffoso ora; ma leggete cosa ho scritto fin'ora, ma che valore avrà mai questo fuffosissimo post, quando i giochi sono comunque fatti e decisi da corazzate finanziarie del calibro di Banfi e Gaja. Ma chi sono io, chi siamo noi, per pensare di avere qualche speranza di fermare questa specie di valanga? Forse è giusto arrendersi, lasciar perdere, così come ci si rassegna all'inevitabile e, piuttosto, cercare di guadagnare qualche genere di rifugio per salvarsi da quest'onda di piena, incontenibile, perché oltre ai potentati enofinanziari si somma pure la quasi totale, temo, insensibilità al "problema" delle masse di clienti potenziali, i quali probabilmente hanno altro di cui dolersi. Io dico che bisogna arrendersi, quando capisci che alla fine solo i possenti meccanismi finanziari sono quelli in grado di dominare e determinare lo stato delle cose: la discesa in campo di Gaja mi ha fatto un'impressione di già visto, come se qualcuno che davvero, e veramente, conta qualcosa nel nostro vago (eno)mondo, fosse sceso a dirci che la ricreazione è finita.

Come dicevo, si parla di Brunello, ma pure di altro.

sabato, agosto 16, 2008

Giù il cappello

Interrompiamo l'ozio ferragostano per segnalare la prosa vinosa del mese. O dell'anno, temo.
Nel belmondo duepuntoqualchecosa, fatto di bloggaroli che contano come il two of spades quando la briscola è fiori, siamo da sempre acidissimi con Bruno Vespa; ma perché, perché proprio a lui è concessa la rubrica delle rece a Panorama? Lui che quando scrive scopre solo etichette déjà vu, note a millanta enofili, lui che ti narra, come fosse un oracolo, che ha assaggiato quel certo incredibile sconosciutissimo siciliano, e ti parla di Planeta. Argh. Oh, quanto meglio sapremmo noi fare il suo mestiere. Ma che dico noi, siamo sinceri: intendevo scrivere io.
Ma poi, oggi, sull'ultimo numero del settimanale, ti inchioda alla sdraio con una descrizione che nemmeno Luca Maroni (in piedi, quando si pronucia il Suo nome). Eccola qua riprodotta, leggetela bene. C'è tutto un mondo, dentro.
"... Malvasia Nera in purezza, ha un corpo bruno e profondo come quello di una bella eritrea che mi è capitato di vedere in uno sbarco di clandestini a Lampedusa"
[Panorama del 21/8/2008, pagina 167; inutile linkare, che tanto devi registrarti]

venerdì, agosto 08, 2008

Basta produttori che vendono direttamente!

Bello il titolo del post, eh? Ci siete cascati, dannati disintermediatori. Tranqui, scherzo.


L'America patria del liberismo. L'avete sentito dire, sì? L'America culla di Internet, altra cosina gia' sentita. Storie: io voglio migrare in Indiana, l'unico angolo del mondo libero nel quale un giudice ha vietato la vendita di vino online dal produttore al consumatore, siccome le wineries, non potendo verificare la maggiore eta' del cliente de visu, non saranno autorizzate a vendere via Internet (o per telefono). La causa ha avuto l'altissimo patrocinio delle locali leghe di enotecari, ebbene sì, in quanto costoro si dichiaravano preoccupati della salute dei minori; cari colleghi, siete stati geniali, ma perche' non ci ho pensato pure io?
Quando avete finito di ridere, potete ricominciare, scorrendo i commenti alla notizia. Io vi traduco una breve selezione, che vi conosco, pigroni.
"Ai distributori non importa nulla dei minori. A loro importa solo dei loro affari"

"Vorrei sapere quanti minorenni ordinerebbero online e aspetterebbero la consegna per potersi alcolizzare"

"Ma certo, qui i genitori non riescono ad evitare che i ragazzini si procurino armi da fuoco, e adesso si aspettano veramente che questa regoletta prevenga le sbornie?"

"Mai saputo di minorenni che comprano vino su Internet, potendo approvigionarsi d'alcol nel negozio dietro l'angolo con una carta d'identita' falsa"

"Quale minorenne beve vino?? Non vi ricordate da ragazzini? Si usava roba da quattro soldi per ubriacarsi!"

"Come no, al liceo pensavo sempre che un raffinato cabernet fosse meglio di una pila di lattine di birra"

giovedì, agosto 07, 2008

Perché il Brunello è il Brunello, e la Cocacola no

Mentre scrivo sono intento in una degu appena insolita, la nuova Cocacola zero. Non male, devo dire, sono finalmente riusciti a citare lo spettro aromatico/gustativo della Coca nella sua riedizione ipocalorica, dopo qualche tentativo meno riuscito. La bevanda bilancia bene il caratteristico amaro da caramello con una dolcezza meno posticcia del solito, e guadagna con facilita' un 72/100 di punteggio centesimale (si, continuo a dare punteggi). Resta il dubbio sui metodi, sulle misture, sulle arcane molecole usate per ottenere questo alto risultato; temo che una risposta esauriente possa provenire solo dall'anatopatologo che sovrintenderà alla mia autopsia.

Proprio quando stavo per eradicare definitivamente lo uniform resource locator del forum del Gambero dall'elenco dei miei segnalibri, vista la caotica inconcludenza di quel povero luogo virtuale lasciato a se' stesso senza alcun governo moderatore, ho trattenuto il mio mouse per seguire questo succoso dibattito. A riprova del fatto che pure dal caos e dall'anarchia nasce qualcosa di buono.
In estrema sintesi, in mezzo al cazzeggio e al trollismo sta finalmente emergendo qualche elemento (per me) utile a circoscrivere le ultime vicende rubricabili sotto “Brunellopoli”. Stanno uscendo allo scoperto quelli che dicono: basta tirarvela da fighetti con 'sto vinone costoso e per pochi, il brand è cosa nostra, ne faremo un vino per tutti – all'incirca. Quindi, venga finalmente un nuovo disciplinare, venga finalmente ammessa, perché no, una percentuale di uva alloctona, venga avviata la santantimizzazione del Brunello. [Sant'Antimo è una Doc minore dell'area, per la quale è all'incirca consentito tutto o quasi].

Sono scene già viste, e per questo le dinamiche relative al rosso ilcinese si stanno facendo appena un po' più comprensibili. Sono le sempiterne, inossidabili meccaniche che attengono all'industrializzazione del prodotto artigianale. Sono robe che abbiamo già visto millanta volte, ogni volta che l'industria si è appropriata del prodotto – o meglio, della sua immagine, della sua forza sul mercato, e l'ha svuotato, diluito, predigerito, precotto, ed infine squalificato. E' il caso di fare esempi? Solo qualcuno: avete comprato Montasio, Lardo di Colonnata, Castelmagno, recentemente, presso la vostra coop-sei-tu? Se sì, come me, allora avete afferrato il concetto. I prodotti in vendita presso la distribuzione industriale sono una patetica citazione dell'originale.

Certo, ora, è necessario che faccia un inciso: comprendo che il mio discorso segua una deriva ideologica che possa suonare irritante, per qualcuno. Me ne scuso e, anzi, terrei a precisare: io credo che, come sempre, il mezzo sia neutrale e il giudizio sul mezzo debba derivare dall'uso che se ne fa; ed infatti io vorrei, da consumatore, un'industria in grado di mantenere standard appena maggiori di quelli verificabili ora, che sono improntati unicamente al profitto irrispettoso del cliente, visto come limone da spremere e non come utente da servire.

Tornando al nostro Brunello, accade quindi che qualcuno, da qualche parte, abbia definitivamente chiaro che questo brand (che schifezza di inglesismo, sia consentito dire ad uno che si nutre di inglesismi) è pronto per la manovra di svuotamento.
Però, come ho quassù titolato: perche' il Brunello è il Brunello? (E avrei potuto dire, il Barolo è il Barolo, e via così). Quello che terrei a dire ora, con qualche forza, riguarda proprio l'essenza di questo vino, e la sua conseguente grandezza, che ne fa purtroppo un brand appetibile dai vasti e/o vastissimi mercati.

Qui non si tratta di essere snob, di enfatizzare l'abusato “per pochi ma non per tutti”; personalmente, poi, sono quanto di piu' distante dall'enosnobbone che ritiene che solo quel vino, da quella sola vigna, da quella sola annata sia l'unico vino che meriti d'essere bevuto; chi mi conosce sa che riesco a trovare gradevole quasi qualsiasi intruglio, perfino la Cocacola. Però credo pure di essere enofilo abbastanza da saper distinguere la grandezza dalla banalità.
Riferita al vino, la banalità è la capacità di essere prevedibile, oppure l'incapacità di destare qualche emozione. La grandezza di certi vini, storicamente, è stata determinata appunto dalla loro potente capacità di suscitare emozioni.

Se siete arrivati fino a questo punto senza scuotere la testa, bravi, siete enofili quanto basta – sennò pazienza, ci mancherebbe.

Il Brunello è il Brunello perché nel corso di decenni i pochi produttori dell'area ilcinese, con il loro lavoro, hanno contribuito a creare un prodotto suggestivo, emozionante, fatalmente per pochi, in ragione delle capacità produttive limitate; successivamente, il prodotto è risultato pure costoso ed elitario.
Ora, il tentativo messo in atto dai soliti industriali di renderlo per tutti, e meno costoso, passando magari per modifiche al disciplinare di produzione o chissà che altro, ha pochissimo a che fare con la filantropia, e molto a che fare con i loro bilanci aziendali. Ma siccome la grandezza di quel vino è appunto nella sua essenza, modificandone l'essenza si corre oggettivamente il rischio di comprometterne la futura grandezza, secondo schemi già visti e correndo il rischio che il Brunello di Montalcino sia il prossimo Lardo di Colonnata.

sabato, agosto 02, 2008

Dice che fa caldo


Non lamentiamoci troppo per il caldo: questa sembra un'altra estate tollerabile. Ed infatti i contadini in langa si lamentano dello sviluppo vegetativo in ritardo - pero' il ritardo fa riferimento all'anticipo inusuale delle annate ultime, troppo calde, quindi non c'e' ritardo ma semmai c'e' puntualita', vabbe', spero si sia capito.

Comunque, ogni scusa e' buona per aprire una bolla estiva da serbare opportunamente in frigo, anche se il caldo non opprime: la mia etichetta del momento e' la Malvasia Colli di Parma 2007, di Monte delle Vigne. Charmat apparentemente senza troppe pretese di complessita', deve il suo fascino all'uso dell'uva aromatica, Malvasia di Candia, in grado di sviluppare un clamoroso bouquet floreale/fruttato, amplissimo, spiazzante. Nessun residuo zuccherino in bocca, quindi lievissimo amaro; tuttavia questa interpretazione dello spumante, sopra le righe a causa del suo naso eccessivo e strabordante, e' il mio vino per l'estate - e difatti, visto che stasera la bottega chiude per le immeritate ferie, un paio di casse son gia' pronte per l'autoconsumo dell'enotecaro.

martedì, luglio 29, 2008

Tasca per insonni


A casa mia, come altrove, c'e' una televisione; questa viene impiegata per gli usi piu' vari, per leggere dvd e divx, per giocare con la playstation, come interfaccia per l'eee quando hai voglia di usare un monitor serio, e a volte, residuamente, per guardare qualche canale. Continuo ad ignorare pervicacemente ogni satellite o sky-simile, il vero media (serve dirlo?) a casa mia e' la rete.
Comunque, ci sono rare volte nelle quali si potrebbe indicare qualche programma possibilmente interessante: stasera, per esempio, su Rai Uno - per la serie "grandi dinastie" - ci sarebbe uno speciale dedicato a Tasca d'Almerita. Agi dice "in seconda serata", ma il sito di Raiuno lo annuncia per mezzanotte e un quarto; siccome normalmente a notte fonda va in onda il meglio del meglio (parola di insonne) questa cosina su Regaleali si annuncia interessante. Uno dei rossoni amati all'inizio della mia carriera di enofilo era il Rosso del Conte (ah, i ricordi) quindi stanotte credo che vegliero'.

venerdì, luglio 25, 2008

Momenti geek


L'advanced desktop del mio eee 900 in tutto il suo splendore; mi chiedo come ho vissuto senza, tutto 'sto tempo.

giovedì, luglio 24, 2008

Bum

La centrale nucleare di Tricastin, avrete letto, ha dato piu' d'un problema, ultimamente. Oltre a quelli serissimi, pure qualcuno inaspettato: "il consorzio di produzione del 'Coteaux du Tricastin', prestigioso vino a denominazione di origine controllata del 'Midi' francese, ne cambiera' probabilmente l'appellativo entro il 2009, in tempo per la vendemmia: preoccupa infatti i responsabili dell'ente vinicolo l'omonimia con il sito dove sorge la centrale nucleare da dove l'8 luglio scorso si verifico' una fuga di uranio allo stato liquido". [Agi].

Questa vicenda potrebbe essere d'aiuto, preventivamente, al nostro deprecato legislatore, che ha deciso di darsi all'obsoleta tecnologia nucleare nei prossimi (almeno) dieci anni, quando nel frattempo andremo tutti in bicicletta - oppure, sperabilmente, ci verra' concesso l'uso della tecnologia aliena reperita a Roswell.
Nel frattempo, dicevo, il nostro governo potrebbe evitare di impiantare centrali nucleari coincidenti coi toponimi enologici: immaginate un po' l'effetto che farebbe la "centrale nucleare di Neive"; oppure di Cormons, Montepulciano, Valdobbiadene.
A pensarci bene, praticamente ogni toponimo del belpaese coincide con qualche tipo di virtu' nazionale, sia essa turistica o produttiva; le centrale nucleari di Venezia o di Firenze sarebbero altrettanto sciagurate.
Si, a pensarci bene, sarebbe da cestinare l'idea stessa di centrale nucleare.

martedì, luglio 22, 2008

Quelli miei, proprio mai


La notizia non e' data dal fatto che qualcuno, alla Camera dei deputati, si soffermi su questo indegno blogghe, come da report del mio contatore; la notizia e' che costoro usino un confortevolissimo Windows 2000. Mentre il Ministero della giustizia traligna con XP.

Previsioni sull'andamento della vendemmia 2009

No, non mi sono sbagliato a pistazzare: qui, in questo blog, siamo proprio piu' avanti.


Sara' che ho appena letto le previsioni Ismea sulla vendemmia 2008 (in quattro cartelle dice: si produrra' un po' di piu' - fine; e con cio' risparmi tempo) sara' che ogni anno ci si deve cimentare con queste inevitabili profezie, insomma pure io non vorrei essere da meno, e comunque terrei a differenziarmi. Quindi, ecco le previsioni per la vendemmia 2009. Che la 2008 son capaci tutti.

In breve: dopo un inverno alquanto rigido, la primavera del 2009 portera' abbondanti piogge nel periodo di marzo; sicuramente piovera' durante la settimana del Vinitaly. E comunque piogge sono annuciate per i ponti prossimi al 25 aprile e primo maggio. Questo non inibira' lo sviluppo vegetativo, che anzi si annuncia nella norma; quanti faranno trattamenti per tempo, riuscendo a indovinare esattamente quando piovera', se la caveranno egregiamente; gli altri diranno che i trattamenti non servono, e comunque sono superati. L'estate si annuncia calda e/o caldissima, ma potrebbe pure essere fresca come quella del 2008, se anziche' il surriscaldamento globale si andra' incontro ad una nuova glaciazione - su questo il dibattito e' aperto. La vendemmia sara', comunque ed ineluttabilmente, "a macchia di leopardo". E verra' autorizzato l'uso del mosto concentrato pure nel 2009, a prescindere. E almeno su quest'ultima previsione coltivo qualche certezza.

giovedì, luglio 17, 2008

Via, via (vieni via di qui)

[Il post non c'entra alcunche' con la canzone, ma mi piaceva il titolo]

Cose da fare a bottega quando sei morto (di noia): pigli l'auto e scappi in Langa. Cosi', per andare a vedere un paio di cantine di riferimento, per far rifornimento, per fare allenamento, per farti un po' contento. Oggi e' andata cosi'. Tra l'altro, per consueto amore del paradosso, in Langa cercavo un bianco, avevo voglia di assaggiare e comprare un bianco, ma comunque non un bianco ovvio e prevedibile; le declinazioni dello Chardonnay e dalla barrique sono infinite ed infatti in agenda avevo un Riesling, solo acciaio, di un barolista stranoto, Vajra - anzi, googlando un po' sul suo Langhe Bianco tra i primi risultati c'e' Franco Ziliani, manco a dirlo. Avevo assaggiato per caso un'annata risalente di quel Riesling, che nella maturita' esprime una potenza complessa e stratificata da grandezza; la vendemmia disponibile, 2007, non regala ancora le mineralita' goduriose che promette (in una decina d'anni, secondo Milena Vajra); ora stordisce con un bel cazzottone acido, bilanciato dall'alcol morbido. Eppure e' gia' una delizia. A listino e' sui 28 euri, quindi vino non piccolo, ma che merita d'essere dimenticato in cantina, per chi sa aspettare. Il resto della produzione riflette uno stile encomiabile, con l'austerita' tradizionalista che e' temperata, in ogni release aziendale, da sovrana eleganza.

[Update: pure Max scrive del biancone di Vajra qui. La fotina che correda non rende merito alla signora Milena, che e' di molto piu' graziosa]

martedì, luglio 15, 2008

Siore e siori, questo e' il 2008

Stamattina, mentre performavo la vendita di un magnum Ruinart blanc de blancs, ho utilizzato uno dei miei argomenti di vendita preferiti. Lo immetto in condivisione, si sa mai che possa tornare utile a qualche collega.

L'obiezione canonica, quando vendi Champagne che non rientri nel numero della banda dei quattro (Mumm, Veuve, Moet, Pommery) e' sostanzialmente: come faccio a regalare uno Champagne ignoto, se chi lo riceve non lo conosce, non lo apprezza, e via dicendo. Questo genere di argomento si smonta abbastanza validamente annunciando: caro signore, questo e' il 2008, non il 1975. C'e' stato un tempo nel quale, certamente, il consumatore aveva bisogno di far riferimento alla griffe per affidare la sua scelta; oggi le cose stanno diversamente. Quanti tra di noi consumano qualsiasi prodotto, si affidano anche e soprattutto a Google; cosi', quando ci troviamo tra le mani una qualsiasi griffe ignota, qualunque sia l'oggetto del nostro consumo, inserendola nel motore di ricerca otteniamo un quadro parecchio piu' chiaro del suo valore. Questo, appunto, non e' il 1975, e' il 2008. Quindi, prescindendo dal livello di conoscenza in tema Champagne (non e' obbligatorio essere enofili, alle solite) se immetti "Selosse Rosè" in google leggi i peana - mentre un po' meno gloriose sono le letture relative a veuv clicò.

Il consumatore ha l'opportunita' di fare un uso approfondito della rete per procedere nella conoscenza, pure tra le difficolta' del caso; un certo tipo di approccio "arcaico" al consumo, attraverso griffe peraltro parecchio svuotate di contenuto, rappresenta il passato. Naturalmente sta a noi (operatori) decidere se voler tenere un piede nel passato, oppure riconoscere le dinamiche del presente; nel caso, comunicando le stesse ai nostri clienti.

sabato, luglio 12, 2008

Il mantra dell'incomprensibilita' (contiene rece)

O mondo incomprensibile: e' il mio mantra preferito, meglio potrei dire il mio tormentone, che ripeto spesso e volentieri. Nel farlo, evito di approfondire le cause: se sia io che non ci arrivo oppure e' l'universo che non si spiega. In questi ultimi giorni, per dire, ho avuto notevoli difficolta' a spiegare al cliente curioso cosa e' successo col Brunello, e col Decreto Zaia: e' tornato tutto a posto? Bacchetta magica? Oppure: non e' proprio, mai, successo niente? Onestamente, qualcosa mi sfugge; appare certo che tutto, ora, sia a posto - un po' come la spazzatura a Napoli, e' sparita dal Tg4; segno che il problema e' risolto. Forse.

E certo, non e' colpa di internet che ci rende piu' stupidi - per fortuna qualcuno spiega perche': "la tesi stupida che i sistemi internet ci rendano meno intelligenti è stata messa in giro con molto clamore. E' un segno di paura da parte di chi controlla l'informazione, in particolare i giornali tradizionali (non a caso la notizia è stata molto diffusa dai quotidiani) e le televisioni (che hanno dato all'argomento ampio spazio). In realtà, hanno paura che il pubblico li abbandoni (o, come si direbbe con un linguaggio in voga, li mandi dove avete ben compreso)" - E grazie al qualcun altro che segnala il pezzo.

Come forse avrete letto in giro (vi basti la copertina dell'ultimo Espresso) siamo probabilmente sull'orlo dell'abisso economico-finanziario; per chi, come me, opera (comunque) in quell'ambito commerciale riconducibile al termine "accoglienza" (che mi piace una cifra, sottolineo) e' grande la sopresa nel vedere che c'e' chi insiste a darsi da fare, nonostante chi ci governa sia intento ai casi propri, per cui e' normale che si vada a rotoli - ma questo non si puo' dire, perche' si chiamerebbe qualunquismo. Quindi, rinunciamo a capire perche' stiamo scrutando l'orlo del suddetto abisso.

Piuttosto, diamo un senso vagamente food a questo post, inserendo la rece (sta a significare recensione, tutto ti devo spiegare?) d'un ristorante visitato ierisera. La sorpresa, probabilmente, e' tanto piu' piacevole quando nel corso della giornata ti hanno tenuto compagnia i cupi pensieri su esposti; ti siedi a tavola e ti sorprendi di ogni minuzia positiva, alla fine probabilmente la enfatizzi, ma appunto se non t'aspetti niente di buono godi due volte. Andiamo con ordine.

Il ristorante sta in una stradina interna al quartiere di Pegli, Genova, non distante dalla mia magione; una strada senza pretese in un quartiere ex-glorioso, l'unico nel ponente della mia citta' ad esibire un lungomare e qualche vestigia d'un passato turistico; la porta, rossa, e' una nota cromatica cospicua, che fa molto bistro' - con stile vezzoso e buona misura, che, vedro' poi, e' la cifra complessiva degli arredi e degli interni. D'accordo, entrando, tra gli arredi aggraziati, la barrique con le bottiglie e varie leziosita' compare la solita Berkel; sull'eccesso di Berkel ad uso arredo molti altri si sono gia' dilungati, quindi eviterei d'infierire; resta sempre il dubbio: sopravvive qualcuno che usi una Berkel per affettare la mortadella? Comunque, esploro brevemente gli interni pieni di belle cose buttate qua e la', ed arrivo ad una stanzetta adibita a sala per bimbi: incredibile, in una citta' a crescita zero un ristoratore che pensa ai bambini; l'ho ancora detto che il mondo e' incomprensibile? La parte piu' bella, pero', e' il piccolo giardino all'aperto, dove mangeremo, su sedie in ferro battuto non comodissime ma stilose e coerenti; grandi ombrelloni coprono i pochi tavoli, ravvicinati (ma questa e' Genova, mica la Pianura padana) e, finalmente, ti godi una location, incredibile a dirsi, fighetta ma non banale. Sono seduto al limite dello spiazzo aperto, lungo il quale corre un antico muro che, immagino, divideva le proprieta' con i giardini di questi vecchi palazzi patrizi, anticamente ville fuori citta' ad uso dei borghesi che "uscivano" da Genova per andare al mare; oggi questi quartieri sono annegati nella citta'; ma questo muro, coperto dai rampicanti, sbrecciato e cadente, e' puramente retro' senza infingimenti, e' antico e basta, non mente, non e' evocazione posticcia di antichita': e' antico di suo. Osservare da vicino qualcosa/qualcuno che non mi racconta storie, da solo, e' gia' appagante. E ancora: personale simpatico e cordiale. Da queste parti, scusate, e' praticamente un optional che volentieri pagheresti.
Cosa si mangia? Diciamo subito: niente voli pindarici, cucina riconoscibile, facile, forse un po' riluttante, ma che ci volete fare, io sono il genere di gurmè che, quando gli presentano "paccheri con pomodorini e pancetta" fatti bene e golosi, non si lamenta. Gia' gli antipasti si annunciano godibili, con i muscoli (cozze) perfetti, con mozzarella piaciona, con peperoni in agrodolce - ecco, questi davvero - memorabili per dolcezza. E ottimo pane. Da queste poche cose si capisce che le evocazioni iberiche sono, ovviamente, ignote. E va bene cosi'; i piatti sono, ci crederesti? rotondi e bianchi. In generale le preparazioni hanno spunti da meridione d'Italia (non ho indagato piu' di tanto) e le esecuzioni sono, come dicevo, improntate sulla facilita', sono confortanti e confortevoli. Il menu e' scritto a mano su un foglio di carta-paglia (la stessa che ti fa da tovaglietta) e la carta dei vini, eh, quella non c'e'. Io chiedo un bianco ligure, la signorina mi propone un Vermentino (quale, ovvio, non si sa). Questa e' la classica premessa per una brutta sorpresa, e invece ti servono un clamoroso Vermentino Riviera Ponente 2007 di Ruffino, azienda assolutamente sugli scudi, che conosco ed apprezzo: applauso. Salto il secondo, passo al dolce, una pastiera ricottosa quanto basta, di ottima esecuzione. Antipasto, primo, dolce, vino serissimo e acqua: sui trenta euri a personcina. Coordinate:
Ristorante Antica Via Venti
Specialita' genovesi e napoletane
Via Martiri della Liberta' 63R - Genova Pegli
Tel. 010 664665
Esci col piacere d'aver trovato un esercente che onora la categoria, e quasi rinfrancato nel vedere un ristorante aperto da poco, ma al gran completo, segno di buon successo, a dispetto delle crisi e dei tracolli.

mercoledì, luglio 09, 2008

Della roboante retroetichetta


Ci sono componenti del vino regolamentate dalla legge - perlomeno, ci si prova. Poi ci sono aree dell'enomondo totalmente anarchiche e deregolate, tipo le retro-etichette. Li' sembra che puoi proprio scrivere quello che ti pare, con qualche sprezzo del pericolo. Sul mio frizzantino bianco di riferimento leggo:
Vino profumato ed aromatico, con sentori che vanno dal fruttato del Pinot, al miele d'acacia dello Chardonnay, all'albicocca del Verduzzo e al peperino tipico del Sauvignon. Adatto a tutte le occasoni, e' ottimo con il pesce, con primi piatti a base di funghi e verdure, e persino con le carni rosse
Insomma, una roba cosi' ecumenica non s'era mai bevuta.

[Postfazione nr. 1: visto che dedico un post ad un frizzantino da sei euri, spero sia evidente una volta per tutte che son stato radiato dal club degli enosnobboni]
[Postfazione nr. 2: questo blog non linka il sito del produttore del vino - Legatura Mionetto - come forma di protesta nei confronti dei siti irrimediabilmente troppo brutti, in flash]

mercoledì, luglio 02, 2008

Si, vabbe', ma dai


Confesso, l'ho rifatto: ho curiosato tra le keywords di ricerca interna del blogghe. Teens, ecco, un po' m'ha sorpreso.

martedì, luglio 01, 2008

Guardare il (vino)mondo con gli occhi del bottegaio

Durante il trascorso TerroirVino, peregrinando di tavolo in tavolo, volentieri mi accompagnavo con amici, clienti, conoscenti d'ogni tipo; assaggiare da soli e' utile a non farsi influenzare, ma assaggiare in compagnia e' divertente: ti permetti di maramaldeggiare con l'assaggiatore incompetente, ti zittisci e prendi appunti se affianchi quello in gamba. Dovunque andassi, comunque, ad ogni assaggio formulavo la richiesta canonica al produttore: quanto costa?
Ovvio, essendo io commerciante, dovevo acquisire il dato. Il freddo elemento finanziario contribuisce al giudizio finale: puoi pure produrre un bel rossone da 80/100, ma se lo metti 25 euri piu' IVA (che significherebbe, idealmente, 45 euri in enoteca) sei sostanzialmente fuori mercato. Con qualche sorpresa, assaggiando in compagnia di molti enoappassionati, mi accorgevo d'essere sempre l'unico a fare 'sta domandina: d'accordo, sara' il mio bieco lavoro da sensale, ma possibile che a nessuno interessasse?

Eppure, ribadisco: non si puo' formulare un giudizio davvero compiuto su un vino, se non si ha chiaro pure l'aspetto monetario; capisco che l'assaggiatore puro desideri estraniarsi dai bassi sentimenti mercantili, ma mi chiedo: fa bene? Il limite monetario, certo, e' soggettivo; per quanto mi riguarda gioca pure il raffronto: per 45 euri, quali altri vini migliori, piu' significativi, posso vendere a bottega? Ecco perche', per esempio, non vendo Nero d'Avola a quelle cifre (e ce ne sarebbero). Per meno bevi Brunello; e non ditemi che sono inconfrontabili: un Nero d'Avola a quel prezzo e' confrontabile, purtroppo per lui, con una miriade di supertuscan intermedi. Ma non divaghiamo; si diceva: l'assaggiatore farebbe bene a tener presente anche l'elemento prezzo.

Durante uno dei molti Viniveri/ViniDiContadini/Vinifighi ricordo un produttore encomiabile. Presentava il solito bianco-sulle-bucce di cui mai abbastanza sparlero'; colore del te'; puzze insopportabili; incomprensibile; punteggio: 55/100. Faccio qualche domandina sulla produzione, al che viene fuori quanto segue (indimenticabile): zona di provenianza Colli Bolognesi, duemila bottiglie prodotte, primo anno in assoluto di produzione, vinificazione "totalmente naturale senza nessun tipo di intervento di qualunque genere". Prezzo "ancora non so bene, sai, ancora non ho idea... almeno dieci euro piu' IVA". Sbam! - Svenimento dell'enotecario - una roba cosi' a 16 euri almeno al mio cliente? Siamo alla follia.

Poi, ovviamente, se questa e' la regola ci stanno le eccezioni. Accade pure che il bottegaio si lasci prendere dal sentimento (non ridete, puo' succedere) e si lasci sedurre da elementi altri (troppo lunghi da dire, qui) per cui ci innamoriamo, che so, di un Salvioni nonostante le cifre: quello che trasmetteva quel vino trascendeva il prezzo.

[Fotina lietamente scippata a questa gallery di Fil]

domenica, giugno 29, 2008

Figurati se me la facevo sfuggire

"Tre bicchieri al giorno di vino rosso aumentano il piacere sessuale favorendo l'erezione e ritardando lievemente il riflesso eiaculatorio". Imperdibile notiziola a cura del prof. Ledda, nell'ambito dell'ultimo convegno "Vino & Salute", a cui grati rivolgiamo il pensiero.

sabato, giugno 28, 2008

Manco copiare sai


Dagospia scivola su Perrier-Jouët, e la maison francese diventa Perrie-Joét. Si, d'accordo, uno potrebbe dire: ma tròvati delle letture serie, perlomeno riferite all'enomondo. Tuttavia e' sabato, fa caldo, e uno a bottega evade come puo'. Anzi, ritrova qualche sinapsi funzionante, sull'argomento in questione:
1. non e' la prima volta (magari neppure l'ultima) che Dago snobba il copy&paste
2. del resto, questi sono i segni della decadenza.

giovedì, giugno 26, 2008

Valuta pregiata


Si festeggia l'incoronazione del Re di Tonga, e si brinda con un vino italiano, prodotto ovviamente da un Barone (similes cum similibus). Il vino, per dire, si chiama Coronation. La curiosita' maggiore: il Re di Tonga, paga davvero in Panga?
[Cheppoi sarebbe paʻanga, vabbe']