mercoledì, maggio 27, 2009

Io, e quell'altro


Allora, succede che la mia enoteca si chiami La Botte Piena. Erano i primi anni novanta, ed io ero ancor più faceto di adesso, che non è poco. Poi avevamo le botti, vendevamo vino sfuso, ed avevo probabilmente il perverso scopo di finire nella rubrica botteghe oscure di Cuore.
Succede, poi, che da queste parti tutti stanno aprendo enoteche, sembra che non abbiano di meglio da fare; ma perché non aprite una fonderia, piuttosto.
E succede, infine, che una enoteca da poco avviata a Voltri (quartiere genovese a pochi chilometri da me) abbia scelto di chiamarsi, in dialetto locale, A Botte Pinn-a 2. Arrivato al terzo cliente che m'ha chiesto se avessi aperto un altro punto vendita, mi sono francamente seccato. Il nome del'enoteca-clone non è esattamente identico, ma quel numero "due" che segue l'intestazione è ambiguo. Possibile che esista una "Botte Pinn-a 1", oppure è possibile che sia una precisazione in qualche modo evocativa: di me stesso. Quasi quasi ci sarebbe di che vantarsi.
Ebbene, adoperiamo il blogghe per la comunicazione ufficiale: quello non sono io. La mia azienda fu, era, è, sempre sarà una one-man-band.

Quanto al collega privo di fantasia, mi domando come procedere. Possibili vie:
1. Gli faccio causa per dieci milioni di euri (poi divido con voi, prometto).
2. Lascio perdere, e ciao.
Che fare?

domenica, maggio 24, 2009

C'è un Abisso


Piccoli geni del marketing crescono: scordatevi quel giuggiolone di Farinetti, noi abbiamo Bisson, che affonda 6500 bottiglie di spumante al largo di Portofino per affinare meglio; il vino, manco a dirlo, si chiamerà Abissi. Non so in quale misura la geniale trovata influenzerà la presa di spuma del metodo classico - quel che è certo, è che la stampa si è tuffata (ahem) sulla notizia.

[Bonus link autoreferenziale: alle solite, non si inventa mai nulla].

giovedì, maggio 21, 2009

Flettere i muscoli


E allora diciamolo: flettere i muscoli è in ribasso. Enoicamente parlando, perlomeno.
Tra le cosine raccolte nel mio tour in Valtellina ho una specie di innamoramento (oggi, ché volubile come solo domani cambio amore) per il Rosso 2006 di Ar.Pe.Pe. Il colore di questo nebbiolo valtellinese è pallidino, scolorito, quasi quasi ti verrebbe voglia di comprargli un rotomaceratore, al cantiniere. Il naso è peposo, con spezie mixate al frutto non esorbitante. Bocca perfettamente equilibrata, cioè con un ingresso pieno ma senza esagerare, all'insegna dell'armonia; veramente una delizia, perché sotto sotto cova carattere e personalità, ma senza esibizionismi, appunto. Noterella: gran parte di questo 2006 è destinato all'estero, quindi, chi lo trova si affretti a comprarlo. Quanto a me, non posso rubricare questa degu sotto i prelievi di scaffale perché ne ho pochissimo, nemmeno inserito a listino. Ad occhio e croce, verrà destinato tutto ad autoconsumo.

venerdì, maggio 15, 2009

Nel culto della bugìa

Aranciata senza arance. Ma anche "formaggio prodotto utilizzando cagliate, polveri o caseinati al posto del latte e il vino senza uva, realizzato dalla fermentazione di frutta, dai lamponi al ribes". E cioccolato senza cacao, vino rosato ottenuto da miscela di bianco e rosso; se la guerra all'aranciata fasulla sembra vinta, resta la pesante impressione che le modifiche apportate, ex lege, a quel che ingoiamo, servono a legalizzare la bugìa. Nell'articolo si legge, pure, che "l'abbassamento della qualità dell'alimentazione è diventato un pericolo reale che colpisce soprattutto le classi economicamente più deboli, costrette a risparmiare sul cibo e per le quali la spesa incide sempre più sul budget familiare". Quest'osservazione, interessante, è da collegare ad altre forme di progressiva compressione dei nostri standard; non è casuale incrociare questa con altre notizie: "protesta delle mamme: beffate sulla scelta del tempo pieno"; comincia ad essere chiaro che le storie sul mantenimento degli standard relativi alla scuola, dopo il decreto Gelmini, erano appunto storie. Oppure questa: "crolla il Pil in Italia: -5,9%". La distanza dal primo argomento è solo apparente; in realtà stiamo finendo dritti in un disastroso restringimento dei livelli minimi garantiti, e sembra che pure il cibo debba seguire le sorti, direi finanziarie, di questo declino. Su tutto, poi, prevale la menzogna degli annunci per i quali nulla cambierà, le cose verranno mantenute, eccetera. Storie, appunto.

martedì, maggio 12, 2009

Sommelier con problemi di diottrie


Qualche tempo fa Andrea ha segnalato un interessante articolo del Times Online, sull'uso del sommelier. Inteso proprio come "istruzioni per l'uso", rivolto a quanti si ritrovano davanti la ieratica figura del suggeritore di vini, magari al ristorante, e non vogliono sentirsi schiacciati dalla sua esorbitante conoscenza. Esistono problemi peggiori, potremmo dire, ma qua si parla di vino, appunto. La lunga lettura nella lingua di Albione viene opportunamente riassunta, nel blog di Burde, con i quattro punti finali: cose da fare, e da non fare; si deve:
  • informare immediatamente il sommelier del budget che avete deciso per il vino
  • Ricordare che non è solo il prezzo che fa la qualità di un vino ma spesso anche la reputazione e la relativa scarsità di una etichetta per cui spesso sono migliori affari vini che costano meno ma che offrono la stessa soddisfazione a tavola.
E poi, non si deve:
  • accettare un 2005 al posto di un 2006: controllate l’annata che vi viene effettivamente portata e insistete nell’avere esattamente quella che avete indicato perchè spesso una stessa etichetta ha grande variabilità in qualità di anno in anno e anche di prezzo, cosa che spesso non è riportata chiaramente in carta.
  • Rifiutare un vino solo perchè ha un tappo a vite, vi perdete un sacco di occasioni di assaggio di buonissimi vini.
Apparentemente, un insieme di consigli sottoscrivibili. Tanto più interessanti in quanto segnalati da un Sommelier professionista.

Tuttavia devo essermi sbagliato: tornando a rileggere il post, ho notato una serie di commenti assai seccati di altri sommelier, che, inviperiti, commentavano cose tipo: "quando un cliente si presenta e dice al sommelier qual’è il suo budget per il vino mi viene da pensare: o non ha guardato la carta oppure ritiene il sommelier un ladrone" e ancora "lo stesso vale anche per il punto due delle cose da non fare perchè significa che io potrei essere li pronto a rifilare al cliente una bufala, e anche questo lede profondamente il mio modo di pensare e di lavorare". Ma dai? Come se la carta dei vini fosse esibita sempre, ovunque. Come se polemiche di questo tipo non fossero sorte mai.

Insomma, classico esempio di comunicazione non pervenuta: eppure, tutto mi pareva assai chiaro: possibile che qualche sommelier abbia problemi di diottrie? Soprattutto: la lunga lettura del Times (cliccare i link aiuta molto a comprendere) avrebbe consentito di esprimere commenti un po' meno acidi, e, spiace dirlo, assai coda-di-paglia. Da addetto ai lavori, e da frequentatore di sommelier, so benissimo che le quattro, semplici regolette elencate da Andrea non sono, propriamente, legge incisa nella pietra: io ho trovato quel richiamo assolutamente opportuno. O forse la funzione del sommelier è talmente sacrale da non sopportare alcun genere di appunto? Tra l'altro, nessun commentatore del Times Online ha rilevato questa grave, lacerante offesa alla dignità del sommellier.

Propendo per qualche difetto di visualizzazione. Del resto, un commentatore chiosa: "non ho ben capito se tu andrea gori sei o no un sommelier". Ecco, appunto, capire meglio aiuterebbe (il commentatore).

[Piccola postfazione: ovviamente mi fa velo la mia amicizia con Andrea; anzi, colpevolmente, ho rimandato di segnalare che a Firenze da qualche tempo esiste un fighettodromo assolutamente imperdibile, l'Osteria Tornabuoni, in cui il prode Andrea è schierato, pensa un po', in quanto Sommelier. Qui una mirabolante galleria fotografica].

mercoledì, maggio 06, 2009

Scopri l'intruso


Nello stesso articolo, sul Resto Del Carlino, c'è l'intruso. Scoprilo. Nella prima parte si legge:
Sono dei veri e propri esperti di nettare degli dei i ladri che, la notte tra sabato e domenica, hanno messo le mani sugli scatoloni di vino in bottiglia che si trovavano nel rimorchio di un tir.
E poi prosegue:
Preziose bottiglie della ditta Cavit pronte per essere portate a destinazione il giorno successivo.

lunedì, maggio 04, 2009

Veniamo giù dai monti

Ma non è Tirolo; siamo lietamente fuggiti in Valtellina per il finesettimana allungatissimo; e per sentirci meno in colpa abbiamo caricato il bagagliaio di rossi valtellinesi.

Abbiamo visitato - anzi, ho visitato, ebbasta con 'sto plurale majestatis - ho visitato un paio di produttori interessanti, tra un ozio e un abbronzaggio. A parte il must Ar.pe.pe, presso il quale ho fatto solo assaggi di botte (rece prossimamente) ho aggiunto alla wish list Balgera, con tre nebbioloni ipertradizionalisti. Interessante il suo "Riserva del fondatore", un inedito mix delle 4 aree storiche valtellinesi, messo in vendita solo dopo lunga maturazione in legno, e in vetro. La maturità è la cifra stilistica da ricercare nei nebbioli di quest'area montagnosa: il tempo concede alle durezze di diventare carattere; quindi, onore al merito a Balgera, che affina i suoi rossi per periodi non piccoli, prima della commercializzazione. Nella borsa della spesa c'è il suo Sforzato "tradizionale" e quello appena più modernista (barrique quasi irrintracciabile) e sono vini del 1998, e 1999.

Un po' di immagini a corredo di tante fatiche; nella pic#1 le etichette di Balgera; la foto numero 2 ritrae la tipica vigna valtellinese, ripida, scoscesa e impercorribile (è vitivinicoltura eroica, non per niente). L'immagine nr.3 non ritrae la grotta di Alì Babà, ma la cantina di stagionatura degli iperbolici Bitto reperibili presso il mio ospite (quando si dice il caso), l'agriturismo Ribuntà. Infine, l'antro ritratto nella foto 4 è la cantina di Balgera, praticamente un'icona della cave vecchio stile.


martedì, aprile 28, 2009

Afrodisiaci al tempo della crisi

Gli esperti hanno parlato chiaro: "peperoncino e vino rosso più eccitanti di ostriche e Champagne". Di certo, meno costosi.
Per 7 esperti su 10 il legame tra cucina e stimolo sessuale e' fortissimo e ad ''accendere'' il desiderio sono soprattutto gli ingredienti e i prodotti del made in Italy. Altro che ostriche e champagne: i veri interruttori della sensualita' sono le spezie, come il peperoncino (61%), i formaggi, soprattutto quelli italiani (58%), e il vino rosso (25%).

mercoledì, aprile 22, 2009

Sauvignon da niubbone


Ci sono vini tipicamente per niubboni, cioè per novellini, per quelli appena entrati nel consesso degli enofili; sono vini che esagerano a sparare corredo aromatico, principalmente, e colore e magari corpo ciccioso ed ingombrante. Scordatevi "less is more", per il niubbone enoico "more is more". Più ce n'è, più ci si diverte. Col tempo poi si affina il gusto e si finisce per diventare vecchi brontoloni, a rincorrere l'eleganza e la stratificazione, ma agli inizi ci siamo tutti tuffati, garruli, sui novelli o sui Gewürtztraminer (dai, confessate).
Il Sauvignon, quando è duro e cattivo, cioè quando spara la foglia di pomodoro al naso e ti tramortisce di carica aromatica, rientra tra questi. Ora, siccome a me quest'idea di Sauvignon continua a piacere nonostante le ere geologiche che ho passato ad assaggiare, mi reputo ancora un po' niubbo. Eccone uno, da poco arrivato: il Savignon Alto Adige 2007 Puntay, di Erste&Neue, che mi salva dallo svenimento olfattivo (per orgasmo sopravvenuto, sia chiaro) solo perché appena appena affinato; in realtà è ancora un baby, e le note varietali sono miscelate a splendidi picchi salmastri; la bocca ha un salino nervoso, scattante, ed è un piacere totale. Vorrei restare niubbone per sempre, e non crescere mai. 89/100, per euri diciannove.

venerdì, aprile 17, 2009

Prove tecniche di teletrasporto


Non è tratto da Star Trek, ma dall'intervista a Il Salvagente, di Sandro Sangiorgi:
"Qualche giorno fa mi è arrivata la newsletter di un’azienda straniera del biotech che proponeva una tecnica per scomporre il vino e poi ricomporre gli elementi per ottenere un prodotto differente"
L'intervista non manca di altri notevoli elementi d'interesse; spicca la descrizione del vino de-alcolato:
"Ha un sapore agghiacciante, e la parola non è casuale. Un vino è come una materia vivente: l’alcol è come il sangue, l’acidità è la spina dorsale, gli estratti sono muscoli e ossa, i profumi sono il talento; senza alcol il prodotto perde il fluido che fa circolare tutte le sostanze. È freddo come un morto".

giovedì, aprile 16, 2009

Panacea


"Una volta pensavo che uno degli argomenti su cui scrivere, sarebbe stato l'effetto salutista del vino. Ben presto mi sono accorto che quello poteva diventare un lavoro a tempo pieno". Alder dixit, e questo è scolpito nella pietra; nelle ultime settimane i miei feed mi hanno narrato di molteplici, ulteriori effetti salutisti (ma pure no) a getto continuo. Un paio a caso: già i faraoni dell'antico Egitto si curavano col vino; oppure: i nutrizionisti (ri)spiegano perché il vino fa bene. C'è pure qualcuno che arriva a rovinare la festa, tipo gli oncologi francesi che collegano il vino all'insorgere di tumori - e manco a dirlo i viticoltori francesi non la prendono benissimo: "French winemakers and grapegrowers are furious over a pamphlet published by the country's Health Ministry that directly links wine consumption to cancer".

Comunque, la notizia salutista del giorno è quella segnalata dal già linkato Alder, sugli effetti anticarie dello Chardonnay, e nel mio blogghe già ne scrissi. In mezzo a tante notiziole, ricordiamoci un aspetto su cui dovremmo tutti concordare: l'alcol va assunto con moderazione totale, tutto il resto è folklore.

giovedì, aprile 09, 2009

Non ci voleva poi molto/2


Finalmente quello che serve veramente nel wineblogging: un blog con le donne nude. Un faro che illumina nuove vie di comunicazione: HoseMaster of Wine.

[Grazie Andrea per la segnalazione]

mercoledì, aprile 08, 2009

Fatti privati

Carissimi giramondo che conoscete-i-posti-giusti, mi servirebbe un bed&breakfast in zona Castione Andevenno (Sondrio) per il periodo del primo maggio. Certo, potevo googlare, ma mi fido assai più di voi (per non dire della pigrizia). Quindi, suggerimenti ben accetti. Si vince tutta la mia stima.

[Update: anche un'idea su quale cantina valtellinese vedere, alternativa, non sarà disprezzata]

domenica, aprile 05, 2009

Di ritorno sulla Terra


Facciamo un buon proposito per il giorno: niente resoconti di fiere. Mi basta ricordare il senso di pace celestiale che respiro ogni volta che mi addentro in Alto Adige. L'ultima tornata di assaggi l'ho saviamente (mi complimento con me stesso) dedicata a Summa 2009, che dopo il Vinitaly è un po' come cambiare pianeta; più che assaggiare, mi sono rigenerato a far quattro passi per un paesino che pare uscito da uno spot; ci mancava solo Petar e Heidi; le caprette e tutto il resto già c'erano. Altoatesini, una piccola raccomandazione: per favore, continuate così.

Poi, ci sta pure la nota nella lista della spesa: su tutti, ricordarsi di ordinare un clamoroso Pinot Nero performato dal mio moscatista del cuore, Paolo Saracco. Frutta dolce, stile, balsamo esistenziale. Insomma, m'è piaciuto. Ed ora posso pure dirlo: oggi finisce la mia quattro-giorni-quattro di defatigante lavoro, e da domani torno in vacanza (cioè in bottega).

mercoledì, aprile 01, 2009

Qualche tipo di comunicazione di servizio

Da domani, l'enotecario tenutario trasloca a Verona; quindi la bottega chiude, e riapre martedì prossimo. Ci sono buone probabilità che sia superfluo precisarlo, ma siamo in fase Vinitaly.
Quest'anno la fiera sarà in qualche modo bloggata live, assieme alla crew di Dissapore, e soprattutto via Twitter. Quindi aggiornate i bookmark, e stay tuned.

[Sì, confermo: vengo pagato ad inglesismi. Più ne uso, più guadagno]

giovedì, marzo 26, 2009

Momenti febbrili


Riemergo da due-tre giorni di febbrone inenarrabile; ho addirittura abbandonato la mia creatura (l'enoteca) per fare il fannullone, come direbbe qualcuno, cioè per curarmi a casa. Incredibile, Brunetta ha reso appetibile lo status del commerciante: puoi stare a casa se sei malato (e perdi qualche euro, come fossi un impiegato comunale) ma non te ne importa nulla della visita del medico fiscale: sei liberissimo di tracollare. Quindi, allegria.

Pochi giorni di blackout accumulano subito un corposo arretrato. Ho del tutto perso questo succulento dibattito sulla funzione (tra l'altro) dell'enotecaro, che vi consiglio di leggere; ho prodotto (oddio, termine un po' forte) unicamente questa bella pensata su Dissapore, e per il resto mi sono lagnato.

Ma tra tanti arretrati, devo subito eliminare un malefico sassolino nella scarpa. Cari produttori di vino, parliamo del Vinitaly. Ora, io mi sono infilato, da un bel po', in un curioso tunnel: spesso acquisto da produttori che non hanno rete vendita; quindi, col passare del tempo, le visite dei rappresentanti da me si sono rarefatte fino a diventare zero, perché tanto, nella loro immaginazione, io li aborro. E probabilmente li terrifico pure, boh. Di fatto, ora che si avvicina il Vinitaly, mi ritrovo (pure quest'anno) quasi senza biglietti per l'ingresso: e sapete perché? Perché voi, cari i miei produttori, fornite i biglietti solo ai rappresentanti! Basta, disintermediate, e mandateli direttamente a me. Anziché spammarmi, per dire, mai uno che mandi un biglietto aggratis. Poi dite dei genovesi, eh?

Dura la vita dell'enoblogger. In fiera non si entra in quanto blogger, e nemmeno in quanto commerciante; questa è la volta buona che, come forma di protesta, pago il biglietto.

venerdì, marzo 20, 2009

Il famoso rapporto prezzo/prestazioni

Tra le mani mi sto rigirando la fattura annua del contratto di manutenzione relativa al mio registratore di cassa: 139 euri. Si tratta di una delle circa seimila tasse occulte, o gabelle medievali, che sono di pertinenza di ogni bottegaio che voglia operare nella legalità (o che perlomeno ci prova). E' sempre molto rischioso, e difficile, valutare il rapporto prezzo/prestazioni del lavoro altrui; di fatto, per centotrentanove euri, una volta all'anno, un tecnico della locale concessionaria Olivetti si fa un giro attorno al registratore di cassa, lo guarda, guarda me, mette un adesivo, lo firma, e se ne va. All'incirca sei minuti di lavoro, al lordo dei saluti e al netto dei mavaffa che mi tengo in tasca. Tutto ciò vale quella cifra? L'ho detto, è difficile da definire. Io sono un mercante, e so valutare, nello specifico, il prezzo di una bottiglia di vino, riferito al suo valore qualitativo; al di fuori di questo, appunto, ogni giudizio si fa rischioso.

Quindi, facciamo un esempio con qualcosa di più consono alle mie competenze. L'altroieri ho acquistato sei bottiglie di Pedro Ximenez, un vino rosso ambra cupo (da uve bianche) dolce, fortificato (liquoroso) proveniente dalla zona di Jerez. Si tratta, nello specifico, di una delle espressioni più esaltanti del concetto di vino da meditazione; un vino sontuoso, immenso in abbinamento col cioccolato. Questa è la home dell'azienda produttrice. Circa la produzione, la faccio breve: per ottenere una bottiglia di questo nettare serve il lungo metodo soleras, con percentuali di vino-base affinate oltre vent'anni. E veniamo al punto: una cassa di sei bottiglie costa, fatturata, euri 106,32.
Da come la vedo io, la manutenzione del registratore di cassa cosa all'incirca cento euri più del suo valore reale. E questa cifra rappresenta, semplicemente, un esborso privo di giustificazione.

lunedì, marzo 16, 2009

Dissapore, con parole mie

Abbiamo cercato di parlarne, tutti quanti, il più possibile; abbiamo dato qualche anticipazione, abbiamo giocato all'annunciazione virale, insomma, ci siamo sbattuti un po'. Tuttavia è possibile che a qualche contemporaneo sia sfuggita una news così fondamentale: oggi nasce Dissapore, un nuovo luogo virtuale a tema wi-fu (wine-food, ci siamo capiti). Si sente il bisogno di un nuovo coso così? Certo che yes.

La creatura neonata è un blog, ma ha assai alte aspettative; aspira ad essere un posticino dove reperire notizie (o contribuire a crearle, nello spirito del contenuto generato dall'utente) relative al nostro garrulo mondo; che è un luogo di lavoro, ed è sede di passioni. E' una capace barca comandata da un capitano (mio capitano) di lungo corso, con un bell'equipaggio motivato e competente. Io sono tra quelli. Sono in ottima compagnia, con un gruppo di persone che condivide con me (oltre che il mestiere e la passione) l'amore per il linguaggio irrituale del mezzo internettiano - altrove saremmo definibili come "redazione". E siccome credo che questo mezzo costituisca gran parte del futuro legato alla comunicazione, sono alquanto orgoglioso di essere un associate editor (e diciamolo chiaramente, questo era un titolo che mai mi sarei sognato di vedermi affibbiato). Per questo, e per altri motivi così, questa è una giornatina memorabile.

Da quando ho preso seriamente in considerazione di modificare il mio mestiere, questo è il primo, vero passo verso qualcosa di nuovo. Ma siccome ci si muove su territori vergini ed alquanto oscuri, e siccome sono bradipico nei miei salti nel vuoto, è assai presto per dire che "faccio un altro lavoro". In realtà credo d'aver capito (almeno) una cosa, nel tracollo delle certezze economico/finanziarie degli ultimi tempi: il lavoro cambia fino a diventare qualcosa che, chiaramente, non è quasi più riassumibile con nessuno dei precedenti descrittori. Mi avvio a non essere più un "commerciante", ma sto diventando una specie di "commerciante comunicante"; ecco, ve l'avevo detto, i termini falliscono nell'impresa di descrivere questo magma. Eppure, questa totale incertezza, questa mancanza di parametri, ha in sé qualcosa di incomprensibilmente buono. Appena lo afferro con chiarezza, giuro che ve lo spiego.

venerdì, marzo 13, 2009

Cronaca vera

Chi legge Il Mio Vino non lo confessa, ma la prima pagina che apre è quella della rubrica "la grande delusione" (magari poi non legge altro, ma questo è un discorso da snobboni, quorum ego). E' un esercizio tra il sadico ed il vojeuristico, e in fondo, diciamolo, chi di noi non ha mai sfogliato Cronaca Vera, dal barbiere: vogliamo vedere il sangue, la zuffa. La rubrica in questione prende un vinone a caso, trebicchierato o pentagrappolato o comunque multipremiato, e lo sbertuccia senza pietà. Nell'ultimo numero in edicola tocca al Moscato d'Asti De Miranda, di Contratto; un Asti assai sui generis, giacché è una rara versione nella quale la presa di spuma avviene con il lento ed elaborato metodo classico, e non con l'abituale Charmat; un vino di notevole spessore qualitativo, per quello che è il mio ricordo; gli assaggiatori de Il Mio Vino invece l'hanno infilzato senza pietà: troppo corto, troppo dolce, troppo disarmonico. Lasciamo però gli assaggiatori al loro destino di fustigatori: io mi concentrerò su un aspetto secondario ed accessorio.

I redattori del mensile hanno segnalato un notevole divario di prezzo tra diverse enoteche nelle quali hanno acquistato i campioni; come d'uso, e come da immagine qua sopra, hanno riportato gli scontrini. Si va da 22 Euro, fino a 34, per arrivare ai 44 Euro come prezzo massimo - e per la stessa bottiglia! In un colpo solo Il Mio Vino riesce nel meritevole compito di malmenare Contratto, e tutta la casta degli enotecari (bella performance) con i loro incomprensibili ricarichi - ed in effetti, tale divario è pure per me alquanto misterioso.

Eppure la vita dell'enotecaro non sembra tutta rose e fiori. Diamo un'occhiata da vicino ai tre scontrini.
Lo scontrino più basso, 22 euro, reca il numero progressivo 3, ed è stato battuto alle ore 17,21: solo il terzo scontrino emesso quando ormai è tardo pomeriggio. Lo scontrino intermedio, 34 Euro, ha numero progressivo di emissione 2, ma viene emesso alle ore 9,59: parrebbe che nella seconda enoteca gli affari vadano, di poco, meglio che nella prima. Il terzo scontrino, il più esoso, ha pure lui numero progressivo 3, ma è emesso nel primo pomeriggio. Cosa si evince da questo studio degno dei Ris di Parma? Primo: a condurre enoteche non ci si arricchisce. Secondo: l'enoteca più conveniente ha anche la performance più fallimentare. Buona partita Iva a tutti.

giovedì, marzo 12, 2009

Tutta gente che non parla da sola

Giulia è la regista; Francesca voleva sposare Incisa (maddai, che gusti). Tutta gente che non parla da sola: Dissapore is coming.