Poi un giorno sarà divertente creare una serie intitolata "i post che non ho mai pubblicato". Di solito si evita di scrivere, soprattutto, per prevenire gli scazzi. Per esempio il tema dei vini naturali continua ad essere un luogo dove il dibattito sembra, troppo spesso, inutile ed improduttivo. Ho trovato abbastanza definitivo quel che scrive Giovanni, su Intravino:
«L’approccio alla degustazione di vini naturali deve essere laico, forse più che in altri casi. Il carico di contenuti non direttamente collegati alla degustazione (etica, politica, ecologia, metteteci tutto quello che credete) è ingombrante e il rischio di filtrare il giudizio sulla base di quei contenuti ahimè, molto alto. La faccenda quindi è stabilire quale sia il giusto approccio per misurare vini a cui, in altro contesto, non concederesti prove d’appello. Se un vino cosiddetto convenzionale (sono pigro inventatevi voialtri un aggettivo adeguato) fosse ossidato o avesse la volatile molto alta, non ci sarebbe appello: via, lavandino. In questo caso invece si richiede uno sforzo supplementare e l’utilizzo di un lessico alternativo. Si sente parlare di “tensione”, di “energia”, vengono insomma utilizzati vocaboli alternativi per evidenziare caratteri altrimenti difficili da decifrare».
In particolare, la difficoltà di arrivare ad un qualche tipo di dibattito critico ma soprattutto utile, sempre citando Giovanni, è tutta qui:
«O giudichiamo i vini tutti con lo stesso metro di giudizio oppure stabiliamo che per i vini naturali bisogna applicarne uno nuovo. Se sì, quale? E conviene? Il rischio riserva indiana è alto. Se invece giochiamo tutti lo stesso campionato bisognerà accettare di essere misurati con gli strumenti disponibili e semmai contribuire a fornirne di nuovi. [...] Si fa avanti la percezione che taluni produttori si siano fermati, abbiano individuato un mercato fatto di estimatori acritici e non vogliano proseguire, evolvere, ma stare nel buco. Questo è un rischio ed è il vero terreno di sfida».
Comunque, dopo VinNatur a Genova, il mio post che non ho mai pubblicato cominciava così:
«A margine di tutto, e al netto degli assaggi, esco da questa edizione di VinNatur con un discreto scontento. La percentuale di vini che passano il test "sì-no" è il maggior oggetto di dibattito tra gli amici che ho incontrato. Quanti sono stati quelli "sì"? Un terzo dei presenti? O piuttosto un quarto, come ho rilevato io? Troppo pochi, comunque. Pesa, su tutto, l'impressione che una parte maggioritaria di questo movimento naturale sia al centro di un percorso, che sta compiendo in mezzo a troppe difficoltà (per esempio la recente vendemmia 2014 non ha aiutato). Ma ancora troppe pungenze, volatili, imprecisioni. Lo dico con una certa tristezza, ma questo percorso sembra davvero lunghissimo e non si vede l'arrivo, che per me consiste in una naturalità del vino che elimini, una volta per tutte, le caratterizzazioni che sconfinano, purtroppo, nella caricatura».
Questo è un blog enoico. Il vino è un alimento totalmente diverso da qualsiasi altro: evolve, ha carattere ed è imprevedibile (come l'umanità, insomma). Per questo è interessante. E non è industriale.
martedì, febbraio 16, 2016
giovedì, febbraio 11, 2016
Le care vecchie cose
Un effetto laterale delle vendite di fine anno è l'azzeramento di una certa parte di magazzino, soprattutto per quel che riguarda i vini un po' vecchi, cioè i vini che gli enofili chiamano maturi. La maturità in un vino è un fatto formidabile, e quando è raggiunta in modo sereno è in grado di regalare sensazioni notevoli al fortunato bevitore. Si tratta di aspettarla al varco, un po' la cerchi e un po' ci capiti incontro per caso. Di fatto, io faccio sempre in modo di avere qualcosa di disponibile, in quello stato di grazia.
Però appunto il magazzino in questi giorni langue. E allora cerco con qualche voluttà tra i miei fornitori, quelli che hanno qualcosa di maturo. In particolare i bianchi mi danno grandi soddisfazioni, quando hanno le potenzialità iniziali per affrontare qualche anno, e le attuano appunto da maturi. Così uno dei miei distributori del cuore aveva un paio di cose, e me le sono prontamente afferrate, un po' alla cieca, in modalità "stiamo a vedere".
Lo chardonnay a destra nell'immagine è un langhetto che dal 2011 ha fatto sei mesi di legno (non piccolissimo ma nemmeno grande: tonneau). Adesso ha perso il morso legnoso per assestarsi su una vena più rasserenante, di frutta tropicale, mantenendo comunque freschezza: quindi una bevuta quasi perfetta.
Il sauvignon invece è un isontino, affinato solo in acciaio, ed è un 2012: al naso ha ancora quel ricordo di foglia di pomodoro, quindi una nota verde/selvaggia abbastanza tipica del vitigno. A questa si aggiunge la frutta bianca molto matura. In bocca ha stoffa salina/acida ancora abbondante, che quasi mi fa dire: non è nemmeno al suo massimo. Però insomma, che piacere. Sui 12-13 euro in enoteca, a trovarli.
Però appunto il magazzino in questi giorni langue. E allora cerco con qualche voluttà tra i miei fornitori, quelli che hanno qualcosa di maturo. In particolare i bianchi mi danno grandi soddisfazioni, quando hanno le potenzialità iniziali per affrontare qualche anno, e le attuano appunto da maturi. Così uno dei miei distributori del cuore aveva un paio di cose, e me le sono prontamente afferrate, un po' alla cieca, in modalità "stiamo a vedere".
Lo chardonnay a destra nell'immagine è un langhetto che dal 2011 ha fatto sei mesi di legno (non piccolissimo ma nemmeno grande: tonneau). Adesso ha perso il morso legnoso per assestarsi su una vena più rasserenante, di frutta tropicale, mantenendo comunque freschezza: quindi una bevuta quasi perfetta.
Il sauvignon invece è un isontino, affinato solo in acciaio, ed è un 2012: al naso ha ancora quel ricordo di foglia di pomodoro, quindi una nota verde/selvaggia abbastanza tipica del vitigno. A questa si aggiunge la frutta bianca molto matura. In bocca ha stoffa salina/acida ancora abbondante, che quasi mi fa dire: non è nemmeno al suo massimo. Però insomma, che piacere. Sui 12-13 euro in enoteca, a trovarli.
domenica, dicembre 13, 2015
Segnali natalizi
Nel corso del tempo ho sviluppato una specie di culto per un film di M. Night Shyamalan, Signs. Un elemento fondante della storia, da cui deriva anche il titolo, è che il mondo attorno a noi ci fornisce dei segnali per interpretare il presente o prepararsi al futuro. Capisco che sia bizzarro, ci sono molti culti più fondamentali e articolati, ma io ho quello per Signs.
Così questa mattina aprivo l'enoteca ben presto, è domenica e si lavora tutti i giorni sotto Natale. Lavorare continuativamente anche nei giorni di festa a volte non predispone al buonumore, e difatti stamattina tiravo su la serranda un po' grumpy, cioè ammusonito.
Mentre spazzavo la strada davanti alla porta passa un nugolo di bambini coi genitori, diretti alla macchina, forse a fare acquisti o chissà dove. Hanno cinque-sei anni e parlano fittamente tra loro ad alta voce di Babbo Natale. Perché insomma, almeno a sei anni ci puoi anche credere, a Babbo Natale.
Adesso è chiaro il motivo per cui credo a Signs? Il mondo ti manda segnali, a volte esattamente quando servono. Basta saperli interpretare. E comunque adesso sono di buonumore: buon Natale.
Così questa mattina aprivo l'enoteca ben presto, è domenica e si lavora tutti i giorni sotto Natale. Lavorare continuativamente anche nei giorni di festa a volte non predispone al buonumore, e difatti stamattina tiravo su la serranda un po' grumpy, cioè ammusonito.
Mentre spazzavo la strada davanti alla porta passa un nugolo di bambini coi genitori, diretti alla macchina, forse a fare acquisti o chissà dove. Hanno cinque-sei anni e parlano fittamente tra loro ad alta voce di Babbo Natale. Perché insomma, almeno a sei anni ci puoi anche credere, a Babbo Natale.
Adesso è chiaro il motivo per cui credo a Signs? Il mondo ti manda segnali, a volte esattamente quando servono. Basta saperli interpretare. E comunque adesso sono di buonumore: buon Natale.
sabato, dicembre 12, 2015
Appunti molto sparsi di ecologia digitale
Credo che prima o poi dovremo, tutti quanti, mettere giù una lista di precisazioni necessarie ogni volta che scriviamo qualcosa. Ho appena finito di leggere un post nel quale un redattore di pubblicazioni di settore parlava (in modo circostanziato e preciso, mi pareva) di una pubblicazione concorrente. Tutto benissimo, tranne il fatto che a quel post mancava un disclaimer: "guardate miei cari, io scrivo di tizio, ma tenete presente che lavoro per caio". Io lo so, lo scrivente dava per scontato che io sapessi, tuttavia all'ecologia della narrazione mancava quel dettaglio.
Perché, se questo è un dettaglio, comunque ne sentiamo la mancanza? Perché non siamo tutti imparati. Perché il mare dei lettori può essere (sperabilmente) magnum, cioè vasto e fatto di persone che ignorano il dettaglio. Quella conoscenza è necessaria. È anche un fatto di rispetto del lettore, chiarezza, e in ultima analisi anche un fatto di libertà: io, che mi sento libero, ti spiego pure quali possono essere i miei conflitti. Alla fine, valuta tu, o lettore.
L'elemento appena descritto è solo uno tra i tanti necessari, nei disclaimer. Il primo tra tutti ovviamente è "sono stato pagato per scrivere questo post, quindi questa è pubblicità". Spiace vederlo scritto quasi mai. Al punto che, mi pare, solo Intravino fa sponsor post in giro per la rete enogastro, si direbbe.
Per restare nei disclaimer necessari, potrei fare un po' di esempi riferiti alla mia persona, così sarà doppiamente utile. Per dire: quando io scrivo di Intravino non sono indipendente, visto che ho collaborato a fondarlo e ne faccio parte. La stessa cosa potrei dire della Guida Essenziale ai Vini d'Italia, visto che collaboro pure a quella: ogni volta che ne scrivo deve essere chiaro che ne sono parte. Infine io faccio il commerciante, cioè vendo vino: quando parlo di un vino che vendo, normalmente ne elenco le virtù - ma appunto quello è un prodotto che vendo. Va detto: ragazzi, io vendo vino, e quello in particolare ce l'ho in vendita.
Fatte le premesse, saranno le cose che affermo a qualificare il mio messaggio.
Legato a quest'ultimo aspetto c'è il fatto che la narrazione dovrebbe essere vera. Tecnicamente non ha senso che io racconti fandonie legate alla qualità del vino che vendo. Un collegato disposto dello svelamento di ogni interesse dovrebbe portare (anche) alla narrazione di pareri forzatamente veritieri. Pensiamo un attimo, per amore del paradosso, al fatto che io descriva come delizioso un vino che ho in vendita, che in realtà si riveli essere ignobile. Non sarebbe solo un boomerang, sarebbe una demenziale perdita di tempo, spazio ed energia. Un fatto privo di senso.
Ma questo, per la verità, è parte di un altro discorso probabilmente più lungo, che merita altri approfondimenti. Resta importante, prima o poi, mettere giù una lista di disclaimer necessari.
[Immagine: link]
Perché, se questo è un dettaglio, comunque ne sentiamo la mancanza? Perché non siamo tutti imparati. Perché il mare dei lettori può essere (sperabilmente) magnum, cioè vasto e fatto di persone che ignorano il dettaglio. Quella conoscenza è necessaria. È anche un fatto di rispetto del lettore, chiarezza, e in ultima analisi anche un fatto di libertà: io, che mi sento libero, ti spiego pure quali possono essere i miei conflitti. Alla fine, valuta tu, o lettore.
L'elemento appena descritto è solo uno tra i tanti necessari, nei disclaimer. Il primo tra tutti ovviamente è "sono stato pagato per scrivere questo post, quindi questa è pubblicità". Spiace vederlo scritto quasi mai. Al punto che, mi pare, solo Intravino fa sponsor post in giro per la rete enogastro, si direbbe.
Per restare nei disclaimer necessari, potrei fare un po' di esempi riferiti alla mia persona, così sarà doppiamente utile. Per dire: quando io scrivo di Intravino non sono indipendente, visto che ho collaborato a fondarlo e ne faccio parte. La stessa cosa potrei dire della Guida Essenziale ai Vini d'Italia, visto che collaboro pure a quella: ogni volta che ne scrivo deve essere chiaro che ne sono parte. Infine io faccio il commerciante, cioè vendo vino: quando parlo di un vino che vendo, normalmente ne elenco le virtù - ma appunto quello è un prodotto che vendo. Va detto: ragazzi, io vendo vino, e quello in particolare ce l'ho in vendita.
Fatte le premesse, saranno le cose che affermo a qualificare il mio messaggio.
Legato a quest'ultimo aspetto c'è il fatto che la narrazione dovrebbe essere vera. Tecnicamente non ha senso che io racconti fandonie legate alla qualità del vino che vendo. Un collegato disposto dello svelamento di ogni interesse dovrebbe portare (anche) alla narrazione di pareri forzatamente veritieri. Pensiamo un attimo, per amore del paradosso, al fatto che io descriva come delizioso un vino che ho in vendita, che in realtà si riveli essere ignobile. Non sarebbe solo un boomerang, sarebbe una demenziale perdita di tempo, spazio ed energia. Un fatto privo di senso.
Ma questo, per la verità, è parte di un altro discorso probabilmente più lungo, che merita altri approfondimenti. Resta importante, prima o poi, mettere giù una lista di disclaimer necessari.
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venerdì, novembre 27, 2015
Questa enoteca sta per compiere 25 anni. Manca poco, cioè
Il 17 gennaio 1991 cominciava la prima guerra del Golfo. Quel mattino mentre entravo in Camera di Commercio, a Genova, a dare il mio esame per l'iscrizione al registro esercenti il commercio, in fondo a Via Garibaldi si radunava la folla dei primi manifestanti (il consolato degli Stati Uniti è lì vicino). Qualche tempo prima mi sarei aggiunto a quelli, e invece entravo nell'Istituzione. Pure quel contesto di cronaca (o storia) pareva mi dicesse: ecco, qualcosa è appena cambiato, nella tua vita.
Ho recuperato il pezzo di carta nell'immagine che vedete qua sopra dopo aver seguito un dibattito, tra il serio e il faceto (più faceto, direi) riguardo alla risalenza della nostra passione/lavoro nell'enomondo: da quanto tempo ormai faccio sul serio? È così che mi sono accorto, in modo laterale, che la mia enoteca si avvia a compiere 25 anni. Il prossimo 17 gennaio, sono 25 anni di attività. Per la verità nel giro c'ero da prima, ma il dominus era mio padre, quindi esattamente non saprei dire davvero da quanto faccio il mestiere del vinaio. Ma nell'incertezza il riferimento migliore resta il documento burocratico.
Ho recuperato il pezzo di carta nell'immagine che vedete qua sopra dopo aver seguito un dibattito, tra il serio e il faceto (più faceto, direi) riguardo alla risalenza della nostra passione/lavoro nell'enomondo: da quanto tempo ormai faccio sul serio? È così che mi sono accorto, in modo laterale, che la mia enoteca si avvia a compiere 25 anni. Il prossimo 17 gennaio, sono 25 anni di attività. Per la verità nel giro c'ero da prima, ma il dominus era mio padre, quindi esattamente non saprei dire davvero da quanto faccio il mestiere del vinaio. Ma nell'incertezza il riferimento migliore resta il documento burocratico.
lunedì, ottobre 05, 2015
Parlando di vini naturali in un universo parallelo
Nel frattempo, in un universo parallelo, la discussione sui vini naturali procede così.
[Nato leggendo simili diatribe a proposito di videogiochi. Ma poteva essere qualsiasi altro tema]
mercoledì, agosto 12, 2015
Enotecaro in vacanza ma non troppo
Tra un tuffo ferragostano e l'altro, in questa annata che procede torrida, quindi perlomeno per ora pare non avremo le vendemmie sfortunelle dell'anno scorso, il quipresente enotecaro ha selezionato un notevole passito elbano. Ne scrivo qui, su Intravino. Prodotto in quantità omeopatiche, ma ormai a me piace così, coltiviamo l'assenza (appunto).
sabato, maggio 09, 2015
In Italia se dici “internet” ti guardano come se avessi pisciato in un angolo della stanza
Qualche giorno fa ero ad un evento. Il termine evento col suo suono grandioso serve ad identificare, nel giro, qualsiasi fiera vinosa, quindi lo uso anch'io con una certa sicumera. L'evento prevedeva svariati dibattiti e ad un certo punto ha preso la parola una persona, presentata in quanto wine blogger. Questo ha detto cose interessanti, peraltro note e condivisibili, circa la (ancora) scarsa confidenza col mezzo digitale di alcune aziende vinicole, eccetera eccetera. Quello che però per me è stato interessante era la reazione del pubblico, quando chi moderava ha annunciato la parola "wine blogger". Tra l'uditorio c'era un mormorio sorpreso, l'oggetto dell'ostensione di fatto pareva una strana bestia rara, e solo evocare in mezzo a quelli la dimensione internettiana delle conversazioni sul tema ha generato qualche tipo di brivido.
Oggi, leggendo questo post dal quale peraltro ho ricavato il titolo, ottengo per la millesima volta la prova provata che siamo bestie strane. Io ho da sempre una specie di pudore a qualificarmi wine blogger, ma commetto un errore. Anche perché:
"Può essere vero per l’Italia che è probabilmente il Paese più tradizionalista del mondo dopo la Persia di Serse, e dove “blogger” si traduce con figlio di un dio minore. Poco importa che il penultimo Pulitzer lo abbia vinto un blogger [...]. Siamo veramente fuori dal tempo riguardo queste cose, perché siamo sempre stati un Paese che predilige la forma alla sostanza: puoi avere le pezze al culo e lavorare per trenta euro per articoli orribili che fra cinque anni probabilmente scriverà un algoritmo (meglio, forse) ed essere un giornalista".
Oggi, leggendo questo post dal quale peraltro ho ricavato il titolo, ottengo per la millesima volta la prova provata che siamo bestie strane. Io ho da sempre una specie di pudore a qualificarmi wine blogger, ma commetto un errore. Anche perché:
"Può essere vero per l’Italia che è probabilmente il Paese più tradizionalista del mondo dopo la Persia di Serse, e dove “blogger” si traduce con figlio di un dio minore. Poco importa che il penultimo Pulitzer lo abbia vinto un blogger [...]. Siamo veramente fuori dal tempo riguardo queste cose, perché siamo sempre stati un Paese che predilige la forma alla sostanza: puoi avere le pezze al culo e lavorare per trenta euro per articoli orribili che fra cinque anni probabilmente scriverà un algoritmo (meglio, forse) ed essere un giornalista".
venerdì, aprile 10, 2015
Il sorpasso a destra del Secondo di Solicchiata ovvero certi numeri contano
Passato il periodo delle fiere, Vinitaly e vari satelliti, si torna a casa con una montagna di appunti relativi agli assaggi. Non ho mai contato quanti vini in un giorno, ma sono moltissimi, e gli appunti servono ogni volta per preparare anche la scaletta dei possibili acquisti. Al di là di ogni classifica, alla fine di questa sarabanda resta una specie di hit parade sentimentale, e nella posizione di testa normalmente ci sta un vino solo: non è quindi una classifica tecnica, ma appunto sentimentale, istintiva, che ogni volta mi fa dire: di tutti questi ne ricordo soprattutto uno. Il vino in questione questa volta per me è il Secondo 2009 del Castello di Solicchiata. Si tratta di un taglio bordolese (cabernet sauvignon, franc e merlot, cioè) di provenienza etnea.
E' impossibile parlare di questo vino senza scomodare un po' di storia, quella con la esse maiuscola. Prendendo una parte del racconto direttamente dalla home del produttore, ecco cosa intendo: "Il castello Solicchiata è da ricordare come il primo taglio bordolese d’Italia vinificato col metodo francese. Nel 1855 il Barone Felice Spitaleri di Muglia mise a dimora sull’Etna tra gli 800 e i 1.000 metri d’altezza, nel feudo Solicchiata, in ampie terrazze vulcaniche, i vitigni bordolesi Cabernet franc Merlot e Cabernet sauvignon gli stessi che ancora oggi producono questo importante vino. Il Castello Solicchiata ricevette il primo premio all’Esposizione di Londra nel 1888, il Grande Diploma d’Onore e Medaglia d’Oro a Palermo nel 1889, Vienna 1890, Berlino 1892, Bruxelles 1893, Milano 1894 e fu la prima fornitura ufficiale della Real Casa d’Italia. Il Barone Spitaleri ebbe il privilegio di potere innalzare lo stemma reale sul detto castello per il progresso enologico del Regno d’Italia".
Come si vede, si parte da molto lontano, e la narrazione è un bel po' fascinosa. Dei vini che ho assaggiato ho voluto acquistare immediatamente il Secondo, che deve il suo nome alla tradizione bordolese del secondo vino aziendale, quello insomma cadetto e con minori pretese. Tuttavia è quello che ho trovato irresistibile. Fedele alla sua missione rievoca Bordeaux anche dalla bottiglia e dall'etichetta (e io non sono normalmente sensibilissimo a questi aspetti formali, ma qui faccio un'eccezione). Il vino in sé al naso annuncia l'attraente ventaglio gommoso (nel senso del pneumatico, ma non spaventatevi, è una roba buona), tra la liquirizia e il frutto denso. In bocca si stende elegante, manco a dirlo verrebbe da evocare un tratto di nobiltà nemmeno decadente (possibile che le suggestioni storiche prendano il sopravvento, ma tant'è). Una bevuta di grande godimento, e infine un altro aspetto che per me determina la valutazione: il famoso rapporto prezzo qualità.
Su questo punto è possibile un altro dibattito: molti assaggiatori che conosco non valutano il vino tenendo conto del prezzo. Questo è un modo direi puro di giudicare il vino, e probabilmente anche più corretto, tuttavia a me non riesce quasi mai. Per questo, se consideriamo che il Secondo di Solicchiata costa in enoteca sui dodici euro, finisco per dare a vini così il mio primato sentimentale. In termini di punteggi gli assaggi delle ultime fiere mi hanno ovviamente fatto conoscere cose superiori, ma alla fine io ho in mente questo, quale mio vino del cuore. Anche a causa di quello che ora tutti chiamano, a ragione, rapporto prezzo/felicità.
E' impossibile parlare di questo vino senza scomodare un po' di storia, quella con la esse maiuscola. Prendendo una parte del racconto direttamente dalla home del produttore, ecco cosa intendo: "Il castello Solicchiata è da ricordare come il primo taglio bordolese d’Italia vinificato col metodo francese. Nel 1855 il Barone Felice Spitaleri di Muglia mise a dimora sull’Etna tra gli 800 e i 1.000 metri d’altezza, nel feudo Solicchiata, in ampie terrazze vulcaniche, i vitigni bordolesi Cabernet franc Merlot e Cabernet sauvignon gli stessi che ancora oggi producono questo importante vino. Il Castello Solicchiata ricevette il primo premio all’Esposizione di Londra nel 1888, il Grande Diploma d’Onore e Medaglia d’Oro a Palermo nel 1889, Vienna 1890, Berlino 1892, Bruxelles 1893, Milano 1894 e fu la prima fornitura ufficiale della Real Casa d’Italia. Il Barone Spitaleri ebbe il privilegio di potere innalzare lo stemma reale sul detto castello per il progresso enologico del Regno d’Italia".
Come si vede, si parte da molto lontano, e la narrazione è un bel po' fascinosa. Dei vini che ho assaggiato ho voluto acquistare immediatamente il Secondo, che deve il suo nome alla tradizione bordolese del secondo vino aziendale, quello insomma cadetto e con minori pretese. Tuttavia è quello che ho trovato irresistibile. Fedele alla sua missione rievoca Bordeaux anche dalla bottiglia e dall'etichetta (e io non sono normalmente sensibilissimo a questi aspetti formali, ma qui faccio un'eccezione). Il vino in sé al naso annuncia l'attraente ventaglio gommoso (nel senso del pneumatico, ma non spaventatevi, è una roba buona), tra la liquirizia e il frutto denso. In bocca si stende elegante, manco a dirlo verrebbe da evocare un tratto di nobiltà nemmeno decadente (possibile che le suggestioni storiche prendano il sopravvento, ma tant'è). Una bevuta di grande godimento, e infine un altro aspetto che per me determina la valutazione: il famoso rapporto prezzo qualità.
Su questo punto è possibile un altro dibattito: molti assaggiatori che conosco non valutano il vino tenendo conto del prezzo. Questo è un modo direi puro di giudicare il vino, e probabilmente anche più corretto, tuttavia a me non riesce quasi mai. Per questo, se consideriamo che il Secondo di Solicchiata costa in enoteca sui dodici euro, finisco per dare a vini così il mio primato sentimentale. In termini di punteggi gli assaggi delle ultime fiere mi hanno ovviamente fatto conoscere cose superiori, ma alla fine io ho in mente questo, quale mio vino del cuore. Anche a causa di quello che ora tutti chiamano, a ragione, rapporto prezzo/felicità.
mercoledì, aprile 08, 2015
Appuntamenti vinosi in Liguria tra maggio e giugno 2015 (superlavoro)
Post di servizio e di auto-servizio, visto che non ho voglia di aggiungere memotak alla mia scrivania. Nei prossimi mesi da queste parti ci sono almeno cinque appuntamenti abbastanza imperdibili quindi me li segno (e ve li segno). Io ci sarò, ergo ci si vede là as usual.
Domenica 3 maggio, e lunedì 4 maggio: Vinidamare a Camogli. Non ho trovato un sito di riferimento ma se ne parla qui.
Domenica 10 maggio: Vino naturalmente vino a Chiavari, micro rassegna ma sappiamo tutti che piccolo è bello. Peraltro ha pure il sito.
Domenica 17 maggio e lunedì 18 maggio: Mare&Mosto a Sestri Levante. Non ha una home ufficiale ma lo annuncia l'Associazione Italiana Sommelier Liguria quindi mi fido. Qui un altro link utile.
Domenica 17 maggio: Slow Fish a Genova (che per la verità comincia il 14 maggio). Il conflitto non è solo di date ma riguarda anche la mia presenza a questo laboratorio: "Sigaro Toscano tra vini biodinamici e farinata", alle ore 16 di domenica appunto. Bacco e tabacco, la battuta la evito, ma voi venite eh? La contaminazione di piaceri differenti si prospetta interessante, ci divertiremo.
Lunedì 15 giugno [update]: Un mare di Champagne, ad Alassio, Grand Hotel. Dalle 14 alle 20 "100 etichette circa di Champagne alla presenza di 52 maison".
Domenica 21 giugno e lunedì 22 giugno: Terroirvino a Genova. Essendo "l'incontro tra vino, persone e web" il sito ce l'ha e pure col turbo (magari gli altri prendessero esempio).
Domenica 3 maggio, e lunedì 4 maggio: Vinidamare a Camogli. Non ho trovato un sito di riferimento ma se ne parla qui.
Domenica 10 maggio: Vino naturalmente vino a Chiavari, micro rassegna ma sappiamo tutti che piccolo è bello. Peraltro ha pure il sito.
Domenica 17 maggio e lunedì 18 maggio: Mare&Mosto a Sestri Levante. Non ha una home ufficiale ma lo annuncia l'Associazione Italiana Sommelier Liguria quindi mi fido. Qui un altro link utile.
Domenica 17 maggio: Slow Fish a Genova (che per la verità comincia il 14 maggio). Il conflitto non è solo di date ma riguarda anche la mia presenza a questo laboratorio: "Sigaro Toscano tra vini biodinamici e farinata", alle ore 16 di domenica appunto. Bacco e tabacco, la battuta la evito, ma voi venite eh? La contaminazione di piaceri differenti si prospetta interessante, ci divertiremo.
Lunedì 15 giugno [update]: Un mare di Champagne, ad Alassio, Grand Hotel. Dalle 14 alle 20 "100 etichette circa di Champagne alla presenza di 52 maison".
Domenica 21 giugno e lunedì 22 giugno: Terroirvino a Genova. Essendo "l'incontro tra vino, persone e web" il sito ce l'ha e pure col turbo (magari gli altri prendessero esempio).
martedì, marzo 17, 2015
Primi assaggi di 2014. Belle sorprese a mia insaputa
Un aspetto divertente di questo lavoro è la memoria delle stagioni. Dato il mestiere che faccio, è inevitabile che uno si ricordi se una certa estate è stata calda o no: in definitiva condiziona la vendemmia. Poi ci si mettono anche altri fattori. Io per esempio negli ultimi anni ho sempre avuto scooter col parabrezza alto: tanto che ad ogni estate (soffrendo il caldo) mi dicevo "adesso lo smonto, almeno per qualche mese". Poi la pigrizia aveva sempre il sopravvento e mi buscavo la calura. Così a giugno del 2014, cambiando scooter, ho scelto uno senza parabrezza, ché tanto arrivava l'estate e volevo nuovamente sentire il vento tra i capelli (licenza poetica).
E invece, l'estate del 2014 l'ho passata a bagnarmi, indossando cerate o felpe perché il caldo non s'è visto. Quindi per un po' mi ricorderò di questa estate sfortunata, perlomeno ogni volta che inforcherò il cavallo d'acciaio. La vendemmia 2014 di conseguenza è stata memorabile per il maltempo, ed è passata alla storia come annata non buona - anzi, m'è toccato leggere pure che nel 2014 non bisognava produrre vino. Fortuna che le cose, alle solite, sono sempre un po' più complesse di così.
Sarà anche che un modo per avere sorprese piacevoli ad un assaggio è coltivare aspettative bassissime. Apri un 2014 come il Vermentino di Turco e pensi "evabbè, sacrifichiamoci". E invece ti accorgi di trovarlo buonissimo, equilibrato, delicato, profumato. Insomma, assaggiato e comprato al volo (in enoteca sta sui 12 euro). Lo stesso giorno assaggio anche un campione di botte di cortese 2014, ed è pure meglio. Quindi, abbandonando qualsiasi aspettativa, è semmai il caso di raccomandare una cosa già nota: niente pregiudizi.
E invece, l'estate del 2014 l'ho passata a bagnarmi, indossando cerate o felpe perché il caldo non s'è visto. Quindi per un po' mi ricorderò di questa estate sfortunata, perlomeno ogni volta che inforcherò il cavallo d'acciaio. La vendemmia 2014 di conseguenza è stata memorabile per il maltempo, ed è passata alla storia come annata non buona - anzi, m'è toccato leggere pure che nel 2014 non bisognava produrre vino. Fortuna che le cose, alle solite, sono sempre un po' più complesse di così.
Sarà anche che un modo per avere sorprese piacevoli ad un assaggio è coltivare aspettative bassissime. Apri un 2014 come il Vermentino di Turco e pensi "evabbè, sacrifichiamoci". E invece ti accorgi di trovarlo buonissimo, equilibrato, delicato, profumato. Insomma, assaggiato e comprato al volo (in enoteca sta sui 12 euro). Lo stesso giorno assaggio anche un campione di botte di cortese 2014, ed è pure meglio. Quindi, abbandonando qualsiasi aspettativa, è semmai il caso di raccomandare una cosa già nota: niente pregiudizi.
sabato, febbraio 21, 2015
Il Rosso di Montalcino Tiezzi 2013 vince il premio "vino esemplare del nuovo millennio" (a casa mia)
Dato che il millennio è cominciato da una quindicina d'anni potremmo pure provare a definire cosa sono i vini di successo d'ora in poi. In attesa che cambino nuovamente gli standard, visto che sono già cambiati diverse volte ed è quindi possibile che succeda di nuovo in futuro.
Dunque questo vino, dicevo: è esemplare dello stile contemporaneo. Siccome i vini muscolosi e roboanti sono il passato, il Poggio Cerrino di Tiezzi è perfetto per dire cosa sia lo stile: parte piano, al naso, non spara i fuochi artificiali, ma ben presto nel bicchiere si comincia a distinguere qualcosa di irresistibile: una vena di cioccolato nobile, sublime ed elegante, quasi un richiamo di liquore al cioccolato.
Questo termine però è scivoloso: le note cioccolato/caffè in realtà sarebbero patrimonio di millemila altri rossi più o meno esagitati, già visti e quindi probabilmente meno significativi. Bisogna appunto vedere come è stato declinato (interpretato?) il descrittore, in modo unico ed elegantissimo, per affermare con qualche certezza che il Rosso di Montalcino 2013 di Tiezzi ha fatto centro: piacevolezza molto vivida senza urlare, corpo snello non scarnificato, insomma un vino elettrico, scattante, forse non il genere del vino masticabile ma appunto quello era il passato, ed il presente sembra nettamente meglio.
Un assaggio esemplare, e con qualche orgoglio lo allineo sui miei scaffali. Considerando che in giro sta intorno ai 13 euro, notevole prezzo prestazioni.
Dunque questo vino, dicevo: è esemplare dello stile contemporaneo. Siccome i vini muscolosi e roboanti sono il passato, il Poggio Cerrino di Tiezzi è perfetto per dire cosa sia lo stile: parte piano, al naso, non spara i fuochi artificiali, ma ben presto nel bicchiere si comincia a distinguere qualcosa di irresistibile: una vena di cioccolato nobile, sublime ed elegante, quasi un richiamo di liquore al cioccolato.
Questo termine però è scivoloso: le note cioccolato/caffè in realtà sarebbero patrimonio di millemila altri rossi più o meno esagitati, già visti e quindi probabilmente meno significativi. Bisogna appunto vedere come è stato declinato (interpretato?) il descrittore, in modo unico ed elegantissimo, per affermare con qualche certezza che il Rosso di Montalcino 2013 di Tiezzi ha fatto centro: piacevolezza molto vivida senza urlare, corpo snello non scarnificato, insomma un vino elettrico, scattante, forse non il genere del vino masticabile ma appunto quello era il passato, ed il presente sembra nettamente meglio.
Un assaggio esemplare, e con qualche orgoglio lo allineo sui miei scaffali. Considerando che in giro sta intorno ai 13 euro, notevole prezzo prestazioni.
domenica, gennaio 25, 2015
Soprattutto mancherebbe quell'altra cosa
Due tweet a caso. Il Foglio ha notoriamente un coraggio da leoni. Oltre a quello, piacerebbe molto avere tutto il resto.
lunedì, gennaio 19, 2015
A Genova non ci si annoia. A Febbraio due rassegne nel giro di una settimana
Se avete voglia di farvi un giro nel meraviglioso mondo delle fiere vinose, a Genova nei primi giorni di febbraio si susseguono due iniziative meritevoli.
La prima (Domenica 1 e Lunedì 2 Febbraio) è VinNatur Genova 2015: una specie di anticipazione/sconfinamento della famosa kermesse vin-naturista che si tiene ogni anno a Villa Favorita nel periodo del Vinitaly. Qui trovate info, dettagli logistici, e aziende partecipanti.
La seconda (Lunedì 9 Febbraio) è il banco d'assaggio di un distributore locale, Storie di Vite, che presenta la sua selezione di "vini di territorio", come da claim. Presso il Salone delle Feste, Piazza Campetto 8/a (secondo piano) con orario 14,30 – 17,30 (per operatori professionali, giornalisti, enoteche, ristoranti, wine bar) e dalle 17,30 alle 21,30 aperto al pubblico (ingresso 5 euro). Molti dei produttori selezionati e presenti in assaggio sono tra quelli che vendo, per cui non serve dirvi che si tratta di robe meravigliose. Comunque, l'elenco dei 24 produttori presenti è questo:
LIGURIA: Roberto Rondelli; PIEMONTE: Ugo Lequio, Barbaglia; VENETO: Az. Agr. Walter Miotto, Davide Vignato; FRIULI: Marco Sara; EMILIA ROMAGNA: Podere Cipolla, Costa Archi; TOSCANA: Val delle Corti, Istine; LAZIO: Andrea Occhipinti; CAMPANIA: I Favati, Contrada Salandra; PUGLIA: Podere 29; CALABRIA: Cataldo Calabretta; SICILIA: Nino Barraco; GERMANIA: Furst Lowenstein; FRANCIA: Laherte Frères (Champagne); Roger Belland, Chantal Lescure (Borgogna); Pierre Martin, Mathieu Cosme, Philippe Tessier, Domaine FL (Loira).
Io sarò presente alla prima e alla seconda, quindi come d'uso ci si vede lì.
La prima (Domenica 1 e Lunedì 2 Febbraio) è VinNatur Genova 2015: una specie di anticipazione/sconfinamento della famosa kermesse vin-naturista che si tiene ogni anno a Villa Favorita nel periodo del Vinitaly. Qui trovate info, dettagli logistici, e aziende partecipanti.
La seconda (Lunedì 9 Febbraio) è il banco d'assaggio di un distributore locale, Storie di Vite, che presenta la sua selezione di "vini di territorio", come da claim. Presso il Salone delle Feste, Piazza Campetto 8/a (secondo piano) con orario 14,30 – 17,30 (per operatori professionali, giornalisti, enoteche, ristoranti, wine bar) e dalle 17,30 alle 21,30 aperto al pubblico (ingresso 5 euro). Molti dei produttori selezionati e presenti in assaggio sono tra quelli che vendo, per cui non serve dirvi che si tratta di robe meravigliose. Comunque, l'elenco dei 24 produttori presenti è questo:
LIGURIA: Roberto Rondelli; PIEMONTE: Ugo Lequio, Barbaglia; VENETO: Az. Agr. Walter Miotto, Davide Vignato; FRIULI: Marco Sara; EMILIA ROMAGNA: Podere Cipolla, Costa Archi; TOSCANA: Val delle Corti, Istine; LAZIO: Andrea Occhipinti; CAMPANIA: I Favati, Contrada Salandra; PUGLIA: Podere 29; CALABRIA: Cataldo Calabretta; SICILIA: Nino Barraco; GERMANIA: Furst Lowenstein; FRANCIA: Laherte Frères (Champagne); Roger Belland, Chantal Lescure (Borgogna); Pierre Martin, Mathieu Cosme, Philippe Tessier, Domaine FL (Loira).
Io sarò presente alla prima e alla seconda, quindi come d'uso ci si vede lì.
venerdì, gennaio 16, 2015
Questo Cirò è salato
Questo Cirò è salato ma non per il prezzo, visto che costa sugli undici euro. Però appena aperto aveva una vena quasi salmastra, assieme ad una frutta dolce e intensa (amarena, direi). Dopo un po' nel bicchiere esce fuori una meravigliosa speziatura (pepe), che assieme ai tannini molto energici lo rendono una bevuta irresistibile.
Assaggiato la prima volta un po' di tempo fa, e ora felicemente allocato sui miei scaffali. La felicità maggiore però era averlo ierisera nel bicchiere: Cirò Rosso Classico Superiore 2013, Cataldo Calabretta.
Assaggiato la prima volta un po' di tempo fa, e ora felicemente allocato sui miei scaffali. La felicità maggiore però era averlo ierisera nel bicchiere: Cirò Rosso Classico Superiore 2013, Cataldo Calabretta.
martedì, dicembre 30, 2014
Questo potrebbe essere un altro di quei post di fine anno
Di quest'anno ricorderemo che è stato circa simile agli ultimi e probabilmente il prossimo sarà uguale. Quanto al mio quartierino (quello che io chiamo enomondo) forse il cambiamento maggiore sta nella massa notevole di partecipanti alle conversazioni online. E come si sa, non è tutto oro quel che luccica e non sono sempre i migliori a spiccare. Tra alcuni produttori che seguo c'è una carica di trombonismo esattamente uguale a quello dei peggiori giornalisti che ho smesso di seguire. Per cui mi succede di pensare: ma allora sono meglio i giornalisti. Perlomeno hanno il titolo (storico) per suonare lo strumento (il trombone, cioè). Alle solite moltissimi si prendono troppo sul serio ma alla fine si lamentano che nel giro c'è troppa serietà, insomma troppo stracciaballismo, e in definitiva tutto questo nuoce alla comunicazione. A questi auguro di fare pace con se stessi, e soprattutto di smettere di usare il termine COMUNICAZIONE come fosse un mantra, o una clava.
E a proposito di narrazione digitale, quest'anno ho visto un bel po' di eno-food blog andare definitivamente a puttane. "Miglior blog andato a puttane" non è un insulto, era (e credo sia ancora) un premio attribuito alla blogfest e nel giro ormai ci sarebbe il dubbio su chi sia il vincitore. Appunto non serve a dir male, ma a prendere atto che anche i blog sono un fatto naturale, hanno un inizio e una fine, che può essere più o meno dignitosa ma questo sì che è un punto doloroso quindi glissiamo. Ci sarebbe anche la cosa delle reti sociali che hanno o avrebbero sostituito i blog, ma già dissi che ne penso.
Tra le cose rimaste irrisolte quest'anno c'è la morte più o meno presunta dell'Unità, un foglio (anzi, web page) al quale ho prestato la mia ineffabile opera. Mi sorprende molto vedere come gli eventi siano precipitati in una maniera irrefrenabile, e considerando che tutto sommato io ho seguito il crollo dall'esterno, appare due volte inspiegabile. Io poi sono ancora convinto che esista una sinistra e che meriti un punto di aggregazione. Quindi non si spiega come un'azienda con un sito vivo e vitale si sia concessa il lusso di mandare tutto a puttane (rieccoci con l'elegante perifrasi). Devo solo trovare la forza di richiedere indietro il database dei miei post per salvarli per le future generazioni, si sa mai che io diventi uno famoso. Ciò detto, le cose scritte lì hanno sempre rappresentato (perlomeno per me) un lavoro di qualche impegno. Ergo, nuovamente, note to self: devo salvare quella roba dal gorgo del nulla. Oppure magari tutto ritorna a vivere e oplà, non è successo niente. Del resto, mi piace vivere alla giornata e oggettivamente domani non sai mai che ti si para davanti.
Permango invece abbastanza contento del lavoro su Intravino, però oggi farò una cosa insolita ed eviterò di fare il fiero parlando di quella roba là, quindi rallegratevi.
Di quest'anno ricorderò le persone che ci hanno piantato e non ci sono più. Capisco che sia triste ma abbiate pazienza. Tra questi c'è Stefano Bonilli. Il fatto è che io non ho mai conosciuto Stefano Bonilli: cioè, lo conoscevo in quanto suo lettore, ma non l'ho mai visto de visu. Ricordo però la volta che lo vidi più da vicino, e accadde molti anni fa: io ero in coda all'ingresso di Vinitaly e all'ingresso di destra c'era la coda riservata ai giornalisti, che entravano un po' prima. Bonilli era ancora il direttore del Gambero, e stava là magnifico e sorridente circondato da colleghi. Di Bonilli soprattutto ricordo questo scritto che ho riportato varie volte e che rileggo nei momenti di scazzo perché mi aiuta a correggere i miei errori. Quindi questo vale come ringraziamento, anche. Ecco di che si tratta:
"Ma il vino è proprio un mondo ormai marcio fin nel profondo, con rancori decennali, disistime ad personam, sette vinicole che sconfessano altre sette vinicole, gente che fa affari e, infine, un pubblico in molti casi che si è montato la testa e pensa di essere fichissimo e con grande palato. Una miscela che rende una degustazione uno dei luoghi più noiosi della terra, con le solite facce, il solito linguaggio, la solita gestualità e i soliti organizzatori. Una compagnia di giro che affosserà questo mondo ovvero lo renderà ancora più chiuso".
E' passato tempo da questo scritto, che è un rimprovero duro ma contestualizzato all'interno di uno scambio vivace. Non ci siamo ancora affossati ma alcuni ambiti permangono parecchio chiusetti, eh? Resta il fatto che da qui io riparto, ogni volta.
Va be', saremmo alla fine adesso, la parte in cui si fanno i saluti e gli auguri. Per la verità più che di auguri abbiamo bisogno di speranza fondata e ottimismo (e beccatevi 'sta botta renziana). Quindi io vi auguro quelle due robe lì.
mercoledì, dicembre 10, 2014
A me per esempio piace il varietale
Questo post è la possibile continuazione del post precedente, siccome ha a che fare con un acquisto fatto durante la mostra mercato FIVI, avvenuto con lo stesso meccanismo (mi piace molto, lo compro).
A me per esempio piace il varietale: mi piace, cioè, l'elemento aromatico spiccato, a volte esagerato. E' una forma di passione infantile dell'enofilo, che col tempo si perde (ma si vede che io non riesco a perderla): le esagerazioni olfattive di certi sauvignon, traminer, moscato, sono una specie di eterna calamita per me. Teoricamente le botte verdi, selvagge, da foglia di pomodoro nel sauvignon per qualcuno rappresentano una disarmonia. A me invece sembrano un elemento ludico proprio perché sopra le righe. Balter è un produttore (tra l'altro) di vari metodo classico trentino molto ben fatti: assaggiati, trovati buoni, però è stato questo sauvignon che mi ha fatto accendere la scintilla. Lo amo di un amore appassionato e un po' fanciullesco. Riassaggiato ieri sera a casa mi ha confortato il fatto che lo spettro aromatico, come dicevo, assai tenace, è integrato nel corpo alcolico (che in definitiva ammorbidisce il vino). Quindi insomma, ci siamo proprio. In enoteca sta sui 14 euro.
(Normalmente io classifico i riassaggi fatti a casa come prelievo di scaffale. E' una forma di controllo più o meno periodico di quel che ho in vendita. Questo sauvignon ha il raro, duplice pregio di farmi desiderare un secondo prelievo di scaffale il giorno dopo. Per dire, eh).
A me per esempio piace il varietale: mi piace, cioè, l'elemento aromatico spiccato, a volte esagerato. E' una forma di passione infantile dell'enofilo, che col tempo si perde (ma si vede che io non riesco a perderla): le esagerazioni olfattive di certi sauvignon, traminer, moscato, sono una specie di eterna calamita per me. Teoricamente le botte verdi, selvagge, da foglia di pomodoro nel sauvignon per qualcuno rappresentano una disarmonia. A me invece sembrano un elemento ludico proprio perché sopra le righe. Balter è un produttore (tra l'altro) di vari metodo classico trentino molto ben fatti: assaggiati, trovati buoni, però è stato questo sauvignon che mi ha fatto accendere la scintilla. Lo amo di un amore appassionato e un po' fanciullesco. Riassaggiato ieri sera a casa mi ha confortato il fatto che lo spettro aromatico, come dicevo, assai tenace, è integrato nel corpo alcolico (che in definitiva ammorbidisce il vino). Quindi insomma, ci siamo proprio. In enoteca sta sui 14 euro.
(Normalmente io classifico i riassaggi fatti a casa come prelievo di scaffale. E' una forma di controllo più o meno periodico di quel che ho in vendita. Questo sauvignon ha il raro, duplice pregio di farmi desiderare un secondo prelievo di scaffale il giorno dopo. Per dire, eh).
mercoledì, dicembre 03, 2014
Fiera FIVI a Piacenza. Veni vidi e perfino acquistai
La fiera piacentina che si tiene ogni anno a fine novembre si chiama "Mercato dei Vini dei Vignaioli Indipendenti" e contiene nel nome il mirabile termine mercantile. Si tratta cioè del genere di rassegna nella quale si possono fare acquisti, e non solo assaggiare. I visitatori riempono ogni anno i carrelli e quest'anno c'è stato un afflusso notevole, a giudicare dal fatto che questi carrelli erano quasi sempre in uso, e toccava aspettare un po' all'entrata affinché se ne liberasse uno: tenendo presente che il numero dei carrelli era enormemente aumentato rispetto alle scorse edizioni, e che altri ne avevano aggiunti il secondo giorno, questo dato (da solo) fornisce la misura del successo.
Per quanto mi riguarda, l'aspetto fisico legato al fatto di caricare sull'auto, alla fine della giornata, un po' di cose comprate durante gli assaggi, aggiunge fascino all'intera trasferta. Mi piace, cioè, l'idea di tornare a casa con le cose comprate in viaggio, e sistemarle sugli scaffali in enoteca nella modalità mercante che torna dalla fiera. Ormai anche i clienti lo sanno e chiedono "che hai portato?"
Per esempio: il Moscato secco altoatesino e il Santa Maddalena di Thurnhof. Tutti e due annata 2013, appartengono al genere di assaggi che ti fanno dire, alla fine "questo devo averlo". Il primo vino ha un aspetto che convince alla veloce: riesce ad esprimere il moscato, vitigno aromatico, senza le pericolose amarezze che a volte segnano la sua vinificazione secca. La pienezza, la sapidità del vino hanno il sopravvento, lo rendono assolutamente desiderabile, e il possente corredo di profumi tipici del moscato alla fine è solo la ciliegina sulla torta. Il secondo vino, dal vitigno schiava, ha quel corroborante naso da rosso bolzanino floreale e speziato, con una beva delicata ma altrettanto golosa. Nei miei appunti ho dato a tutti e due 87/100, che considerando quanto sono braccino nei punteggi non mi pare male. A bottega stanno sui 13 euro. Ed è solo uno dei miei best buy.
Link utili: la rassegna dei Vignaioli Indipendenti (segnatevela per l'anno prossimo, perlomeno) e la home di Thurnhof.
Per quanto mi riguarda, l'aspetto fisico legato al fatto di caricare sull'auto, alla fine della giornata, un po' di cose comprate durante gli assaggi, aggiunge fascino all'intera trasferta. Mi piace, cioè, l'idea di tornare a casa con le cose comprate in viaggio, e sistemarle sugli scaffali in enoteca nella modalità mercante che torna dalla fiera. Ormai anche i clienti lo sanno e chiedono "che hai portato?"
Per esempio: il Moscato secco altoatesino e il Santa Maddalena di Thurnhof. Tutti e due annata 2013, appartengono al genere di assaggi che ti fanno dire, alla fine "questo devo averlo". Il primo vino ha un aspetto che convince alla veloce: riesce ad esprimere il moscato, vitigno aromatico, senza le pericolose amarezze che a volte segnano la sua vinificazione secca. La pienezza, la sapidità del vino hanno il sopravvento, lo rendono assolutamente desiderabile, e il possente corredo di profumi tipici del moscato alla fine è solo la ciliegina sulla torta. Il secondo vino, dal vitigno schiava, ha quel corroborante naso da rosso bolzanino floreale e speziato, con una beva delicata ma altrettanto golosa. Nei miei appunti ho dato a tutti e due 87/100, che considerando quanto sono braccino nei punteggi non mi pare male. A bottega stanno sui 13 euro. Ed è solo uno dei miei best buy.
Link utili: la rassegna dei Vignaioli Indipendenti (segnatevela per l'anno prossimo, perlomeno) e la home di Thurnhof.
mercoledì, novembre 05, 2014
Milinko (tanto per cambiare)
Son un po' indietro con gli aggiornamenti autoriferiti quindi rimedio. Non so se avete presente quella cosa per la quale le guide cartacee sono in crisi: a riprova del fatto, ho collaborato alla Guida essenziale ai vini d'Italia edita da Mondadori e curata da Daniele Cernilli: qui la storia completa della mia allegra avventura. Il titolo "milinko" l'ho già usato nel 2006 quindi posso riciclarlo.
giovedì, settembre 04, 2014
Pinot nero e Borgogna: cosa avrà mai quella, che io non ho
Normalmente vendo cose italiane. Non è sciovinismo né altro che abbia a che fare col nazionalismo o peggio. Semmai è piacere da chilometro zero (o quasi) per cui se ho un vino soddisfacente a poca distanza da qui, è facile che lo preferisca ad un omologo, chessò, neozelandese. Su alcune cose però posso fare eccezione, e una di queste è il pinot nero.
Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.
E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.
L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.
Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.
Si sono versati fiumi d'inchiostro per spiegare come mai la Borgogna sia il cuore del pinot nero, quindi nello spazio di un post non proverò più di tanto a dire perché da quelle parti quel vitigno dia risultati pazzeschi rispetto ad altre aree del mondo. Se si pensa, però, che in quella regione francese si lavora al culto della qualità da cinque secoli, bisogna dire che i borgognoni hanno una specie di vantaggio strategico probabilmente incolmabile. Pace.
E' così che spesso, quando devo decidere cosa mettere a magazzino quanto a pinot nero, guardo con più favore alla Borgogna, rispetto ad aree tipo il Trentino Alto Adige - per dire una zona interessante, in Italia, nella produzione di pinot nero. A questo si aggiunge volentieri il rapporto prezzo/prestazioni che a volte in Borgogna è favorevole in misura rilevante.
L'assaggio dell'etichetta che vedete nell'immagine è stata solo l'ultimissima conferma in ordine di tempo. Nel bicchiere apre ad un ventaglio di profumi che passano dai piccoli frutti rossi ad un sottofondo più selvatico e accigliato, come una nota di pellame/cuoio, ma nobile, e comunque non invadente. Tutto nel corredo aromatico pare accennato, evocato e mai urlato, in una compostezza che declina perfettamente piacevolezza e stile. Anche in bocca il vino ha la piacevolezza di una bontà immediata, facile da comprendere, e nello stesso tempo ha la classe un po' elettrica dell'incedere di una modella: si muove sicuro, non sbaglia una mossa, ha corpo ma con una gradazione non pesante (i 13 gradi alcolici ormai sono i nuovi 12 gradi). Stile, classe, bellezza, leggiadria, e infine la noblesse che gli deriva dall'area produttiva. Che, evidentemente, forma il gusto. Almeno per me.
Questo vino viene venduto, in enoteca, a 26 euro. Ad un prezzo cioè concorrenziale rispetto a molti pinot nero italiani di fascia medio alta. La mia ricerca di italiani alternativi non si interrompe, ma il Santenay Beauregard 2010 di Roger Belland resta in alto, nella mia personale classifica.
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