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giovedì, agosto 02, 2007

Tu chiamale (se vuoi)

Quando spiego come si fa a valutare criticamente un vino, spesso ricordo che il tempo e' un ingrediente. Il tempo, cioe' il suo fluire, agisce sul nostro liquido modificandolo e caratterizzandolo; aggiunge elementi di complessita', per cui ne diviene ingrediente; ed il tempo e' misura di qualita', siccome la capacita' di reggere al passare del tempo e' spesso proporzionale alla caratura complessiva del vino. La maturita' del vino e' quella fase evolutiva nella quale si rivelano pienamente gli effetti del tempo; tuttavia càpita abbastanza raramente di cogliere un vino in questa fase, si ha piuttosto la tendenza ad aprire bottiglie giovani e fresche, per le quali il passare del tempo non ha ancora svolto la sua funzione di sedimentazione delle sensazioni. Quando accade di aprire una bottiglia nella piena maturita', puo' essere davvero emozionante; per questo, partecipando al vino dei blogger numero nove, narrero' di un simile assaggio.

Molti anni fa, oltre dieci, ero in visita pastorale, in compagnia di colleghi e venditori, alle cantine Bertani, produttori di mitici Amarone. Azienda non piccola, ma saldamente in mano alla famiglia, che meritava una visita solo per ammirare la villona simil-palladiana (credo che ogni villa veneta con qualche appeal si definisca "palladiana") e le cantine sotterranee, dove giacciono ormai inutilizzate, in quanto monumento, gigantesche botti in legno grandi come monolocali; di quella visita conservo pure il ricordo della graticciaia per la passitura delle uve, che com'e' noto e' pratica preliminare alla produzione dell'Amarone. Data la stagione i vasti solai ospitavano graticci vuoti, senza uve; eppure quei locali erano letteralmente impregnati del profumo dell'uva essiccata, cosi' che percorrendoli si veniva sopraffatti da quel sentore mieloso e penetrante, ed in un certo senso fantasmatico, visto che uva non ce n'era; ne restava solo un ricordo olfattivo, ma cosi' vivido da rendere irreale la visione di quelle stanze vuote.

Non mancavano, quindi, gli elementi di suggestione che normalmente concorrono a modificare i parametri di giudizio dell'assaggiatore. Arrivati agli assaggi di rito, i nostri ospiti ci consentirono un excursus di notevole interesse sulla loro vasta produzione; ma fu al momento di aprire le etichette piu' risalenti che l'assaggio si fece davvero memorabile. Aprendo un Amarone del '63 (l'azienda mantiene a listino molte vecchie annate) avemmo tutti modo di confrontarci con la maturita' del vino. Prima ancora che il colore reso tenue dagli anni, normalmente e' la terziariarizzazione del corredo aromatico a colpire di piu', in questi casi.

[Breve nota: dìcesi terziariarizzazione aromatica la fase di maturita' avanzata nella vita evolutiva del vino, e specificamente del suo corredo aromatico; si caratterizza per la presenza di profumi che vanno dalla polvere di cacao al caffe'; lo so, il Maiale Ubriaco s'era raccomandato: "niente eno-chic etno-trend dandy-snob freak-abbestia", ma che ci posso fa'].

Comunque, si diceva: stavamo assaggiando un vino che mostrava caratteristiche di notevole maturita', ma comunque vigore ed infinita personalita', tale da non potersi dire certo arrivato al capolinea del suo cammino evolutivo; mentre discutevamo tra noi degli infiniti spunti forniti dal bicchiere, tutti entusiasmanti, io mi fermai a considerare un fatto, apparentemente marginale. Pure se avevo qualche esperienza come assaggiatore (era la prima meta' degli anni novanta) mi accorsi che era la prima volta che assaggiavo un vino prodotto prima che io nascessi. Mai successo prima. Ora, quando questo accade, e prima o poi accade ad ogni assaggiatore, sperabilmente, questo e' un momento emozionante. Il giudizio del vino diviene purtroppo assai meno profèscional, sopraffatto com'e' di elementi emozionali che poco hanno a che fare coi tecnicismi dell'assaggiatore; cominci a pensare a questioni alquanto piu' trascendenti e metafisiche, che probabilmente hanno pure a che fare col vino in quanto espressione del susseguirsi delle stagioni e delle annate, ma attengono piu' che altro ad aspetti di natura, direi, filosofica, che non pensavi di trovare in un bicchiere di vino, almeno fino ad un minuto prima.
Quando si discute sul perche' il vino ha attorno a se' tanto hipe, tanta chiacchiera, io credo che si debba tenere presente la capacita' evocativa e a volte pure emotiva di certi assaggi; e' anche per questo che si versano fiumi d'inchiostro sul vino, e non sulla Cedrata Tassoni.

domenica, marzo 11, 2007

Il vino dei blogger #5 (my way)


Ebbene si, il mio vino dei blogger #5 e' un Pinot Nero. Ebbene si, e' il Sant'Urbano Villa Barthenau 2001 di Hofstatter. Ebbene si, e' lecito dire: "cosi' ero capace anch'io". Il fatto e' che avevo qualche annata risalente di questo mito enologico altoatesino, quindi urgeva la verifica dello stato evolutivo. Eppoi, ho sofferto troppo, con i passati vini dei bloggerz.
Un mio amico dice che i grandi rossi, nella maturita', tendono ad assomigliarsi. Probabilmente sara' il colore tipico da Pinot Noir (non il solito inchiostrone), sara' l'austerita' stratificata del suo corredo aromatico; il fatto e' che questo bel rossone, appena versato nel bicchiere, rievocava certe nobili espressioni dei nebbioli evoluti. La frutta ha lasciato il posto alle note terziarie, con un legno alquanto balsamico. Non ancora al pieno della sua maturita', certo, ma con una austera vena di aristocrazia, che lo inquadra senza dubbio tra i grandi. A voler cercare il pelo nell'uovo, il corpo alcolico (14°) sembra appena sovrabbondante. Ma l'alcolicita' accentua la morbidezza, che rende il finale di bocca aggraziato. Un vino che guadagna facile 88/100.
Si dice pure che non bisognerebbe mai assaggiare da soli. In effetti, avevo l'assistente.

lunedì, dicembre 11, 2006

Vino dei Blogger #2 - Ricapitolando

Va bene, ufficialmente, mi sento in colpa. Ho trascinato la community nel gorgo, son pentito; che pure dovevo aspettarmelo. Siccome la mission era a rischio date le premesse: trovare un Chianti da hard discount, al prezzo piu' basso possibile, sotto i due euri.

Al momento avremmo un vincitore: Marco che ha trovato un Chianti da € 1,79, e si guadagna con cio' il diritto alla scelta del prossimo topic. Nel suo Chianti rileva esserci "acqua oligominerale-style". Pero' non sembra distrutto dall'esperienza, menomale; addirittura 67/100, ammappala che generoso. Glissiamo sulla fantasiosita' del nome Corte alle Mura, sul quale gia' s'e' detto.
Max, alla pari di Aristide, merita la palma dell'esotico, riesce a trovare un Chianti (lo stesso identico!) imbottigliato ad Ora in Trentino. Quando si dice essere global. Comunque, tra tutti sembra il meno traumatizzato:"certo abbiamo assaggiato di peggio".
Aristide invece non si contenta di uno, ma ben due ne prova. Per pochi eurocent non soffia il primato a Marco (ma sopravvivera' all'onta, credo) e alla fine raddoppia l'insoddisfazione, visto che consiglia i lettori di rivolgersi ai Nas per approfondimenti. Conclude: "non credo che questi due vini, entrambi mediocri, abbiano alcunchè di tipico o che richiamino alla memoria un Chianti. Non credo che li userei nemmeno per impieghi gastronomici di base".
Roberto non va oltre i 62/100 per il suo Chianti, inevitabilmente Poggio qualchecosa, Felice, ma certo. Sottolinea un aspetto che, a mio modo di vedere, e' centrale nel nostro giochino (un po' Masoch, va be'). Dice: "da un vino proveniente da una delle più famose aree vinicole del mondo (a Docg) esigo ben altro".
Luca riesce a trovare un Chianti (Poggio Gherardo, ma dai, un altro Poggio Qualchecosa) dotato di una persistenza "pari a circa un millisecondo". Beh, e' un record pure questo, no?
Gia' scrissi del post di Francesco, del quale resta la tranciante valutazione finale "veramente imbevibile". Argh.

Bene, a parte le considerazioni gia' espresse, quel che resta del "gioco" e' la sensazione, netta, che una Docg prestigiosa puo' esprimere vini inqualificabili.

Quando usci' la Docg del Brachetto d'Acqui, ricordo, dissi che l'acronimo andava letto come Da Oggi Ci Guadagno, siccome i produttori ne approfittarono per aumentare i prezzi. Ma e' vero che pure la qualita' ebbe un incremento. In Chianti pare che le cose siano andate diversamente.

venerdì, dicembre 08, 2006

Tu chiamalo, se vuoi, Chianti

E fu vino dei blogger numero due. Si assaggia un Chianti hard (very hard) discount.
Chianti 2005 Ponte ai Massi, Euri 1,99. Imbottigliato da C.S.C. Soc. Coop. Agricola, a Madonnino in provincia di Grosseto. Prima annotazione: chi diamine sarebbe l'imbottigliatore? La scritta si trova in retroetichetta, a caratteri minuscoli, ed e' un fumosissimo acronimo dal quale si intuirebbe una cantina cooperativa (o sociale), che presumibilmente ha un nome ma che si guarda bene dal presentarsi; ti basti l'acronimo.

E' un po' come se io, declinando le mie generalita', mi presentassi come F.S. Enotcr. Ge.
Eh? Che ha detto?

In compenso il nome di fantasia, Ponte Ai Massi, e' sparato in etichetta bello grosso; ho una cattiva notizia, quasi certamente non esiste un ponte e nemmeno i massi, tràttasi di immaginifica panzana. Potevano scrivere pure, che so, Rocca Al Balzo, Torre al Giumbolo, Puffo al Prispolo, che tanto va tutto bene. Le panzane sono consentite, mentre la tracciabilita' e' una roba per pochi rompiscatole.
Sempre in retroetichetta, leggiamo: vitigni sangiovese e canaiolo - vino di corpo da non invecchiare (ma dai?) - vino indicato con arrosti e selvaggina. Nota: sul minuscolo tappo di sughero si legge: Vini di Qualita'. Ah, be', se lo dice il tappo...

Colore rosso rubino di buona intensita', tradisce una lievissima opalescenza all'unghia.
Naso che all'inizio apre con una irritante nota riduttiva, ma presto si autoelimina, per lasciare posto ad una fastidiosa nota di cantina sporca, un vinoso sgradevole che insiste senza nessun riconoscimento ne' fruttato, ne' floreale. E' paradossale la deprimente tenuita' del corredo aromatico, che si rivela un pregio, altrimenti veicolerebbe in maggior misura sensazioni sgradevoli.
In Bocca esibisce una mediocrita' francamente sconfortante, dominata com'e' dalla durezza acida amara, senza alcuna persistenza. E pure qui viene da pensare: menomale che non persiste.
Voto finale: 60/100

Considerazione accessorie (ma nemmeno poi troppo). Adesso vediamo se ci riesco io, a cacciarmi in un loop benaltrista.
Qui la questione, difatti, e' altra. Lo sappiamo gia': la denominazione di origine controllata serve solo a indicare l'origine del vino, non certo che il vino sia buono. Certo e' che il consumatore medio, a bottega, mi chiede un DOC pensando che sia meglio di un IGT ("che roba e' l'iggittì?") e comunque pensando che sia assai meglio di qualsiasi vino da tavola. E io, ogni volta, riattacco con la favola: "c'era una volta, tanto tempo fa, un vino che si chiamava Sassicaia...".
Poi ci sarebbe la nota incongruenza del DOCG: quella gi finale, che sta a dire "garantita", sembra messa lì apposta per risaltare il fatto che nella semplice DOC, ahem, manca la garanzia: "come, e questo, non me lo garantisce?". E via cosi'.
Ma appunto, tranquilli: dire DOCG non serve, neppure lui, a dire che e' buono. Come facciamo a qualificare in etichetta il livello di un vino? Il metodo ci sarebbe, i cugini francesi ce l'hanno spiegato da qualche secolo, basterebbe indicare il livello di cru (le parcelle dei vigneti migliori). Ma qui al massimo riusciamo a recepire la normativa che consente la rincorsa verso il basso (giuro che non evochero' l'innominabile) mentre ogni tentativo di qualificare il prodotto, pure in etichetta, e' semplicemente frustrato.
Correre a peggiorarci: si.
Cercare di qualificarci: hum, vediamo, il dottore e' fuori stanza, ripassi.
Eccolo qua il problema, alla fine. A che servono le commissioni di assaggio per concedere DOC e DOCG? Dal momento che queste sembrano puramente espressioni geografiche, tantovale lasciare l'incombenza delle attribuzioni al catasto.

Per tornare al vino in questione: che senso ha che una roba cosi' si chiami Chianti? A voler infierire, dal disciplinare del Chianti si legge: " I vini a denominazione di origine controllata e garantita “Chianti”, all’atto dell’immissione al consumo, devono rispondere alle seguenti caratteristiche: [...] odore: intensamente vinoso, talvolta con profumo di mammola e con più pronunziato carattere di finezza nella fase di invecchiamento..."
Chissa' dove l'hanno sentita, la finezza e la mammola, qui.

venerdì, novembre 17, 2006

Vino dei Blogger #2

Ci risiamo: e' di nuovo tempo di Vino dei Blogger. Questa volta tocca a me scegliere il topic e, come anticipato, faccio tesoro delle mie ultime peregrinazioni tra gli scaffali della GDO. Nei supermercati, soprattutto nei canali hard discount, càpita di vedere prezzi incredibilmente bassi. Càpita di vedere, pure, prezzi incredibilmente bassi riferiti a certe DOCG tradizionalmente identificate con il meglio della produzione enoica nazionale: Barolo, Barbaresco, Chianti. Ora, vedere il mio amato Chianti a cifre sui due euro la bottiglia, diciamolo, innesca una certa curiosita'. Che si assaggi, quindi, e non in solitudine; i coscritti della precedente edizione sono stati: Imbottigliato all'origine, Marketing del Vino, Wino-QuintoMiglio, Aristide, Esalazioni Etiliche (sia Rob che Alessandro), The Wine Blog, Alice e il Vino, TigullioVino, Maisazi. L'invito e' rivolto a loro, ma pure a chiunque voglia aiutarci nell'oneroso incarico.

La mission per il vino dei blogger #2 e' quindi: Chianti da hard discount. E metto pure in palio un premio, vince la possibilita' di scegliere il prossimo topic chi trova il prezzo piu' basso. Via con gli acquisti, e pronti a redigere le vostre rece per il prossimo 10 dicembre. Il mio acquisto lo vedete quassu', e' costato 1,99 euro, e ancora non l'ho assaggiato. Come si dice, quando succedera' voi sarete i primi a saperlo.

In realta', lo ammetto, qui coltiviamo qualche piccola ambizione: innescare un dibattito, ebbene si. Mi chiedo, e chiedo a lorsignori, comemai si trovino, oggi, cosi' tante Docg a prezzi, francamente, non comprensibili. Costo del vetro, imballo, trasporto, ricarichi: qualcosa non quadra. Se ne riparla.

venerdì, novembre 10, 2006

Vino dei Blogger #1


Dunque, l'ho fatto, ho eseguito il lavoretto.
Il vino dei blogger numero uno doveva essere un autoctono, sotto i cinque euri. Aime', ho sbudgettato di cinquanta centesimi, come da scontrino; spero mi perdonerete. Il fatto e' che volevo una (un?) lumassina, autoctono bianco locale, e girando per supermercati ho faticato un po'; vero e' che non sono passato alla Coop-sei-tu, siccome la locale Coop ha sempre code paurose, con una sola cassa aperta su trecento e la cassiera che discute ad alta voce con le colleghe sfaccendate di scazzi sindacali. Tutto questo mentre l'altoparlante ti urla addosso, per mezz'ora di coda, che fighi che sono quelli della Coop. Insomma, comprato altrove.

Lumassina Colline Savonesi IGT, imbottigliato da Aziende Agricole (al plurale, sono una moltitudine) Vigna le Gagge, di Alinovi, nelle proprie cantine di Finale Ligure. Niente annata, ahinoi, si tratta di un Igt quindi l'annata ve la immaginate. Per il resto, se cerchi su Google Alinovi e Lumassina, ottieni zero risultati; invidiabile posizionamento.
Tappo siliconico ma color sughero, genere "tento disperatamente di sembrare sughero". Nel bicchiere ha un colore giallo paglierino carico, non brillantissimo. Vendemmia risalente? Appena aperto ha un naso caratteristicamente siliconico: sprigiona tutti quegli aromi che non e' riuscito a darti negli ultimi anni, come dicesse: oh, finalmente, si esce da 'sta bottiglia! Sciupùn olfattivo di mele e banane, poi dopo due minuti, shhh, silenzio, non esce piu' (quasi) niente. Eccetto un bel sentore di erba tagliata, il caro vecchio fieno.

E' a questo punto del test che pensi: ma chi me l'ha fatto fa'. Ma orsu', procediamo. Beviamo l'amaro calice, e mai frase fatta fu piu' profetica.

In bocca potrebbe essere pure piacevole, se non fosse per questo amarore finale, questa nota amara insistente e soverchiante. Cribbio, ma quanto dura? Qui P.A.I. sta per Persistenza Amara Intensa. L'acidita' latita, e menomale, che la durezza e' gia' notevole. Ma non essendoci corpo (11 gradi) ne' morbidezza, addio armonia. Punteggio finale, 65/100 (manica larga).

Considerazioni finali. Probabilmente la colpa e' mia, che mi son voluto incaponire a cercare un autoctono ligure. Sui cinque euri qui notoriamente circolano schifezze; probabilmente vitigni d'altre regioni, sulla stessa cifra, danno maggiori soddisfazioni (immagino, che so, un Soave).

Arrivati a questo punto, intendo perversamente vendicarmi.
Siccome tocca a me indicare a lorsignori il prossimo Vino dei Blogger, avrei un'idea.
Nei giorni scorsi la locale GDO hard (molto hard) pubblicizzava un rosso da tavola a 50 (dìcesi cinquanta) centesimi la bottiglia; l'ho cercato senza successo, per le varie Lidl et similia; nella ricerca ho pero' avuto modo di scorgere, su questi scaffali, tra le molte nefandezze svariati Chianti Docg a due-tre euri. Da qui parte la prossima sfida.
Si tratta di trovare il Chianti Docg (bottiglia 0,75, of course) che costi meno. Vince chi trova il prezzo piu' hard. Bello eh? La cosa e' densa di significati. Se ne riparla a meta' dicembre, per ora sotto col lavoro!