mercoledì, febbraio 25, 2009

Schede, appunti, note di degustazione. Sopravvivere ad esse.


Eric Asimov, durante l'ultimo Symposium for Professional Wine Writers, ha criticato la "tirannia degli appunti di degustazione": intimoriscono gli enofili alle prime armi, e non hanno comunque utilità descrittiva. Il mio post, per la verità, riporta quanto ha scritto Alder Yarrow, che era presente al symposium e ha trascritto le affermazioni di Asimov, a cui ora faccio riferimento. Tuttavia, se leggete il post di Vinography e i successivi commenti (lunga lettura) vedrete che l'assunto non è poi troppo sottoscrivibile. Nel vedere perché, vi annuncio che riassumo-il-riassunto di Asimov ad opera di Alder, e ve lo traduco pure. Tranquilli, è meno caotico di quello che sembra.

Eric Asimov, via Alder, afferma:
il maggiore ostacolo all'apprezzamento del vino nel pubblico consiste nell'ansietà dell'enofilo apprendista; questa ansietà deriva dall'idea comune, per la quale bisogna intendersi bene di vino, se vuoi goderlo appieno. E infatti afferma cose tipo: "vorrei capirci qualcosa di più, dovrei fare qualche corso... che libro mi consiglieresti?" - Insomma: molti pensano che bisogna mettersi a studiare, piuttosto che bersi serenamente un bicchiere di vino; gran parte mette il vino su un piedistallo, quasi fosse riservato a pochi. Questo, poi, non avviene certo per ogni ambito di consumo; tuttavia, accade col vino. Da qui derivano una serie di fatti disdicevoli, tipo identificare l'esperto di vino con l'insopportabile snobbone, che nemmeno ti considera se non conosci il tale produttore o la tale annata. Di chi la colpa? Forse (secondo Eric) questo è dovuto al fatto che il consumo di vino non sia (tra gli americani) un fatto di cultura quotidiana, quindi che sia necessario leggere un manuale di istruzioni, prima di avviarsi a questa costumanza. E proprio qui nasce il problema: le pubblicazioni in materia sono piene zeppe di tasting notes, di appunti di degustazione; sembra che i critici del settore sappiano fare solo quello, scrivere veloci schede di degustazione fatte di termini descrittivi lunari, e punteggi, cosicché il vino sembra essere solo questo, ormai. Quasi come se per descrivere un concerto, ci mettessimo a misurarne i decibel. E più la gente legge schede e punteggi, meno riesce a ritrovarsi in questi parametri, e l'ansietà cresce. Per far loro un favore, dovremmo smettere di scrivere schede, e trovare un altro sistema per trasmettere l'esperienza e l'emozione del nostro rapporto col vino.
Ecco, fin qui la critica. Tuttavia, come dicevo, la proposta "zero schede" non vede tutti favorevolissimi.
Credo di poter dire che le affermazioni di principio di Asimov siano, da queste parti, abbastanza recepite; come d'uso indulgerò nell'autocitarmi, ma io, come molti, sento da tempo il bisogno di rifondare gli elementi di descrizione critica del vino; si tratta, in sostanza, di trovare un modo nuovo; si tratta di contestualizzare il prodotto al produttore, e soprattutto di compiere una narrazione di persone e storie, piuttosto che compilare una pagella. Se poi guardo all'ambito comunicativo che frequento di più, quello dei blog, mi pare che questo sia da tempo l'atteggiamento prevalente - e molte sono le voci che chiedono di eliminare una volta per tutte il sistema stesso dei punteggi. Per farla breve, il rigido schematismo da tasting notes non appartiene a chi ha scelto da tempo di raccontare, nel modo più articolato possibile, il vasto enomondo.

Discorso a parte credo si debba fare per la terminologia. E' un dato di fatto che la narrazione di cui sopra passi per elementi di linguaggio che siano descrittivi. Sta a noi, di volta in volta, individuare una terminologia che riesca ad essere tecnica, e nello stesso tempo comunicativa. Si va dalla prosa maroniana al suo opposto (mi viene in mente Il mio vino, che fa un punto d'orgoglio l'uso di termini basilari: buono, non buono). Il punto è che, piaccia o no, a volte bisogna pur descriverlo, questo benedetto vino. Parto dal mio orticello, che mi viene facile: quando un cliente in enoteca mi chiede "com'è questo Lambrusco" significa che io devo lanciarmi in una delle mie funamboliche scene descrittive; e da quel che vedo, l'audience apprezza, ancora non m'è capitato il cliente che trovi ostico "spuma orgogliosa, naso fitto di frutti rossi" (o forse temono la mia stazza, boh).

Due parole infine sui malefici punteggi. Ribadisco quanto già detto, a proposito di una lettura recente. Andrea, dopo Benvenuto Brunello, ha fatto quello che io considero quasi un favore personale: ha elencato su Facebook(*) la lista totale dei Brunello assaggiati, con due-tre parole per ognuno, ed il relativo punteggio centesimale; questo mi ha consentito, praticamente in due minuti, un punto di vista esauriente (e affidabile, per quel che so). Chiaramente, quella lista aveva un valore riassuntivo, da addetti ai lavori; perché appunto la narrazione di tutto il resto, del contesto, delle persone, è cosa ben più lunga.

(*) Se ancora non ti sei dotato di feissbucc, fai lo sforzo.

martedì, febbraio 24, 2009

Bisogni


Il mondo del vino in rete ha bisogno di nuovi portali (delle strade e dei gusti, eccetera). Quello in questione pare ancora traballante - nessuna risposta infilando pigato oppure chianti nella ricerca. In attesa che il megaportalone s'attivi, auguri.

venerdì, febbraio 20, 2009

Sarà un lungo lungo secolo

Questo secolo è appena iniziato, ma io credo d'avere visto già due o tre annate del secolo. O forse è solo un problema di terminologie desuete.

martedì, febbraio 17, 2009

Il modernismo italico (oppure territoriale)

Se c'è una una rissa in cui eviterei sempre di ficcarmi, è quella tra modernisti e tradizionalisti. Potrei dire che sono tendenzialmente pacifico, oppure che sono pigro, oppure che non ho le idee chiare in proposito, siccome in realtà sono lib-lab e ondeggio; oggi sono l'uno, domani sarò l'altro. Quando la voglio spiegare facile ai miei clienti inquisitori, dico che non mi precludo nulla, per prendere il meglio di due mondi. Un po' pilatesco, ma efficace. Il fatto è che pure il termine modernista è vago, e non identifica con precisione un vino; negli ultimi tempi ho assaggiato qualche roba potentemente internazionale (California) ed indubitabilmente modernista; la faccio breve: quel genere di interpretazione enoica m'ha annoiato e non ha acceso in me il sacro fuoco del buyer, quindi niente ordine d'acquisto. Ieri, invece, sono ritornato, per la seconda volta in poco tempo, sul Bric du Luv 2003 di Ca' Viola. Altro modernista. Eppure.

Io credo che esista, per fortuna, una via italica al modernismo. Il vino in questione è composto da Barbera, al 95%, e Nebbiolo per il restante; il vitigno maggioritario segna il prodotto finale, con la sua carica vibrante, resa meno dura dal tempo (parlo di un 2003, dicevo), dove la componente della maturità ha esaltato la stratificazione olfattiva; la modernità non prende il sopravvento sul vitigno, e l'esecuzione non stravolge il territorio (ecco, l'ho detta, la parola magica). Probabilmente questa capacità di esibire carattere, ed identità, rende certo modernismo italico più comprensibile, e per me più gradito. Per inciso, questa bottiglia guadagna facile 87/100, ed in enoteca costa ventisette euri.

[Linx: Beppe Caviola pare non avere un sito proprio, a parte questo. Alcune degu interessanti: qui quella performata da Roberto Giuliani, e qui quella ad opera di Andrea Scanzi].

lunedì, febbraio 16, 2009

Tantovale che me ne sto a casa

Il liveblogging della settimana delle anteprime toscane sta qui. Sì. d'accordo, non è proprio come assaggiare, ma è quasi come.

martedì, febbraio 10, 2009

Quattro pezzi facili

A mano a mano che si avvicinava il mio quarantacinquesimo compleanno, mettevo via la bottiglia che mi pareva adatta a celebrarmi. Però, dopo qualche tempo, le bottiglie esorbitavano il numero del possibile; così si sono accumulate, e sono state libate in un arco di tempo un po' dilatato; come per certi re od imperatori, il mio compleanno è durato una quindicina di giorni. Per alcune di queste etichette, ho serbato gli appunti.

1. Invecchiare male.
Ah, i bei tempi in cui ero un maroniano militante. Dove sono andati, quei tempi? Che ne è stato del giovine assaggiatore che sbicchierava marmellate? Che ci faccio, ora, con questa bottiglia di Brunello Biondi Santi 1998? La apro e medito sul tempo che passa. Ci sono griffe e griffe: Biondi è il genere di griffe dalla fama meritata; la nobiltà di questo naso vola alto sulle omologazioni vanigliose; il colore, semplicemente, non degna di nessuna considerazione la massa dei vinoni color melanzana. La somma finezza è somma grandezza. Sciapò, inchino, sospiri, e lacrima di commozione. 90/100, per 89 Euros.

2. Di male in peggio.
Non guardarmi storto, o Barolo Riserva 2001 Broglio, di Schiavenza: tu non sei un rincalzo, non sei un ripiego di Biondi; non ti tenevo come ruota di scorta. Tu sei una storia a parte, sei altra cosa, altre vigne e altri vitigni. Certo che questo naso, non lo dimenticherò facilmente. Ma quanto ci starei, sul tuo bicchiere? Quante volte t'ho fatto girare e rigirare, e ogni volta a trovare qualcosa di nuovo? E ogni volta, alla fine, lo stesso pensiero: "ecco perché faccio questo mestiere". Ancora un grande, sontuoso, senza muscoli dopati. 90/100, per 46 euri.

3. Sweet home Alabama Alsazia.
Qualcuno può spiegarmi, per favore, che diamine hanno gli alsaziani? Ma perché devono lasciare nel loro Traminer certi residui zuccherini da stordimento papillare? il Gewurtztraminer Wintzheim 2006 di Zind Humbrecht è una roba da pasticceria secca. Già il colore ti butta giù dalla sedia, quando lo versi: ma che è? Pare ambra liquida. E poi la dolcezza: sì, va bene, non è una cosa tipo passito, ma è ugualmente mieloso; ci vuole quel suo nerbo deciso, salino/minerale, in bocca, a tenerlo in piedi, a giogioneggiare amabilmente su un risotto thai con gamberetti e curry. Dopo lo spiazzamento iniziale, that's ammore. Oh, esageriamo: è pure bio. 88/100, al modico prezzo di Euro 21.

4. Hahaha! Nero d'Avola! No, dai, davvero, cosa bevi...?
Evabbe', alle solite, se uno beve Nero d'Avola pare un mentecatto. Ma il Rosso Eubea 2005 di Adele D'Angelo, appena arrivato, a me piace troppo. Ci risiamo coi rossi a-muscolari, che non vogliono dimostrare nulla, eccetto ciò che sono: naso di frutta rossa finissimo (more), bocca soffice, bottiglia perfetta. 82/100, e costa la bella cifra di euri 8,90.

[Postfazione: per la prima volta nella storia di questo blog, finalmente pure io esibisco una determinante foto presa da iPhone. Ovviamente non mio, io resto ancorato a Nokia]

venerdì, febbraio 06, 2009

Karma police

Qualche giorno fa a bottega ho avuto l'ennesima epifania di due tipi dell'Agenzia delle entrate. La vicenda merita una descrizione approfondita, anche per spiegare, a tutti quelli che sognano un'attività in proprio, cosa sia veramente questo garrulo mondo.

Quando succede che due di questi entrano in negozio, il tempo e lo spazio subiscono una distorsione dimensionale, e tu sei contemporaneamente personaggio di Orwell, Kafka, e Walt Disney. I due non profferiscono altra parola che "siamo dell'Agenzia delle entrate" con tono misto, tra il solenne e l'addolorato, ed in quel momento io penso solo: vorranno comprare del vino. Eh sì, perché io nemmeno per un attimo mi immagino oggetto di ispezioni poliziesche: a chi, a me? Io che sono la bontà personificata? Così me ne esco con un surreale "cosa posso fare per voi?" - mentre quelli hanno già messo mano al tesserino identificativo, tanto per significarmi che non è uno scherzo; un uomo ed una donna: questa, più silenziosa, sembra pure la più dura; l'altro è loquace; comunque, scene già viste svariate volte, l'ultimo controllo risale all'estate scorsa; così, non mi sorprendo poi molto quando ordinano "ci faccia vedere un documento d'identità; ed il registro dei corrispettivi, il registro d'emergenza, il libretto di dotazione del registratore di cassa". Consegno la patente, vado in ufficio, prendo i plichi; comincia la verifica.

Il registro dei corrispettivi è un quaderno su cui va scritto, giornalmente, l'incasso; questo si ricopia da un foglietto da allegare che, alla fine di ogni giorno, il commerciante stampa dal registratore di cassa (difatti si chiama "riepilogo"); il dato risiede, quindi, nella memoria fiscale della macchina, ma va comunque ricopiato su un supporto cartaceo. Evitate di fare obiezioni sul senso della cosa, da adesso dovete cercare di sospendere le facoltà logiche, e comunque dovete farlo sempre, in simili contesti. Il registro d'emergenza serve in caso d'emergenza (l'avevate indovinato, sì?) cioè quando, per un qualsiasi guasto, non posso usare il registratore di cassa, e quindi, temporaneamente, devo segnare le cifre di ogni mancato scontrino. La loro somma va inserita nel registro corrispettivi, poi. Il libretto di dotazione del registratore di cassa, infine, oltre a provare che ne possiedi uno (è quello lì, lo vedi?) serve a riportare gli obbligatori interventi periodici di punzonatura del rivenditore, la manutenzione, e tutta la risma di tasse occulte connesse con tali obblighi.

La verifica procede bene: il più umano dei due scartabella i papiri ed ogni tanto dice "bene, molto bene". Io lo so che faccio tutto per bene, e so pure che, se in uno di quei fogli ho sbagliato una virgola, estrarrà la Luger e mi finirà con un colpo alla tempia. Entra un cliente, vede i due che stilano un verbalone su carta intestata all'Agenzia, sbarra gli occhi e riguadagna l'uscita, balbettando "torno dopo". Scorrendo il registro corrispettivi, il loquace chiede: è aggiornato fino alla fine di gennaio? No, dico io voltando la pagina: vede? E' aggiornato al 3 febbraio.
Ma qualcosa non gli torna: ma scusi, mi dice, al rigo uno (il registro ha le righe numerate) lei ha scritto tre febbraio: doveva scrivere uno febbraio al rigo uno, due febbraio al rigo due... "l'uno febbraio era domenica, ed il 2 lunedì, sono giorni di chiusura in cui non emetto scontrini, quindi non stampo chiusure; non ho nulla da riportare". Ma la cosa non gli piace, si consulta con l'altra, sento che ci siamo. Adesso spara. Considerando che faccio così dal 1991, e che la sanzione si moltiplica per il numero di infrazioni, sono morto. La mia vita mi scorre davanti veloce. Il buono però conclude "mah, è una convenzione, non è obbligatorio... non è sanzionabile" e qui accade un fatto strano: appoggia la sua mano sulla mia, come per confortarmi, poi ripete con un sorriso "non è sanzionabile". Probabilmente il buono sa quanto terrore incutono, si sente in qualche modo responsabile.

La cosa si avvia alla conclusione: viene redatto un lungo verbale in cui si constata che tutto è nella norma, complimenti, sorrisi, e si trova il tempo di parlare di vino (ma pensa un po'). Il buono è reduce da un assaggio tragico, dice lui, un bianco frizzante di una certa cantina cooperativa delle Cinque Terre che evoca De André (di cui non farò il nome, ma solo il cognome: Creuza de mä). Dice che era una schifezza, ma come mai, lui credeva che nelle Cinque Terre il vino fosse buonissimo. Io avvio una breve spiega sulle dinamiche connesse alla banalizzazione del prodotto-vino finalizzato alle più bieche logiche commerciali. Mentre ripongo i registri in ufficio scherzo pure "e magari è stato un regalo..." e lui conferma, era un omaggio natalizio. Io dilago "ecco, e al mittente poi l'avete fatta, una bella verifica approfondita?" Il buono sembra non capire, ma alla fine se ne esce con "eh, no, quelle cose non possiamo farle..."

Quando se ne vanno rientro nella mia dimensione. Sono passati venti minuti, ma potevano essere pure un'ora, o due. Questa polizia tributaria è come il Karma Police della canzone, ristabilisce gli equilibri: ho più chiare le priorità, sono ancora vivo e non ho i ceppi ai polsi; stasera farò ritorno da mio figlio, e domani si ricomincia. In attesa della prossima irruzione.

mercoledì, febbraio 04, 2009

Dal dire al fare

Ve l'avevo detto che non ho più voglia di far l'enotecaro: comincia la mia collaborazione col nuoverrimo Tigulliovino.it. Ecco qua.

Cosa non farei per svuotare la cantina


Arneis è il nome di un bianco del Roero, ed è pure una voce dialettale per "arnese", cioè tipo intrattabile, caratteraccio. Come il vitigno, pare. Così, l'Enoteca regionale del Roero ha pensato bene di individuare, per il 2008 (duemilaotto?), il caratteraccio di Antonio Cassano come testimonial. Poco importa se il talentuoso giocatore sia astemio: i produttori "hanno già pronte 365 bottiglie da donargli, tante quanti sono i giorni dell'anno, e sperano proprio che il fuoriclasse accetti di andare a ritirarle sulle loro colline, tra Alba e Canale". Dimmi tu cosa non farei, pur di svuotare le cantine; maledetta crisi.

venerdì, gennaio 30, 2009

Disinformazia e damnatio memoriae


Questo post ha una stesura travagliata. Prima, il mio feed reader recitava:
"causa intentata da un ex collaboratore di Slow Food al Gambero Rosso".
Dopo, però, è stato corretto:
"causa in corso tra un ex collaboratore di Slow Food e il Gambero Rosso"
tuttavia meriterebbe una versione definitiva:
"causa intentata ad un ex collaboratore di Slow Food dal GR".
Volendo procedere nelle migliorìe, poi, si potrebbe abbandonare il malmostoso termine "ex collaboratore di Slow Food" per sostituirlo col suo nome e cognome, tanto per salvarlo da questa maldestra damnatio memoriae: Sandro Sangiorgi, direttoRE di Porthos.

giovedì, gennaio 29, 2009

La jena inside

Sul lungomare c'è il sole. Il sole è basso e inonda le vetrine. Nella vetrina della pasticceria wine bar (ormai sono tutti wine bar, pure le farmacie) ci sono tante bottiglie di vino allineate in piedi ad arrostire; è Beaujolais Nouveau (in offerta, manco a dirlo). Al semaforo, fermo, ci sono io, sul cavallo d'acciaio, che guardo e rido. Gli altri motociclisti fermi non hanno capito perché, ma tu lo capisci. Alla fine mi sento un po' jena; ma non sono pentito.

mercoledì, gennaio 28, 2009

Fenomenologia della bollicina decontestualizzata

Questo post doveva essere scritto ad ottobre o novembre, ma è rimasto appiccicato alla tastiera ed esce adesso; parla di Champagne, ed avrei fatto meglio ad editarlo prima di Capodanno, per essere minimamente corporate, visto che parla dello Champagne ultimamente importato (Voirin-Jumel). Eh sì, perché qui non ci accontentiamo mai, e ce la tiriamo pure da importatori. Anche solo per la libidine di rispondere, al cliente che domanda "scusi, qui avete Champagne?" - "Mah, veramente, io lo Champagne lo importo". E invece il post esce ora, in doppia controtendenza vista la deflazione, la stagflazione, e il conseguente crollo della Civiltà Occidentale. Ma ari-citerò Napoleone: lo Champagne ti premia nel trionfo e ti consola nella sconfitta.

Voirin-Jumel è un récoltant, cioè uno di quei produttori che vinifica esclusivamente uve di proprietà; ha 11 ettari in area particolarmente vocata, è una maison familiare, sono pure simpatici; in definitiva soddisfa molti dei prerequisiti che amo (scusate, ma ultimamente indulgo in un delirio autocitazionista). Tra le proposte aziendali ho selezionato il Brut 1er Cru ed il Millesime 2004. Sono due cuvée notevolmente differenti tra di loro: e difatti sono molto diversi i motivi che mi entusiasmano, a riguardo.

Partiamo dal Brut 1er Cru: si tratta di un vino meno ecumenico e piacione rispetto agli standard che ho proposto ultimamente; al naso annuncia un attacco salino/minerale di carattere, ha spessore, non ammicca in nessun modo. In bocca procede coerente, è affilato, si pianta sui bordi della lingua con qualche autorevolezza. Probabilmente non è per tutti, ma non è allineato, e soprattutto rifugge dalla aborrita banalità che credo sia uno dei peggiori difetti di qualsiasi vino. In questa fase, merita 86/100 (e costa 32 euri, in enoteca).

Il Millesime 2004 è, semplicemente, un altro mondo. Voirin ha profuso in questa cuvée uno sforzo insolito per un piccolo produttore francese: ha, cioè, curato la forma della bottiglia e dell'etichetta, pure in modo efficace; bella l'etichetta dorata, piccola, e bella la serigrafia sul vetro - mentre il Brut di cui sopra ha del tutto in spregio questo aspetto fatuo, quasi volesse dimostrare superiore distacco da tali garrule cose; e difatti esibisce con orgoglio l'orrenda etichetta aziendale. Il Millesime invece mira in alto; il naso ti spiazza quasi, la prima volta, tanto è concettuoso e fitto di frutta bianca e fiori, perfino sopra le righe; i toni butirrosi dello chardonnay sono sovrastati da una aromaticità quasi aliena; il dosaggio (cioè la pratica di ricolmatura dopo la sboccatura) deve essere stato generoso di zucchero, perché questa cuvée si allarga in bocca con lo smaccato desiderio di piacere ad ogni costo, magari deludendo l'utente smaliziato, ma accendendo d'entusiasmo il restante uditorio dei miei clienti (i feedback sono ottimi); del resto, cari colleghi enosnob, ricordatevi che noi siamo schiacciante minoranza. Il mondo attende di essere rieducato, come diceva Pol Pot. Comunque: il punteggio del secondo, per motivi diversissimi, è identico al primo: 86/100 (ma il prezzo è di 44 euri).

A questo punto è lecito chiedersi come mai vini sostanzialmente uguali sul piano del punteggio centesimale abbiano prezzi diversi. Verrebbe da rispondere: benvenuti nel mondo del vino di qualità, dove questa incongruenza è la norma, e non l'eccezione. Qui la differenza di prezzi è giustificabile essenzialmente in ragione della lavorazione più lunga, in termini di tempo, richiesta dal millesimato; la veste più elegante, inoltre, ha un suo costo; a questo proposito sono comprensibili le obiezioni di quanti potrebbero trovare irrilevante tale dettaglio estetico; ma gli stessi sarebbero sorpresi nel vedere quante clientesse impellicciate, in enoteca, mi hanno snobbato il Brut 1er Cru per colpa dell'etichetta: "con un'etichetta così non lo regalo certo al dottore" - e per me, una coltellata nel costato sarebbe stata meno dolorosa.

venerdì, gennaio 23, 2009

Senza guida

La chiacchiera enoica del momento è: le guide hanno perso valore. Soprattutto la guida per definizione è in picchiata libera. Per quelli come me, che hanno qualche genere di ammirazione verso il caro vecchio carrozzone targato GR (Gambero Rosso) è, diciamolo francamente, una bella delusione. Basta leggere le motivazioni della sentenza "Sangiorgi VS. Gambero & Slow Food" dove, tra l'altro, si riporta che "le dichiarazioni rilasciate dal Sangiorgi nel contesto dell'intervista televisiva [...] risultano corrispondenti ai fatti storici". Come si ricorderà, il gruppo Gambero Rosso, e Slow Food, avevano querelato Sangiorgi perché questo bel tomo aveva raccontato di recensioni forzatamente favorevoli ad un produttore "amico" di chi edita la guida.

Il fatto è che l'intero GR mi pare in avvitamento. Anni fa il mio immodesto blogghe parlava del Gambero come di un editore in grado di usare la rete con buone capacità, e largo anticipo sui tempi. Oggi? La nuova, misterica proprietà ha notevoli problemi, e nel frattempo trascura ogni genere di conversazione in rete; smette di linkare quell'aggregatore che chiamava "social space"; dopo il discutibile restyling della homepage, permangono online schegge della vecchia; e poi i blog: senza quello del fondatore, non sembrano aver chiaro cosa significhi usare questo mezzo di comunicazione, affidando Kelablu ad un redattore anonimo; anche se sull'intestazione ancora si legge "scritto da Massimo Bernardi" (decidetevi, ragazzi). Velo pietoso, poi, sul Forum, ameno posticino privo di qualsiasi forma di amministrazione.

Insomma, triste momento. La perdita di credibilità di editori importanti, in questo settore, è una specie di danno generalizzato; qualche giorno fa, scherzando con Luciano Pira , di Schiavenza, gli chiedevo se rimanesse qualche bottiglia del suo Barolo Broglio 2004 (trebicchierato). Eravamo in cantina, e gli è bastato indicarmi le pile di casse intonse: "ce n'è quanto vuoi". A parte la solita crisi, mi chiedo se le vendite di trebicchierati siano rallentate pure da questa diminuita autorevolezza.

E questo mi sembra il Gambero, ora. Mentre Slow Food (a cui auguro ogni fortuna) per me si identifica, essenzialmente, come lo sponsor di Eataly, e tanti saluti. Dio è morto, Marx è morto, e pure io sono senza guida. Tocca citare Totò: "arrangiatevi".

giovedì, gennaio 22, 2009

Sotto col lavoro

Tra le campionature da valutare oggi apro un rosso dolce, da uve passite. La tipologia ha notevole appeal in ragione dei possibili abbinamenti: oltre la pasticceria, i rossi passiti (e ancor più quelli liquorosi, fortificati) consentono di approcciare validamente le preparazioni a base cacao, altrimenti difficili da accostare ai vini dolci più tradizionali; un abbinamento tipicamente disastroso è appunto il Moscato d'Asti sul cioccolato.
In uno degli ultimi tour tra le nevi perenni di Langa (ma quanto è nevicato quest'anno?) sono tornato dal mio barberista d'Asti di riferimento, Cascina Garitina, del quale già vendo il potentissimo (e modernista) Nizza Superiore Neuvsent, e il giuggioloso Brachetto d'Acqui. Ma, come dicevo, all'ultima visita Gianluca mi annuncia: novità, rosso passito a base barbera, sul genere Recioto di Valpolicella (ullallà), prégasi assaggiare. Eccome no, siam qui apposta. La mezza bottiglia era in ufficio da qualche giorno ormai; e siccome pochi vini consentono d'esser libati così, senza pretese, via da pranzi e cene come i vini dolci, sotto col lavoro: visto, si assaggi.

Il colore ha la cupezza giusta, che t'aspetti da uve appassite; il bordo è brillantemente violaceo, e il vino si preannuncia giovanile, non pronto; è un 2006, benché l'annata non sia in etichetta (come di norma, per i vini da tavola). Nel bicchiere rotea lento, glicerinoso; il naso annuncia fichi secchi, datteri, e poi anche la composta di frutta (more, prugne, notevole ampiezza). Un naso così marmellatoso suggerisce, da solo, un abbinamento: sembra una versione liquida delle marmellate modaiole da formaggi. In bocca la potente dolcezza è quasi ostacolata dall'acidità tagliente della barbera; ha quel tono dolce-vinoso-ammostato di certi prelievi di botte, ma nobilitato dalla sfericità, dalla complessità del passito. Un bel vino da chiacchiere, e come dicevo da formaggi con decisa stagionatura. Un 84/100, promosso per un prossimo acquisto; la bottiglia da mezzo litro, in enoteca, costerà sui venticinque euri.
Rugiada (vabbe', nome migliorabile)
Vino da Tavola Rosso, prodotto con uve appassite
Azienda Agricola Cascina Garitina di Gianluca Morino
Via Gianola, 20 14040 - Castel Boglione (AL)
tel. +39 0141 762162

mercoledì, gennaio 21, 2009

Shyness is nice


Citazione: "la timidezza è carina, e la timidezza può impedirti di fare cose che vorresti". Sì, dev'essere per timidezza, se navigando su Porthos il filmato su Youtube che presenta l'ultimo numero è nascosto, te lo devi andare a cercare. Deve essere la timidezza che gli fa intitolare il relativo canale Youtube a "zaratesaudente" (what?) anziché strillare: hey, siamo quelli di Porthos e vorremmo diventare due-punto-zero pure noi. La timidezza va bene, ma nel frattempo ecco qua l'opera filmica:



[Il post poteva pure intitolarsi "L'organo ufficiale/2" ma sono timido anche io]
[Bonus link: la citazione deriva da qui]

lunedì, gennaio 19, 2009

A Barolo o Bardolino, guida piano

Le città del vino, senza più ICI, temono il crack finanziario; anzi, dice che:
"Per scongiurare questa inevitabile sorte, ai comuni, per sopravvivere, non resta che finanziarsi attraverso multe, autovelox e gli oneri provenienti da nuove edificazioni".

sabato, gennaio 17, 2009

Anvedi questi, anvedi


Mentre il prossimo Vinitaly snobberà il bloggume e blandirà solo i Giornalisti Iscritti Al Sacro Ordine, il prossimo Terroir Vino (Genova, 15 giugno, se lo segni, signora) recita quanto segue:
"I giornalisti e i pubblicisti regolarmente iscritti all'ordine i collaboratori di testate web e di blog riconosciuti nel settore Wine & Food, possono richiedere l'accredito a Terroir Vino, ricevere l'invito all'indirizzo indicato ed accedere così liberamente alla manifestazione in qualità di operatori dell'informazione. Giornalisti e blogger provenienti da fuori Liguria o da fuori Italia, possono richiedere di alloggiare in strutture convenzionate (fino ad esaurimento disponibilità)".
Uno a zero per noi. Ecco.

venerdì, gennaio 16, 2009

Avrò mica gufato


Sublime sbrodolamento da autocitazione; il capture quassopra viene da questo post; il verbo shuttare, inutile che cerchi, non esiste, è l'improbabile italianizzazione di to shut (chiudere). E comunque, come allora: hai presente il boomerang?

[Update: ah, no aspetta! Dice che mercoledì 21 va in onda il nuovo Kelablù!]

giovedì, gennaio 15, 2009

Molteplici usi di un blog: regolamento di conti, e annunci lavorativi


Per qualche specie di maledizione, sembra che in precisi periodi dell'anno ricorrano sempre gli stessi discorsi; per esempio, dopo le feste natalizie qui a bottega tocca imprecare con il corriere, la cui unica mission pare consistere nel frantumare pervicacemente il contenuto delle mie spedizioni; per dirne una, sono riusciti a rompere per la seconda volta consecutiva il contenuto di una spedizione allo stesso destinatario; e la seconda spedizione era specificamente dovuta alla rottura della prima. Quindi, oggi facciamo qualcosa di totalmente diverso rispetto a quanto già scritto.

Il sottoscritto s'è definitivamente scassato i gioielli riproduttivi del suo corriere. Quindi, usa il suo amato blogghe per il seguente annuncio: cerco un nuovo corriere; se tu che leggi sei in grado di portare a destinazione un pacco contenente vetro (ovviamente pluri-imballato) senza farlo a pezzi, contattami.