martedì, settembre 07, 2010

La moltiplicazione dei pani, dei pesci e dei Cannubi


Atlante delle grandi vigne di Langa, edizioni Slow Food, 1990: "La più antica bottiglia delle Langhe è conservata in Bra presso la famiglia Manzone e porta un'etichetta con la scritta CANNUBI 1752. Tale prezioso cimelio sta a dimostrare come il Vigneto Cannubio o Canubio o Cannubi fosse già famoso e valutato prima dell'avvento del vino Barolo".

Insomma, un cru, come direbbero i francesi. Una vigna singola che qualifica il vino prodotto lì. E' difficile invece qualificare (desiderando restare a piede libero) i geni del marketing che hanno chiesto ed ottenuto l'allargamento dell'area denominabile Cannubi. Proprio come una moltiplicazione miracolosa, l'area si estenderà, aumentando il numero di bottiglie che potranno esibire il cru Cannubi in etichetta. Che facciamo, ci indigniamo? Ci rattristiamo? Ridiamo? Sì, no, e tutte e tre le cose. Assistere al tentativo scomposto ma efficace di qualche produzione (tiro ad indovinare: un'industria?) per mettere le mani su una sottodenominazione che dovrebbe essere garanzia di qualità fa davvero cadere le braccia. Il solito autogol enoico all'italiana. Potendo salvaguardare e valorizzare le specialità, si va esattamente nella direzione opposta.

Nota comica finale. Uno dei miei barolisti del cuore, Bartolo Mascarello (l'azienda è diretta dalla figlia ora, Maria Teresa) ha vigne in Cannubi. Ma siccome ritiene ideale la produzione di un Barolo vecchio stile, ottenuto dal blend di vigne diverse, in etichetta dice: "Dai vigneti Canubbi - Rué - San Lorenzo - Rocche". Adesso aspettate quei due-trecento anni, e l'industria scoprirà che è meglio il mix di differenti particelle, rispetto al cru. Quel giorno il Comune di Barolo confinerà finalmente con La Spezia.

[Nell'immagine: l'attuale particella dei Cannubi, tratta dalla home di Pira. L'immagine a dimensioni originali è qui]

giovedì, settembre 02, 2010

Anche in questo blog parliamo di Eataly (oh, no!)

Il mio amato blogghe è così vetusto che può permettersi il lusso di autocitarsi, tipico di certi tromboni. Dev'essere conseguenza di quel repentino cambiamento di stato, "da giovane promessa a vecchio stro***". Avete presente.
Così, insomma, per illustrare la fenomenologia di Eataly (secondo me) basta qualche link: uno, e due.
Ammappala però quanto ero verboso, da giovane.

giovedì, agosto 05, 2010

Sono d'accordo

"Ha quel colore giallo brillante che nella consistenza fa presagire il velluto. E qui davvero si percepisce la speziatura in un effluvio di profumi che contemplano la rosa, quasi a sentirne i rovi. È molto buono, molto elegante, e il «molto» va messo su ogni sensazione: rotondità, persistenza, piacevolezza. Che gran vino!"
Paolo Massobrio su La Stampa, a proposito del "mio" traminer del cuore. Bravo Armin.

lunedì, agosto 02, 2010

Macchine ferme (è agosto)

Dunque si chiude. Bottega cerrada per le ferie agostane, in sala macchine si passa da "avanti adagio" ad "alt". Non va in ferie l'enochiacchiera digitale, cioè il fiume di comunicazione autoprodotta che ormai, a mio modo di vedere, rappresenta la svolta vera, pesante, che sta facendo il mio ambito commerciale. Farò un esempio, uno solo, tra i tanti possibili. Sto seguendo, via Twitter, i preparativi della (come possiamo chiamarla?) convention, adunanza, reunion, che si hashtagga* con #aglianicodelvulture1. Per avere un'idea della cosa, ecco una descrizione approfondita.
Ebbene, è tutto qui: persone unite dallo stesso interesse si muovono, assaggiano, raccontano, e fanno (anche) comunicazione aziendale e commerciale. Quelli come me possono permettersi di stare seduti in veranda e seguire il flusso delle conversazioni (ho stima e fiducia del giudizio di chi partecipa) ottenendo così di attingere ad un'orgia di dati, informazioni, appunti di assaggio, difficilmente ottenibili in altro modo. Chi è parte di questo flusso di conoscenza sa di cosa parlo e capisce al volo la potenza del mezzo - che sia un produttore, un esercente o un "utilizzatore finale". C'è, poi, una gran massa di addetti ai lavori che restano fuori da tutto questo, come gli operatori dell'intermediazione che, ad ogni livello della catena, ignorano per pigrizia o per scarsissimo skill il nuovo che avanza. Sono gli stessi che picchiano la testa nel muro e poi si lamentano dell'emicrania.
Bo', lasciamo perdere le polemiche. Buone vacanze, ed un regalino ai miei venticinque(mila) lettori. Recentemente ho amato un film italiano che, guardacaso, parla di Basilicata. Qui e qui potete allegramente scaricarlo, piratacci. Ecco un assaggio.




*Hashtaggare, italianizzazione di hashtag, il termine che gerarchizza un argomento di discussione via Twitter preceduto dal segno "hash", (cioè questo #) detto anche "cancelletto" dagli abbrutiti.

sabato, giugno 26, 2010

Tipo non raccontarmi fandonie no, eh?


Quando si parla di comunicazione aziendale si dice spesso che dovrebbe essere sincera. Dire la verità. Non raccontare balle pietose. Ma vedendo il cartello del supermercato sottocasa, capisci che la lezione del Clue Train Manifesto è una roba parecchio irrealizzata.
"Gentili clienti, al fine di tutelare voi e i vostri acquisti, vi chiediamo di esibire un documento di identità per ogni transazione eseguita con carta di credito"
La traduzione in realtà è la seguente:
"Senti bello, a me di tutelare te e i tuoi acquisti non me ne frega una cippa. Accettando carte di credito l'ho già presa in quel posto troppe volte, quindi ora se vuoi pagare con la plastica tira fuori un documento".
Certo, potevano metterla giù meno colorita, ma a me la prima versione offende più della seconda.

martedì, giugno 22, 2010

Retro post

Questo lo scrivevo un po' di tempo fa. Siccome vale anche oggi, che Intravino compie un anno, ve lo riciccio pari pari. E vualà.
Chi scrive un post (io, in questo caso) e chi dopo lo commenta hanno pari dignità e credibilità, se e nella misura in cui tutti quanti diciamo (o ci sforziamo di dire) cose dotate di fondamento. Spero non sfugga a nessuno, quindi, che questa dinamica è l’esatto contrario del padreternismo che si respira in altri ambiti comunicativi. Dobbiamo essere tutti orgogliosi e felici di questa libertà che ci diamo, e nello stesso tempo sentirci responsabili dell’uso che facciamo delle parole, perché come sempre le cose che diciamo ci qualificano come persone.

lunedì, giugno 14, 2010

The dark side of prezzo sorgente (rabbrividiamo)

Passata la fiera, messi in ordine gli appunti (uno, due, e tre, per dire) mi porto dietro da un po' di giorni una orrenda cogitazione che ora cerco di rielaborare. Riguarda alcuni prezzi. Dopo aver molto parlato di prezzo sorgente (che combinazione) sempre ai soldi sto a pensare. Cos'è successo in definitiva a Terroir Vino che meriti qualche altra discussione? Ho trovato alcuni prezzi sorgente assurdamente alti. Per lo più con una sola giustificazione, che mi ha fatto letteralmente cadere le braccia: "faccio poche bottiglie, le vendo tutte in azienda, il prezzo è questo e ciaopepp".

La sostanza è: come faccio, io che sono anarchicamente, caoticamente favorevole a qualsiasi tipo di manifestazione di prezzo sorgente (compreso il suo collegato disposto, la vendita diretta), come faccio ora a criticare il prezzo sorgente senza sembrare matto? Ci provo lo stesso.
Tanto per cominciare non è semanticamente esatto dire che criticherò il prezzo sorgente. Semmai mi interessa evidenziare the dark side of prezzo sorgente, insomma un elemento contraddittorio. Se qualcuno pensa che la vendita diretta delle aziende, con l'esibizione del prezzo sorgente (che a 'sti punti passa del tutto in secondo piano) apra la via ad acquisti a buon mercato, quel qualcuno farà meglio a ricredersi. O perlomeno a valutare caso per caso.
Ora sarò almeno un po' autoreferenziale, ma credetemi quando dico che tra le cose che sono in grado di fare c'è valutare un vino. E con questo intendo dire che so fornire un parametro di valuta. Quando assaggio, sono spannometricamente in grado di dire "questo vale cinque euri". O quindici, o cinquantacinque - ho reso l'idea.
Non formulo questo valore in base a costi aziendali, ma in base ai prezzi medi reperibili per quel livello qualitativo. Poi diversi elementi accessori (territorio, rarità, costi di esercizio) influiscono profondamente sulla dinamica dei prezzi. Ecco perché, per fare un esempio, un bianco delle Cinqueterre che abbia un livello eccellente (un 84/100) costa dal doppio al triplo di certi pari punteggio veneti. Fin qui dovremmo essere tutti d'accordo. Bene.
Questa dinamica prezzo/valore, dal mio punto di vista, presenta elementi contraddittori a volte non giustificabili. Perché un Gavi (è un altro esempio) di un produttore magari bloggarolo, twitterato, due-punto-zero, venditore diretto, costa in cantina 12 euro, come un Gavi di un oscuro contadino disconnesso, ma reperibile a quel prezzo in enoteca (e di pari punteggio, ovvio)? Dove sta il bug, il baco, il difetto? E' possibile che sia solo questo: il primo produttore (manco fosse un enotecaro qualsiasi) ci vuole guadagnare. Che, com'è noto, è del tutto legittimo. Ma il famoso vantaggio della vendita in azienda dove va a finire? Insomma, occhio ragazzi cari, non è tutto oro quello che luccica.

(E questo, per concludere, è solo uno dei punti deboli del mio peraltro glorioso post sulla libertà del prezzo sorgente. Ce ne sarebbero almeno un altro paio, ma col piffero che i miei colleghi enotecari son stati capaci di scovarli. Al massimo hanno mugugnato di valore aggiunto e di percentuali lecite o illecite di ricarico, perdendosi, come al solito, in un bicchiere d'acqua. Io quei punti deboli li so ma non ve li dico, arrangiatevi).

lunedì, giugno 07, 2010

Caffarri Live

Se non lo filmavo non ci credevate. Ecco Stefano Caffarri performing live alla fine della cena del Vinix Unplugged Unconference. Poi uno dice rockstar.

giovedì, maggio 27, 2010

Sulla vendita diretta delle aziende, il prezzo sorgente, e altre amenità

Il prossimo TerroirVino sarà preceduto dalla Unplugged Unconference, una specie di incontro informale durante il quale molti addetti, appassionati ed enofili a vario titolo terranno un breve speech su temi assortiti. L'anno scorso io avevo annunciato la nascita della creatura intravinica, e quest'anno volevo poltrire in santa pace - attività che mi è consona sopra ogni altra - partecipando solo allo scopo di ascoltare gli altri. Ma un aspetto dell'imminente kermesse genovese, la vendita diretta a prezzo sorgente che alcune aziende performeranno felici durante la fiera, mi tira in mezzo, quindi dirò cosa penso in proposito. E siccome quel che penso non è abbastanza chiaro e noto all'orbe terraqueo, scrivo qui, a titolo di anticipazione e lascito testamentario, il mio punto di vista. Anche perché molti in questi giorni mi chiedono che opinione abbia io delle vendite dirette che attuano le aziende (disintermediando ogni figura che sta in mezzo, me compreso) oppure dello svelamento del prezzo sorgente. Olè, andiamo a incominciare.

Molti miei colleghi si sono rabbuiati del fatto che alcuni produttori venderanno, durante TerroirVino, il loro prodotto al consumatore finale che avrà occasione di visitare la fiera (per non dire del rivelare il prezzo sorgente). Il fatto non mi intristisce per nulla ed anzi, sono del tutto favorevole. Per almeno due ordini di motivi.

Il primo motivo è ideologico, quindi possibilmente il più personale, però tengo ugualmente a dirlo. Io sono per natura contrario alle rendite di posizione che dovrebbero consentire alle categorie commerciali un guadagno basato su una specie di obbligo: o compri da me, o niente. In realtà io cerco, sempre ed ovunque, di disintermediare per quanto mi è possibile. Mentre soffro enormemente quanti, in condizione di monopolio, mi infliggono la gabella della loro inossidabile presenza. Coerentemente a quanto sopra, non posso imporre una condizione di intermediazione ineludibile riferita alla mia persona. E con che faccia? Io credo che tutti dovrebbero vendere qualsiasi cosa a chiunque. Sta al compratore verificare quale sia il venditore più adatto per lui.

Il secondo motivo è di ordine, direi, scientifico. Sun Zu, generale cinese vissuto nel V secolo A.C., autore de "L'arte della guerra", diceva (tra l'altro) "non combattere una battaglia che sai essere persa in partenza". Io credo che noi commercianti dovremmo seriamente riflettere su quali siano le battaglie che possano tenerci impegnati in modo efficace. Il tempo e le energie, che sono beni disponibili in quantità limitata, andrebbero usati in sforzi destinati ad un qualche tipo di successo. Impedire la vendita diretta delle aziende vinicole ai consumatori finali non rientra tra questi: le aziende già lo fanno, e lo faranno sempre di più. Noi commercianti dovremmo semmai sforzarci di essere più bravi, più professionali e più preparati. Fornendo, con questo, il famoso valore aggiunto che costituisce (quello sì) una ragione di esistenza, per noi. Tutto il resto è rendita di posizione, che al tempo di Google e dei social network è puro suicidio. Una battaglia persa in partenza, appunto.

Svelare il prezzo sorgente, poi, è l'elemento che (scusate) mi fa sorridere di più. Io non capisco, onestamente, dove stia il problema. Se non fosse abbastanza chiaro al mondo cosa sia il mio lavoro, lo spiego ora: io faccio il commerciante. Quello che vendo a dieci l'ho pagato cinque, se va bene. Se va male l'ho pagato sette, e a volte va benissimo e càpita di pagarlo quattro. Io non lavoro gratis, io credo di metterci un discreto impegno in quel che faccio, e pensate un po', voglio guadagnarci bene. Il consumatore finale che non comprende questo fatto, che non è d'accordo, che non giustifica il sovrapprezzo, ha pure i suoi buoni motivi. Quel che è certo, è che a me non interessa come cliente. Voi lavorate gratis? Non mi risulta. Non volete pagare l'intermediario? Siete liberi. Io lavoro per tutti gli altri che non hanno il tempo, la voglia e la competenza per disintermediare.

sabato, maggio 22, 2010

Frankly

"Frankly that white wine made in open amphorae is crap by anybody’s honest palate, modern or traditional".
Commento letto qui. Anni e annorum di baruffe furibonde tra modernisti e tradizionalisti, zippati in un commento.

lunedì, maggio 17, 2010

La decadenza della mia città


A ponente di Genova, nel quartiere di Prà (quello famoso nel mondo dei gastro-qualchecosa per il basilico) si possono scorgere panorami così. Questa, per inciso, è un'area che, dopo il riempimento del litorale successivo ai lavori per la costruzione del porto di Voltri, si chiama "fascia di rispetto" (non ridete). Si dice che un'immagine valga più di mille parole, ma due o tre note di spiega ci stavano comunque. Enjoy.

giovedì, aprile 22, 2010

Improvvisamente s'è ristretto il web

Papille Clandestine pubblica la recenza a Baldin, ristorante neostellato del mio quartiere. Conosco Luca Collami (lo chef) da una vita, quasi abbiamo cominciato assieme nel quartiere - e il suo ristorante è a pochi passi dalla mia bottega. Leggere gli accadimenti del mio pianerottolo nella rete interconnessa e sconfinata fa un effetto stranissimo. I ragazzi di Papille Clandestine, per dire, si presentano così: "i Papilli ricevono tutti i lunedì sera tra le 20 e le 21 al campo di calcetto di Genova Palmaro". Il campetto di Palmaro, quello della mia struggente infanzia e delle elementari. Improvvisamente il mio web s'è ristretto.

martedì, aprile 13, 2010

Di ritorno

Si torna dalla Fiera di Verona un po' come il mercante che ha caricato le spezie sui cavalli nel lontano oriente (modestamente). I clientes chiedono: che mi hai portato? Due-tre robine niente male. Ça va sans dire.

1. Il pinot grigio di Armin Kobler; vitigno sfortunato se ce n'è uno, da sempre identificato con la robetta low cost. Questo s'attesta su 81/100, e a bottega costerà 11 euri. La vendetta del pinot grigio (a lungo attesa).
2. Un rosato giuggioloso - arrivasse l'estate - da sangiovese toscano di Monti in Chianti, lo produce Rocca di Montegrossi. 78/100. Ma anche il loro Chianti 2008 è niente male, 81/100, invoca la fiorentina (il taglio di carne, non la squadra) ad ogni sorso. Prezzi: rosato € 10.90, Chianti € 16.00.
3. La sorpresa? Il Barbera d'Asti Sorì 2009 di Villa Giada, un fruttato masticabile con un punteggio imbarazzante, 84/100. Imbarazzante per il prezzo, che a bottega starà sotto gli otto euri.

venerdì, aprile 09, 2010

Scene di lotta di classe


La signora pierre-addetta-vattelapesca con le insegne della fiera prossime al decolté intercetta il wine-bloggarolo fuori dalla sala stampa. Lui è intento a pluggare il cellulare al netbook. "Giornalistaa??" - cinguetta - "da questa parte pregoo".
"No, non sono un giornalista" dice il tipo alle prese con le protesi digitali.
I due si guardano un po' con reciproco sospetto.
"Be', però potrebbe dirmi la passw del wi-fi" azzarda il bloggarolo, credendosi chissacchì.
"Eh??"
"La password del uai-fai" sillaba.
"Non ho idea di che roba sia. Qui è per i giornalisti".
"Buongiorno".
"Buongiorno".

mercoledì, aprile 07, 2010

Chiuso per Vinitaly


Da giovedì a sabato sono alla Fiera di Verona. Il meteo promette cose mai viste, tipo il sole. Torno a bottega martedì prossimo, con novità, ricchi premi e cotillons. Possibili aggiornamenti in corso d'opera, anche.

mercoledì, marzo 31, 2010

Esagera, esagera


Serve dire che siamo in fase "comunicazione aziendale pre-Vinitaly"? No, non serve. Questi, per esempio: mi hanno mezzo convinto. No, davvero, quasiquasi io ci vado. "Fratello maggiore del Barolo". Esagera, esagera, qualcosa resterà.

martedì, marzo 23, 2010

Ma come fai?

Uno dei miei brunellisti di riferimento sugli scudi dopo l'ultimo Benvenuto Brunello: San Lorenzo. A bottega c'è ancora un po' di 2004, notevole.

martedì, marzo 02, 2010

Degli alcolici e dei minorenni


Questa è una storia vera, e mi è successa un bel po' di tempo fa. M'è tornata in mente a forza di leggere di esercenti che vendono alcolici ai minorenni. Per inciso, che bei pirloni.

Un giorno entra in bottega un ragazzino. Piccolo, magrolino, con il solito zaino scolastico sovradimensionato (ci mettono le provviste per sei mesi, parebbe). Avrà sette-otto anni. Apre la porta e mi chiede: lei vende le cassettine di legno? "Cassette di legno? Quali"- faccio io. "Sì, quelle cassettine dove dentro c'è una bottiglia di vino!"
"Sì, certo, le vendo..." non faccio a tempo a finire la frase che ha già chiuso la porta e schizza fuori.
Passa qualche ora. E rieccolo. Si affaccia alla porta e chiede: "lei vende anche le bottiglie di vino da metterci dentro, vero??"
"Be', certo..." - e ripete la scena: soddisfatto della verifica, chiude la porta e corre via.
Passa un giorno. Torna con lo zaino oversize e restando come al solito sulla porta socchiusa chiede: "quanto costa una cassettina vuota?"
"Dipende... cinque, sei euro..." rispondo.
"E una bottiglia di vino quanto costa?"
"Anche qui dipende... diciamo dai sei euro in su"
"Allora va bene! Vorrei comprare una cassetta con una bottiglia di vino, ho quindici euro!" dichiara trionfante. Così realizzo (con un discreto ritardo, devo ammetterlo) che questo soldino di cacio si è infilato nella mia enoteca per comprare del vino. Ovviamente gli spiego che non è possibile: "no, mi dispiace, tu non puoi comprare del vino. Sei troppo piccolo. Il tuo papà o la tua mamma possono, ma tu no, è la legge". A questo punto sul suo volto si dipingono una serie di espressioni indimenticabili: prima la sorpresa, poi il disappunto. Poi tristezza, orrore, angoscia, tragedia. Ho la netta impressione d'aver combinato qualcosa di grave, ma non so ancora cosa. Lui resta senza parole lì a guardarmi, in quel modo, per pochi secondi, poi sparisce in silenzio.

Pochi giorni dopo entra una signora. E' la mamma del bambino - mi spiega lei. E soprattutto mi spiega il mistero: suo figlio si era messo in testa di fare un regalo al suo papà. Così, per conto suo, senza che nessuno gli avesse suggerito cosa, s'era inventato questo regalo per suo padre: una bottiglia di vino in una bella scatola di legno. E quando il suo sogno s'era infranto miseramente sul mio diniego era corso in lacrime dalla mamma, disperato perché non poteva fare il regalo che aveva sognato.
Ecco, prima lo sospettavo, e a quel punto ne ero certo, mi ero giocato per sempre un (futuro) cliente. E, com'è giusto, non avevo scelta. Credo che quello sguardo non lo dimenticherò mai. Così come non dimenticherò quando è successo tutto questo: era il 19 marzo scorso, festa del papà.

mercoledì, febbraio 24, 2010

Ecco un'altra che non andrà a Sanremo

Se arriverò all'età di 88 anni, sarò così vecchio per sentirmi autorizzato a fumare marijuana. Non sono (ancora del tutto) impazzito, sto solo riflettendo su questo articolo - non privo di risvolti alquanto comici. In sostanza: negli Stati Uniti si sta diffondendo l'uso di droghe tra gli anziani, come cura (valida, parrebbe) contro dolori, nausea, insonnia. A questi arzilli vecchietti che si fanno e strafanno sembra difficile fare raccomandazioni. Che gli dici, che drogarsi accorcia la vita?
Intanto la notizia viene data così: "In her 88 years, Florence Siegel has learned how to relax: A glass of red wine. A crisp copy of The New York Times, if she can wrest it from her husband. Some classical music, preferably Bach. And every night like clockwork, she lifts a pipe to her lips and smokes marijuana". Be', fortuna che ci han messo Bach e il New York Times, altrimenti l'associazione col glass of red wine sarebbe stata ben triste.
Nel sito troverete l'inevitabile poll: "Should American Seniors Be Allowed To Use Marijuana?" - il risultato, dopo il mio voto, era niente male.

venerdì, febbraio 12, 2010

A che punto è la notte (si vabbe' titolo tragico ma mi piace)


I miei venticinque (milioni di) lettori si saranno accorti che non aggiorno gran che il blogghe. Ci sono alcuni ordini di motivi, ed ora ne fornirò almeno un paio, per soddisfare la vostra sete di conoscenza (non ci dormivate la notte, eh?).
Orbene, il primo motivo è certamente il più imbarazzante, perché ha a che fare con l'attitudine del blogger a scrivere cose dotate di significanza. Questa attitudine si disvela e si sviluppa in presenza di un elemento: l'ispirazione. Mi manca l'ispirazione - e ve l'avevo detto che è una scusa imbarazzante. Sarà che uno, a forza di tirarsela da creativo, finisce che ci crede pure.

Questo si collega ad un altro punto della condizione umana tipica del bloggarolo. Si parla sempre di crisi, c'è la crisi, la crisi ci opprime, le vendite sono in crisi, insomma si declina il termine crisi in tutti i modi possibili. Il fatto è che il termine non serve più, secondo me, a descrivere questa fase che boh, potremmo definire "storica", "congiunturale", fate voi. E' una fase che sta durando da (diciamo) la fine del 2007, ed ormai il termine "crisi" non ha più gran che senso per identificare una situazione che doveva essere passeggera ed è invece permanente. Come la vogliamo chiamare questa cosa, questo magma di nulla nel quale molti di noi sono immersi?
Il mio lavoro si è modificato nel corso degli ultimi anni. Come ho spiegato a qualche amico, si è trasformato da professione ad hobby. Insomma, avete presente quelli che dicono la frasetta scema "ho trasformato il mio hobby in una professione"? Ecco, io sono riuscito a fare l'opposto. Il mio lavoro ha una dimensione amatoriale, sono diventato un amateur tra gli enotecari. Quando le dimensioni fisiche del business diventano quelle attuali, è il caso di smettere di chiamare tutta questa cosa un business, e riconoscerla per quello che è: un passatempo. Tra le conseguenze che questo comporta, c'è la mia condizione attuale in termini di umore e morale: un sovrumano scazzo. Capisco che il termine sia alquanto irrituale, e giuro che ho provato a cercarne un altro, ma non riesco a descrivermi meglio di così. Scazzo all'ennesima potenza. Scazzo Cube. Roba che potrei usarlo come nickname o password.

Naturalmente ogni imprenditore che sia degno di questo nome dovrebbe esaminare con cura gli elementi che contribuiscono al declino. Ora, io non ho peggiorato il mio skill nel corso degli anni. Semmai (scusate l'immodestia) son diventato un po' più bravo. Il mercato invece attraversa le grane che vediamo tutti. Per esempio, tutti i commercianti che conosco hanno ridotto notevolmente le scorte a magazzino - io pure. Vedo negozi che hanno chiaramente gli scaffali sguarniti; lo notate pure voi? Stamattina, alle nove e venti, il bar che mi ha servito il caffè aveva emesso lo scontrino numero ventidue (e non è un evasore); è una media da suicidio, secondo me. Poi ovviamente aumentano le serrande abbassate per sempre con la scritta "affittasi", "vendesi". Nel mese di dicembre appena trascorso gli operai dei cantieri navali a poche centinaia di metri da qui, in tre giorni diversi, hanno bloccato il traffico. In quei giorni il quartiere era praticamente isolato dal mondo, c'era quel clima un po' irreale da austerity anni '70 quando non circolava manco un motorino; ovviamente in quei tre giorni gli incassi ne hanno risentito. Io credo che siano segnali. Non passa giorno che non veda agitazioni sindacali o lavoratori in strada. Quei signori sarebbero i miei clienti; in un mercato del lavoro che umilia il loro potere d'acquisto a livelli intollerabili, è chiaro che il lavoro del bottegaio diventa sempre più superfluo. Insomma, "non ci sono soldi" per dirla in modo semplice.
Oggi lavoro per un numero omeopatico di clienti, ai quali va tutto il mio amore. Siamo al di là dell'artigianato, siamo al fan club.

E c'è lo spettacolo che stanno offrendo molti fornitori, coi loro dir. comm. nervosi in un modo preoccupante. Con il valzer frenetico dei cambi di agente. Cambiano i venditori con la velocità del lampo, ottenendo l'effetto un po' surreale per cui l'agente Tizio, ritenuto inidoneo dall'azienda Tale, viene assunto al volo dall'azienda Tal'altra che ha appena scaricato l'agente Caio (che indovinate cosa corre a vendere: i vini di Tale. E via così). Poi circolano listini da analisi oculistica. Nel senso che, quando li scorri, pensi "non ci vedo bene" perché ci sono sconti assurdi oppure perché effettuano invii di quantitativi ridicoli (una cassa). E comunque noi siamo così alla frutta che non compriamo lo stesso.

Va bene, penso di aver fornito un'idea di minima della "cosa" nella quale fluttuo. E comunque non avevo certo l'intenzione di riassumere, descrivere, e tantomeno spiegare gli eventi socio-tecno-psico qualchecosa che abbiamo attorno. L'impressione (tanto per cambiare) è che stiamo navigando a vista, senza mappa e soprattutto marinati in un'informazione quasi totalmente fatta di menzogne. Capisci poi perché uno ha lo scazzo?

[L'immagine quasi rassicurante è di Gapingvoid.com]

venerdì, gennaio 15, 2010

Zzo serve 'sta roba?


Prima o poi dovrò capire a che serve il disclaimer sull'età che troviamo nei siti che parlano di alcolici. Sarà una legge americana. Sarà salutismo, sarà il perbenismo, qualcosa sarà pure, ma è certo che non funziona. Oggi entrando in truerum.com ho inserito (come faccio alle solite) una data a caso, ma questa volta ho messo apposta il 1995, tanto per vedere se mi assestava un calcio nel didietro. E infatti ecco il popup:
Ci spiace che non hai l'età giusta per entrare in Truerum, torna tra qualche anno
pure ottimista, insomma (ma certo, contaci). Così ho inserito 1905 - e non ho nemmeno immesso la nazione che seleziono di solito, lo Swaziland - e vualà, senza nemmeno un controllo dell'IP, senza troppo smanettare, sono entrato. E allora, a che serve 'sta roba?

giovedì, dicembre 31, 2009

Liveblogging

Ore 19.15, ancora a bottega. Mi godo gli ultimi clienti ritardatari, i più sperduti, i più bisognosi di un enotecaro comprensivo. Alcuni non sanno bene cosa desiderano: "vorrei..." - ed io: "uno spumante?". "Sì!!".
Pure indovino.
Be', auguri.

sabato, dicembre 19, 2009

Due assaggi due

E adesso nevica pure. Come se non bastasse il tracollo dell'economia occidentale - che è la vera cosa memorabile di questa fine decennio - ci si mette pure la neve a tenere i clientes alla larga. Non è un buon motivo per darsi all'alcol (non esiste un buon motivo) ma in questo caso certamente aiuta.

Cominciamo dalla bollicina rosé del momento, in enoteca: Voirin-Jumel. Ecco uno Champagne rosé come non te lo aspetti. Non è per niente fighetto, scordatevi i toni olfattivi da ribes; qua pare che il pinot noir addizionato per generare questo bizzarro cromatismo da ginger tiri fuori nuance aromatiche baldanzose, spiazzanti, cripto-minerali. In apertura sembra riottoso poi concede effluvi di carne, macelleria (!). Spiazzante, sorprendente, pure un bel po' difficile. Sicuramente non ecumenico (pazienza, non si può piacere a tutti). In bocca continua con qualche durezza, probabilmente un po' di affinamento in vetro lo renderà più cauto e conciliante. Per ora esagera e percuote la papilla senza ritegno. Vogliamo trovarci un difetto? La lunghezza; non si allunga. Però, però, quel naso così irrituale! Lo perdono per quello. 79/100.

E ieri sera, ho riaperto il Rosso di Montalcino 2007 di San Lorenzo. Oh, ma quanto è buono questo Rosso? E' perfino difficile descriverlo, perché ti escono parolacce tipo "vibrante", "profondo", "setoso" - insomma tutto quel vocabolario da assaggiatore serio che non basta a rendere onore a questo sangiovese ilcinese. Poi i Rosso di Montalcino nel mio cuore enofilo stanno sostituendo i Chianti - e ti credo, almeno lì a Montalcino il sangiovese non s'immischia coi cabernet (quasi mai, via). E i Chianti, invece... mah. Ma non è di questo che volevo parlare. Dicevo, il Rosso di San Lorenzo: è perfino meno rustico/bizzoso di come lo ricordavo, ha aggiustato i tannini ed ora sembra un campione di equilibrio e armonia. Sarà la fase evolutiva, immagino. E poi questa cioccolatosità discreta, spalmata e lunga. Bella storia. Per me, un 85/100. Ebbene sì.

domenica, dicembre 13, 2009

Il menù oggi prevede: Chianti farlocco


Non vorrei dire "noi l'avevamo detto" ma - indovina? - noi l'avevamo detto. E dico "noi" perché eravamo un bel numero. Ora che va in scena l'ennesimo tarocco sul Chianti, nessuno è sorpreso. E' tutto molto triste.

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mercoledì, dicembre 09, 2009

Brivido francese


E oggi abbiamo questa coppia di clienti, eleganti e proprio belli. Ma soprattutto abbiamo la signora, che parlando con lui rivela inequivocabilmente la sua origine: è francese. L'accento, il modo in cui arrota la erre, non c'è dubbio, la provenienza è quella. Il brivido arriva quando ti chiedono uno Champagne. Ecco, vendere Champagne ad un francese, l'enotecaro è già nel marasma. Oltretutto sono il genere di clienti poco loquaci, accennano ad un loro amico a cui piacciono le bollicine rosate, e così vorrebbero acquistare un rosé. Ma sono vaghi e quasi reticenti. I clienti più difficili, quelli che non parlano. Infatti l'enotecaro si figura d'avere in bottega un master of wine, perché comunque io ho una specie di pregiudizio favorevole sui francesi, me li figuro enofili al cubo. Insomma, timore reverenziale.
Attacco a descrivere le maison con le quali lavoro cercando disperatamente di non sbagliare gli accenti: maison, récoltant, cuvée, grand cru. Io che il francese non lo afferro. Speriamo bene.
Finalmente parla lui, e arriva il soccorso: ricorda a lei come si chiama quella bollicina rosata che piace tanto all'amico: Mateus.
Improvvisamente il cielo si rischiara, e la salivazione si normalizza. Ce la posso fare.

domenica, dicembre 06, 2009

Rende l'idea


Il "percorso umano" salta gli anni intorno ai quaranta. Non serve dire cosa beviamo, lì.

mercoledì, dicembre 02, 2009

Ewine Secure Pack: funziona

La foto che vedete ritrae alcuni lavori in corso in enoteca stamattina: sto preparando una spedizione per un cliente. Da qualche giorno adopero gli imballi EWSP, che hanno mandato in pensione i vecchi pacconi di polistirolo. Bene, dopo qualche giorno di prova, siam pronti per la recenza alternativa (non la solita etichetta, oggi recensisco pacchi): questo sistema di imballo mi pare notevolmente efficace.
Innanzitutto: pochissimo ingombro. Gli imballi, piegati prima dell'uso, sono assai più razionali del polistirolo che, per una pari capacità, richiederebbe un hangar. Invece 250 imballi da tre, richiusi, occupano un'area pari a quella di un bancale. Quindi, molto razionale. Gli imballi sono facili da montare, soprattutto i due elementi interni che costituiscono l'invenzione vera e propria si incastrano veloci, bastano un paio di tentativi e la pratica arriva immediatamente.
Il cartone è di buona qualità, solido, perfino un po' pesante, trasmette una sensazione di forza e affidabilità. Benché molto rigido non ha parti taglienti (tagliarsi con gli imballi è un classico natalizio), e reca in esterno la scritta "vetro, fragile" (evviva, ci voleva tanto?). Il cartone esterno è comunque liscio, e questo facilita la presa del nastro da pacchi e delle buste adesive in cui inserire i documenti di trasporto; un cartone troppo poroso favorisce il distacco degli elementi adesivi.
Ed infine, la parte più importante: le bottiglie, con questo sistema, non si rompono. Ho già svariate consegne in corso, e zero problemi. Un po' presto per trarre bilanci, ma il sistema funziona davvero. Ho venduto alcuni pezzi di imballo ad un collega (ebbene sì, faccio pure questo genere di servizi) ad un prezzo di 2,50 euri a scatola (più IVA) e questo m'ha spiegato che costano pure poco, rispetto a simili in vendita alle Poste. Evvai. Si apre un nuovo business, le scatole vuote: zero seccature con l'etilometro, finalmente.

venerdì, novembre 27, 2009

Se non sei su Google non esisti (credo)


Allora, siamo in fase d'assaggio Champagne. S'avvicina quel periodo dell'anno nel quale sembra lecito bere Champagne - che roba, dovrebbe essere sempre quel periodo dell'anno. Insomma qui c'è un bel traffico di pre-beta-campionature. Giorni fa un big distributore (in sostanza Heineken, in sostanza Partesa) mi annuncia garrulo che pure lui ha uno Champ da farmi assaggiare. Evvai.
Epperò (c'è sempre un epperò) cerco su gùgol il nome della maison, e ciccia. Non c'è un piffero. Nada di niente, manco un assaggio, nemmeno una homepage. Che mi trafigge il pensiero tecnogeek-duepuntozero: ma se questi non stanno su Google, esistono davvero? O saranno una maison messa assieme con un bel nome di fantasia, etichettando una cuvée di cantina cooperativa? E infatti il prezzo è stracciato - o meglio, come direbbe un venditore serio: "adotta una politica commerciale aggressiva". Insomma, come al solito senza fare nomi, Louis Constant Champagne non l'ho ancora assaggiato, ma aspetto fremente. Chi sa parli (o taccia per sempre).

Aggiornamento del 15 Dicembre: finalmente assaggiato. Appena aperto poco esuberante al naso, ma con una spuma notevole. In bocca ha un dosaggio zuccherino un bel po' largo, e questa piccola morbidezza è la marcia in più, lo rende giuggioloso. Corto ma ludico. Secondo me, un buon acquisto.

mercoledì, novembre 18, 2009

Spammer sì, ma ecologista


Tra le tante raccomandazioni demenziali lette in calce alle mail di spam, questa mi mancava: "non stamparmi, a meno che non sia proprio necessario" (ma quando mai). Immagino che sia una cosa ecologica.

martedì, novembre 10, 2009

Bel post

Bel post, come usa dire tra bloggaroli, di Francesco Arrigoni. Parlando della Fiera di Merano, infila uno dei miei concetti preferiti:
"I produttori quando parlano del loro vino si adoperano per spiegarti quanto è diverso dagli altri, quali sono gli aspetti distintivi, i caratteri. Qualcosa che lo rende più riconoscibile. Ma puntare sulla diversità, se vogliamo ben vedere, non premia i vini in assoluto i vini più buoni, ma i vini più originali. Un po’ come lo strabismo di Venere che fa premio sulla bellezza in assoluto".
Vero è che il carattere conta, per me, ormai parecchio di più della perfezione. Si parla di vino, ma come al solito ci potremmo riferire pure ad altri ambiti.

venerdì, novembre 06, 2009

Times online, mica cotiche

L'annata del secolo a Bordeaux. Bah. Anche il Times Online è scettico, e pure caustico: "il clima eccezionale ha prodotto uva così buona che i cani diventano vegetariani, per mangiarla".

sabato, settembre 19, 2009

Domande seriamente esistenziali

Io devo capire perché la sciura col SUV Mercedes mi chiede preoccupata come mai il vermentino è aumentato di un euro rispetto all'ultima volta che l'ha preso (un anno fa). E il ragazzetto con lo scooter paga due Dom Ruinart senza batter ciglio (e ringrazia pure). Mah.

sabato, settembre 12, 2009

Atti giudiziari

E' sera. Dopo defatigante giornata a comunicare il vino, rientri a casa e nella cassetta delle lettere trovi una busta verde. "Consegna atti giudiziari". E che cavolo, pensi. Tra la posta c'è pure un altro biglietto con su scritto "lasciato avviso di consegna atti giudiziari nella posta" - che significa: il postino ti ha lasciato l'avviso di ritiro nella busta verde, e l'avviso della busta verde. Non chiedere perché, dev'esserci sicuramente un buon motivo. Fatto sta che hai dieci giorni di tempo per andare all'ufficio postale a ritirare l'atto giudiziario. Dieci giorni? E se ero in ferie? E se fossi uno che fa le ferie intelligenti a settembre? Fortuna che non sono intelligente.

Quindi stamattina sei alla posta in coda, tra i vecchietti, a ritirare il plico. C'è la linea gialla per star lontani, sai, la praivasi.
Arriva il tuo turno.
Cribbio, era ora, mo' vediamo chi mi vuole morto, che diavolo sarà.
L'impegata mi guarda male, ovvio, se uno ritira atti giudiziari ci sarà un motivo.
L'atto non si trova.

Impiegata (urla con tutto il fiato che ha nei polmoni verso una collega): "Ioleeeee??? DOVE SONO GLI ATTI GIUDIZIARIII?"
Addio praivasi. Un vecchietto osserva un suo simile con un'occhiata tipo "te l'avevo detto che quello lì mi pare uno poco raccomandabile".

Finalmente si trova il plico. Gigantesca busta verde formato A4 contenente una decina di fogli.
E sai cosa c'è dentro? Conteggi di tasse di successione. Ecco. Atti giudiziari.

sabato, settembre 05, 2009

C'è grossa crisi (nella comunicazione dei listini)


C'è questo produttore che mi invia il primo mail scritto in capslock. Tutto maiuscolo. Ora, avete presente i mail scritti tutti in lettere maiuscole, tipo nigerian scam; non sto a fare la maestrina e non rispondo, a che serve, mica è il 1997 questo, la regola non andrebbe nemmeno spiegata.
Poi rimanda lo stesso mail, questa volta scritto normale. Be', gli rispondo: mi interessa, mandami il materiale aziendale e i listini, dai, ci sto.
E quello manda la brochure e l'elenco dei prodotti per posta ordinaria. Ma perché? Hai il pulsante "allega file" rotto? Bah.
E indovina adesso che c'è: apro la busta con il listino delle referenze, e non ci sono i prezzi.
Che faccio, glielo dico?

venerdì, settembre 04, 2009

Amici degli amici (nel senso buono, eh)


Leggo con piacere che un amico descrive - bene - i vini di un altro amico. Precisamente, Michele Marziani parla, qui, di Cascina Garitina, il mio barberista d'Asti di riferimento.

[La foto è di Marco Salzotto]

Qualche lavoretto grafico

Giusto per togliere un po' di polvere, si ritorna al lavoro limando il layout. Come dicono quelli seri.

sabato, agosto 15, 2009

La mia bottiglia di Ferragosto


La mia bottiglia di Ferragosto è il Fosarin 2004 di Ronco dei Tassi. E' un'etichetta con un bella storia, vino dell'anno 2005 per il Gambero, tre bicchieri, prezzo piccolo quindi molto discusso. Ho tenuto qualche bottiglia per me, per riassaggiarlo. La domanda classica, per vini così, è: come reggerà al tempo? E' davvero questo gran vino?

Bene, a cinque anni dalla vendemmia, avevo voglia di verificare cosa è diventato questo mitico Fosarin 2004. Diciamo subito: abbastanza bene. Non momumentale, certo, ma interessante. Il naso è offuscato, forse appesantito, da note legnose-tropicali, sul genere vaniglia e ananas. Si apre con qualche lentezza, e fatica a scrollarsi via quel timbro butirroso. Durante l'assaggio il giudizio oscilla continuamente: a momenti mi pare banale, ma scavando escono sensazioni più sotterrate e complesse - lontane dall'ossidativo, sia chiaro; comunque mostra un naso all'inizio controverso. Le erbe aromatiche sul genere della salvia arrivano dopo un bel po' (ma ha avuto momenti in cui sparava il ginger), e risollevano le sorti. La bocca purtroppo segna il lievissimo amarore da fine corsa, cioè denota una maturità compiuta, che non dovrebbe consentire ulteriori evoluzioni. Questo gli fa mancare punteggi più seri, e lo attesta su 87-88/100. Dalla sua resta un curioso appeal invitante, induce ad essere ribevuto, perché svela ad ogni sorso qualche nuance inedita.

lunedì, luglio 27, 2009

Avverto una vibrazione nella Forza

Dice: "nel web si parla anche tanto, forse troppo, a vanvera e poche volte senza entrare nel cuore delle questioni miliari legate al vino". Questa è un'opinione, che io rispetto. Forse sono io che ho il gusto del paradosso, ma trovo molto ironico che questa opinione si trovi esattamente nel web.

Poi accade che oggi cercassi info su Rossese Style, una degustazione alla quale ho partecipato. E ho trovato questo:



Tanto per la cronaca: non sono quella cosa lì.

venerdì, luglio 10, 2009

Questo è il miglior post che io abbia mai scritto


Il miglior post che io abbia mai scritto, nella mia lunga carriera di bloggarolo, non sta qui su Diario enotecario, ma alloggia sui server di Intravino, ed è questo. Ora, io posso cercare molti modi per definire il senso di quanto sta scritto in quel post, ma gira e rigira non riesco a trovarne uno migliore: quel post è una gigantesca cazzata. E' una delle peggiori cazzate che si possano fare, cioè mettersi a correggere qualcun altro, e scoprire che il qualcun altro aveva ragione, e tu invece torto: come vedete, mueller thurgau è perfettamente corretto.

Quel post è la quintessenza, è il più puro, cristallino distillato delle dinamiche virtuose riferite alle conversazioni in rete. E' la prova provata che scrivere idiozie su internet non ti concede scampo, se chi commenta liberamente può intervenire a ristabilire la verità; perché, com'è ovvio, la parte seria del post, in questo caso, sta solo nei commenti. L'errore contenuto nel post ha avuto un correttore eccezionale, Fabio Rizzari de L'espresso (a proposito: grazie, Fabio) che ha precisato, tra l'altro: "l’uso dei digrammi ae, oe, ue in luogo di ä, ë, ü, è considerato da sempre accettabile". Anche Andrea, con le sue parentele tedesche, ha le sue buone ragioni: "la mia metà di famiglia germanica conferma che MUELLER è dizione corretta come sempre quando non è tipograficamente possibile mettere l’umlaut - ma fiorenzo non si consulta con i germanisti in redazione…"

Il commento di gran lunga più interessante però è quello di Vuggì, che (a parte qualche risentimento personale) focalizza il punto più importante: "quale sarebbe il proposito nel fare i maestrini dalla penna rossa? Trovare un giorno un lavoro vero e candidarsi per lavorare all’ANSA ? Torna a stupà i butiglun da quel bun. Và là".

Tutto vero. Questo commento serve a ricordare, a me e chiunque altro, che scrivere in rete non fornisce alcun privilegio, se non qualche minima credibilità smontabile in qualunque momento, non appena chi legge è in grado di dimostrare che sei in errore. Nello specifico, mi rammenta la mia essenza di bottegaio, cioè uno che nella sostanza compra e vende vino, con l'unico orgoglio che deriva dall'essere una delle tante rotelle di questo ingranaggio. E' il mio lavoro vero, e quel commento mi ricorda cosa sono. Considerando cosa ho scritto nel post precedente a questo che state leggendo, è un bel passo avanti.

Scrivere su un blog o da qualsiasi altra parte deve essere un costante esercizio di umiltà. Ogni volta che penso d'aver fatto chissacché, vado a prendere il mocio Vileda e lavo il pavimento, per tornare sulla terra. Pure ora, alla fine di questo post.

martedì, giugno 23, 2009

Nuove cose

La creatura-Intravino è al secondo giorno di vita; quando un neonato è così piccolo lo guardi e lo riguardi, cercando d'afferrare se va tutto bene; in realtà ci vuole tempo per capirlo, ma intanto, eccolo qua: attenzione ad ogni singolo vagìto, e cambiare i pannolini con cura ed amore.
Diario enotecario, invece, s'avvia al quinto anno di vita. Quando ho cominciato a trafficare col team Dissapore, ho pensato che avrei chiuso questo blogghe; ma il pensiero è durato poco; son troppo sentimentale, ed un blog corporate per la mia bottega, capirete, serve sempre. Come dico spesso, a volte guardo la mia carta d'identità per ricordarmi cosa sono: c'è scritto commerciante, ma, ora più che mai, è solo una parte di ciò che faccio, e di quel che sono.

giovedì, giugno 18, 2009

Ma chi ti scrive i testi


Appena arriva il primo caldo, che tu sia enotecaro o wine-bloggarolo, non c'è scampo, scivoli sulla celebrazione banale intitolata ad una qualche birra. La notizia è: ho un momento banale. Iersera vinto dalla calura mi sono premiato con l'Erika di Baladin, che tra gli ingredienti ostenta, pensa tu, il miele d'erica Thun. La presenza del miele potrebbe far pensare ad una birra che viri sul dolce, ed invece la nota mielosa è molto composta, per nulla prevalente, e contribuisce semmai a levigare l'amaro conferendo complessità, direi addirittura grandezza; il naso restituisce elementi affumicati e tamarindo. Una birrona gloriosa, difficilmente dimenticabile. 85/100 in punteggio, per euri 12,50 (bottiglia da 75 cl).

Due paroline sul sito di Baladin; la bellezza di una homepage finisce sempre per essere soggettiva, quindi il fatto che io lo trovi di una certa bruttezza è relativo; purtroppo Baladin.it è una discreta sòla pure sul piano dell'informazione: accedendo alla pagina che illustra la birra da me provata si ottengono info alquanto visionarie: "collaborando con la Natura l'Augusto chiama accanto a sé miele e melata, le api e gli afidi: una vera sinergia da sballo!" - insomma, qualunque roba sia, passatela.

[Volendo poi fare il rompi, nell'url, http://www.baladin.it/birra/beer-slowfood-italy-bottle-erika.html, e' di qualche significanza la parola "slowfood". Vuoi forse dirmi qualcosa?]

mercoledì, giugno 10, 2009

Qualche tipo di lavori in corso


Una delle migliori rassegne del settore enoico è Terroir Vino: l'edizione 2009 va in scena il prossimo lunedì a Genova, Palazzo Ducale (fatevi un appunto) con ingresso dalle 11 per gli operatori, e dalle 15 per il pubblico. Durante la giornata di domenica i più geek, ed io tra questi, saranno impegnati nell'inedita un-conference (una roba a metà tra una conferenza ed un incontro tra amici) alla quale sono iscritto, con un intervento intitolato "elementi confusi di comunicazione". Ci si vede lì, non troppo confusamente, spero. L'occasione sarà propizia per parlare dei nuovi, mirabolanti progetti del team Dissapore.

mercoledì, maggio 27, 2009

Io, e quell'altro


Allora, succede che la mia enoteca si chiami La Botte Piena. Erano i primi anni novanta, ed io ero ancor più faceto di adesso, che non è poco. Poi avevamo le botti, vendevamo vino sfuso, ed avevo probabilmente il perverso scopo di finire nella rubrica botteghe oscure di Cuore.
Succede, poi, che da queste parti tutti stanno aprendo enoteche, sembra che non abbiano di meglio da fare; ma perché non aprite una fonderia, piuttosto.
E succede, infine, che una enoteca da poco avviata a Voltri (quartiere genovese a pochi chilometri da me) abbia scelto di chiamarsi, in dialetto locale, A Botte Pinn-a 2. Arrivato al terzo cliente che m'ha chiesto se avessi aperto un altro punto vendita, mi sono francamente seccato. Il nome del'enoteca-clone non è esattamente identico, ma quel numero "due" che segue l'intestazione è ambiguo. Possibile che esista una "Botte Pinn-a 1", oppure è possibile che sia una precisazione in qualche modo evocativa: di me stesso. Quasi quasi ci sarebbe di che vantarsi.
Ebbene, adoperiamo il blogghe per la comunicazione ufficiale: quello non sono io. La mia azienda fu, era, è, sempre sarà una one-man-band.

Quanto al collega privo di fantasia, mi domando come procedere. Possibili vie:
1. Gli faccio causa per dieci milioni di euri (poi divido con voi, prometto).
2. Lascio perdere, e ciao.
Che fare?

domenica, maggio 24, 2009

C'è un Abisso


Piccoli geni del marketing crescono: scordatevi quel giuggiolone di Farinetti, noi abbiamo Bisson, che affonda 6500 bottiglie di spumante al largo di Portofino per affinare meglio; il vino, manco a dirlo, si chiamerà Abissi. Non so in quale misura la geniale trovata influenzerà la presa di spuma del metodo classico - quel che è certo, è che la stampa si è tuffata (ahem) sulla notizia.

[Bonus link autoreferenziale: alle solite, non si inventa mai nulla].

giovedì, maggio 21, 2009

Flettere i muscoli


E allora diciamolo: flettere i muscoli è in ribasso. Enoicamente parlando, perlomeno.
Tra le cosine raccolte nel mio tour in Valtellina ho una specie di innamoramento (oggi, ché volubile come solo domani cambio amore) per il Rosso 2006 di Ar.Pe.Pe. Il colore di questo nebbiolo valtellinese è pallidino, scolorito, quasi quasi ti verrebbe voglia di comprargli un rotomaceratore, al cantiniere. Il naso è peposo, con spezie mixate al frutto non esorbitante. Bocca perfettamente equilibrata, cioè con un ingresso pieno ma senza esagerare, all'insegna dell'armonia; veramente una delizia, perché sotto sotto cova carattere e personalità, ma senza esibizionismi, appunto. Noterella: gran parte di questo 2006 è destinato all'estero, quindi, chi lo trova si affretti a comprarlo. Quanto a me, non posso rubricare questa degu sotto i prelievi di scaffale perché ne ho pochissimo, nemmeno inserito a listino. Ad occhio e croce, verrà destinato tutto ad autoconsumo.

venerdì, maggio 15, 2009

Nel culto della bugìa

Aranciata senza arance. Ma anche "formaggio prodotto utilizzando cagliate, polveri o caseinati al posto del latte e il vino senza uva, realizzato dalla fermentazione di frutta, dai lamponi al ribes". E cioccolato senza cacao, vino rosato ottenuto da miscela di bianco e rosso; se la guerra all'aranciata fasulla sembra vinta, resta la pesante impressione che le modifiche apportate, ex lege, a quel che ingoiamo, servono a legalizzare la bugìa. Nell'articolo si legge, pure, che "l'abbassamento della qualità dell'alimentazione è diventato un pericolo reale che colpisce soprattutto le classi economicamente più deboli, costrette a risparmiare sul cibo e per le quali la spesa incide sempre più sul budget familiare". Quest'osservazione, interessante, è da collegare ad altre forme di progressiva compressione dei nostri standard; non è casuale incrociare questa con altre notizie: "protesta delle mamme: beffate sulla scelta del tempo pieno"; comincia ad essere chiaro che le storie sul mantenimento degli standard relativi alla scuola, dopo il decreto Gelmini, erano appunto storie. Oppure questa: "crolla il Pil in Italia: -5,9%". La distanza dal primo argomento è solo apparente; in realtà stiamo finendo dritti in un disastroso restringimento dei livelli minimi garantiti, e sembra che pure il cibo debba seguire le sorti, direi finanziarie, di questo declino. Su tutto, poi, prevale la menzogna degli annunci per i quali nulla cambierà, le cose verranno mantenute, eccetera. Storie, appunto.

martedì, maggio 12, 2009

Sommelier con problemi di diottrie


Qualche tempo fa Andrea ha segnalato un interessante articolo del Times Online, sull'uso del sommelier. Inteso proprio come "istruzioni per l'uso", rivolto a quanti si ritrovano davanti la ieratica figura del suggeritore di vini, magari al ristorante, e non vogliono sentirsi schiacciati dalla sua esorbitante conoscenza. Esistono problemi peggiori, potremmo dire, ma qua si parla di vino, appunto. La lunga lettura nella lingua di Albione viene opportunamente riassunta, nel blog di Burde, con i quattro punti finali: cose da fare, e da non fare; si deve:
  • informare immediatamente il sommelier del budget che avete deciso per il vino
  • Ricordare che non è solo il prezzo che fa la qualità di un vino ma spesso anche la reputazione e la relativa scarsità di una etichetta per cui spesso sono migliori affari vini che costano meno ma che offrono la stessa soddisfazione a tavola.
E poi, non si deve:
  • accettare un 2005 al posto di un 2006: controllate l’annata che vi viene effettivamente portata e insistete nell’avere esattamente quella che avete indicato perchè spesso una stessa etichetta ha grande variabilità in qualità di anno in anno e anche di prezzo, cosa che spesso non è riportata chiaramente in carta.
  • Rifiutare un vino solo perchè ha un tappo a vite, vi perdete un sacco di occasioni di assaggio di buonissimi vini.
Apparentemente, un insieme di consigli sottoscrivibili. Tanto più interessanti in quanto segnalati da un Sommelier professionista.

Tuttavia devo essermi sbagliato: tornando a rileggere il post, ho notato una serie di commenti assai seccati di altri sommelier, che, inviperiti, commentavano cose tipo: "quando un cliente si presenta e dice al sommelier qual’è il suo budget per il vino mi viene da pensare: o non ha guardato la carta oppure ritiene il sommelier un ladrone" e ancora "lo stesso vale anche per il punto due delle cose da non fare perchè significa che io potrei essere li pronto a rifilare al cliente una bufala, e anche questo lede profondamente il mio modo di pensare e di lavorare". Ma dai? Come se la carta dei vini fosse esibita sempre, ovunque. Come se polemiche di questo tipo non fossero sorte mai.

Insomma, classico esempio di comunicazione non pervenuta: eppure, tutto mi pareva assai chiaro: possibile che qualche sommelier abbia problemi di diottrie? Soprattutto: la lunga lettura del Times (cliccare i link aiuta molto a comprendere) avrebbe consentito di esprimere commenti un po' meno acidi, e, spiace dirlo, assai coda-di-paglia. Da addetto ai lavori, e da frequentatore di sommelier, so benissimo che le quattro, semplici regolette elencate da Andrea non sono, propriamente, legge incisa nella pietra: io ho trovato quel richiamo assolutamente opportuno. O forse la funzione del sommelier è talmente sacrale da non sopportare alcun genere di appunto? Tra l'altro, nessun commentatore del Times Online ha rilevato questa grave, lacerante offesa alla dignità del sommellier.

Propendo per qualche difetto di visualizzazione. Del resto, un commentatore chiosa: "non ho ben capito se tu andrea gori sei o no un sommelier". Ecco, appunto, capire meglio aiuterebbe (il commentatore).

[Piccola postfazione: ovviamente mi fa velo la mia amicizia con Andrea; anzi, colpevolmente, ho rimandato di segnalare che a Firenze da qualche tempo esiste un fighettodromo assolutamente imperdibile, l'Osteria Tornabuoni, in cui il prode Andrea è schierato, pensa un po', in quanto Sommelier. Qui una mirabolante galleria fotografica].

mercoledì, maggio 06, 2009

Scopri l'intruso


Nello stesso articolo, sul Resto Del Carlino, c'è l'intruso. Scoprilo. Nella prima parte si legge:
Sono dei veri e propri esperti di nettare degli dei i ladri che, la notte tra sabato e domenica, hanno messo le mani sugli scatoloni di vino in bottiglia che si trovavano nel rimorchio di un tir.
E poi prosegue:
Preziose bottiglie della ditta Cavit pronte per essere portate a destinazione il giorno successivo.

lunedì, maggio 04, 2009

Veniamo giù dai monti

Ma non è Tirolo; siamo lietamente fuggiti in Valtellina per il finesettimana allungatissimo; e per sentirci meno in colpa abbiamo caricato il bagagliaio di rossi valtellinesi.

Abbiamo visitato - anzi, ho visitato, ebbasta con 'sto plurale majestatis - ho visitato un paio di produttori interessanti, tra un ozio e un abbronzaggio. A parte il must Ar.pe.pe, presso il quale ho fatto solo assaggi di botte (rece prossimamente) ho aggiunto alla wish list Balgera, con tre nebbioloni ipertradizionalisti. Interessante il suo "Riserva del fondatore", un inedito mix delle 4 aree storiche valtellinesi, messo in vendita solo dopo lunga maturazione in legno, e in vetro. La maturità è la cifra stilistica da ricercare nei nebbioli di quest'area montagnosa: il tempo concede alle durezze di diventare carattere; quindi, onore al merito a Balgera, che affina i suoi rossi per periodi non piccoli, prima della commercializzazione. Nella borsa della spesa c'è il suo Sforzato "tradizionale" e quello appena più modernista (barrique quasi irrintracciabile) e sono vini del 1998, e 1999.

Un po' di immagini a corredo di tante fatiche; nella pic#1 le etichette di Balgera; la foto numero 2 ritrae la tipica vigna valtellinese, ripida, scoscesa e impercorribile (è vitivinicoltura eroica, non per niente). L'immagine nr.3 non ritrae la grotta di Alì Babà, ma la cantina di stagionatura degli iperbolici Bitto reperibili presso il mio ospite (quando si dice il caso), l'agriturismo Ribuntà. Infine, l'antro ritratto nella foto 4 è la cantina di Balgera, praticamente un'icona della cave vecchio stile.


martedì, aprile 28, 2009

Afrodisiaci al tempo della crisi

Gli esperti hanno parlato chiaro: "peperoncino e vino rosso più eccitanti di ostriche e Champagne". Di certo, meno costosi.
Per 7 esperti su 10 il legame tra cucina e stimolo sessuale e' fortissimo e ad ''accendere'' il desiderio sono soprattutto gli ingredienti e i prodotti del made in Italy. Altro che ostriche e champagne: i veri interruttori della sensualita' sono le spezie, come il peperoncino (61%), i formaggi, soprattutto quelli italiani (58%), e il vino rosso (25%).

mercoledì, aprile 22, 2009

Sauvignon da niubbone


Ci sono vini tipicamente per niubboni, cioè per novellini, per quelli appena entrati nel consesso degli enofili; sono vini che esagerano a sparare corredo aromatico, principalmente, e colore e magari corpo ciccioso ed ingombrante. Scordatevi "less is more", per il niubbone enoico "more is more". Più ce n'è, più ci si diverte. Col tempo poi si affina il gusto e si finisce per diventare vecchi brontoloni, a rincorrere l'eleganza e la stratificazione, ma agli inizi ci siamo tutti tuffati, garruli, sui novelli o sui Gewürtztraminer (dai, confessate).
Il Sauvignon, quando è duro e cattivo, cioè quando spara la foglia di pomodoro al naso e ti tramortisce di carica aromatica, rientra tra questi. Ora, siccome a me quest'idea di Sauvignon continua a piacere nonostante le ere geologiche che ho passato ad assaggiare, mi reputo ancora un po' niubbo. Eccone uno, da poco arrivato: il Savignon Alto Adige 2007 Puntay, di Erste&Neue, che mi salva dallo svenimento olfattivo (per orgasmo sopravvenuto, sia chiaro) solo perché appena appena affinato; in realtà è ancora un baby, e le note varietali sono miscelate a splendidi picchi salmastri; la bocca ha un salino nervoso, scattante, ed è un piacere totale. Vorrei restare niubbone per sempre, e non crescere mai. 89/100, per euri diciannove.

venerdì, aprile 17, 2009

Prove tecniche di teletrasporto


Non è tratto da Star Trek, ma dall'intervista a Il Salvagente, di Sandro Sangiorgi:
"Qualche giorno fa mi è arrivata la newsletter di un’azienda straniera del biotech che proponeva una tecnica per scomporre il vino e poi ricomporre gli elementi per ottenere un prodotto differente"
L'intervista non manca di altri notevoli elementi d'interesse; spicca la descrizione del vino de-alcolato:
"Ha un sapore agghiacciante, e la parola non è casuale. Un vino è come una materia vivente: l’alcol è come il sangue, l’acidità è la spina dorsale, gli estratti sono muscoli e ossa, i profumi sono il talento; senza alcol il prodotto perde il fluido che fa circolare tutte le sostanze. È freddo come un morto".

giovedì, aprile 16, 2009

Panacea


"Una volta pensavo che uno degli argomenti su cui scrivere, sarebbe stato l'effetto salutista del vino. Ben presto mi sono accorto che quello poteva diventare un lavoro a tempo pieno". Alder dixit, e questo è scolpito nella pietra; nelle ultime settimane i miei feed mi hanno narrato di molteplici, ulteriori effetti salutisti (ma pure no) a getto continuo. Un paio a caso: già i faraoni dell'antico Egitto si curavano col vino; oppure: i nutrizionisti (ri)spiegano perché il vino fa bene. C'è pure qualcuno che arriva a rovinare la festa, tipo gli oncologi francesi che collegano il vino all'insorgere di tumori - e manco a dirlo i viticoltori francesi non la prendono benissimo: "French winemakers and grapegrowers are furious over a pamphlet published by the country's Health Ministry that directly links wine consumption to cancer".

Comunque, la notizia salutista del giorno è quella segnalata dal già linkato Alder, sugli effetti anticarie dello Chardonnay, e nel mio blogghe già ne scrissi. In mezzo a tante notiziole, ricordiamoci un aspetto su cui dovremmo tutti concordare: l'alcol va assunto con moderazione totale, tutto il resto è folklore.

giovedì, aprile 09, 2009

Non ci voleva poi molto/2


Finalmente quello che serve veramente nel wineblogging: un blog con le donne nude. Un faro che illumina nuove vie di comunicazione: HoseMaster of Wine.

[Grazie Andrea per la segnalazione]

mercoledì, aprile 08, 2009

Fatti privati

Carissimi giramondo che conoscete-i-posti-giusti, mi servirebbe un bed&breakfast in zona Castione Andevenno (Sondrio) per il periodo del primo maggio. Certo, potevo googlare, ma mi fido assai più di voi (per non dire della pigrizia). Quindi, suggerimenti ben accetti. Si vince tutta la mia stima.

[Update: anche un'idea su quale cantina valtellinese vedere, alternativa, non sarà disprezzata]

domenica, aprile 05, 2009

Di ritorno sulla Terra


Facciamo un buon proposito per il giorno: niente resoconti di fiere. Mi basta ricordare il senso di pace celestiale che respiro ogni volta che mi addentro in Alto Adige. L'ultima tornata di assaggi l'ho saviamente (mi complimento con me stesso) dedicata a Summa 2009, che dopo il Vinitaly è un po' come cambiare pianeta; più che assaggiare, mi sono rigenerato a far quattro passi per un paesino che pare uscito da uno spot; ci mancava solo Petar e Heidi; le caprette e tutto il resto già c'erano. Altoatesini, una piccola raccomandazione: per favore, continuate così.

Poi, ci sta pure la nota nella lista della spesa: su tutti, ricordarsi di ordinare un clamoroso Pinot Nero performato dal mio moscatista del cuore, Paolo Saracco. Frutta dolce, stile, balsamo esistenziale. Insomma, m'è piaciuto. Ed ora posso pure dirlo: oggi finisce la mia quattro-giorni-quattro di defatigante lavoro, e da domani torno in vacanza (cioè in bottega).

mercoledì, aprile 01, 2009

Qualche tipo di comunicazione di servizio

Da domani, l'enotecario tenutario trasloca a Verona; quindi la bottega chiude, e riapre martedì prossimo. Ci sono buone probabilità che sia superfluo precisarlo, ma siamo in fase Vinitaly.
Quest'anno la fiera sarà in qualche modo bloggata live, assieme alla crew di Dissapore, e soprattutto via Twitter. Quindi aggiornate i bookmark, e stay tuned.

[Sì, confermo: vengo pagato ad inglesismi. Più ne uso, più guadagno]