domenica, giugno 04, 2006

Pirati di tutto il mondo, unitevi.



Su Italia Oggi (cartaceo) di sabato scorso leggo: negli Usa le imitazioni del made in Italy valgono quattro miliardi di dollari. E' una constatazione assolutamente deja-vu, e del resto da tempo se ne parla. Pure io mi ripeto, nel raccontarlo, perche' questa lettura coincide curiosamente con un fatto che ha occupato l'attenzione dei loschi individui underground dediti alla pirateria: la chiusura (ma pure il lesto riavvio, tra i frizzi e i lazzi dei piratacci) di Pirate Bay, portale di ricerca specializzato in file torrent accusato da anni e annorum d'essere illegale in se', giacche' consente link anche a materiale coperto da copyright.

In breve: le autorita' americane, che controllano gli abusi relativi ai diritti d'autore, esportano la democrazia in Svezia; qui ha sede Pirate Bay, e gli americani ne sollecitano la chiusura (con una notevole inefficacia, ma si sa che esportare la democrazia non e' affatto semplice). Le stesse autorita', mi pare evidente, non si curano gran che di difendere i diritti dei produttori italiani (ma, potrei giurarci, pure di quelli francesi eccetera) visto che a casa loro la pirateria food trionfa. E un tale doppiopesismo e', pure nel suo piccolo, la misura di qualcosa che non va.

E allora, viva i pirati. Consiglio, per far tornare il sorriso, la lettura di una parte consistente del sito di Pirate Bay, dedicata allo scambio di corrispondenza tra i detentori dei vari copyright, seccatissimi, e le irridenti risposte dei gestori del sito. Ecco un estratto.
"Grazie per averci scritto, va bene, abbiamo chiuso il sito.
No aspetta, haha! Non e' vero, abbiamo scherzato, siccome il sito in questione e' pienamente legale. Qui, a differenza di altri paesi, abbiamo leggi sensate".

5 commenti:

  1. Una domanda: perché la pirateria, è cattiva se USA, è divertente se è Svedese?

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  2. La questione e' in questi termini: la pirateria svedese e' perlomeno dubbia, quella praticata sui prodotti italiani e' abbastanza incontrovertibile. Per la prima, discutibilmente, si muovono mari e monti; per la seconda, si glissa. I "pirati" svedesi hanno piu' di un motivo per spernacchiare lorsignori.

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  3. E tutti quanti allora dovrebbero spernacchiare noi italiani, visto che siamo in assoluto tra i primissimi paesi in quanto a produzione e vendita di merce contraffatta.
    Quindi, seguendo la logica, bisognerebbe dire che gli americani fanno bene a piratare i prodotti italiani. Così poi gli svedesi fanno bene a piratare quelli americani, e magari, che so, i norvegesi speranacchiare i danesi.
    E' un bel casino questa logica, non ti pare?

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  4. No, guarda, la questione e' piu' complessa. Qualunque cosa si pirati da noi, si rischia la galera. Se compri un occhiale taroccato D&G in Italia rischi qualche migliaio di euro di multa. Se "pirati" canzonette o, in generale, roba sotto copyright di majors e compagnia briscola, sei nuovamente sul penale; per ottenere queste leggi demenziali le autorita' americane esportano attivamente le loro fonti di diritto, pure su un tema ampiamente dibattuto come il discutibile e anacronistico copyright. Ma non mi sembrano, banalmente, interessati a debellare i falsi in casa loro, siccome fanno capo ad interessi altrui. Noi siamo altroche' spernacchiati, siamo proprio eteroregolamentati. Non mi risulta che governi italiani abbiano richiesto l'imposizione di migliaia di dollari di multa agli acquirenti di fake chianti -- a te si?

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  5. E allora, se gli italiani, o più in generale gli europei, non sono capaci di imporre il rispetto reciproco delle leggi, la colpa è americana? A me sembra, eventualmente, colpa di chi non fa rispettare le leggi, anche l'anacronistico (chissa poi perché) copyright.
    Per quanto riguarda il fake chianti, ho seguito i links che hai messo a disposizione, ma in nessuno di essi si ricava qualche dato oggettivo che starebbe alla base di questa denuncia - 500 milioni di falsi. Non vorrei che, come sembra, non si parli d'altro, ovvero di quei prodotti che "scimmiottano" i prodotti italiani, tipo parmesan o giù di lì. Il problema è che non esiste un accordo per tutelare alcune denominazioni, per cui il problema è che chi le usa lo fa legalmente, almeno all'interno degli USA, quindi non è passibile di nessuna azione penale. Questo non ci piace? Facciamo la voce grossa, se ne siamo capaci. Si tratta in fin dei conti di contrattare delle regole. Ma se uno viola quelle che già ci sono, come l'anacronistico (ma chissa poi perché) copyright, è giusto che si applichino le sanzioni previste, oppure bisogna andare a simpatia?

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