Commento di Antonio Tombolini a queste notizie:
"Il caso dell'uva e dei pomodori pugliesi: i locali agricoltori non sanno a chi venderli. E che ti fanno? Si chiedono come mai? Macché. Facciamo così: blocchiamo le strade, facciamo un po' di casino, e chiediamo che lo Stato ci dia un risarcimento. Se no? Se no facciamo casino.
Com'è andata a finire? Ovviamente lo Stato (coi miei soldi) darà un risarcimento (de che?) a costoro, premiando la loro insipienza e la loro violenza. E tutti a battere le mani, alla destra e alla sinistra unite, con le facce di bronzo di Alemanno e Vendola a simboleggiare questa italietta che continua a ballare sul Titanic."
Davvero sottoscrivibile. Segue, in lontano ordine di sgradevolezza, la seccatura derivante dal fatto che volevo dirlo pur'io, acci.
Questo è un blog enoico. Il vino è un alimento totalmente diverso da qualsiasi altro: evolve, ha carattere ed è imprevedibile (come l'umanità, insomma). Per questo è interessante. E non è industriale.
mercoledì, agosto 31, 2005
venerdì, agosto 26, 2005
domenica, agosto 14, 2005
Per la serie...
Per la serie "qui si spara sulla Croce Rossa", oggi tocca al Tavernello.
Certo, aver appena visto la pubblicita' in TV con Fazzuoli e lo spot finto-dibattito non ci catalizza il buonismo. Comunque, mi faccio un giro sul loro sito e gioco con la tracciabilita', parolina magica che serve a chissa' cosa, visto che si parla di Tavernello: e' come dire "mi hanno tamponato, ma so che era una Volvo: era tracciabile". Ecco, il Tavernello bianco e' tracciabile, quello rosso no, non si sa perche', comunque non c'e' da recriminare, per i miracoli ci stiamo attrezzando, eccetera. Provo ad inserire dati casuali nel macchinoso form della tracciabilita', e mi aspetto che esca fuori un responso tipo "ehi, ma che scrivi, non ha senso!" -- e invece, ecco cosa ottengo: "Spiacente, il sistema è in aggiornamento e non può fornire il dato richiesto."
Oh, che peccato, non mi si traccia.
Certo, aver appena visto la pubblicita' in TV con Fazzuoli e lo spot finto-dibattito non ci catalizza il buonismo. Comunque, mi faccio un giro sul loro sito e gioco con la tracciabilita', parolina magica che serve a chissa' cosa, visto che si parla di Tavernello: e' come dire "mi hanno tamponato, ma so che era una Volvo: era tracciabile". Ecco, il Tavernello bianco e' tracciabile, quello rosso no, non si sa perche', comunque non c'e' da recriminare, per i miracoli ci stiamo attrezzando, eccetera. Provo ad inserire dati casuali nel macchinoso form della tracciabilita', e mi aspetto che esca fuori un responso tipo "ehi, ma che scrivi, non ha senso!" -- e invece, ecco cosa ottengo: "Spiacente, il sistema è in aggiornamento e non può fornire il dato richiesto."
Oh, che peccato, non mi si traccia.
venerdì, agosto 12, 2005
Mare, mare, mare, voglio annegare.
Lo dice anche il boss del Gambero, prima di lui Peperosso: gira male, insomma c'e' crisi, c'e' meno gente in giro, eccetera eccetera. Il prodotto-Italia, turisticamente parlando, e' fuori prezzo.
Stamattina sotto l'ombrellone leggo Vizzari su L'espresso che magnifica un ristorante spagnolo: "Eccezionale, non ho altri aggettivi per definire la mia ultima esperienza al Celler de Can Roca". Sono termini insolitamente entusiastici per un critico normalmente sobrio, se non severo.
Insomma, bisogna andar fuori dall'Italia per essere felici? Possibile che un settimanale italiano a ferragosto mi debba parlar bene di un ristorante spagnolo? E' seccante ammetterlo, ma pare di si.
E soprattutto, che ci faccio ancora in Italia?
Postato col sottofondo di Battiato ad accrescere lo spleen.
Stamattina sotto l'ombrellone leggo Vizzari su L'espresso che magnifica un ristorante spagnolo: "Eccezionale, non ho altri aggettivi per definire la mia ultima esperienza al Celler de Can Roca". Sono termini insolitamente entusiastici per un critico normalmente sobrio, se non severo.
Insomma, bisogna andar fuori dall'Italia per essere felici? Possibile che un settimanale italiano a ferragosto mi debba parlar bene di un ristorante spagnolo? E' seccante ammetterlo, ma pare di si.
E soprattutto, che ci faccio ancora in Italia?
Postato col sottofondo di Battiato ad accrescere lo spleen.
lunedì, agosto 08, 2005
Chissa' perche'.
Chissa' perche' se vuoi leggere notizie che non sembrino veline ti tocca andare su certi blog. Col GPRS, in vacanza, uno dovrebbe evitare di caricare le pagine della Repubblica, del Corriere, eccetera. E andare dritto dritto qui.
Cronache elbane.
L'Isola d'Elba assomiglia alla Liguria, perlomeno dal punto di vista enoico. La quantita' di produzione locale e' quella che e', non sterminata; la richiesta pero' e' alta, visto l'afflusso dei turisti. E noi simpatici turisti, qui all'Elba, educati al divino insegnamento, che chiediamo? Vini del territorio, naturalmente. Il territorio pero' produce quantita' limitate; otteniamo cosi' di bere vini che, se locali, sono se va bene passabili ("passabile" non e' un complimento); esistono, curiosamente, "vini veri" nel senso di veramente locali, che costano guardacaso quasi il doppio di quelli indirizzati alle masse. Probabilmente si tratta di coincidenze, ma a pensar male a volte si indovina, come avrete sentito dire.
venerdì, agosto 05, 2005
Pubblicita'? Regresso.
Quasi in contemporanea, oggi, Mantellini e Tombolini parlano di pubblicita' (male, come e' sacrosanto) e della crisi della pubblicita'. Consiglio la lettura; curiosamente, ho appena finito di lottare con una videocassetta di Walt Disney che impone dieci minuti di pubblicita' prima del film. D'accordo, c'e' il fast forward, ma provate a premere FFW col figlio treenne che vuole vedere ogni singolo fotogramma pubblicitario. Poi uno dice che si scaricano i Divx, eh?
Vabbe'. Ti soccorre il pensiero che nel nostro orticello enoico la pubblicita' non e' quella roba demenziale che siamo costretti a subire altrove; nessun produttore si sognerebbe di dire che il suo vino e' "ciucio inciorno a tei". Certo, ogni tanto capita di sentire discorsi sul fatto che il vino non e' adeguatamente "targettizzato" (bleah), ma il linguaggio odioso della pubblicita' non serve a questo ambito; semplicemente, qui, chi produce roba seria viene premiato dal mercato e a fine anno ha esaurito le scorte; a meno che non sia un industriale (ho usato volutamente un termine generico, non volevo citare per nome il solito Zonin).
Vabbe'. Ti soccorre il pensiero che nel nostro orticello enoico la pubblicita' non e' quella roba demenziale che siamo costretti a subire altrove; nessun produttore si sognerebbe di dire che il suo vino e' "ciucio inciorno a tei". Certo, ogni tanto capita di sentire discorsi sul fatto che il vino non e' adeguatamente "targettizzato" (bleah), ma il linguaggio odioso della pubblicita' non serve a questo ambito; semplicemente, qui, chi produce roba seria viene premiato dal mercato e a fine anno ha esaurito le scorte; a meno che non sia un industriale (ho usato volutamente un termine generico, non volevo citare per nome il solito Zonin).
mercoledì, luglio 27, 2005
giovedì, luglio 21, 2005
Le parole sono importanti.
Il Mio Vino mi arriva gratis in enoteca. Quindi, in via di principio, devo essere grato a questi signori che mi regalano qualcosa che altri pagano. Tuttavia mi e' capitato, e mi capita, di parlarne molto male; ci starebbe pure che l'editore dicesse "ma senta, lei e il suo stupido blog, ci riprendiamo la rivista, e se la vuole rivedere se la compra in edicola come tutti gli altri". Ne avrebbe titolo, e non c'e' altro da aggiungere.
Fatta questa premessa riequilibratrice del karma, parliamo male de Il Mio Vino.
E' vero, noi assaggiatori abbiamo un linguaggio orribilmente colorito, e tendiamo ad esagerare nella prosa descrittiva. Il Mio vino spara sulla Croce Rossa e nella sua rubrica "Il piu' bel fior ne colse" non perde occasione di sghignazzare dell'oratoria enoica. Cosi' (per esempio) trova risibile il modo in cui Tigulliovino.it parla di un Lugana: "Il colore è un biondo brillante con sfumature verdine, e il profumo elegante e fresco di pesca, mandorla, fiori di campo, madresilva torna in bocca con accenti più fruttati e bella sapidità, che si accompagna ad una gradevolezza persistente grazie ad un corpo leggero ma non evanescente..."
Ecco, madresilva non me lo doveva dire. E che e' la madresilva? Magari, se uno usasse Google, troverebbe che l'etimo e' errato (errore di battitura?), e si parlava di madreselva; il Paravia rimanda a caprifoglio. Vabbe', capisco, tutta 'sta ricerca e' un lavoraccio.
Vediamo invece come Il Mio Vino intende la corretta descrizione.
Pagina a caso, 61: si parla del Sangiovese di Toscana di Cecchi (per inciso, in copertina Il Mio Vino si annuncia "alla scoperta di grandi vini sconosciuti"; Sangiovese Cecchi, vabbe') ed ecco come lo descrive: "colore intenso e sapore delicatamente fruttato". Fine.
Ora, scusatemi, ma "colore intenso e sapore delicatamente fruttato" descrive alternativamente la CocaCola, il Tavernello e circa il settanta per cento dei vini commercializzati sul pianeta.
Sarebbe meglio dare un buon esempio di scrittura enoica. Ecco la folgorante descrizione di Vinography a proposito del Nero d'Avola: "wines that are capable of calling one back to an earlier time and atmosphere, filtered with afternoon sunlight and redolent with the smells of fresh coffee, dirt from the fields, and someone's mother's cooking from down the cobblestone streets".
Traduco liberamente: "vini capaci di riportarti indietro ad atmosfere antiche, filtrate nella luce solare del pomeriggio, nei profumi di caffe' fresco e terra dei campi, con l'odore di cucina che sale da strade lastricate".
Bello, eh? Si, certo, si poteva comunque dire "colore intenso e sapore delicatamente fruttato".
Se ti accontenti.
Fatta questa premessa riequilibratrice del karma, parliamo male de Il Mio Vino.
E' vero, noi assaggiatori abbiamo un linguaggio orribilmente colorito, e tendiamo ad esagerare nella prosa descrittiva. Il Mio vino spara sulla Croce Rossa e nella sua rubrica "Il piu' bel fior ne colse" non perde occasione di sghignazzare dell'oratoria enoica. Cosi' (per esempio) trova risibile il modo in cui Tigulliovino.it parla di un Lugana: "Il colore è un biondo brillante con sfumature verdine, e il profumo elegante e fresco di pesca, mandorla, fiori di campo, madresilva torna in bocca con accenti più fruttati e bella sapidità, che si accompagna ad una gradevolezza persistente grazie ad un corpo leggero ma non evanescente..."
Ecco, madresilva non me lo doveva dire. E che e' la madresilva? Magari, se uno usasse Google, troverebbe che l'etimo e' errato (errore di battitura?), e si parlava di madreselva; il Paravia rimanda a caprifoglio. Vabbe', capisco, tutta 'sta ricerca e' un lavoraccio.
Vediamo invece come Il Mio Vino intende la corretta descrizione.
Pagina a caso, 61: si parla del Sangiovese di Toscana di Cecchi (per inciso, in copertina Il Mio Vino si annuncia "alla scoperta di grandi vini sconosciuti"; Sangiovese Cecchi, vabbe') ed ecco come lo descrive: "colore intenso e sapore delicatamente fruttato". Fine.
Ora, scusatemi, ma "colore intenso e sapore delicatamente fruttato" descrive alternativamente la CocaCola, il Tavernello e circa il settanta per cento dei vini commercializzati sul pianeta.
Sarebbe meglio dare un buon esempio di scrittura enoica. Ecco la folgorante descrizione di Vinography a proposito del Nero d'Avola: "wines that are capable of calling one back to an earlier time and atmosphere, filtered with afternoon sunlight and redolent with the smells of fresh coffee, dirt from the fields, and someone's mother's cooking from down the cobblestone streets".
Traduco liberamente: "vini capaci di riportarti indietro ad atmosfere antiche, filtrate nella luce solare del pomeriggio, nei profumi di caffe' fresco e terra dei campi, con l'odore di cucina che sale da strade lastricate".
Bello, eh? Si, certo, si poteva comunque dire "colore intenso e sapore delicatamente fruttato".
Se ti accontenti.
sabato, luglio 16, 2005
What is your favorite wine?
Justcurio.us e' il mio passatempo del giorno.
Volevo inserire la domanda "quale e' il vostro vino preferito", ma qualcun altro ha gia' avuto l'idea. Indovinate chi ha risposto "Barolo from Josetta Saffirio", pero'.
Volevo inserire la domanda "quale e' il vostro vino preferito", ma qualcun altro ha gia' avuto l'idea. Indovinate chi ha risposto "Barolo from Josetta Saffirio", pero'.
giovedì, luglio 14, 2005
Digital divide.
Se vogliamo divertirci ad allargare il concetto al campo enoico, tra noi (Italia) e loro (Stati Uniti d'America) le differenze passano pure attraverso cose come le copertine di WineX. Date un'occhiata all'immagine qua a fianco: non sono copertine di Rolling Stone, e' una rivista che parla di vino.
Piccolo inciso, non sono il primo a rilevare la forza comunicativa alquanto innovativa (trasgressiva?) di WineX. Per esempio, meglio di me Fermentations in questo post.
In Italia, a mio avviso, esiste solo una rivista che comunica bene alle masse, ed e' il Gambero Rosso. Dietro al Gambero, poche cose. Porthos e' l'unica che leggo avidamente, pure se e' fatalmente indirizzata ad un pubblico gia' competente di suo; non e' entry level e non lo vuole essere, direi. Poi, notti e nebbie: cose come Civilta' del Bere, e poi giu' giu' a Il Mio Vino, sono quasi imbarazzanti.
Sicuramente dimentico qualcuno, Slow e pochi altri, pero'.
In America pare non sia cosi', se dietro ai giganti tipo Wine Spectator (evito di citarli tutti) stanno cose che riescono a parlare di vino in termini meno paludati, rivolgendosi a consumatori giovani, eccetera.
Ora, sto parlando di sensazioni, ma dal panorama che si vede mi pare che anche qui esistano delle forme di divisione, non digitale stavolta, ma enoica, difficilmente colmabili. Probabilmente gioca a nostro sfavore la differente massa di utenti potenziali, pochi da noi e sterminati da loro; certo e' che pubblicazioni come WineX da noi sono di la' da venire.
lunedì, luglio 11, 2005
Devianze.
Ci sono sei canali televisivi inguardabili, i tre Rai, e i tre Mediaset. Poi ci sono canali, o parti di questi (cioe', trasmissioni) miracolosamente ben fatti, siccome presumibilmente minoritari o invisibili. Tra questi, io stasera mi sono goduto Absolutely 90's su Mtv. Andy, ex Bluevertigo, e' un deejay perfetto, in dieci secondi mixa "My name is" (Eminem) con "Would you go to bed with me?" e infine con "Hey boy hey girl" (Chemical Brothers); tutto in un mix brevissimo, non piu' di quindici secondi.
Consideraziono devianti: l'arte e' cosi': come uno chef, che mescola pochi ingredienti perfetti, in una preparazione leggera in un piatto poco abbondante, giusto un assaggio, affinche' appena finito ti resti quel po' di voglia residua che fa risaltare la classe dell'esecutore. Poco e' buono e pure bene.
Consideraziono devianti: l'arte e' cosi': come uno chef, che mescola pochi ingredienti perfetti, in una preparazione leggera in un piatto poco abbondante, giusto un assaggio, affinche' appena finito ti resti quel po' di voglia residua che fa risaltare la classe dell'esecutore. Poco e' buono e pure bene.
sabato, giugno 18, 2005
Essere Global.
Uno dei miei passatempi preferiti si chiama Flickr. Flickr e' una sorta di blog fotografico: registrandovi, potete caricare le vostre foto preferite sul vostro account (il mio, per esempio, e' http://www.flickr.com/photos/fiorenzo/) e condividere, cosi', una specie di album fotografico online. Sfortunatamente la cosa e' in inglese, quindi richiede una certa conoscenza da parte vostra; ma pure se non ci capite alcunche', sfogliare Flickr non e' difficile.
In effetti, la cosa portentosa di questo sito, fin qui descritto come una roba tutto sommato banale, e' la straordinaria quantita' di account che, cliccando su Everyone's, potete sfogliare: gli utenti sono nell'ordine delle centinaia di migliaia, e sono in quasi ogni angolo del mondo: saltate dall'album fotografico del IT consultant giapponese, a quello della madre di famiglia australiana, passando per adolescenti degli Emirati Arabi Uniti, e via via fino a tassisti di Buenos Aires, e potete andare avanti all'infinito. Si entra nella vita quotidiana di questa massa sterminata di gente attraverso le loro foto di battesimo, matrimoni, feste, ho comprato la macchina nuova, questo e' il mio ufficio, eccetera eccetera.
Io, questa cosa, la adoro.
E, tra mille spunti che sorgono in questo vagabondare telematico, mi accorgo la globalizzazione e' un dato acquisito: non e' solo che i mobili Ikea ormai sono in ogni casa, Honk Kong come Seattle come Bari come Dubai come Citta' del Capo; no, e' qualcosa di piu', e' la sensazione diffusa di comunita' di interessi, di identita' generale di vedute: certo, le spose in (quasi) ogni angolo del mondo hanno il famoso abito bianco che sembra uscito dalla Casa della Sposa; che non capisci piu' bene chi imita chi, siamo noi che l'abbiamo inventato, o l'abbiamo copiato da chi? Vabbe'; si salva il particolare, la sposa in abito bianco in Egitto e' contornata di arazzi mentre a Ginevra fatalmente si vedono le montagne innevate, in una specie di contraddanza dove il local si mescola al global e ogni tanto uno ha il sopravvento sull'altro. E' bene, e' male questo? Io avrei qualche difficolta' ad essere radicalmente critico: cogliere gli elementi che ci accomunano, a questo mondo, mi sembra (non sorridete) commovente.
Che c'entra tutto questo con il vino. C'entra, in qualche modo.
Nel nostro amato dibattito pro o contro la globalizzazione del gusto, applicato anche al vino (quindi parliamo dell'uso di vitigni internazionali, barrique, eccetera) bisognerebbe arrendersi ad alcune evidenze; pure se e' sacrosanto continuare a enfatizzare le peculiarita' locali (anzi, commercialmente parlando, essere local nel produrre e' qualificante) tuttavia bisogna prendere atto del divenire inarrestabile. Insomma, tanto per fare un esempio concreto: il Chianti si fa in Toscana, e si fa col Sangiovese; va bene, c'e' un 10% di Cabernet (15%? Di piu'?) che lo stipicizza, forse. Il colore e' piu concentrato, il corredo aromatico si modifica.
E' questo del tutto male? O non e' piuttosto una forma di adeguamento a qualcosa di inarrestabile? E se questo modo di essere global alla fine e' anche essere piu' simili, avere piu' cose in comune, davvero dobbiamo considerarlo male?
Io non ho la pretesa di saper rispondere con certezza a queste domande. Pero', quel po' di Cabernet nel Chianti non mi infastidisce troppo.
In effetti, la cosa portentosa di questo sito, fin qui descritto come una roba tutto sommato banale, e' la straordinaria quantita' di account che, cliccando su Everyone's, potete sfogliare: gli utenti sono nell'ordine delle centinaia di migliaia, e sono in quasi ogni angolo del mondo: saltate dall'album fotografico del IT consultant giapponese, a quello della madre di famiglia australiana, passando per adolescenti degli Emirati Arabi Uniti, e via via fino a tassisti di Buenos Aires, e potete andare avanti all'infinito. Si entra nella vita quotidiana di questa massa sterminata di gente attraverso le loro foto di battesimo, matrimoni, feste, ho comprato la macchina nuova, questo e' il mio ufficio, eccetera eccetera.
Io, questa cosa, la adoro.
E, tra mille spunti che sorgono in questo vagabondare telematico, mi accorgo la globalizzazione e' un dato acquisito: non e' solo che i mobili Ikea ormai sono in ogni casa, Honk Kong come Seattle come Bari come Dubai come Citta' del Capo; no, e' qualcosa di piu', e' la sensazione diffusa di comunita' di interessi, di identita' generale di vedute: certo, le spose in (quasi) ogni angolo del mondo hanno il famoso abito bianco che sembra uscito dalla Casa della Sposa; che non capisci piu' bene chi imita chi, siamo noi che l'abbiamo inventato, o l'abbiamo copiato da chi? Vabbe'; si salva il particolare, la sposa in abito bianco in Egitto e' contornata di arazzi mentre a Ginevra fatalmente si vedono le montagne innevate, in una specie di contraddanza dove il local si mescola al global e ogni tanto uno ha il sopravvento sull'altro. E' bene, e' male questo? Io avrei qualche difficolta' ad essere radicalmente critico: cogliere gli elementi che ci accomunano, a questo mondo, mi sembra (non sorridete) commovente.
Che c'entra tutto questo con il vino. C'entra, in qualche modo.
Nel nostro amato dibattito pro o contro la globalizzazione del gusto, applicato anche al vino (quindi parliamo dell'uso di vitigni internazionali, barrique, eccetera) bisognerebbe arrendersi ad alcune evidenze; pure se e' sacrosanto continuare a enfatizzare le peculiarita' locali (anzi, commercialmente parlando, essere local nel produrre e' qualificante) tuttavia bisogna prendere atto del divenire inarrestabile. Insomma, tanto per fare un esempio concreto: il Chianti si fa in Toscana, e si fa col Sangiovese; va bene, c'e' un 10% di Cabernet (15%? Di piu'?) che lo stipicizza, forse. Il colore e' piu concentrato, il corredo aromatico si modifica.
E' questo del tutto male? O non e' piuttosto una forma di adeguamento a qualcosa di inarrestabile? E se questo modo di essere global alla fine e' anche essere piu' simili, avere piu' cose in comune, davvero dobbiamo considerarlo male?
Io non ho la pretesa di saper rispondere con certezza a queste domande. Pero', quel po' di Cabernet nel Chianti non mi infastidisce troppo.
mercoledì, giugno 15, 2005
Spit or swallow?
Divertente articolo (in inglese) segnalato da Vinography, sulla tecnica ideale per sputare il vino, durante le degustazioni professionali (come dovrebbe essere noto, gli assaggiatori pro sputano). Vinography consiglia, per esercitarsi a trovare la tecnica migliore, di usare, opportunamente, dell'acqua.
martedì, giugno 14, 2005
Scena 1, interno giorno.
Personaggi: Enotecaro, Cliente.
Cliente entra in enoteca. Sottobraccio ha la Guida; l'Enotecaro riconosce immediatamente la Guida dal formato vagamente laterizio; e' l'edizione 2005. Dalla Guida escono svariati segnalibri.
Cliente: "Buongiorno..."
Enotecaro: "Salve... posso essere utile..."
Il cliente apre la Guida al primo segnalibro.
Cliente: "Si, ecco, cercavo questo vino.."
Il cliente cita un vino premiato con i Tre Bicchieri sulla Guida.
Enotecaro: "Spiacente, non ce l'ho"
Cliente (apre al secondo segnalibro): "Ah, allora vorrei.." (cita un secondo vino premiato con i Tre Bicchieri).
Enotecaro: "Hmm, spiace.. non ho neppure questo.."
Cliente (apre al terzo segnalibro): "Ha per caso.." (cita un terzo vino premiato con i Tre Bicchieri).
Enotecaro: "Eh, non e' nemmeno questo a listino".
Cliente: "Va bene.. senta.. che cos'ha che abbia preso i Tre Bicchieri?"
Morale: le guide, in se', non sono il male. E' l'uso che se ne fa, semmai.
Cliente entra in enoteca. Sottobraccio ha la Guida; l'Enotecaro riconosce immediatamente la Guida dal formato vagamente laterizio; e' l'edizione 2005. Dalla Guida escono svariati segnalibri.
Cliente: "Buongiorno..."
Enotecaro: "Salve... posso essere utile..."
Il cliente apre la Guida al primo segnalibro.
Cliente: "Si, ecco, cercavo questo vino.."
Il cliente cita un vino premiato con i Tre Bicchieri sulla Guida.
Enotecaro: "Spiacente, non ce l'ho"
Cliente (apre al secondo segnalibro): "Ah, allora vorrei.." (cita un secondo vino premiato con i Tre Bicchieri).
Enotecaro: "Hmm, spiace.. non ho neppure questo.."
Cliente (apre al terzo segnalibro): "Ha per caso.." (cita un terzo vino premiato con i Tre Bicchieri).
Enotecaro: "Eh, non e' nemmeno questo a listino".
Cliente: "Va bene.. senta.. che cos'ha che abbia preso i Tre Bicchieri?"
Morale: le guide, in se', non sono il male. E' l'uso che se ne fa, semmai.
domenica, giugno 05, 2005
Class is not water.
Nel giro di pochi post, il big boss del Gambero passa da Margaux '53 al Lambrusco di Civ&Civ. Questa capacita' di saltare dal sacro al profano con understatement sembra proprio invidiabile.
Tu quoque, Beppe.
Non si possono sempre dire cose sensate e condivisibili; a volte scappa una corbelleria. Vabbe', non e' il primo, non sara' l'ultimo. Peggio di lui, solo i suoi commentatori.
Sia chiaro che demenzialita' di questo tenore sono una manna. E' un bene che le masse si rotolino nei loro grotteschi luoghi comuni, giacche' lasceranno ai pochi, alle elites, il piacere di capire.
Sia chiaro che demenzialita' di questo tenore sono una manna. E' un bene che le masse si rotolino nei loro grotteschi luoghi comuni, giacche' lasceranno ai pochi, alle elites, il piacere di capire.
venerdì, giugno 03, 2005
Hey, they are French, who gives a dam(n)?
Questo post di Fermentations sui disordini di strada prodotti dai viticoltori francesi e' assai divertente; essendo in inglese, lo riposto (liberamente) tradotto, per chi non pratica l'idioma di Albione.
Attaccare i supermercati fa vendere piu' vino??
I produttori di vino della Francia meridionale stanno nuovamente creando disordini, e distruggendo pubbliche proprieta'. Sono un po' giu', siccome le cose non vanno secondo i loro piani. Le vendite scendono. La produzione sale, le vendite di vini d'importazione salgono. Cosi', naturalmente, hanno scelto di:
- Bruciare scambi ferroviari.
- Demolire vagoni ferroviari.
- Rendere inutilizzabili le vie di comunicazione ferroviarie.
- Compiere atti vandalici in supermercati, buttando giu' dagli scaffali bottiglie di vini d'importazione.
- Distruggere recipienti in una locale distilleria, lasciando correre per strada 13.000 ettolitri di vino cileno.
Che vogliono i viticoltori francesi ribelli? A parte lenire le loro pene con tagli di tasse per favorire il consumo dei loro vini, essenzialmente vogliono che il mondo torni indietro agli anni sessanta, quando il vino francese era il re del mondo.
Questa e' davvero l'essenza del problema francese. I viticoltori francesi semplicemente non si sono adattati ad un mondo nel quale ottimi vini ad ottimi prezzi sono ora prodotti in ogni angolo del globo. Chiaramente si sono adattati i francesi, dal momento che comprano piu' vini australiani, cileni, neozelandesi, ed argentini, e meno francesi.
Sono certo che i viticoltori francesi sanno che devono modificare il modo in cui mettono sul mercato i loro vini. Ma prima, vogliono l'aiuto finanziario per attraversare questa crisi.
Si rendono pure conto che debbono drasticamente migliorare il livello dei loro vini base? Di questo ne dubito.
E alla fine di questo, merita tradurre pure un commento al post:
Hey, sono fracesi, chi se ne frega? Non son degni nemmeno dello sforzo di preoccuparmi per loro. Non si meritano niente.
Attaccare i supermercati fa vendere piu' vino??
I produttori di vino della Francia meridionale stanno nuovamente creando disordini, e distruggendo pubbliche proprieta'. Sono un po' giu', siccome le cose non vanno secondo i loro piani. Le vendite scendono. La produzione sale, le vendite di vini d'importazione salgono. Cosi', naturalmente, hanno scelto di:
- Bruciare scambi ferroviari.
- Demolire vagoni ferroviari.
- Rendere inutilizzabili le vie di comunicazione ferroviarie.
- Compiere atti vandalici in supermercati, buttando giu' dagli scaffali bottiglie di vini d'importazione.
- Distruggere recipienti in una locale distilleria, lasciando correre per strada 13.000 ettolitri di vino cileno.
Che vogliono i viticoltori francesi ribelli? A parte lenire le loro pene con tagli di tasse per favorire il consumo dei loro vini, essenzialmente vogliono che il mondo torni indietro agli anni sessanta, quando il vino francese era il re del mondo.
Questa e' davvero l'essenza del problema francese. I viticoltori francesi semplicemente non si sono adattati ad un mondo nel quale ottimi vini ad ottimi prezzi sono ora prodotti in ogni angolo del globo. Chiaramente si sono adattati i francesi, dal momento che comprano piu' vini australiani, cileni, neozelandesi, ed argentini, e meno francesi.
Sono certo che i viticoltori francesi sanno che devono modificare il modo in cui mettono sul mercato i loro vini. Ma prima, vogliono l'aiuto finanziario per attraversare questa crisi.
Si rendono pure conto che debbono drasticamente migliorare il livello dei loro vini base? Di questo ne dubito.
E alla fine di questo, merita tradurre pure un commento al post:
Hey, sono fracesi, chi se ne frega? Non son degni nemmeno dello sforzo di preoccuparmi per loro. Non si meritano niente.
Essere inutile.
Succede che uno pensi una cosa, la scriva, e la rilegga, poi decida di non postarla, perche' sembra vagamente polemica, e comunque troppo personale. Poi succede che anche altri ti ci facciano ripensare, e cosi' vai a ripigliarti l'appunto salvato e mai pubblicato, e finalmente lo pubblichi.
Ha ragione Aristide quando scrive che "la dis-intermediazione è il vero fenomeno, autentico, spietato, di questa era. L'abbattimento dei filtri tra produttore e consumatore è in atto in tutti i settori dell'economia. Stanno nascendo nuovi mercati grazie a questo fenomeno. Noi stessi blogger, siamo dei "prosumer" (producer-consumer) di informazione e ci poniamo come alternativa ai media tradizionali. Lo stesso vale per il mercato del vino: domanda e offerta non hanno più bisogno di intermediari antiquati, parassiti, distorsori della dinamica dei prezzi, fagocitatori di valore aggiunto anzichè crearne. Ci occorrono nuove realtà distributive per nuovi canali e nuove forme di vendita. I produttori devono imparare ad usare e creare i nuovi canali, i consumatori devono attrezzarsi per aggirare la piramide della qualità/prezzo impazzita."
Prendete l'enotecaro, per esempio: sta diventando inutile.
Sia chiaro subito questo: non sono polemico. Non e' possibile in nessun modo essere polemici con gli eventi incontrastabili, coi megatrends (perdonatemi l'orribile parola). Sarebbe come inveire contro le nubi durante la pioggia battente, e tu sei senza ombrello; che fai, protesti con gli elementi? Chiediti semmai perche' sei allo scoperto senza nemmeno un impermeabile.
Allo stato attuale dei fatti, la tendenza e' questa, ed abbastanza inarrestabile: il vino di qualita' si compra direttamente dal produttore. In seconda istanza, se si trova, si compra al supermercato. Incidentalmente, infine, presso l'intermediario (enoteca, o quel che e'). Noi (intermediari) piano piano spariremo, o diventeremo altro, saremo riconvertiti, saremo messi in qualche genere di mobilita' da noi stessi. Fino ad allora, sara' bello esserci; ma intanto, prepariamoci. Fino ad allora, dovremo fondare il nostro lavoro su una professionalita' esasperata, e sperare che basti.
Ha ragione Aristide quando scrive che "la dis-intermediazione è il vero fenomeno, autentico, spietato, di questa era. L'abbattimento dei filtri tra produttore e consumatore è in atto in tutti i settori dell'economia. Stanno nascendo nuovi mercati grazie a questo fenomeno. Noi stessi blogger, siamo dei "prosumer" (producer-consumer) di informazione e ci poniamo come alternativa ai media tradizionali. Lo stesso vale per il mercato del vino: domanda e offerta non hanno più bisogno di intermediari antiquati, parassiti, distorsori della dinamica dei prezzi, fagocitatori di valore aggiunto anzichè crearne. Ci occorrono nuove realtà distributive per nuovi canali e nuove forme di vendita. I produttori devono imparare ad usare e creare i nuovi canali, i consumatori devono attrezzarsi per aggirare la piramide della qualità/prezzo impazzita."
Prendete l'enotecaro, per esempio: sta diventando inutile.
Sia chiaro subito questo: non sono polemico. Non e' possibile in nessun modo essere polemici con gli eventi incontrastabili, coi megatrends (perdonatemi l'orribile parola). Sarebbe come inveire contro le nubi durante la pioggia battente, e tu sei senza ombrello; che fai, protesti con gli elementi? Chiediti semmai perche' sei allo scoperto senza nemmeno un impermeabile.
Allo stato attuale dei fatti, la tendenza e' questa, ed abbastanza inarrestabile: il vino di qualita' si compra direttamente dal produttore. In seconda istanza, se si trova, si compra al supermercato. Incidentalmente, infine, presso l'intermediario (enoteca, o quel che e'). Noi (intermediari) piano piano spariremo, o diventeremo altro, saremo riconvertiti, saremo messi in qualche genere di mobilita' da noi stessi. Fino ad allora, sara' bello esserci; ma intanto, prepariamoci. Fino ad allora, dovremo fondare il nostro lavoro su una professionalita' esasperata, e sperare che basti.
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