Questo è un blog enoico. Il vino è un alimento totalmente diverso da qualsiasi altro: evolve, ha carattere ed è imprevedibile (come l'umanità, insomma). Per questo è interessante. E non è industriale.
sabato, dicembre 31, 2005
Ultimo post (per quest'anno).
Be'? Che ci fate qui, e' l'ultimo dell'anno, su, andate a festeggiare. Siete quasi peggio di me che a quest'ora medito nel mio ufficio solitario. Via, via, come dice qualcuno, aria aperta, basta blog. Ci si rivede, eh?
venerdì, dicembre 30, 2005
Stappami una killer app.
"La killer app: il vino col tuo nome". Ironizzare su articoli con titoli cosi' e' un gioco un po' troppo facile, ma che ci vuoi fare, puo' darsi che a Natale siano tutti piu' buoni, io sono piu' sarcastico. Per inciso, se siete tra i due o tre malcapitati che non sanno che diamine possa essere mai una killer app, vi faccio un esempio. Avete presente i lettori di MP3 portatili? Ecco, in quel settore la killer app (application, cioe') e' l'iPod, che ha eliminato (killer) la concorrenza, e si e' imposto come applicazione preferita dalle masse. Killer App. Se poi non sapete che sia un MP3, oh, non avete speranza.
Cio' detto, che fa una killer app enoica? Soprattutto, chi deve killare? Secondo gli estensori di questa articolessa di Businessonline.it pare che sia una roba che tutti aspettavano per raggiungere l'agognato successo commerciale: la personalizzazione dell'etichetta, dico. "Il vino personalizzato potrebbe essere un prodotto di grande successo". Poi tuttavia precisa: "Da capire però il ruolo dell'uva nel processo" -- si, vabbe', stai a guardare al pelo.
Adesso, se la smettiamo tutti di ridere, bisogna seriamente ricordare che questa cosa dell'etichetta personalizzata non e' proprio-proprio quella gran novita', eh. Da queste parti si chiamano contoterzisti; funziona anche cosi': tu (poniamo che ti chiami Tizio) sottoscrivi un affitto d'azienda con durata breve, pure brevissima, presso una azienda vinicola che e' pure imbottigliatrice; ecco realizzato il vino Chateau Tizio. Cosi', se hai la tendenza a vedere le cose ammantate da un lieve pessimismo, killer app lo traduci in gioco delle tre carte. Un po' liberamente.
[Noterella aggiuntiva: nell'articolo si legge tra l'altro "democratizzazione dell'esclusività" che mi pare il piu' colorito ossimoro mai letto da mesi]
giovedì, dicembre 29, 2005
Bollicine.
Ci sarebbe da affrontare l'annosa questione, se e' meglio lo Champagne o il metodo classico italiano. Giuro che volevo farlo, dato il Capodanno che s'avvicina, volevo metter giu' un post tecnico/serio. Poi, mi càpita di leggere questo succoso thread sul beneamato Forum del Gambero; cosi', coerente al principio secondo il quale nessuno dovrebbe mai risolvere lo stesso problema due volte, e trovandomi col problema bello che risolto, posso tuttalpiu' incollarvi qui qualche perla. Poi sono due volte grato ai ragazzi del Forum, siccome ho orrore per i flame e per l'uso di terminologia, diciamo, irrituale: il lavoro sporco l'han gia' fatto loro.
Pippuz dixit: "Meglio lo champagne, nonostante l'ennesima cazzata che ogni anno (anche un'ora fa) sento al telegiornale. Cioè che lo spumante è meglio e che gli italiani lo preferiscono. Forse che il 99% degli italiani di bollicine non capisce una mazza?"
E, poi, continua: "per l'ennesima volta mi hanno ragalato l'orrenda confezione arancione da due di veuve cliquot che mi fa pure cagare. L'unica utilità è avere un paio di bottiglie da portare alle prossime feste, con bella figura inclusa e l'immancabile commento: 'Eh, la vedova è sempre la vedova' e la mia risposta: 'si, è sempre la solita merda'"
Insomma, spero abbiate capito il concetto. Grazie di cuore a Pippuz.
Semmai, puo' costituire una valida integrazione un breve corso di enologia for dummies. Pigliate una cartina e date un'occhiata: dov'e' la regione della Champagne? Lassu', a nord. Quasi al limite estremo della coltivazione della vitis vinifera. E noi, dove stiamo? Qua sotto, area piu' temperata, meno estrema. Data questa radicale differenza di terroir (oddio, ho detto terroir), che speranza abbiamo di surclassare i francesi con le bollicine? Risposta: circa zero.
Chiaro ora? Buon Prosecco a tutti, comunque. E appena sentite il solito esegeta de Il Mio Vino che dice "eh, ma vuoi mettere i nostri sciampenuà??" alzate il sopracciglio, e, zot, inceneritelo.
Pippuz dixit: "Meglio lo champagne, nonostante l'ennesima cazzata che ogni anno (anche un'ora fa) sento al telegiornale. Cioè che lo spumante è meglio e che gli italiani lo preferiscono. Forse che il 99% degli italiani di bollicine non capisce una mazza?"
E, poi, continua: "per l'ennesima volta mi hanno ragalato l'orrenda confezione arancione da due di veuve cliquot che mi fa pure cagare. L'unica utilità è avere un paio di bottiglie da portare alle prossime feste, con bella figura inclusa e l'immancabile commento: 'Eh, la vedova è sempre la vedova' e la mia risposta: 'si, è sempre la solita merda'"
Insomma, spero abbiate capito il concetto. Grazie di cuore a Pippuz.
Semmai, puo' costituire una valida integrazione un breve corso di enologia for dummies. Pigliate una cartina e date un'occhiata: dov'e' la regione della Champagne? Lassu', a nord. Quasi al limite estremo della coltivazione della vitis vinifera. E noi, dove stiamo? Qua sotto, area piu' temperata, meno estrema. Data questa radicale differenza di terroir (oddio, ho detto terroir), che speranza abbiamo di surclassare i francesi con le bollicine? Risposta: circa zero.
Chiaro ora? Buon Prosecco a tutti, comunque. E appena sentite il solito esegeta de Il Mio Vino che dice "eh, ma vuoi mettere i nostri sciampenuà??" alzate il sopracciglio, e, zot, inceneritelo.
domenica, dicembre 25, 2005
Overheard in enoteca.
Leggete pure voi Overheard in New York? E' un gustoso para-blog fatto dalle segnalazioni di vari utenti, sulle chiacchiere ascoltate per strada a New York. Spiegato cosi' puo' sembrare una cosa improbabile, tuttavia Overheard in New York e' uno dei siti piu' popolari del mondo, con annesse vendite pubblicitarie e successo commerciale; merita un'occhiata, e' buffissimo.
Fatte le debite proporzioni, pure io mi cimento nello spasso. E perche' no? Passato Natale mi restano un bel numero di frasi lapidare dei clienti, degne di un overheard in enoteca. E dato il clima molto contest che si respira in giro, magari potrei metterle giu' sotto forma di classifica. Ed ecco a voi.
[rullo di tamburi]
Terzo classificato: il distratto.
Si fa largo tra due tizi con la blusa TNT Traco, schiva una pila di confezioni imballate in fase spedizione e domanda: "potete spedire?"
Secondo classificato: l'incauto.
"Salve, il vino me lo produco da solo, ma non ho le confezioni regalo: me ne vendete un po' vuote?"
Secondo classificato ex-aequo: l'incauto tirchio.
"Salve, il vino me lo produco da solo, ma non ho le confezioni regalo: me ne regalate un po' vuote?"
Primo classificato: lo scettico.
Alla fine di ogni spiegone su quel che ho in vendita, chiede serio: "Ma, e' buono?" [ultimamente a questa domanda rispondo con "certo che no" cosi', per vedere l'espressione che fa il tizio].
Premio speciale: quello col cane.
"Scusi, ho visto che c'e' il cartello, che non si entra col cane, ma il mio e' bravissimo!" -- al che entra, ed il cane (un alano) prima fa la pipi', poi la pupu', poi travolto dal senso di colpa vomita. Di solito quello col cane non compra nulla.
Premio Gran Menzione per la richiesta piu' originale. Quest'anno va a:
"Ce l'avete l'Amaro del Carabiniere?"
Premio riferito alle tragedie personali dell'enotecaro in stampelle [sperabilmente conferito solo quest'anno].
"Hai scelto un bel periodo per cadere in moto" [vincitore assoluto]
"Se uno non e' capace ad andare in moto, che vada a piedi"
"Perche' non hai fatto la polizza che ti dicevo?"
Gran finale: "avevi bevuto??"
Fatte le debite proporzioni, pure io mi cimento nello spasso. E perche' no? Passato Natale mi restano un bel numero di frasi lapidare dei clienti, degne di un overheard in enoteca. E dato il clima molto contest che si respira in giro, magari potrei metterle giu' sotto forma di classifica. Ed ecco a voi.
[rullo di tamburi]
Terzo classificato: il distratto.
Si fa largo tra due tizi con la blusa TNT Traco, schiva una pila di confezioni imballate in fase spedizione e domanda: "potete spedire?"
Secondo classificato: l'incauto.
"Salve, il vino me lo produco da solo, ma non ho le confezioni regalo: me ne vendete un po' vuote?"
Secondo classificato ex-aequo: l'incauto tirchio.
"Salve, il vino me lo produco da solo, ma non ho le confezioni regalo: me ne regalate un po' vuote?"
Primo classificato: lo scettico.
Alla fine di ogni spiegone su quel che ho in vendita, chiede serio: "Ma, e' buono?" [ultimamente a questa domanda rispondo con "certo che no" cosi', per vedere l'espressione che fa il tizio].
Premio speciale: quello col cane.
"Scusi, ho visto che c'e' il cartello, che non si entra col cane, ma il mio e' bravissimo!" -- al che entra, ed il cane (un alano) prima fa la pipi', poi la pupu', poi travolto dal senso di colpa vomita. Di solito quello col cane non compra nulla.
Premio Gran Menzione per la richiesta piu' originale. Quest'anno va a:
"Ce l'avete l'Amaro del Carabiniere?"
Premio riferito alle tragedie personali dell'enotecaro in stampelle [sperabilmente conferito solo quest'anno].
"Hai scelto un bel periodo per cadere in moto" [vincitore assoluto]
"Se uno non e' capace ad andare in moto, che vada a piedi"
"Perche' non hai fatto la polizza che ti dicevo?"
Gran finale: "avevi bevuto??"
venerdì, dicembre 23, 2005
Niù Lùcc.
Gli ultimi eventi mi hanno stanzializzato abbastanza da rimettere mano al look del blog, quanto basta per uscire dal tunnel dei frame e renderlo degno di un food blog contest, per dirne una. Se non sto usando abbastanza termini stranieri avvisatemi, che so fare peggio.
Sfortunatamente cio' avviene dopo le nominescionz, siccome avrei agevolmente nominato me stesso e mi sarei votato il migliore, ari-siccome ce le suoniamo e ce le cantiamo. Per il balliamo devo aspettare qualche mese, pazienza.
[A prop, grazie per gli auguri]
Sfortunatamente cio' avviene dopo le nominescionz, siccome avrei agevolmente nominato me stesso e mi sarei votato il migliore, ari-siccome ce le suoniamo e ce le cantiamo. Per il balliamo devo aspettare qualche mese, pazienza.
[A prop, grazie per gli auguri]
mercoledì, dicembre 21, 2005
La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti.
Succede che sono orizzontale sull'asfalto, col ginocchio dolorante e la moto sul ginocchio. E' notte, e osservo le gocce di pioggia che mi bagnano la faccia mentre cerco di scorgere il cielo. Un secondo prima era una persona, e ora sono un'altra, un ferito sulla strada con le macchine che ti passano vicino e le urla e la sirena che arriva, e intanto altri motociclisti si affannano a soccorrermi, parlarmi e ripararmi dall'acqua. Poi l'ambulanza, il pronto soccorso, infermieri e dottori.
La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti.
La vita è quello che ti capita mentre stai facendo altri progetti.
martedì, dicembre 06, 2005
Reliquie.
Erano i primi mesi del 1949, mio padre aveva appena aperto la sua osteria a Genova. Aveva 28 anni. Forse tardi per le medie del tempo, ma per lui la guerra era durata un po' piu' a lungo: prigioniero degli inglesi in nord Africa, aveva rifiutato di collaborare ed era stato trattenuto prigioniero fino al '46. Tornato a casa, aveva fatto a tempo a veder venduta la cascina di famiglia dal padrone sotto al quale era stato mezzadro; non riusci' a riscattarne la proprieta', e si porto' dietro tutta la vita questo rimpianto. Quasi giocoforza, "emigrò" a Genova a fare il mestiere di molti piemontesi come lui.
E come un ordinato contadino acquisto' un registro, e dal primo giorno si annoto' gli incassi. Il registro che conservo parte da febbraio 1949 e, nelle ultime pagine, segna il mese di ottobre, 1957. In mezzo ci sono mille appunti, cifre di dare, avere, i primi acquisti (la Vespa, l'Ape), nomi di fornitori che sono pure miei, annotazioni di servizio. E' tra le cose piu' risalenti che mi restano, fisicamente, di mio padre; e' stato uno strumento di lavoro, ma il tempo trascorso lo trasforma in una testimonianza esistenziale.
A questo punto ci si puo' chiedere che senso ha mostrarlo, qui, adesso. Il bello e' che non ho la risposta precisa a questa domanda; io non so perche' sto facendo questo. Non serve tanto a mostrare chissa' che quarti di nobilta', del resto. Potrei dire che mi va di farlo e basta, in nome della famosa autoreferenzialita' dei blog, ma non sarebbe del tutto sufficiente a spiegare perche' oggi ho infilato in uno scanner questo oggetto per me cosi' pieno di significato. Credo che sia l'atmosfera natalizia, anche, ed in parte; per il bottegaio natale e' una specie di vortice di numeri; qui con me ho sempre questa specie di lunga sequenza di numeri che e' questo vecchio registro; e, come e' evidente, non e' (non e' piu' solamente) una sequenza di numeri e basta, ma e' appunto una specie di testimonianza. Cosi' lo mostro a me stesso, una specie di monito personale; serve a ricordarmi svariate cose, ora che mio padre non c'e' piu', e son due anni ormai. E' un ricordo di lui, e nello stesso tempo per me, per ricordarmi che questa lunga serie di numeri compone un risultato difficilmente calcolabile, che non e' propriamente pari alla somma dei suoi addendi.
Questo e' anche un arrivederci, dubito che aggiornero' il blog a dicembre. Per cui, e' anche un piccolo regalo di Natale: auguri a tutti.
mercoledì, novembre 30, 2005
Mi stavo preoccupando.
Il vino non è tra i prodotti a rischio per quanto riguarda l'annoso Itx dei Tetra Pak. Il club del tavernello fa festa.
domenica, novembre 27, 2005
Nestle', latte, infanzia, e cospiracy.
venerdì, novembre 25, 2005
Contiene solfiti, what?
L'ufficio complicazioni affari semplici e' sempre attivo; da domani e' obbligatorio segnalare in etichetta la presenza di solfiti nel vino; tuttavia, sembra che la cosa da noi presenti qualche complicazione.
Innanzitutto, gioverebbe semmai sapere quanti solfiti ci sono: suggerisco la lettura di questo post di Tigulliovino.it per approfondire.
Nell'articolo tratto da Agenews.it si legge pure: "La norma che contribuisce certamente a migliorare l’informazione ai consumatori e a tutelarne la salute è fortemente criticabile dal punto di vista applicativo perché - sostiene la Coldiretti - ostacola la commercializzazione di vino in Europa. I singoli produttori che - continua la Coldiretti - intendono esportare il vino nei diversi Paesi europei dovranno farsi carico a priori, al momento dell’imbottigliamento, di indicare nelle etichette la presenza di solfiti nelle diverse lingue senza sapere se l’obiettivo commerciale sui nuovi mercati sarà o meno raggiunto". Beh, uno pensa, e allora? Scriviamola in inglese, pure, e che valga come lingua comunitaria. E invece no :"Solo la Francia - riferisce la Coldiretti - ha infatti indicato come lingue utilizzabili nel proprio Paese anche l’inglese, ma altri paesi sono arroccati sulla propria lingua, come l’Italia che, con il D.Lgs. del 6 settembre 2005, ha stabilito che per tutti i prodotti - compreso anche il vino - le informazioni destinate ai consumatori devono essere almeno in lingua italiana". Ah, ecco, si sentiva la mancanza di un D.Lgs che venisse ad allietarci la vita. Coldiretti ha pronta la soluzione: "quella di utilizzare un semplice “pittogramma”, un logo o un simbolo o la stessa formula chimica dell’anidride solforosa (SO2) in tutti i Paesi".
Tanto per esemplificare, un pittogramma e' una roba così:

Il mio augurio, a questi punti, e' che non si scelga un pittogramma del tipo:
Innanzitutto, gioverebbe semmai sapere quanti solfiti ci sono: suggerisco la lettura di questo post di Tigulliovino.it per approfondire.
Nell'articolo tratto da Agenews.it si legge pure: "La norma che contribuisce certamente a migliorare l’informazione ai consumatori e a tutelarne la salute è fortemente criticabile dal punto di vista applicativo perché - sostiene la Coldiretti - ostacola la commercializzazione di vino in Europa. I singoli produttori che - continua la Coldiretti - intendono esportare il vino nei diversi Paesi europei dovranno farsi carico a priori, al momento dell’imbottigliamento, di indicare nelle etichette la presenza di solfiti nelle diverse lingue senza sapere se l’obiettivo commerciale sui nuovi mercati sarà o meno raggiunto". Beh, uno pensa, e allora? Scriviamola in inglese, pure, e che valga come lingua comunitaria. E invece no :"Solo la Francia - riferisce la Coldiretti - ha infatti indicato come lingue utilizzabili nel proprio Paese anche l’inglese, ma altri paesi sono arroccati sulla propria lingua, come l’Italia che, con il D.Lgs. del 6 settembre 2005, ha stabilito che per tutti i prodotti - compreso anche il vino - le informazioni destinate ai consumatori devono essere almeno in lingua italiana". Ah, ecco, si sentiva la mancanza di un D.Lgs che venisse ad allietarci la vita. Coldiretti ha pronta la soluzione: "quella di utilizzare un semplice “pittogramma”, un logo o un simbolo o la stessa formula chimica dell’anidride solforosa (SO2) in tutti i Paesi".
Tanto per esemplificare, un pittogramma e' una roba così:
Il mio augurio, a questi punti, e' che non si scelga un pittogramma del tipo:
giovedì, novembre 24, 2005
Report, che problema c'è?
La puntata di Report dello scorso 20 novembre ha innervosito un po' tutti.
Un aspetto abbastanza seccante della vicenda e' il tono complessivo del discorso, incapace di andare a fondo rispetto ai problemi evidenziati; io temo che il giornalismo generalista abbia qualche difficolta' a maneggiare argomenti che richiederebbero la presenza di giornalisti del settore, con una buona competenza specifica. Basterebbe seguire cosa dice il giornalista che, all'inizio, parla con Veronelli; pronuncia l'acronimo DOCG "docciggì", nemmeno "di-o-ci-gi" come qualsiasi addetto ai lavori. Se ne esce con frasi tipo "le grandi industrie... cioe', quelle che fanno il vino da tavola? Cos'e' vino da tavola?" -- notate che la trascrizione riportata qui e' imprecisa, provate a risentire la puntata, qui. Ho avuto la tragica impressione che il giornalista non sapesse bene di che parlava; e non lo dico certo per difendere le grandi industrie.
Probabilmente mi sto allenando al facile esercizio di chi vede il problema ma non conosce la soluzione; e' chiaro che non si puo' pretendere, da una redazione giornalistica, competenze degne di un nobel per ogni argomento affrontato; quindi, bisogna rassegnarsi a questo tono tra lo scandalistico ed il superficiale. Ho avuto quasi tenerezza per il giornalista, che sembrava il consumatore-tipo: tra frodi e mosto concentrato, boh, non ci capisco niente; il messaggio che trasmette e' tutto qui.
Ha ragione pure Aristide quando afferma che "esistono truffe e contraffazioni ancora in atto (per es. la vicenda delle DOC contraffatte in Toscana di solo qualche settimana fa) e la redazione di Report, un anno dopo la loro prima inchiesta, non ne parla assolutamente". E del resto, chi ne ha parlato diffusamente? Io ne sono venuto a conoscenza attraverso un blog straniero, mica dal sito di Repubblica.
E' mancato un lavoro di approfondimento delle notizie, con la conseguenza di trasmettere un messaggio relativo al consumo del vino alquanto magmatico ed informe. Frasi come "Quindi quando c’è scritto “imbottigliato da”, il vino è di imbottigliatori o commercianti. E questo ci porta diritti alle frodi" sono francamente deprimenti.
Questo e' un vero peccato, perche' Report, nell'ora precedente, ha raccontato vicende ben piu' gravi con un piglio notevole; e Milena Gabanelli, alla fine, si congeda cosi': "Premesso che nessuno di questa redazione è astemio e nessuno demonizza il bicchiere di vino, è bene ricordare i dati dell’organizzazione mondiale della sanità: l’alcol è il responsabile diretto del 10% di tutte le malattie. L’Istituto superiore di Sanità segnala che quasi un milioni di adolescenti sotto ai 16 anni beve abitualmente alcolici fra i quali il vino, e questo rappresenta, fra i giovani, il primo fattore di rischio di invalidità, mortalità prematura e malattia cronica. E’ bene saperlo e ricordarlo. E mi prendo la libertà di ricordare all’ On. Collavini, che è sicuramente una brava persona, di non considerare il mestiere di deputato un secondo lavoro e una perdita di tempo. Perché lo paghiamo noi".
Ecco, questa chiusura, almeno, e' condivisibile.
Un aspetto abbastanza seccante della vicenda e' il tono complessivo del discorso, incapace di andare a fondo rispetto ai problemi evidenziati; io temo che il giornalismo generalista abbia qualche difficolta' a maneggiare argomenti che richiederebbero la presenza di giornalisti del settore, con una buona competenza specifica. Basterebbe seguire cosa dice il giornalista che, all'inizio, parla con Veronelli; pronuncia l'acronimo DOCG "docciggì", nemmeno "di-o-ci-gi" come qualsiasi addetto ai lavori. Se ne esce con frasi tipo "le grandi industrie... cioe', quelle che fanno il vino da tavola? Cos'e' vino da tavola?" -- notate che la trascrizione riportata qui e' imprecisa, provate a risentire la puntata, qui. Ho avuto la tragica impressione che il giornalista non sapesse bene di che parlava; e non lo dico certo per difendere le grandi industrie.
Probabilmente mi sto allenando al facile esercizio di chi vede il problema ma non conosce la soluzione; e' chiaro che non si puo' pretendere, da una redazione giornalistica, competenze degne di un nobel per ogni argomento affrontato; quindi, bisogna rassegnarsi a questo tono tra lo scandalistico ed il superficiale. Ho avuto quasi tenerezza per il giornalista, che sembrava il consumatore-tipo: tra frodi e mosto concentrato, boh, non ci capisco niente; il messaggio che trasmette e' tutto qui.
Ha ragione pure Aristide quando afferma che "esistono truffe e contraffazioni ancora in atto (per es. la vicenda delle DOC contraffatte in Toscana di solo qualche settimana fa) e la redazione di Report, un anno dopo la loro prima inchiesta, non ne parla assolutamente". E del resto, chi ne ha parlato diffusamente? Io ne sono venuto a conoscenza attraverso un blog straniero, mica dal sito di Repubblica.
E' mancato un lavoro di approfondimento delle notizie, con la conseguenza di trasmettere un messaggio relativo al consumo del vino alquanto magmatico ed informe. Frasi come "Quindi quando c’è scritto “imbottigliato da”, il vino è di imbottigliatori o commercianti. E questo ci porta diritti alle frodi" sono francamente deprimenti.
Questo e' un vero peccato, perche' Report, nell'ora precedente, ha raccontato vicende ben piu' gravi con un piglio notevole; e Milena Gabanelli, alla fine, si congeda cosi': "Premesso che nessuno di questa redazione è astemio e nessuno demonizza il bicchiere di vino, è bene ricordare i dati dell’organizzazione mondiale della sanità: l’alcol è il responsabile diretto del 10% di tutte le malattie. L’Istituto superiore di Sanità segnala che quasi un milioni di adolescenti sotto ai 16 anni beve abitualmente alcolici fra i quali il vino, e questo rappresenta, fra i giovani, il primo fattore di rischio di invalidità, mortalità prematura e malattia cronica. E’ bene saperlo e ricordarlo. E mi prendo la libertà di ricordare all’ On. Collavini, che è sicuramente una brava persona, di non considerare il mestiere di deputato un secondo lavoro e una perdita di tempo. Perché lo paghiamo noi".
Ecco, questa chiusura, almeno, e' condivisibile.
mercoledì, novembre 23, 2005
Momenti di benaltrismo.
Se avete frequentato ambienti dove si discute di politica, assemblee, dibattiti pubblici, forse vi sarete imbattuti nel benaltrista. Quando la discussione arriva ad individuare il problema, quando riesce a focalizzare il punctum dolens, normalmente salta su qualcuno che dice, eh no, cari compagni (o camerati, o amici, o fratelli muratori, non so che giri frequentiate) -- eh no, il problema e' ben altro. Dopodiche', il benaltrista devia del tutto dal discorso fin li' seguito, e vi squaderna altri orizzonti.
Ora, qualche giorno fa e' toccato a me, ho avuto momenti di benaltrismo.
Probabilmente sapete che il mondo degli enofili si divide in due grandi sette contrapposte, i modernisti ed i tradizionalisti. Io, se ancora fosse sfuggito, sono un modernista. I modernisti sono (normalmente) simpatici, tolleranti, aperti al dibattito, e bevono (per esempio) il Merlot di Firriato. I tradizionalisti sono (spesso) dei tromboni irascibili e tritazebedei, gente che, come dice Albanese, confonde la serieta' con la tristezza; se potessero, darebbero fuoco a tutte le barrique di Firriato.
Di solito nessun modernista spiega al tradizionalista cosa e' bene e cosa e' male bere; mentre e' pieno di tradizionalisti che, se ti pizzicano con un cabernet californiano nel bicchiere, ti cazziano a morte. Sfortunatamente per me, giorni fa ero di fronte ad un tradizionalista arrabbiato, ed avevo in mano un bicchiere di qualcosa assai simile ad un cab from Cali; e' stata un'esperienza dolorosa. Io ho provato, per quanto possibile, ad abbozzare, ad infarcire la mia loquela di "a mio modo di vedere", "secondo il mio punto di vista", "personalmente ritengo che" -- ma niente, ho dovuto incassare e sorbirmi la lezioncina. Finalmente, son riuscito a far cambiare discorso al maestro; cosi', con altrettanta acrimonia, questo mi racconta del suo socio del ristorante che lo ha buggerato, dei colleghi dell'AIS che non capiscono quanto e' bravo, fino ad arrivare alla moglie che lo ha mollato; insomma, un quadro melodrammatico.
Al che, ho avuto l'illuminazione. Il problema del tizio non deriva dal fatto che e' un tradizionalista, il suo problema e' ben altro: e' proprio insopportabile. Quasi un punto a favore dei tradizionalisti.
Ora, qualche giorno fa e' toccato a me, ho avuto momenti di benaltrismo.
Probabilmente sapete che il mondo degli enofili si divide in due grandi sette contrapposte, i modernisti ed i tradizionalisti. Io, se ancora fosse sfuggito, sono un modernista. I modernisti sono (normalmente) simpatici, tolleranti, aperti al dibattito, e bevono (per esempio) il Merlot di Firriato. I tradizionalisti sono (spesso) dei tromboni irascibili e tritazebedei, gente che, come dice Albanese, confonde la serieta' con la tristezza; se potessero, darebbero fuoco a tutte le barrique di Firriato.
Di solito nessun modernista spiega al tradizionalista cosa e' bene e cosa e' male bere; mentre e' pieno di tradizionalisti che, se ti pizzicano con un cabernet californiano nel bicchiere, ti cazziano a morte. Sfortunatamente per me, giorni fa ero di fronte ad un tradizionalista arrabbiato, ed avevo in mano un bicchiere di qualcosa assai simile ad un cab from Cali; e' stata un'esperienza dolorosa. Io ho provato, per quanto possibile, ad abbozzare, ad infarcire la mia loquela di "a mio modo di vedere", "secondo il mio punto di vista", "personalmente ritengo che" -- ma niente, ho dovuto incassare e sorbirmi la lezioncina. Finalmente, son riuscito a far cambiare discorso al maestro; cosi', con altrettanta acrimonia, questo mi racconta del suo socio del ristorante che lo ha buggerato, dei colleghi dell'AIS che non capiscono quanto e' bravo, fino ad arrivare alla moglie che lo ha mollato; insomma, un quadro melodrammatico.
Al che, ho avuto l'illuminazione. Il problema del tizio non deriva dal fatto che e' un tradizionalista, il suo problema e' ben altro: e' proprio insopportabile. Quasi un punto a favore dei tradizionalisti.
sabato, novembre 19, 2005
Letture rilassanti.
Prima lettura del mattino: "Ogni tanto vi intratteniamo con qualche “dritta” in termini di investimenti alternativi e ce n’è uno che sta ottenendo grandi risultati: l’abbinamento di obbligazioni con bottiglie di vino. Vi segnaliamo l’operazione curata da Unicredito per Rocca di Frassinello, azienda nata in Maremma". Oh, che bello, un po' di informazioni per far soldi col vino, vediamo come continua: "I sottoscrittori dell’emissione hanno potuto acquistare il primis di Frassinello a 15 €, un prezzo da grossisti. Pochi giorni fa, sei bottiglie di questo vino sono state battute all’asta di Pandolfini a Firenze a 116 € l’una. Circa otto volte il prezzo pagato".
Ecco, arrivati a questo punto, ho gia' voglia di lasciar perdere, sono arrivato troppo tardi, pare.
Comunque, resta un po' di irritazione; che diamine, il mio mestiere e' vendere vino e non ho mai sentito parlare di questa Rocca di Frassinello. Onestamente, un po' mi vergogno.
Rimediamo. Ah, interessante, l'azienda e' di Panerai (patron di Castellare, un mito dei super toscani) e dei Rothschild (quelli di Chateau Lafite). Pero', bel sodalizio di potenze economiche. Stranamente questi signori accedono, assieme ad altri bei nomi della produzione enologica nazionale (Zonin, Frescobaldi), ad un finanziamento di 12 milioni di euro, nel 2005; ma come, ti viene da pensare, ti chiami Rothschild e ti fai finanziare dalla Provincia di Grosseto? Mah.
D'altra parte, Rocca di Frassinello ha i suoi bei costi, come ogni azienda che si rispetti. Per dirne una, la costruzione della cantina: nel 2002 affidano la costruzione della loro cantina mica al Geometra De Ponteggis, chiamano solo che Renzo Piano. Eh, si, proprio il più grande architetto del mondo: "sono iniziati i lavori per realizzare le cantine disegnate da Renzo Piano. Un investimento di 20 milioni di euro (terreno, impianto delle vigne e costruzione) per Paolo Panerai, socio di riferimento di Rocca di Frassinello, oltre che amministratore delegato di Class Editori, insieme al noto produttore francese Chateau Lafite-Rotschild. Un edificio in gran parte sotterraneo che si sviluppa per circa 8 mila metri quadrati. Intorno, 500 ettari di cui 125 a vigna. La cantina è un cubo di 46 metri di lato occupato da 2.500 botti di rovere disposte a gradoni concentrici e discendenti come un´arena. All´esterno, un padiglione vetrato, attraversato al centro da due torri: «Un richiamo al modello del villaggio toscano» ha spiegato Renzo Piano, presente in video da Parigi alla presentazione del suo progetto, ad agosto, durante una seduta del consiglio comunale di Gavorrano, che nella stessa riunione ha approvato una variante per le due torri. Tutto l´intervento sarà ultimato nell´estate del 2004, per accogliere la vendemmia e i vini del Monteregio doc." Capite bene che Renzo Piano ha i suoi bei costi.
Alla fine, merita una citazione la chiosa di Tachis: "Benvenute le cattedrali del vino - dichiara infine l´enologo padre del Sassicaia Giacomo Tachis - purché in quelle cantine si ospitino grandi vini. Perché la grande architettura non sta nell´artificio delle cantine, ma nel vigneto. Il vino non dà spettacolo, nasce povero, dà emozioni di sapori, profumi e colori, se poi la cantina è firmata da un famoso progettista, va benissimo".
Il vino nasce povero, avete letto bene. Rothschild, Panerai, Class, Renzo Piano, finanziamenti 12 milioni di euro, poverta'. Tutto chiaro? Spero che il giro di giostra sia stato piacevole. Dedicato con simpatia a quelli che "c'e' la crisi, i prezzi sono esagerati, qui qualcuno si e' montato la testa".
Ecco, arrivati a questo punto, ho gia' voglia di lasciar perdere, sono arrivato troppo tardi, pare.
Comunque, resta un po' di irritazione; che diamine, il mio mestiere e' vendere vino e non ho mai sentito parlare di questa Rocca di Frassinello. Onestamente, un po' mi vergogno.
Rimediamo. Ah, interessante, l'azienda e' di Panerai (patron di Castellare, un mito dei super toscani) e dei Rothschild (quelli di Chateau Lafite). Pero', bel sodalizio di potenze economiche. Stranamente questi signori accedono, assieme ad altri bei nomi della produzione enologica nazionale (Zonin, Frescobaldi), ad un finanziamento di 12 milioni di euro, nel 2005; ma come, ti viene da pensare, ti chiami Rothschild e ti fai finanziare dalla Provincia di Grosseto? Mah.
D'altra parte, Rocca di Frassinello ha i suoi bei costi, come ogni azienda che si rispetti. Per dirne una, la costruzione della cantina: nel 2002 affidano la costruzione della loro cantina mica al Geometra De Ponteggis, chiamano solo che Renzo Piano. Eh, si, proprio il più grande architetto del mondo: "sono iniziati i lavori per realizzare le cantine disegnate da Renzo Piano. Un investimento di 20 milioni di euro (terreno, impianto delle vigne e costruzione) per Paolo Panerai, socio di riferimento di Rocca di Frassinello, oltre che amministratore delegato di Class Editori, insieme al noto produttore francese Chateau Lafite-Rotschild. Un edificio in gran parte sotterraneo che si sviluppa per circa 8 mila metri quadrati. Intorno, 500 ettari di cui 125 a vigna. La cantina è un cubo di 46 metri di lato occupato da 2.500 botti di rovere disposte a gradoni concentrici e discendenti come un´arena. All´esterno, un padiglione vetrato, attraversato al centro da due torri: «Un richiamo al modello del villaggio toscano» ha spiegato Renzo Piano, presente in video da Parigi alla presentazione del suo progetto, ad agosto, durante una seduta del consiglio comunale di Gavorrano, che nella stessa riunione ha approvato una variante per le due torri. Tutto l´intervento sarà ultimato nell´estate del 2004, per accogliere la vendemmia e i vini del Monteregio doc." Capite bene che Renzo Piano ha i suoi bei costi.
Alla fine, merita una citazione la chiosa di Tachis: "Benvenute le cattedrali del vino - dichiara infine l´enologo padre del Sassicaia Giacomo Tachis - purché in quelle cantine si ospitino grandi vini. Perché la grande architettura non sta nell´artificio delle cantine, ma nel vigneto. Il vino non dà spettacolo, nasce povero, dà emozioni di sapori, profumi e colori, se poi la cantina è firmata da un famoso progettista, va benissimo".
Il vino nasce povero, avete letto bene. Rothschild, Panerai, Class, Renzo Piano, finanziamenti 12 milioni di euro, poverta'. Tutto chiaro? Spero che il giro di giostra sia stato piacevole. Dedicato con simpatia a quelli che "c'e' la crisi, i prezzi sono esagerati, qui qualcuno si e' montato la testa".
venerdì, novembre 18, 2005
Fenomenologia del vino sfigato.
Se dovessi dare un consiglio al compratore indeciso, all'inesperto, a quello che si aggira per gli scaffali di un supermercato con lo sguardo di Cesare-perduto-nella-pioggia, io oggi gli direi di puntare sui vini sfigati.
C'e' un'intera categoria di vini definibili sfigati: sono quelli che nessuno vorrebbe comprare, mai. I motivi sono molteplici; sono passati di moda; sono deja-vu, nessuna novita', roba gia' vista, poco trendy. O sono storicamente mal fatti, sono storicamente robacce industriali prodotte in vigneti con rese di quattrocento quintali per ettaro.
Dice: ma come fa l'inesperto a sapere che e' mal fatto? Non sottovalutare il palato umano; non c'e' bisogno di essere master of wine per registrare una sensazione gustativa spiacevole: se assaggi una, due volte un Moscato d'Asti industriale ti basta e avanza, nessuno e' votato al masochismo, non ne vorrai piu' sapere.
Ecco, facciamo un po' di nomi, tanto per entrare nel dettaglio, vediamo un po' chi e' sfigato, e cosa comporta questo per il consumer. Dicevamo il Moscato d'Asti: questo non e' un vino sfigato, ma sta facendo di tutto per diventarlo; circola una quantita' notevole di robe inqualificabili che si vendono, per inciso, a cifre non comprensibili sotto Natale, due-tre euri; e sta quindi seminando, sta creando il sostrato storico, affinche' si possa dire, presto o tardi, che e' storicamente mal fatto; ancora pero' non e' sfigato.
Un esempio di vino sfigato e' il Gavi. Col Gavi abbiamo un esempio abbastanza calzante, e' stato un vino storicamente mal fatto (apparte quello che fu La Scolca, vabbe') durante gli anni ottanta, e comunque oggi e' irrimediabilmente fuorimoda. Durante gli anni novanta i produttori che si sono intestarditi a fare Gavi, dei sopravvissuti probabilmente votati al suicidio, hanno cominciato a lavorare come matti pur di mettere sul mercato dei Gavi decenti. Anzi, piu' che decenti: oggi capita di bere Gavi assai buoni, complessi e longevi, per giunta a prezzi commoventi; e nessuno, caspita, nessuno che mi chieda mai un Gavi: eccolo, e' lui, l'archetipico vino sfigato; e' uscito dal tunnel della mediocrita', ma ciccia, nessuno se lo fila.
Gli esempi potrebbero continuare, prendetelo come se fosse un gioco. Il Grignolino, to'. Vuoi essere fulminato da un'occhiata d'odio del cliente? Proponigli un Grignolino. Poco importa che ci siano delle cose ottime a base Grignolino, coerentemente col principio che e' girata troppa roba inqualificabile con questa denominazione, e quindi chi lo produce oggi ha solo una possibilita', se vuole sopravvivere, cioe' mettere in giro Grignolino decente. Niente, resta sfigato. Un altro Esempio? Soave. Ecco, prendi ad esempio il Monte Fiorentine 2004 di Ca' Rugate; e' un trebicchierato, giusto? E' il numero quattro nella classifica dei migliori bianchi d'Italia, giusto? "Eh, vabbe', ma e' un Soave". Che sfigato.
Insomma, spero di aver reso l'idea. Il nostro Cesare-perduto-nella-pioggia, che avevamo lasciato tra l'alluminio della GDO, faccia un gesto di coraggio. Se intravede un Soave, osi.
Che poi si sa, la bottiglia, quando e' chiusa, e' come la scatola di cioccolatini (e come la vita) in Forrest Gump, non sai mai cosa ti capita. Ma questo e' un altro discorso.
C'e' un'intera categoria di vini definibili sfigati: sono quelli che nessuno vorrebbe comprare, mai. I motivi sono molteplici; sono passati di moda; sono deja-vu, nessuna novita', roba gia' vista, poco trendy. O sono storicamente mal fatti, sono storicamente robacce industriali prodotte in vigneti con rese di quattrocento quintali per ettaro.
Dice: ma come fa l'inesperto a sapere che e' mal fatto? Non sottovalutare il palato umano; non c'e' bisogno di essere master of wine per registrare una sensazione gustativa spiacevole: se assaggi una, due volte un Moscato d'Asti industriale ti basta e avanza, nessuno e' votato al masochismo, non ne vorrai piu' sapere.
Ecco, facciamo un po' di nomi, tanto per entrare nel dettaglio, vediamo un po' chi e' sfigato, e cosa comporta questo per il consumer. Dicevamo il Moscato d'Asti: questo non e' un vino sfigato, ma sta facendo di tutto per diventarlo; circola una quantita' notevole di robe inqualificabili che si vendono, per inciso, a cifre non comprensibili sotto Natale, due-tre euri; e sta quindi seminando, sta creando il sostrato storico, affinche' si possa dire, presto o tardi, che e' storicamente mal fatto; ancora pero' non e' sfigato.
Un esempio di vino sfigato e' il Gavi. Col Gavi abbiamo un esempio abbastanza calzante, e' stato un vino storicamente mal fatto (apparte quello che fu La Scolca, vabbe') durante gli anni ottanta, e comunque oggi e' irrimediabilmente fuorimoda. Durante gli anni novanta i produttori che si sono intestarditi a fare Gavi, dei sopravvissuti probabilmente votati al suicidio, hanno cominciato a lavorare come matti pur di mettere sul mercato dei Gavi decenti. Anzi, piu' che decenti: oggi capita di bere Gavi assai buoni, complessi e longevi, per giunta a prezzi commoventi; e nessuno, caspita, nessuno che mi chieda mai un Gavi: eccolo, e' lui, l'archetipico vino sfigato; e' uscito dal tunnel della mediocrita', ma ciccia, nessuno se lo fila.
Gli esempi potrebbero continuare, prendetelo come se fosse un gioco. Il Grignolino, to'. Vuoi essere fulminato da un'occhiata d'odio del cliente? Proponigli un Grignolino. Poco importa che ci siano delle cose ottime a base Grignolino, coerentemente col principio che e' girata troppa roba inqualificabile con questa denominazione, e quindi chi lo produce oggi ha solo una possibilita', se vuole sopravvivere, cioe' mettere in giro Grignolino decente. Niente, resta sfigato. Un altro Esempio? Soave. Ecco, prendi ad esempio il Monte Fiorentine 2004 di Ca' Rugate; e' un trebicchierato, giusto? E' il numero quattro nella classifica dei migliori bianchi d'Italia, giusto? "Eh, vabbe', ma e' un Soave". Che sfigato.
Insomma, spero di aver reso l'idea. Il nostro Cesare-perduto-nella-pioggia, che avevamo lasciato tra l'alluminio della GDO, faccia un gesto di coraggio. Se intravede un Soave, osi.
Che poi si sa, la bottiglia, quando e' chiusa, e' come la scatola di cioccolatini (e come la vita) in Forrest Gump, non sai mai cosa ti capita. Ma questo e' un altro discorso.
martedì, novembre 15, 2005
Tristezza (per favore vai via).
Ero un po' triste, per una congerie di sventure mi son perso il Wine Festival di Merano. Questa lettura del Franco Tiratore e' consolante, sembra che non mi sia perso gran che; ma dopo la lettura la tristezza resta. Per altri motivi.
[Aggiornamento serale: leggo ora che pure Aristide ci va giu' bello pesante]
[Aggiornamento serale: leggo ora che pure Aristide ci va giu' bello pesante]
sabato, novembre 12, 2005
Google, chi?
Lui e' un bel tipo; ha sui cinquantacinque anni, massimo sessanta, ed e' un manager.
Sia il look che il modo di fare evocano uffici moderni ai piani alti di palazzi di vetro e acciaio, arredi high tech, e segretarie e aerei da prendere e altre cose urgenti, tutte molto executive. Ha un modo di fare assertivo ed educato nello stesso tempo, si vede che e' abituato a comandare eppure riesce ad essere affabile, rilassato; con lui ci sono due tizi piu' giovani, sui trentacinque; sono un po' piu' casual nel vestire, ma si capisce che sono della stessa nobile stirpe, solo piu' giovani; e i due sono stranieri, americani dall'accento; si parla inglese, quindi. Il manager parla un ottimo inglese, del resto. Si chiacchiera a lungo di vino, e uno dei due giovani fa i suo acquisti, e pure il manager anziano. Come e' normale in un ambito come questo, si racconta di bottiglie assaggiate, di emozioni e di ricordi di etichette passate; anzi il manager mi racconta di quel rosso formidabile assaggiato mesi fa, il Vignataldeitali, e mi chiede se, per caso, lo avessi disponibile; no, purtroppo no, mai avuto; mi complimento con lui per le sue frequentazioni enoiche, pero', perche' mi piacerebbe venderlo, il Vignataldeitali.
Il manager mi racconta che, in effetti, quella bottiglia non riesce a trovarla da nessuna parte. Nemmeno attraverso Internet? Dico io. Nemmeno su Internet, dice lui: "ho inserito www.vignataldeitali.it e non c'era niente". In un attimo, realizzo che il manager non usa google per cercare, ma inserisce un nome di dominio plausibile nella barra dell'URL. E' solo un attimo, il tempo di vedere i due giovani che si scambiano, non visti, un'occhiata; il primo alza il sopracciglio, il secondo sorride appena.
Sia il look che il modo di fare evocano uffici moderni ai piani alti di palazzi di vetro e acciaio, arredi high tech, e segretarie e aerei da prendere e altre cose urgenti, tutte molto executive. Ha un modo di fare assertivo ed educato nello stesso tempo, si vede che e' abituato a comandare eppure riesce ad essere affabile, rilassato; con lui ci sono due tizi piu' giovani, sui trentacinque; sono un po' piu' casual nel vestire, ma si capisce che sono della stessa nobile stirpe, solo piu' giovani; e i due sono stranieri, americani dall'accento; si parla inglese, quindi. Il manager parla un ottimo inglese, del resto. Si chiacchiera a lungo di vino, e uno dei due giovani fa i suo acquisti, e pure il manager anziano. Come e' normale in un ambito come questo, si racconta di bottiglie assaggiate, di emozioni e di ricordi di etichette passate; anzi il manager mi racconta di quel rosso formidabile assaggiato mesi fa, il Vignataldeitali, e mi chiede se, per caso, lo avessi disponibile; no, purtroppo no, mai avuto; mi complimento con lui per le sue frequentazioni enoiche, pero', perche' mi piacerebbe venderlo, il Vignataldeitali.
Il manager mi racconta che, in effetti, quella bottiglia non riesce a trovarla da nessuna parte. Nemmeno attraverso Internet? Dico io. Nemmeno su Internet, dice lui: "ho inserito www.vignataldeitali.it e non c'era niente". In un attimo, realizzo che il manager non usa google per cercare, ma inserisce un nome di dominio plausibile nella barra dell'URL. E' solo un attimo, il tempo di vedere i due giovani che si scambiano, non visti, un'occhiata; il primo alza il sopracciglio, il secondo sorride appena.
mercoledì, novembre 09, 2005
Il vino? Va a ruba.
Altro che crisi, il vino va a ruba. "Oltre trentamila euro di vino pregiato, per i palati più fini, sono stati rubati, la scorsa settimana in due ‘‘colpi’’ messi a segno a Santa Marinella e Civitavecchia".
Non mancano particolari comici: "Anche mezza torta nuziale è risultata mancare all’appello nell’inventario del gestore del locale che la mattina successiva ha trovato l’amara sorpresa, anche se il dolce potrebbe essere stato rubato per sviare le indagini". Piu' che sommelier, in effetti, i ladri sembrano essere la Banda Bassotti.
Non mancano particolari comici: "Anche mezza torta nuziale è risultata mancare all’appello nell’inventario del gestore del locale che la mattina successiva ha trovato l’amara sorpresa, anche se il dolce potrebbe essere stato rubato per sviare le indagini". Piu' che sommelier, in effetti, i ladri sembrano essere la Banda Bassotti.
lunedì, novembre 07, 2005
venerdì, novembre 04, 2005
Tango bonds, tango wine.
Avete preso l'imbarco, come si dice in termine tecnico, con i bond argentini? Allegri, ecco un rimedio inedito. Vinonovo, azienda vinicola del trevigiano, propone lo scambio con vini argentini, e cileni; in particolare, propone "di acquistare tali vini pagando in obbligazioni argentine convertite (le nuove, quindi) valutate fino al 75% del loro valore nominale. I vecchi bond non apportati all'offerta di scambio, invece, sono valutati tra il 50% e il 60%"
Dunque, vino argentino in cambio di deprecati titoli argentini. Dov'e' il pacco (altro termine tecnico finanziario)? L'Aduc ci illumina: "qualcosa non quadra: i vecchi bonds scambiano sul mercato a 30 o poco piu': se li valutano 60 vuol dire che la differenza e' implicita nel prezzo di vendita del vino, altrimenti non li pagherebbero il doppio del loro valore attuale".
Ciliegina sulla torta, sempre via Trend-online.com: "vari quotidiani, tra cui IlSole24Ore, conclude l'Aduc, hanno riferito dell'offerta ma nessuno ha sottolineato come si trattasse di una sollecitazione abusiva. Gli organi di informazione specializzati, quando si tratta di prevenzione, continuano a latitare".
Dunque, vino argentino in cambio di deprecati titoli argentini. Dov'e' il pacco (altro termine tecnico finanziario)? L'Aduc ci illumina: "qualcosa non quadra: i vecchi bonds scambiano sul mercato a 30 o poco piu': se li valutano 60 vuol dire che la differenza e' implicita nel prezzo di vendita del vino, altrimenti non li pagherebbero il doppio del loro valore attuale".
Ciliegina sulla torta, sempre via Trend-online.com: "vari quotidiani, tra cui IlSole24Ore, conclude l'Aduc, hanno riferito dell'offerta ma nessuno ha sottolineato come si trattasse di una sollecitazione abusiva. Gli organi di informazione specializzati, quando si tratta di prevenzione, continuano a latitare".
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