Questo è un blog enoico. Il vino è un alimento totalmente diverso da qualsiasi altro: evolve, ha carattere ed è imprevedibile (come l'umanità, insomma). Per questo è interessante. E non è industriale.
sabato, febbraio 28, 2026
Il gatto di Schrödinger, la rana nella pentola, e altre metafore. Titolo breve: saluti
C'è una cattiva notizia, e una buona. La cattiva notizia è che l'enoteca chiude. La buona notizia è che l'enoteca chiude. Le due cose stanno assieme, in questo universo quantistico dove tutto è sovrapposto. Si chiude, dicevo, la mia enoteca chiude, questione di pochi giorni, da marzo sarò qui per poco, il tempo di svuotare. E' stato un bel viaggio, durato quasi quarant'anni, quindi anche per questo posso dire: è arrivata decisamente l'ora. Non so bene cosa andrò a fare e nemmeno che sarà di me, posso solo dire che sento il bisogno di dire ciao. Per il momento prendo le misure su cose impellenti da fare, smontare tutto e vendere quel che resta, quindi ho messo su una bella svendita di addio, compreso arredi e attrezzi e tutto quel che ha costituito il mio scenario degli ultimi decenni.
Questo blog è stato il mio diario, serve a parlare da soli con l'idea, comunque, di mettere assieme una testimonianza che resta nel tempo, e cercare all'interno di questa, ogni tanto: che facevo quel mese, quell'anno? Questo post è come tutti gli altri, parlo da solo ma lascio anche a chi passa il racconto di quel che succede. Può anche darsi che ci sia uno che dice: e Fiorenzo, che fa?
Negli ultimi anni la mia enoteca ha smesso, sempre di più, d'essere un luogo virtuale, per rifugiarsi, comodamente, nel mondo analogico. Bere un bicchiere di vino, e parlarne, è un fatto analogico. Le reti sociali, quando sono arrivate, erano promettenti ma oggi, dobbiamo riconoscerlo, sono un luogo orribile, di certo non mi ci riconosco e per questo amavo dire a chi mi chiedeva "ma non scrivi più?" che non ne sentivo il bisogno - e poi, chi sentiva davvero il bisogno di leggere un altro wine qualcosa? Era molto, molto meglio vedersi negli occhi, stappare quella bottiglia e versare quel bicchiere. Enoteca analogica dunque, proprio io che nel 1995 ero online e quelli che ora fanno i reel allora mi guardavano strano.
Ma questo discorso non mi piace gran che, sa di vecchio trombone, lasciamo perdere.
Altra domanda ricorrente: perché chiudi? Ogni volta ho detto: troppo lungo da spiegare. E i motivi, che ci sono, sono troppi da elencare. Ora preferisco dirne solo uno: esercitare questo tipo di lavoro è diventato, negli ultimi anni, insostenibile. La parola sostenibilità è assai in uso nel mio ambito, oltre all'accezione ecologica significa essere in un sano equilibrio tra costi e benefici, dove i costi non sono solo quelli finanziari ma sono impegno, tempo, fatica. E i benefici non sono solo i guadagni ma hanno a che fare con la serena consapevolezza che ne è valsa la pena, visti i risultati. Oggi il mestiere del commerciante è, molto semplicemente, insostenibile.
Quelli che si lagnano dei negozi di quartiere che ormai, signora mia, chiudono tutti, dovrebbero considerare che l'attività di impresa è un elemento biologico vivente: prospera dove c'è un ecosistema favorevole. Se questo ecosistema si altera fino a diventare tossico, l'entità biologica si sposta, va altrove, abbandona l'area, oppure passa a miglior vita - avete presente la storia della rana, e dell'acqua che bolle. Io, ecco, sono la rana che ha fatto il suo bel salto fuori dalla pentola.
Tutto questo è un fatto naturale. Le cose hanno un principio, una vita evolutiva, una fine (sì, come un vino, per dire). Spiace quando ci sono elementi esterni che inficiano l'evoluzione, ma pure quelli sono accadimenti naturali e scarsamente evitabili: alla fine prevale la consapevolezza della naturalità degli eventi - e in fondo, sono cose che ho già detto (scritto); noi artigiani di qualchecosa finiremo tutti nel presepe.
Detto questo, voglio ringraziare chi ha diviso con me questo cammino, è stato un piacere e un onore.
Probabilmente non finirà questo blog, ancora non ho smesso di bere vino.
Parte di queste pensate le avevo annunciate all'estensore di questo articolo. Again resto a bottega un paio di settimane, a marzo, per smontare cose e boh regalare, magari se passi di qui ci salutiamo.
venerdì, febbraio 21, 2025
Ho pubblicato un reel
Un reel, uno short, sì insomma quei filmati veloci, hai presente. Non è farina del mio sacco, l'autore è questo gentiluomo, ma è perfetto per descrivere come io la pensi circa questo: in breve, si parla di un fatto, l'alcol fa male o no? Il cliente che frequenta il luogo analogico della mia enoteca già lo sa, perché glielo ripeto anche io: l'alcol fa male. Che a dirlo sia quello che vende alcol poco importa, sarebbe (sempre) il caso di dire le cose come stanno. Dopodiché, io (e il mio cliente) siamo gente che beve alcolici, solo dovremmo farlo con attenzione, misura, cautela, posto che bere alcolici fa parte di una serie di comportamenti che ci mettono a rischio: andare in moto, fumare, intrattenere frequenti rapporti con l'Agenzia delle Entrate: posso garantire che sono tutti comportamenti dannosi per la salute. Per questo le supercazzole che negano il fatto si meritano il reel che segue.
venerdì, aprile 12, 2024
Genova Wine Festival 2024, due o tre cose che so di lui
La seconda edizione del Genova Wine Festival, da qui in poi GWF, anno 2020, era bella che pronta a partire ma il lockdown ce l'ha levata di sotto il naso. Annullata, cancellata, non si fa. Tutto quel che è successo dopo è storia, ma ora che parlo di GWF 2024 non posso non iniziare con questo ricordo spiacevole. Un giorno studieranno questo incipit nelle scuole di scrittura creativa e lo indicheranno come esempio negativo: non iniziate un racconto con una menata. Quindi per emendarmi un po' da questo attacco respingente vi dico che succede adesso, ma a modo mio, per punti, elencando con attenzione le cose che non leggerete nei comunicati stampa. Che non cielo dicono.
Nota di stile: i link li metto tutti alla fine così se non vuoi sorbirti il pippone scrolla giù in fondo.
Il Genova Wine Festival è una figata
Nel panorama delle infinite rassegne enoiche questa è una fiera su invito. Significa cioè che noi, il team di Papille Clandestine che organizza, ci siamo tolti lo sfizio di creare il nostro dream team degli espositori, scegliendo chi ci piace. Questa cosa ha creato infiniti guai per un motivo essenziale: le aziende eno che hanno successo e vendono tutto il prodotto senza alcuna fatica non fanno fiere. "Non ho vino. A che mi serve? La domenica riposo. Non ne ho voglia. Quel giorno ho judo": normalmente ci hanno risposto così. Quindi li abbiamo implorati (alcuni anche moltissimo): per favore, siamo simpatici, siamo creativi, siamo umili, facciamo cose. Ha funzionato con una cinquantina di loro, che qui adesso ringrazio ancora, mentre a quelli che ci hanno risposto gne gne posso solo dire: vabbè tanto ci riproviamo l'anno prossimo. (Che a dirla tutta, veramente no, c'è pure qualcuno che ci siamo detti: "questo è simpatico come un ausiliario del traffico e lo depenniamo forever". Sei forse tu, che leggi ora, quello? Eh, saperlo).
Papille Clandestine è una macchina da guerra
L'associazione che organizza GWF si chiama Papille Clandestine ma nessuno la chiama così, ci chiamano tutti Papille Gustative e io ormai ci ho rinunciato a correggere, ragazzi cambiano nome che tanto usano quell'altro. Comunque sia l'associazione è composta da una cupola di (circa) una dozzina di pazzi furiosi, quorum ego, ognuno dedito a uno o più aspetti che compongono una fiera del vino: il termine "logistica" non spiega niente, ci sono un milione di dettagli che vanno incastrati con precisione e i papilli (chiamiamoli così che faccio prima), durante innumerevoli riunioni operative nottetempo che manco i carbonari, sono esattamente i cavalieri che fecero l'impresa. Ogni dettaglio ha avuto il suo curatore, e ogni associato ha lavorato assai. Io per esempio mi sono occupato tra l'altro di laboratori (alcuni), eventi off GWF (alcuni) ma soprattutto una parte che ho amato molto, sognare a occhi aperti: "Fiorenzo chi chiameresti? - Ecco, io vorrei questo e quello". E poi via così.
La ricaduta sul territorio
Questo capoverso ha un titolo troppo serio, era meglio se lo cambiavo con uno cazzaro. Però un po' è vero, ci piaceva l'idea che la città risentisse in positivo di questa rassegna. Per questo ci sono numerosi eventi che collegano alla rassegna le realtà produttive cittadine (sto parlando come un assessore leghista, lo so, ora la pianto). Insomma ci sono queste serate in diversi ristoranti ed enoteche di città che comunque generano una vibe positivissima intorno al GWF. (Ho usato "vibe", ora sono a posto). Inoltre questa fiera consente l'accredito gratuito agli operatori, e signori miei questo succede a Genova, scusate ma mi pare rilevante. Di nuovo, ci piace accogliere gli enofili e ci piace avere un occhio di riguardo per quelli che fanno del vino il loro lavoro: come mi disse una volta un signore che stimo, "il vino si fa per venderlo".
E direi che basta, come post che annuncia "arriva il GWF 2024". Ci si vede il 4 e 5 maggio. Ecco i link come promesso.
Genova Wine Festival è una (orgogliosa) produzione di Associazione Culturale Papille Clandestine.
La homepage di GWF è qui, contiene tutto quel che c'è da sapere (tipo quali aziende ci sono).
Siccome tutto accade a Palazzo Ducale a Genova, date un'occhiata alla location (La grande bellezza, proprio).
giovedì, febbraio 22, 2024
Report, quello di adesso, 2024
Perché scrivere l'ennesimo wall of text quando c'è già chi se la sbriga meglio, e pure velocemente? Allora tanto vale linkare Ernesto Gentili, che dice tutto quel che va detto sulla nuova puntata di Report dedicata, con modi sommari, alla nostra bevanda del cuore. Giusto una citazione:
"Dopo aver sentito definire WineandSiena come uno degli eventi
più importanti del panorama nazionale e aver scoperto, bontà loro, che
ci sono perfino due produttori (uno scovato in Abruzzo e uno in Veneto)
dall’animo puro, qualche dubbio che ci stiano prendendo in giro può
anche sorgere".
venerdì, novembre 03, 2023
Di Fornovo, fiere, fastidi, e un libro (fondamentale)
Sono partito per Fornovo avendo in testa questo passaggio, tratto dall'opera più fondamentale recente sul vino (Epistenologia, cioè).
«Esco dall’ennesima fiera del vino, vivo vitale naturale indipendente nudo critico resistente e corsaro, con consueto disagio e un gran mal di testa. Non sono i solfiti, certo che no, e poi tanti vini che ho amato son qua, gli irregolari e scomposti. Non è questo, non ti agitare: non ho cambiato gusti rispetto al precedente viaggio. È piuttosto il chiacchiericcio costante da indulgenze plenarie, tutta quella polvere che l’ambulare continuo da un banco a un altro, da un “prova questo” a quest’altro solleva, insieme alle solite baggianate sulle annate e le frasi fatte che le accompagnano. Tutto questo mi procura un po’ di fastidio, ma sono io, non è certo colpa del vino. Abbiamo conosciuto dei vecchietti siciliani un po’ persi e sperduti per la prima volta evidentemente portati a Milano perché ora il loro “prodotto” si vende. Mi piace il loro vino ma non per quel misero assaggio al banchetto, dosi talmente omeopatiche che sembra di essere in quel film di Antonioni dove si gioca a tennis senza pallina; mi è piaciuto perché mi piacciono loro, e questo non è un surrogato rispetto al piacere del vino. Anzi, ormai sono questi gli aspetti del vino che noto: quella frase “conta solo quel che è dentro il bicchiere” – qualcuno ancora lo dice, e con supponenza, come se rivelasse una verità persino profonda – non vuol dire nulla. Non c’è nulla solo dentro il bicchiere, perché quel che è dentro è sempre anche fuori. Nemmeno dal rigoroso punto di vista delle ricerche sul percepire: perché gustare, come ormai sanno tutti, è multi- e cross-sensoriale.
Poi una volta che esco m’infastidisco anche di me che ho provato fastidio»
Insomma ero malmostoso, preventivamente. Ma poi quell'ultimo passaggio, "mi infastidisco anche di me che ho provato fastidio", per me arriva a proposito, siccome mi ci specchio dentro da un pezzo.
Fatto sta che ho improvvisato qualcosa per evitare il fastidio. Questa edizione di Fornovo era per me più libertaria del solito, non avevo mappe o desideri. Così in mezzo ai molti produttori notissimi, con folle di assaggiatori al tavolo, ho scelto sempre i tavoli dove il produttore meno noto, o proprio sconosciuto, era da solo, mezzo triste mezzo assonnato. Ecco, ho fatto una raffica di assaggi così. E sono stati quasi tutti assaggi molto interessanti, al punto che pure essendo partito per Fornovo pensando "non mi serve nulla" adesso ho tre o quattro nomi che considero con favore. Forse questa formula destrutturata si rivela ideale, ma comunque Fornovo non ha deluso nemmeno quest'anno.
Sconosciuti a me, sconosciuti al mondo come lo frequento, il mondo digitale, internet, la conoscenza condivisa. Che nel frattempo è diventata cosa? Pure quella vittima di una forma di enshittification, ovvero: alcune cose cambiano, ma inevitabilmente in peggio. Potrei fare qualcosa in proposito per rimediare, uno di quei post riassuntivi di nomi, aziende, assaggi, schede, punteggi. Ma ci sono due problemi: ho detto che ho scelto in via preventiva produttori depressi e abbandonati, ora che figura ci faccio ad elencarli? Ma soprattutto: siccome non possiamo non dirci perulliani, cioè seguaci della filosofia di tanto autore, che smonta senza scampo chi fa il mestiere del redattore di schede (io, tra l'altro!), come si fa?
Ciò è fastidioso, no? E ovviamente m’infastidisco anche di me che ho provato fastidio.
mercoledì, ottobre 18, 2023
Due assaggi della domenica e si scopre che
Quando arriva domenica metto da parte qualche assaggio della festa, e riservo a quel giorno bevute che immagino più divertenti. Anche se come sempre quando apro una bottiglia di vino non so mai davvero cosa mi aspetta, come la scatola di cioccolatini di Forrest Gump. C'è un'idea di massima, spesso delle aspettative, che finiscono sempre per intralciare l'assaggio, o ti deludono o resti sorpreso, ma appunto non sai mai.
Ecco il Rosso di Montalcino 2022 di Tiezzi: produttore molto stimato per il lungo cursus honorum, per aver fatto cose grandiose col sangiovese a Montalcino su due piccoli vigneti, il Poggio Cerrino e Vigna Soccorso. Dunque mi aspettavo la sangiovesitudine e la montalcinità (non saprei come dire meglio) in fondo a quel bicchiere. Aspettative molto soddisfatte: il Rosso subito ha un naso truculento di sangue e macelleria, poi si quieta piano verso il mentolato (un naso di erba aromatica, verde, direi) e il frutto. Bocca super salda, tannino davvero squillante, sorso dritto e verticale, come a dire di grande soddisfazione, nel complesso un vino che mi piace perché non rinuncia al carattere ruvido e nello stesso tempo è appagante, sul finale risulta confortevole a dispetto delle premesse e del quadro generale. Ma come ci riesce? Beh, ci riesce. Il genere di assaggio che vorrei rifare il giorno dopo.
E una retro etichetta non ce la vuoi mettere?
Nel relax del fine pranzo risento il Rum Millionario 15 Reserva Especial, solera, che viene dal Perù. Posso ripetere quel che ho detto lì per lì: non me lo ricordavo così buono. Assaggio che supera le aspettative quindi, perché io guardo spesso al Rum (quello nello stile dolcione, perlomeno) come a una bevuta un po' appesantita dalla zuccherosità, tant'è che il Rum migliore è quello che riesce a maneggiare la botta mielosa alternandola ad altro - ma a cosa? Qui c'era in effetti un alcol pulito, l'invecchiamento col metodo solera lo ha asciugato, la bocca era sollecitata ma non stuccata di dolcezza lasciva. Caspita, mi dico da solo, bravo Millionario, bel lavoro. Ancora adesso non so come mai non lo ricordassi così bene, serviva proprio il ripasso della lezione.
Ora mi devo studiare qualcosa di nuovo per la prossima domenica, vediamo che mi invento.
martedì, ottobre 10, 2023
Brut Tradition Vorin-Jumel. Le basi, proprio
Qualche considerazione dopo l'assaggio del nuovo Champagne Brut Tradition di Voirin-Jumel. Nuovo in quanto c'è stato un piccolo cambiamento nelle percentuali delle uve dell'assemblaggio, ora predomina il pinot nero col 61%, il restante è chardonnay. Fino a un paio d'anni fa era cinquanta-e-cinquanta. Essendo arrivato fresco fresco, potevo esimermi dall'assaggiare subito, curioso come sono? Non potevo.
Quindi ecco: il pinot nero prevale quanto basta, senza strafare, cioè non esagera in potenza ma fa il suo bel lavoro, conferisce una certa fierezza. Lo chardonnay segue a ruota, in secondo piano ma certo non dimesso, col suo corredo di crema pasticcera, insomma un po' di delicatesse che serve a completare il quadro. La retro etichetta è del genere parecchio esplicativo, ci tiene a dire tra l'altro che la cuvée in questione è essenzialmente figlia della vendemmia 2020, e fa bene siccome è una bellissima annata, col tradizionale saldo di vini di riserva.
Questo è il genere di Champagne-base che praticamente ogni maison ha nel suo listino, in un certo senso è il vino che rappresenta lo stile e le capacità appunto basiche di chi produce. Per me i brut tradition (spesso si chiamano tutti così) sono assai significativi, perché definiscono la champagnitudine (esiste 'sta parola? Boh) in maniera essenziale: eccolo qui, lo Champagne. Un po' come quando metti alla prova lo chef chiedendogli di fare la pasta al burro: vediamo un po' quanto sei bravo. E succede che quello ti stupisce tirando fuori un gran piatto, fatto di semplici materie prime di alto livello, e classe nell'esecuzione.

La retro in tutta la sua dettagliata spiegazione
Ma questo brut tradition, si diceva: bello e godevole, profuma di agrume e pan brioche, in bocca ha la vena salata tipica del genere, con quel dosaggio zuccherino che non è né poco né tanto, ma è in grado di sedurre le masse. Nuovamente, questa è la missione delle cuvée basiche, essere facili senza tradire la verve della tipologia. E farsi bere con voluttà. Il tradition di Voirin non mi delude nemmeno stavolta col piccolo cambiamento nel dosaggio. Ce ne sono tanti come lui, ma questo è il mio. In quanto scelto da me.
venerdì, luglio 07, 2023
Com'è fatto un produttore di vino
Oggi ho mandato un mail ad un vigneron che mi fornisce cose buone. L'indirizzo mail solito ha un autorisponditore, ed ecco la risposta:
Tradotto liberamente: ciao ma ho avuto una bimba, la seconda (la famiglia cresce!) quindi fino ad agosto ho il mio da fare, parlane con mia sorella o col cantiniere (seguono email relativi).
Ecco, quando si parla, molto, di differenza tra produzione artigianale e produzione industriale, io ci mettere pure questo, come distinguo: il vignaiolo (vignaiola, in questo caso) artigianale è un umano, al quale capitano felicemente cose umane, quindi regolati di conseguenza, aspetta un attimo, parlane con chi mi sostituisce perché adesso non posso. Questo, spero sia chiaro, è alquanto meraviglioso, è l'essenza dell'avere a che fare con umani, e non con misteriose SpA, o gente che in vigna ci va per sport, se ci va. E again spero sia chiaro, questa enoteca sceglie pervicacemente fornitori della prima specie.
venerdì, giugno 09, 2023
Di ritorno da Pantelleria, assaggi e cogitazioni laterali
Pantelleria è una terra aspra. Distante, ai confini meridionali dell'Europa, spazzata da un vento impietoso che non a caso è all'origine del suo nome arabo. Terreno vulcanico, ovunque la lava spunta con le sue lame di pietra nera e affilata. Isola senza spiagge, circondata da scogli inaccessibili fatti della stessa lava che scartavetra le estremità degli umani, i quali pensando di essere al mare cercano un punto dove, chessò, fare un tuffo. Molto meglio fare camminate in mezzo a quella natura, meglio il trekking. Le strade sono spesso strettissime e inerpicate, ricordano le single track road viste in Scozia, quando preghi di non trovare nessuno in direzione opposta, perché non sapresti dove accostare. Ma così hai la scusa buona per percorrere quelle strade molto lentamente, per goderti i paesaggi spettacolari tutto intorno. Nei pochi giorni in cui ho pilotato la vettura noleggiata, ho tenuto praticamente sempre la seconda marcia. La terza quasi mai. La quarta e la quinta sono praticamente inutili.
Pantelleria è una terra estrema e difficile, le piante della vite sono alberelli infossati a proteggersi dal vento, e sono un bel disagio da vendemmiare, là in basso. Questa terra dove l'uomo ha dovuto creare residenze, i dammusi, fatti di mura spessissime a proteggersi dal caldo che diciamo africano per amore dell'iperbole ma qui lo è davvero, siccome siamo davanti all'Africa, questa terra durissima produce uno dei vini più dolci, flessuosi, accoglienti, confortevoli e deliziosi del globo.
Il Passito di Pantelleria sembra la reazione opposta al suo contesto, quasi a contraddire le premesse. Qui sostanzialmente c'è un'unica uva, il moscato di Alessandria o moscatellone o zibibbo, clone diverso dal piemontese moscato bianco di Canelli. Vinificato come vino secco, senza alcun residuo zuccherino, ha l'aromaticità gradevole del vitigno con un carattere spiccato e, questo sì, direi territoriale, indomito. Nella versione passita tocca il suo vertice, come dicevo pare un negativo fotografico di quella terra.
La situazione produttiva enologica a Pantelleria non è dissimile da quella del resto del mondo: esiste un artigianato encomiabile che propone passiti da tuffo al cuore, struggenti e sensazionali. Esiste anche qualche tipo di industria che fa numeri ed è certamente più pittoresca e turistica, diciamo. Nelle loro cantine si trovano più facilmente etichette disponibili e milanesi imbruttiti. I vini della prima categoria sono eternamente introvabili, e pure la visita in cantina è meno agevole ("venite pure ma vino non ce n'è"). Lascio al mio lettore indovinare quello che piace a me. A questo proposito, ecco un paio di assaggi.
Salvatore Murana
Produttore storico, amato, stimato, rispettato. Vini inappuntabili e densi non solo nella struttura della dolcezza, ma anche densi di suggestioni e richiami. Murana ha diverse versioni del suo passito, Martingana imperativo e solenne, Mueggen una pietra miliare, Turbé apparentemente più delicato. Gadì è la versione secca della stessa uva, salino e ampio. Il "Creato" è raro e prezioso, ora si beve il 1983 (non è un refuso) perché affina per decenni, letteralmente. Ho provato a chiedere il suo prezzo, e alla risposta ("costa come un biglietto aereo per Pantelleria") non ho ritenuto di fare altre domande. Certo, che meraviglioso privilegio averlo nel bicchiere, con quel colore brunito e il finale interminabile.
Ci vuole un po' di fortuna, nel caso di Ferrandes: per trovarlo, anche geograficamente intendo, e trovarlo disponibile perché gli impegni che ha sono numerosi, il lavoro in vigna per esempio. E comunque è un altro produttore che, dati i numeri, ha scarsissimo vino disponibile - abbiamo prenotato qualcosa, abbiamo incrociato le dita, ora speriamo. Il suo passito ha una tensione dolce struggente, tiene impegnato l'assaggiatore per mezz'ore col naso infilato nel bicchiere perché ogni olfazione è un nuovo riconoscimento, una nuance inedita. In bocca pressoché infinito.
Assaggio di grande intensità, definitivamente.
sabato, aprile 01, 2023
Aspettati l'inaspettato
In questi giorni ho scaricato tra le altre cose il Dolcetto d'Alba 2022 di Francesco Principiano. Produttore di formidabili nebbiolo e Barolo in Monforte, Principiano riesce a stupire pure con cose solo apparentemente piccole, come questo dolcetto.
La denominazione del dolcetto è vasta e varia: Ovada, Alba, Dogliani, Acqui, Asti, e altre che dimentico perché sono troppissime. Io sono un fan di Ovada, per molteplici motivi che hanno a che fare col chilometro zero (praticamente Ovada è entroterra di Genova) e col fatto che lì la mia famiglia aveva vigneti, lo scorso millennio, e io facevo vendemmie e lavori connessi. Senza dire che molti Dolcetto di Ovada sono buoni come il pane - e a questo proposito ultimamente da un ovadese fatto assaggi molto interessanti, ma questo è un altro discorso, e un altro post.
Il Dolcetto d'Alba di Principiano, dicevo. Si conosce bene, nel nostro giro, la triste storia del dolcetto albese: volentieri espiantato per far posto al nebbiolo che è più figo e, ops, remunerativo, sta diventando raro (quello buono). Anche per questo ho preso al volo l'occasione di aggiungere il dolcetto agli altri rossi del produttore. E adesso scusate, mi faccio i complimenti da solo, ho fatto proprio bene: che meraviglia nel bicchiere. Floreale di violetta come da accademia dell'assaggio, frutti neri fitti, bocca succosissima e viva, tannini e un po' di agrume rosso su quel finale così langarolo, ruvido con simpatia. Un po' non te lo aspetti, ma vedi? Bisogna aspettarsi l'inaspettato.
A voler dare punteggi io direi 87/100, in enoteca circa 11 euro, roba da prenderne a casse, ecco.
mercoledì, gennaio 11, 2023
Intelligenza naturale
Probabilmente sapete già cosa sia Chat GPT, la miglior versione di intelligenza artificiale in grado di elaborare testi e semplicemente chattare sulla qualsiasi. Oggi ci siamo intrattenuti in una simpatica conversazione, e il risultato, direi, non è niente male.
"Il vino naturale è un tipo di vino che viene prodotto senza l'utilizzo di additivi artificiali o conservanti e con il minimo intervento possibile durante il processo di produzione. La fermentazione avviene generalmente con lieviti presenti naturalmente sull'uva, senza l'aggiunta di lieviti selezionati in laboratorio. Inoltre, tali vini spesso non vengono filtrati o chiarificati prima dell'imbottigliamento".
Con Chat GPT si accede facilmente con l'account Google, per chi non ha voglia di ulteriori login. E con il robot uso modi educati, perché quando Skynet prenderà il potere si ricorderà che sono una personcina a modo, e non mi sterminerà.
sabato, dicembre 10, 2022
Aprire in caso di panettone
Nel campionato molto stagionale del vino da panettone, questo assaggio recente della Malvasia dolce di Camillo Donati sale agilmente sul podio. Annata 2017, quindi un po' di stratificazione, e dolcezza suadente, mielosa senza stanchezza. La rifermentazione naturale in bottiglia le dà un'effervescenza pimpante, adatta ad abbinarsi al lievitato butirroso di un panettone ricco. Attenzione solo al momento della stappatura, perché il tappo (metallico) libera una gran quantità di effervescenza - tenete il bicchiere molto vicino, non si sa mai. E soprattutto, sprecarne anche una goccia sarebbe un vero peccato. In enoteca sta sui venti euro, ed è arrivato il momento: aprire in caso di panettone, ma provata pure su formaggi appena stagionati, una delizia.
martedì, dicembre 06, 2022
Com'è fatto un critico enologico
Se ve la siete persa, questa è la (necessariamente lunga) descrizione dell'oggetto, ad opera di Fabio Rizzari. Contiene, tra l'altro:
«Il buon critico è colui che per prima cosa cerca i pregi in un vino. E poi, nel caso, è costretto a registrarne i difetti. L’attitudine giusta è quindi di apertura, per così dire di solidarietà pregiudiziale verso l’oggetto della propria valutazione. Una postura fondamentale per qualsiasi critico – letterario, musicale, cinematografico, d’arte, eccetera -, senza la quale perfino la poesia del sommo Dante può risultare incomprensibile o perfino ridicola. Il cattivo critico, all’opposto, è invece colui che per prima cosa si dispone a cercare il pelo nell’uovo. A sciorinare un elenco di mancanze, vere o presunte, in un certo vino: questo qui ha avuto problemi di malolattica, quest’altro viene da una cattiva presa di legno, quest’altro ancora ha un alcol troppo elevato, e via andare. Credendo così di dimostrare, a se stesso e ai suoi lettori, la sua grande competenza. “A me non la si fa”, è il sottotesto, nemmeno tanto nascosto.
Il cattivo critico è uno dei problemi maggiori della letteratura di settore».
Dello stesso autore a me piace ricordare sempre un'altra citazione, che può essere utile associata allo stesso discorso, che è:
«Il giudizio di gusto espone più di altri al ridicolo potenziale, e rivela più di altri la nostra fragilità. Chi accetta di correre questo rischio ha un atteggiamento più rilassato e libero, non ostile verso gli altri».
giovedì, ottobre 20, 2022
S'adatt Laluce 2013, i suoi annetti se li porta bene
Gli acquisti nella mia enoteca funzionano circa nel seguente modo: se conosco un produttore e ho già apprezzato i suoi vini, di solito non ho bisogno di assaggi preliminari. Lo compro e basta. Serve naturalmente una frequentazione lunga, e comunque tra un acquisto e l'altro, che riconferma il fornitore, ci sono fiere e vari eventi utili per risentire che ha combinato nel frattempo il nostro produttore. Comunque sia, certi acquisti sono tecnicamente riordini, li faccio in automatico, diciamo che mi fido.
Giorni fa è tornato sugli scaffali un produttore della zona del Vulture, cioè Basilicata, del quale ho una buona opinione dovuta appunto al tempo: è da un po' che lo conosco. Era anche molto tempo che non vendevo quei vini ma l'acquisto l'ho (ri)fatto senza troppi pensieri.
Scaricando la mercanzia noto che il rosso base dell'azienda proviene da un'annata risalente, 2013 nientemeno - e la cosa un po' mi sorprende: e come mai mi consegni un vino così âgée? (Pensavo tra me e me. Che uno potrebbe dire: ma non controlli le annate quando ordini? E io risponderei: ma no, io mi fido. E poi i produttori sono dei creativi, sono degli artisti, lasciali fare).
Faccio l'assaggiatore da quando Noè si è arenato, e ancora non ho trovato un modo per valutare un vino finché sta dentro una bottiglia chiusa: bisogna necessariamente aprirla e versare il contenuto nel bicchiere. Se qualcuno sa come fare in un altro modo me lo dica una buona volta, che sarebbe anche un risparmio. Quindi insomma non c'era altro sistema, e così stamattina apriamo S'adatt Aglianico del Vulture 2013 di Michele Laluce. Sul sito c'è una presentazione serissima con tanto di "scheda di autocertificazione" che dimostra l'italico amore per le formule legalesi e un po' bizantine. Ma vabbe', è utile: un aglianico in purezza, solo botte d'acciaio, il resto lo vedete. Quindi orsù assaggiamolo.
Colore di buona profondità, quasi cupo se non fosse per una maggiore trasparenza ai bordi che lo rende più luminoso. Classico rubino fitto con tendenza al granata solo lieve, insomma giovanile alla vista, non gli daresti tutti 'sti anni.
Al naso parte pianissimo: come se faticasse ad aprirsi, all'inizio ci sono funghi secchi e terra bagnata. Lascio il bicchiere a prendere aria e dopo cinque minuti comincia la danza, diventa cangiante, assume un tono speziato tipo pepe e poi foglia di tabacco. Resta sottile, direi giocato sull'eleganza.
Peraltro: a mezz'ora dall'apertura diventa ematico, cioè odora di sangue e macelleria che detto così pare orribile e invece vi assicuro che è una mezza figata. E la chiudo qui perché coi riconoscimenti olfattivi di mezz'ora in mezz'ora cambia, quindi dovrei editare il post per i prossimi giorni e non sta bene.
In bocca invece attacca quasi duro, i tannini ci sono pure se non feroci e menomale, è alquanto imperioso, come a darsi un tono. Occupa il palato e dura un bel po', in generale il quadro è quello di un rosso mordace, serio e deciso, gli manca l'allungo ma la verve dell'aglianico c'è tutta, e nuovamente si beve un rosso pronto ma, direi, distante dalla fase in cui lo definiremmo maturo. Curiosamente ha un tono salato, in definitiva esibisce durezze più che mollezze, mi fa pensare ad un vino che ha necessariamente bisogno di stare a tavola, assieme a robe succose e succulente, penso alle costine di maiale, al ragù, o a formaggi di media stagionatura dove la dolcezza residua chiama un vino così, un po' impetuoso nel suo tono salino.
Considerazioni finali: questo è l'aglianico e questo è il Vulture, verrebbe da dire, qui (a volte) si bevono rossi screanzati, ruvidi, contadini nel senso nobile. È una bevuta piacevole, soprattutto mi interessa vedere che un rosso del 2013 è in una fase evolutiva interessante, che consente una bevuta nobilitata dalla stratificazione - anzi, viene da pensare che lo stesso rosso solo di cinque anni più giovane sarebbe stato molto meno armonico. Si fissa su un punteggio di 84/100, penalizzato solo da quel naso riottoso, poco incline ad asfaltare immediatamente l'assaggiatore con frutti e fruttoni (che tanto ci piacciono, e che ci posso fare). Consideriamo anche che parliamo di un vino base come dissi, espressione ùrenda per definire il primo vino aziendale, che in enoteca costa 13,80 euro - ma siccome ora sta aperto, e mi va di farlo conoscere, ci facciamo una bella promozione con sconto 10% e vualà, esce a 12 euri.
venerdì, settembre 30, 2022
Tappo a vite tutta la vita
In questo post Ernesto Gentili ritorna su un tema mai abbastanza insistito, l'utilità del tappo a vite per avere vini esenti da imperfezioni, anche minime, che il sughero non riesce a garantire. E per dirlo con la forza che il concetto merita, Gentili aggiunge che:
«più il vino costa più t’incazzi se non risponde alle attese per colpa del tappo. E allora vorrei il tappo a vite sui vini “TOP”, non su bianchi, rosati e rossi d’annata. In fondo così si salvaguarderebbe la produzione del sughero e anche l’intelligenza dei consumatori. È l’ora di smetterla di appellarsi al magico rito della stappatura, di usare i sommelier solo per fargli annusare i tappi (possono fare ben altro) o di affermare che il pubblico non è ancora pronto per questo cambiamento. Basta, per favore!»
Proprio così, col punto esclamativo: sarebbe ora davvero. In the picture lassù, alcuni vini col tappo a vite che ho in vendita, sempre troppo pochi secondo me.
mercoledì, settembre 21, 2022
Correlazioni spurie ma non troppo: nebbiolo e pinot nero
Negli ultimi giorni ho fatto due assaggi ravvicinati, il solito sistema del prelievo di scaffale ("vediamo un po' com'è") per verificare se quel che ho in vendita, per così dire, mantiene le promesse. Posto che sì, modestamente, il livello qualitativo delle due etichette in questione era più che eccellente, questo raffronto mi ha fatto ripensare ad un tipo di correlazione tra i due vitigni utilizzati, nebbiolo e pinot nero, che tendo a comparare volentieri, pure se queste uve generano vini ben diversi tra loro - al punto che questa correlazione si potrebbe definire spuria, cioè infondata, ma siccome questo sentimento ce l'ho da sempre, così senza vergogna, ora ne parlo. E a che servono i blog se non per narrare i fatti propri, ancorché poco gloriosi?
1. Langhe Nebbiolo 2020 Rivella, azienda Montestefano
Nel comune di Barbaresco c'è questa specie di culto per il vigneto Montestefano, che genera nebbioli formidabili e severi. Rivella ha vigneto solo in Montestefano, quindi produce due vini, e basta: il Barbaresco, e il Langhe Nebbiolo, una specie di second vin come direbbero a Bordeaux - tuttavia questo nebbiolo è secondo a nessuno. Già dal colore: la sua trasparenza è pura accademia del nebbiolo. I profumi sono segnati da ampiezza e finezza, c'è tanta materia, dalla terra bagnata al tartufo al pepe e potrei continuare, fino al rabarbaro e alla menta ma meglio che ci dia un taglio, tutto però accennato, leggiadro, tipo un soffio leggero. La bocca ha saldezza, entra sul palato con determinazione nebbiolesca, tannini e polpa. Fa un anno di legno grande, che non lo doma manco un po': ottimo adesso, chissà che diventa tra qualche anno.
Prezzo in enoteca, 37 euro.
2 - Bourgogne Cuvée Gravel 2019, Claude e Catherine Maréchal
Borgogna, Côte d’Or, pinot nero: ho la vostra attenzione con poche parole, già lo immagino. Questo Bourgogne declinato in maniera inappuntabile nel suo terroir d'elezione conferma e supera ogni aspettativa: bello il colore nitido, profondo, al naso esibisce frutta nera, fiori. In bocca ha una morbidezza di frutto irresistibile, svelando una capacità di abbinamento spiazzante: bevuto assieme a tortilla con chili di carne e fagioli (la signora ha una cucina creativa) segna l'abbinamento più funambolico e trionfale della mia carriera recente. La speziatura e la sapidità della preparazione ha trovato nella morbidezza del frutto e nella bevibilità inarrestabile del vino un match sorprendente.
Prezzo in enoteca, 37,90 euro.
Dove sta la correlazione? Certi nebbiolo, certi pinot nero, condividono grandezza e facilità di beva. È il genere di elemento gustativo che per me rende un vino grandioso: mettere assieme la profondità gustativa di grande soddisfazione con la leggerezza, l'apparente distacco. Alcune uve riescono bene in questo: nebbiolo, pinot nero. Nelle mani del produttore giusto, e questo lo diamo per scontato.
martedì, agosto 02, 2022
Rossese di Dolceacqua, se 50 anni vi sembrano pochi
Il penultimo fine settimana di luglio 2022 me lo ricorderò per il caldo africano, come molti di voi, e per la ricorrenza festosa dei 50 anni dalla DOC del Rossese di Dolceacqua. Il 22, 23 e 24 luglio nonostante la calura torrida (s'è capito che faceva caldo?) nell'ameno paesino della Val Nervia ci sono state una serie di iniziative (cene, convegni, spettacoli, banchi di assaggio) che hanno degnamente ripercorso un periodo storico apparentemente lungo, ma comunque parziale: il Rossese a Dolceacqua è un fatto ancora più risalente dell'età della sua DOC. Questi racconti, narrazioni, storytelling - fatemi essere contemporaneo - hanno accompagnato queste giornate, assieme ai numerosi assaggi, quindi insomma non ci si lagna anzi grazie ai produttori di Dolceacqua che mi hanno invitato, manco fossi un influencer che danza su TikTok. E come direbbe pseudo Dante: per trattar del ben che vi trovai, dirò delle cose che vi ho scorte.
Per chi lo desidera, ed è dotato di spirito di sacrificio, ho caricato su Youtube il video intero della conferenza, peraltro scippato dalla pagina Instagram degli organizzatori ma io continuo a preferire YT, sono antico.
Quello che restava di Perrino, alla fine
Giovanna Maccario e un magnum di Sette Cammini
Arenaria by Roberto Rondelli
"Luvaira", fa sempre piacere leggere questa nomeranza
La bella etichetta di Maixei
giovedì, maggio 12, 2022
Della lenta fine di Facebook (sempre troppo lenta)
La mia aziendina, come ogni aziendina che si rispetti, ha una pagina Facebook. Non ne sono molto contento. Potrei parlare per ore della cattiva qualità di quel social network - non che gli altri siano meglio, ma Facebook è ormai da tempo il peggio del peggio. E nemmeno mi dilungo sul perché, basterebbe leggere (o ricordare) le mille vicende al limite dell'intollerabile, dall'uso degli algoritmi che tendono a far uscire fuori il peggio delle discussioni a Cambridge Analytica, oppure le pubblicità demenziali. Fatto sta che, per quanto riguarda il mio profilo personale, l'ho abbandonato da tempo e con notevole piacere, quel che forse avete letto in giro è vero: se mollate Facebook guadagnerete tempo e salute mentale. E' anche il mio consiglio, adesso, e voi vedete un po'.
Comunque, mi ostino a tenere aperta la pagina dell'enoteca. Oggi ho provato a sponsorizzare un contenuto (dicono che la pubblicità sia l'anima del commercio) ma Facebook, o meglio Meta come dice di chiamarsi adesso (e pure qui glissiamo) mi ha presentato alcuni messaggi surreali come da immagine. A parte la "probabile violazione della normativa" relativa alla promozione di prodotti alcolici (e scusate, io avrei una legalissima enoteca), spicca l'assurdo "problema con il metodo di pagamento" per il quale avrei un insoluto di euro zero. Ma...
Ho provato a risolvere il problema e, ancora, mi sono scontrato con un buffo muro di gomma di autorisponditori che scrivono qualcosa come "non stiamo dietro a tutte le lamentele, vedi un po' nelle FAQ come cavartela". Comunque prova e riprova, forse l'ho spuntata.
Poi per caso oggi leggo questo post di Wittgenstein (leggetelo, è divertente). Narra simili vicende di intoppi e casini vari. Ma la cosa più allegra è che si tratta di un post del 2011.
Ora, essendo io un utente anziano della rete, posso dire di aver visto iniziare, e finire più o meno drasticamente, svariati luoghi virtuali. Se vi dico che quando ho cominciato a usare Internet non c'era ancora Google, ho reso l'idea. Ebbene, non so quando Facebook smetterà una volta per tutte di essere un luogo di rilievo, ma è già tardi adesso.
Non condividerò questo post su Facebook, per qualche tipo di residua coerenza. E ugualmente, presto o tardi, ma è meglio presto, la mia aziendina chiuderà quella pagina.
lunedì, maggio 02, 2022
Corsi e ricorsi: il mio prossimo corso di degustazione inizia tra poco
Se io fossi attento all'ottimizzazione dei motori di ricerca dovrei titolare "Corso di degustazione in enoteca" e basta, ma siccome mi piace troppo essere zuzzurellone, si gioca con le parole.
Il prossimo corso che organizzo in enoteca è così: abbastanza divertente. Si impara ad assaggiare il vino, come veri professionisti, ma (giuro) non ci si annoia. Quindi ecco la notizia: dal prossimo martedì 24 maggio, per cinque martedì di seguito, ore 20,30, vi porto nel meraviglioso mondo della tecnica d'assaggio. Sono aperte le iscrizioni, e il costo complessivo è di euro 250. Nel prezzo è compreso un set da sei bicchieri da degustazione, un libro di testo (molto bello) "Il piacere del vino" edito da Slow Food, e attestato finale di partecipazione. La sede del corso è presso l'enoteca, Via Donizetti 92R a Genova, con posti limitati (massimo 12 partecipanti). E questo è il programma dettagliato:
Martedì 24 maggio. Prima serata: full immersion di tecnica d’assaggio: analisi visiva – olfattiva – gustativa. Prime nozioni di tecnica, uso del bicchiere, e analisi sensoriale. Si assaggiano 4 vini alla cieca, cioè senza sapere cosa assaggiate. Un bianco fresco fruttato, uno maturo, e due rossi nello stesso modo.
Martedì 31 maggio. Seconda serata: ripasso della tecnica d’assaggio sulle tre fasi complessive. Un po’ di storia: il modernismo degli anni novanta, l’affermazione del vino naturale. Riflessioni sui cambiamenti nella percezione del gusto. Nuovamente 4 vini in cieca, sempre 2 bianchi + 2 rossi.
Martedì 7 giugno. Terza serata: ultimo ripasso sulla tecnica, approfondimenti su abbinamenti, cantina personale, il vino a tavola. Capitolo sui difetti: quali, come riconoscerli. Regioni vitivinicole. 4 vini in cieca, tutti con bollicine.
Martedì 14 giugno. Quarta serata: il corsista ha sviluppato la capacità critica, quindi spazio all’assaggio, che sarà un po’ più difficile in quanto costituisce un primo test degli strumenti finora in possesso. I vini speciali, spumanti, etc. Regioni vitivinicole/2. 4 vini in cieca, tutti dello stesso colore.
Martedì 21 giugno. Quinta serata: prosegue la serie di assaggi impegnativi, riepilogo definitivo. Il concetto di maturità e affinamento, il ruolo del tempo. 6 vini in cieca, 3 bianchi e 3 rossi, in diverse fasi di maturità.
Per iscriversi: email, oppure una telefonata in stile old economy allo 010 6531544, ma anche 347 5566554 (pure Watsapp, vabbé).
martedì, aprile 19, 2022
Sul vino naturale, e sulla tecnica d'assaggio
Il mondo del vino naturale è stato spazzato dall'ennesimo venticello di bufera sorto dopo le dichiarazioni del Consorzio ViniVeri riportate da Jacopo su Intravino. Alle osservazioni di Jacopo si aggiunge Pietro, che sul suo blog ospita l'intervento di Nicola Perullo. Letture lunghe, ma ci sta, quando si spacca il capello in quattro si abbonda parecchio nel descrivere i perché e i percome. Per quanto mi riguarda, a parte la personalissima pensata "era ora", direi anche (scusate) "io l'avevo detto". Comunque, trovate il tempo di leggere tutto, perché a mio modo di vedere si segna una svolta nel dibattito.
C'è poi, per me, una doppia utilità, visto che mi appresto a mettere su il solito mini-corso di tecnica d'assaggio dedicato ai clienti dell'enoteca. Oggi, se si parla di educazione al gusto, è davvero necessario avere chiaro quanto l'avvento del vino naturale abbia sovvertito la liturgia dell'assaggio - e pure qui, potrei dire: era ora.













































