domenica, novembre 19, 2006

Critical wine: appunti sparsi [prima parte]


La location
Bisogna spiegare cos'e' un Centro Sociale Occupato. Buridda e' la vecchia sede della facolta' di Economia e Commercio di Genova, ed in effetti l'ultima volta che sono entrato qui e' stato per la laurea di mio fratello. Lo stabile e' rimasto cadente come allora, come una vera sede universitaria e' a pezzi, con i tubi innocenti a reggere le scale e l'unica novita' e' data dai disegni con gli spray, e locandine militanti ovunque. Sembra la location per film sul genere Paz, o Lavorare con lentezza. E' appena il caso di far notare che questo non e' il solito villone frequentato dal fighettodromo enoico di successo (tipo Merano, per dire). Qui ci stanno i proletari della vigna, un po' di sfigati e, essenzialmente, i contadini. In mezzo agli sfigati mi sento benone, entro.

L'organizzazione
Arrivando presto, dieci di mattina, non c'e' nessuno. Pagato il modesto fee d'ingresso (sei euro) ottengo un bicchiere ed un timbro su una mano, che consentira' di uscire e rientrare nel corso della giornata. Ai tavoli appena approntati non c'e ressa, e dire che i tavoli sono spartani e' un eufemismo. Tra le aule del secondo piano si dipana una specie di camminamento tra gli espositori, in un ambiente che, come descritto, e' tra il cadente e l'improvvisato; tutto comunica frugalita', piu' che understatement. Trovo che mi piace, ma ammetto con me stesso che quel che mi piace di piu' e' questo stacco formale rispetto a qualunque altra rassegna io abbia mai visto. Certo, sorrido ripensando a questa kermesse formato socialismo reale; qui il massimo del vippume concesso e' stato incrociare i genitori di Carlo Giuliani. Alla fine si tratta di forma; la sostanza e' che gli spazi sono ampi e c'e' una notevole facilita' ad affrontare tutto il lavoro d'assaggio senza stress; tra l'altro, nemmeno uno degli espositori che se la tiri e dica "il prodotto e' esaurito". Al contrario, tutti molto gentili, qualcuno timido e quasi impacciato: zero pierre, cento per cento contadini. Piu' giro piu' mi convinco di avere a che fare con una specie di proletariato enoico, che non conosce architetti per la ristrutturazione della cantina, ne' esperti di marketing. Per qualcuno di loro siamo nel 1950. Negli stanzoni fa freddo, non c'e' riscaldamento, ed i vini si assaggiano tutti a temperatura di cantina. Ripenso agli amici che lamentavano il caldo di Merano (settanta euro di biglietto; ma dentro c'era la creme, mica pizza e fichi).

I vini
Tempo di mettere a posto qualche appunto, prossimamente diro' cosa ho trovato valido. Bisogna, qui, ripetere una cosa un po' déjà vu circa questo genere di produzioni. Benche' i bio fossero pochi, la folla di artigiani presenti ha fornito, per una notevole maggioranza, una prova non eccelsa. Troppe le puzze, troppi i colori improbabili, troppe disarmonie. I vini, come gli altri prodotti della terra presenti, erano messi in vendita a prezzi non propriamente bassissimi. Un vermentino ligure interessante costava comunque sopra i sette euro, a riprova del fatto che i miracoli riescono solo alla Lidl. Oppure i kompagni produttori sono dei furbacchioni, ma mi sentirei di escluderlo.

[Fine della prima puntata]

3 commenti:

  1. Bel report, rende molto l'idea. Speravo di trovarti il pomeriggio, non mi sentivo a perfetto agio da solo...

    Luk

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  2. Sono andato via il primo pomeriggio, dovevo tornare successivamente ma il piano e' saltato. Poi, stamattina, ho bissato, vedi post qua sopra. I kompagni non mozzicano ;-)

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