mercoledì, agosto 27, 2008

Prove tecniche di grande boh

[Si, vabbe', si riparla di Brunello, porta pazienza, ci infilo pure altro]

Probabilmente la principale annotazione, il primo titolo di merito che mi va di enfatizzare principiando questo post è: il grande Gaja-le-roi ci guarda da lassù; Angelo Gaja, o qualcuno per lui, ci legge e ci considera in qualche misura, a noi bloggaroli. Altrimenti non si spiega perchè abbia inviato a svariati influenti enoblogger[z] la sua ultima statuizione riguardo alla possibile modifica del disciplinare del Brunello di Montalcino. Per inciso, al momento i miei feed mi segnalano Franco, Ari, Marco come destinatari della missiva in questione; per motivi del tutto imperscrutabili, pure chi vi scrive è stato fatto segno della comunicazione, e questo ovviamente ci confonde e ci perturba, costringendoci ad assumere pose da persona seria - cosa notoriamente ostile alle nostre naturali inclinazioni. Vabbe', comunque grazie, o voi che lassù mi leggete. Anzi, già che ci sono ne approffitto: ciao Angelo, io ti ho sempre ammirato, lo sai. Ricordo ancora con emozione la tua rapida epifania nella mia bottega molti anni fa, che mi lasciò ammutolito, appunto perché emozionato.
Oh, ognuno ha i suoi culti delle sue personalità, che volete farci.

Ma veniamo alla sostanza della notiziola: non serve che ripubblichi tutto il testo, se come sempre altri già l'hanno fatto; posso solo registrare brevemente l'aspetto centrale dell'assunto: "occorre individuare una formula che consenta agli artigiani di esprimere nei loro vini la straordinaria dignità del Sangiovese e di poterla dichiarare in etichetta rendendo così riconoscibile la loro fedeltà al 100% della varietà, ed ai produttori di grandi volumi di poter operare con maggiore elasticità: e tutti e due i vini debbono potersi fregiare del nome Brunello di Montalcino".

Traduzione: si adoperino vitigni migliorativi (caberlot, et similia) per i grossi industriali che hanno vigne poco vocate, e alla fine si evidenzi, in qualche modo in etichetta, chi e' purista e chi no.

Commenti possibili: il primo che mi andrebbe di rimarcare ora, è: io l'avevo detto che finiva così. Secondo commento possibile: io sono un post-maroniano bevitore di supertuscan e barriconi rotoconcentrati, quindi mi faccio andar bene pure il Brunello taroccato al cab. Però, pure un modernista come me ha avuto quel mezzo minuto di serietà tale da discernere che la fama del Brunello attuale è dovuta al prodotto tradizionale, non alle derive moderniste. Quindi, abbracciare questo genere di stravolgimenti finisce per essere pericoloso; per il futuro business legato al Brunello, credo.

Terzo commento possibile. Beh, sapete che c'è? Io mi arrendo; rinuncio a capire, ma soprattutto ad avere un'opinione in merito. Serve forse a qualcosa? Come moltissimi enoappassionati ho seguito, da brunellopoli in poi, il dibattito si/no/forse legato ai cambiamenti possibili sul rossone ilcinese; ho pure una mia idea, che coincide con quella di altri "tradizionalisti", ma pure questo ormai mi pare inutile; dirò di peggio, io mi sento orrendamente fuffoso ora; ma leggete cosa ho scritto fin'ora, ma che valore avrà mai questo fuffosissimo post, quando i giochi sono comunque fatti e decisi da corazzate finanziarie del calibro di Banfi e Gaja. Ma chi sono io, chi siamo noi, per pensare di avere qualche speranza di fermare questa specie di valanga? Forse è giusto arrendersi, lasciar perdere, così come ci si rassegna all'inevitabile e, piuttosto, cercare di guadagnare qualche genere di rifugio per salvarsi da quest'onda di piena, incontenibile, perché oltre ai potentati enofinanziari si somma pure la quasi totale, temo, insensibilità al "problema" delle masse di clienti potenziali, i quali probabilmente hanno altro di cui dolersi. Io dico che bisogna arrendersi, quando capisci che alla fine solo i possenti meccanismi finanziari sono quelli in grado di dominare e determinare lo stato delle cose: la discesa in campo di Gaja mi ha fatto un'impressione di già visto, come se qualcuno che davvero, e veramente, conta qualcosa nel nostro vago (eno)mondo, fosse sceso a dirci che la ricreazione è finita.

Come dicevo, si parla di Brunello, ma pure di altro.

sabato, agosto 16, 2008

Giù il cappello

Interrompiamo l'ozio ferragostano per segnalare la prosa vinosa del mese. O dell'anno, temo.
Nel belmondo duepuntoqualchecosa, fatto di bloggaroli che contano come il two of spades quando la briscola è fiori, siamo da sempre acidissimi con Bruno Vespa; ma perché, perché proprio a lui è concessa la rubrica delle rece a Panorama? Lui che quando scrive scopre solo etichette déjà vu, note a millanta enofili, lui che ti narra, come fosse un oracolo, che ha assaggiato quel certo incredibile sconosciutissimo siciliano, e ti parla di Planeta. Argh. Oh, quanto meglio sapremmo noi fare il suo mestiere. Ma che dico noi, siamo sinceri: intendevo scrivere io.
Ma poi, oggi, sull'ultimo numero del settimanale, ti inchioda alla sdraio con una descrizione che nemmeno Luca Maroni (in piedi, quando si pronucia il Suo nome). Eccola qua riprodotta, leggetela bene. C'è tutto un mondo, dentro.
"... Malvasia Nera in purezza, ha un corpo bruno e profondo come quello di una bella eritrea che mi è capitato di vedere in uno sbarco di clandestini a Lampedusa"
[Panorama del 21/8/2008, pagina 167; inutile linkare, che tanto devi registrarti]

venerdì, agosto 08, 2008

Basta produttori che vendono direttamente!

Bello il titolo del post, eh? Ci siete cascati, dannati disintermediatori. Tranqui, scherzo.


L'America patria del liberismo. L'avete sentito dire, sì? L'America culla di Internet, altra cosina gia' sentita. Storie: io voglio migrare in Indiana, l'unico angolo del mondo libero nel quale un giudice ha vietato la vendita di vino online dal produttore al consumatore, siccome le wineries, non potendo verificare la maggiore eta' del cliente de visu, non saranno autorizzate a vendere via Internet (o per telefono). La causa ha avuto l'altissimo patrocinio delle locali leghe di enotecari, ebbene sì, in quanto costoro si dichiaravano preoccupati della salute dei minori; cari colleghi, siete stati geniali, ma perche' non ci ho pensato pure io?
Quando avete finito di ridere, potete ricominciare, scorrendo i commenti alla notizia. Io vi traduco una breve selezione, che vi conosco, pigroni.
"Ai distributori non importa nulla dei minori. A loro importa solo dei loro affari"

"Vorrei sapere quanti minorenni ordinerebbero online e aspetterebbero la consegna per potersi alcolizzare"

"Ma certo, qui i genitori non riescono ad evitare che i ragazzini si procurino armi da fuoco, e adesso si aspettano veramente che questa regoletta prevenga le sbornie?"

"Mai saputo di minorenni che comprano vino su Internet, potendo approvigionarsi d'alcol nel negozio dietro l'angolo con una carta d'identita' falsa"

"Quale minorenne beve vino?? Non vi ricordate da ragazzini? Si usava roba da quattro soldi per ubriacarsi!"

"Come no, al liceo pensavo sempre che un raffinato cabernet fosse meglio di una pila di lattine di birra"

giovedì, agosto 07, 2008

Perché il Brunello è il Brunello, e la Cocacola no

Mentre scrivo sono intento in una degu appena insolita, la nuova Cocacola zero. Non male, devo dire, sono finalmente riusciti a citare lo spettro aromatico/gustativo della Coca nella sua riedizione ipocalorica, dopo qualche tentativo meno riuscito. La bevanda bilancia bene il caratteristico amaro da caramello con una dolcezza meno posticcia del solito, e guadagna con facilita' un 72/100 di punteggio centesimale (si, continuo a dare punteggi). Resta il dubbio sui metodi, sulle misture, sulle arcane molecole usate per ottenere questo alto risultato; temo che una risposta esauriente possa provenire solo dall'anatopatologo che sovrintenderà alla mia autopsia.

Proprio quando stavo per eradicare definitivamente lo uniform resource locator del forum del Gambero dall'elenco dei miei segnalibri, vista la caotica inconcludenza di quel povero luogo virtuale lasciato a se' stesso senza alcun governo moderatore, ho trattenuto il mio mouse per seguire questo succoso dibattito. A riprova del fatto che pure dal caos e dall'anarchia nasce qualcosa di buono.
In estrema sintesi, in mezzo al cazzeggio e al trollismo sta finalmente emergendo qualche elemento (per me) utile a circoscrivere le ultime vicende rubricabili sotto “Brunellopoli”. Stanno uscendo allo scoperto quelli che dicono: basta tirarvela da fighetti con 'sto vinone costoso e per pochi, il brand è cosa nostra, ne faremo un vino per tutti – all'incirca. Quindi, venga finalmente un nuovo disciplinare, venga finalmente ammessa, perché no, una percentuale di uva alloctona, venga avviata la santantimizzazione del Brunello. [Sant'Antimo è una Doc minore dell'area, per la quale è all'incirca consentito tutto o quasi].

Sono scene già viste, e per questo le dinamiche relative al rosso ilcinese si stanno facendo appena un po' più comprensibili. Sono le sempiterne, inossidabili meccaniche che attengono all'industrializzazione del prodotto artigianale. Sono robe che abbiamo già visto millanta volte, ogni volta che l'industria si è appropriata del prodotto – o meglio, della sua immagine, della sua forza sul mercato, e l'ha svuotato, diluito, predigerito, precotto, ed infine squalificato. E' il caso di fare esempi? Solo qualcuno: avete comprato Montasio, Lardo di Colonnata, Castelmagno, recentemente, presso la vostra coop-sei-tu? Se sì, come me, allora avete afferrato il concetto. I prodotti in vendita presso la distribuzione industriale sono una patetica citazione dell'originale.

Certo, ora, è necessario che faccia un inciso: comprendo che il mio discorso segua una deriva ideologica che possa suonare irritante, per qualcuno. Me ne scuso e, anzi, terrei a precisare: io credo che, come sempre, il mezzo sia neutrale e il giudizio sul mezzo debba derivare dall'uso che se ne fa; ed infatti io vorrei, da consumatore, un'industria in grado di mantenere standard appena maggiori di quelli verificabili ora, che sono improntati unicamente al profitto irrispettoso del cliente, visto come limone da spremere e non come utente da servire.

Tornando al nostro Brunello, accade quindi che qualcuno, da qualche parte, abbia definitivamente chiaro che questo brand (che schifezza di inglesismo, sia consentito dire ad uno che si nutre di inglesismi) è pronto per la manovra di svuotamento.
Però, come ho quassù titolato: perche' il Brunello è il Brunello? (E avrei potuto dire, il Barolo è il Barolo, e via così). Quello che terrei a dire ora, con qualche forza, riguarda proprio l'essenza di questo vino, e la sua conseguente grandezza, che ne fa purtroppo un brand appetibile dai vasti e/o vastissimi mercati.

Qui non si tratta di essere snob, di enfatizzare l'abusato “per pochi ma non per tutti”; personalmente, poi, sono quanto di piu' distante dall'enosnobbone che ritiene che solo quel vino, da quella sola vigna, da quella sola annata sia l'unico vino che meriti d'essere bevuto; chi mi conosce sa che riesco a trovare gradevole quasi qualsiasi intruglio, perfino la Cocacola. Però credo pure di essere enofilo abbastanza da saper distinguere la grandezza dalla banalità.
Riferita al vino, la banalità è la capacità di essere prevedibile, oppure l'incapacità di destare qualche emozione. La grandezza di certi vini, storicamente, è stata determinata appunto dalla loro potente capacità di suscitare emozioni.

Se siete arrivati fino a questo punto senza scuotere la testa, bravi, siete enofili quanto basta – sennò pazienza, ci mancherebbe.

Il Brunello è il Brunello perché nel corso di decenni i pochi produttori dell'area ilcinese, con il loro lavoro, hanno contribuito a creare un prodotto suggestivo, emozionante, fatalmente per pochi, in ragione delle capacità produttive limitate; successivamente, il prodotto è risultato pure costoso ed elitario.
Ora, il tentativo messo in atto dai soliti industriali di renderlo per tutti, e meno costoso, passando magari per modifiche al disciplinare di produzione o chissà che altro, ha pochissimo a che fare con la filantropia, e molto a che fare con i loro bilanci aziendali. Ma siccome la grandezza di quel vino è appunto nella sua essenza, modificandone l'essenza si corre oggettivamente il rischio di comprometterne la futura grandezza, secondo schemi già visti e correndo il rischio che il Brunello di Montalcino sia il prossimo Lardo di Colonnata.

sabato, agosto 02, 2008

Dice che fa caldo


Non lamentiamoci troppo per il caldo: questa sembra un'altra estate tollerabile. Ed infatti i contadini in langa si lamentano dello sviluppo vegetativo in ritardo - pero' il ritardo fa riferimento all'anticipo inusuale delle annate ultime, troppo calde, quindi non c'e' ritardo ma semmai c'e' puntualita', vabbe', spero si sia capito.

Comunque, ogni scusa e' buona per aprire una bolla estiva da serbare opportunamente in frigo, anche se il caldo non opprime: la mia etichetta del momento e' la Malvasia Colli di Parma 2007, di Monte delle Vigne. Charmat apparentemente senza troppe pretese di complessita', deve il suo fascino all'uso dell'uva aromatica, Malvasia di Candia, in grado di sviluppare un clamoroso bouquet floreale/fruttato, amplissimo, spiazzante. Nessun residuo zuccherino in bocca, quindi lievissimo amaro; tuttavia questa interpretazione dello spumante, sopra le righe a causa del suo naso eccessivo e strabordante, e' il mio vino per l'estate - e difatti, visto che stasera la bottega chiude per le immeritate ferie, un paio di casse son gia' pronte per l'autoconsumo dell'enotecaro.

martedì, luglio 29, 2008

Tasca per insonni


A casa mia, come altrove, c'e' una televisione; questa viene impiegata per gli usi piu' vari, per leggere dvd e divx, per giocare con la playstation, come interfaccia per l'eee quando hai voglia di usare un monitor serio, e a volte, residuamente, per guardare qualche canale. Continuo ad ignorare pervicacemente ogni satellite o sky-simile, il vero media (serve dirlo?) a casa mia e' la rete.
Comunque, ci sono rare volte nelle quali si potrebbe indicare qualche programma possibilmente interessante: stasera, per esempio, su Rai Uno - per la serie "grandi dinastie" - ci sarebbe uno speciale dedicato a Tasca d'Almerita. Agi dice "in seconda serata", ma il sito di Raiuno lo annuncia per mezzanotte e un quarto; siccome normalmente a notte fonda va in onda il meglio del meglio (parola di insonne) questa cosina su Regaleali si annuncia interessante. Uno dei rossoni amati all'inizio della mia carriera di enofilo era il Rosso del Conte (ah, i ricordi) quindi stanotte credo che vegliero'.

venerdì, luglio 25, 2008

Momenti geek


L'advanced desktop del mio eee 900 in tutto il suo splendore; mi chiedo come ho vissuto senza, tutto 'sto tempo.

giovedì, luglio 24, 2008

Bum

La centrale nucleare di Tricastin, avrete letto, ha dato piu' d'un problema, ultimamente. Oltre a quelli serissimi, pure qualcuno inaspettato: "il consorzio di produzione del 'Coteaux du Tricastin', prestigioso vino a denominazione di origine controllata del 'Midi' francese, ne cambiera' probabilmente l'appellativo entro il 2009, in tempo per la vendemmia: preoccupa infatti i responsabili dell'ente vinicolo l'omonimia con il sito dove sorge la centrale nucleare da dove l'8 luglio scorso si verifico' una fuga di uranio allo stato liquido". [Agi].

Questa vicenda potrebbe essere d'aiuto, preventivamente, al nostro deprecato legislatore, che ha deciso di darsi all'obsoleta tecnologia nucleare nei prossimi (almeno) dieci anni, quando nel frattempo andremo tutti in bicicletta - oppure, sperabilmente, ci verra' concesso l'uso della tecnologia aliena reperita a Roswell.
Nel frattempo, dicevo, il nostro governo potrebbe evitare di impiantare centrali nucleari coincidenti coi toponimi enologici: immaginate un po' l'effetto che farebbe la "centrale nucleare di Neive"; oppure di Cormons, Montepulciano, Valdobbiadene.
A pensarci bene, praticamente ogni toponimo del belpaese coincide con qualche tipo di virtu' nazionale, sia essa turistica o produttiva; le centrale nucleari di Venezia o di Firenze sarebbero altrettanto sciagurate.
Si, a pensarci bene, sarebbe da cestinare l'idea stessa di centrale nucleare.

martedì, luglio 22, 2008

Quelli miei, proprio mai


La notizia non e' data dal fatto che qualcuno, alla Camera dei deputati, si soffermi su questo indegno blogghe, come da report del mio contatore; la notizia e' che costoro usino un confortevolissimo Windows 2000. Mentre il Ministero della giustizia traligna con XP.

Previsioni sull'andamento della vendemmia 2009

No, non mi sono sbagliato a pistazzare: qui, in questo blog, siamo proprio piu' avanti.


Sara' che ho appena letto le previsioni Ismea sulla vendemmia 2008 (in quattro cartelle dice: si produrra' un po' di piu' - fine; e con cio' risparmi tempo) sara' che ogni anno ci si deve cimentare con queste inevitabili profezie, insomma pure io non vorrei essere da meno, e comunque terrei a differenziarmi. Quindi, ecco le previsioni per la vendemmia 2009. Che la 2008 son capaci tutti.

In breve: dopo un inverno alquanto rigido, la primavera del 2009 portera' abbondanti piogge nel periodo di marzo; sicuramente piovera' durante la settimana del Vinitaly. E comunque piogge sono annuciate per i ponti prossimi al 25 aprile e primo maggio. Questo non inibira' lo sviluppo vegetativo, che anzi si annuncia nella norma; quanti faranno trattamenti per tempo, riuscendo a indovinare esattamente quando piovera', se la caveranno egregiamente; gli altri diranno che i trattamenti non servono, e comunque sono superati. L'estate si annuncia calda e/o caldissima, ma potrebbe pure essere fresca come quella del 2008, se anziche' il surriscaldamento globale si andra' incontro ad una nuova glaciazione - su questo il dibattito e' aperto. La vendemmia sara', comunque ed ineluttabilmente, "a macchia di leopardo". E verra' autorizzato l'uso del mosto concentrato pure nel 2009, a prescindere. E almeno su quest'ultima previsione coltivo qualche certezza.

giovedì, luglio 17, 2008

Via, via (vieni via di qui)

[Il post non c'entra alcunche' con la canzone, ma mi piaceva il titolo]

Cose da fare a bottega quando sei morto (di noia): pigli l'auto e scappi in Langa. Cosi', per andare a vedere un paio di cantine di riferimento, per far rifornimento, per fare allenamento, per farti un po' contento. Oggi e' andata cosi'. Tra l'altro, per consueto amore del paradosso, in Langa cercavo un bianco, avevo voglia di assaggiare e comprare un bianco, ma comunque non un bianco ovvio e prevedibile; le declinazioni dello Chardonnay e dalla barrique sono infinite ed infatti in agenda avevo un Riesling, solo acciaio, di un barolista stranoto, Vajra - anzi, googlando un po' sul suo Langhe Bianco tra i primi risultati c'e' Franco Ziliani, manco a dirlo. Avevo assaggiato per caso un'annata risalente di quel Riesling, che nella maturita' esprime una potenza complessa e stratificata da grandezza; la vendemmia disponibile, 2007, non regala ancora le mineralita' goduriose che promette (in una decina d'anni, secondo Milena Vajra); ora stordisce con un bel cazzottone acido, bilanciato dall'alcol morbido. Eppure e' gia' una delizia. A listino e' sui 28 euri, quindi vino non piccolo, ma che merita d'essere dimenticato in cantina, per chi sa aspettare. Il resto della produzione riflette uno stile encomiabile, con l'austerita' tradizionalista che e' temperata, in ogni release aziendale, da sovrana eleganza.

[Update: pure Max scrive del biancone di Vajra qui. La fotina che correda non rende merito alla signora Milena, che e' di molto piu' graziosa]

martedì, luglio 15, 2008

Siore e siori, questo e' il 2008

Stamattina, mentre performavo la vendita di un magnum Ruinart blanc de blancs, ho utilizzato uno dei miei argomenti di vendita preferiti. Lo immetto in condivisione, si sa mai che possa tornare utile a qualche collega.

L'obiezione canonica, quando vendi Champagne che non rientri nel numero della banda dei quattro (Mumm, Veuve, Moet, Pommery) e' sostanzialmente: come faccio a regalare uno Champagne ignoto, se chi lo riceve non lo conosce, non lo apprezza, e via dicendo. Questo genere di argomento si smonta abbastanza validamente annunciando: caro signore, questo e' il 2008, non il 1975. C'e' stato un tempo nel quale, certamente, il consumatore aveva bisogno di far riferimento alla griffe per affidare la sua scelta; oggi le cose stanno diversamente. Quanti tra di noi consumano qualsiasi prodotto, si affidano anche e soprattutto a Google; cosi', quando ci troviamo tra le mani una qualsiasi griffe ignota, qualunque sia l'oggetto del nostro consumo, inserendola nel motore di ricerca otteniamo un quadro parecchio piu' chiaro del suo valore. Questo, appunto, non e' il 1975, e' il 2008. Quindi, prescindendo dal livello di conoscenza in tema Champagne (non e' obbligatorio essere enofili, alle solite) se immetti "Selosse Rosè" in google leggi i peana - mentre un po' meno gloriose sono le letture relative a veuv clicò.

Il consumatore ha l'opportunita' di fare un uso approfondito della rete per procedere nella conoscenza, pure tra le difficolta' del caso; un certo tipo di approccio "arcaico" al consumo, attraverso griffe peraltro parecchio svuotate di contenuto, rappresenta il passato. Naturalmente sta a noi (operatori) decidere se voler tenere un piede nel passato, oppure riconoscere le dinamiche del presente; nel caso, comunicando le stesse ai nostri clienti.

sabato, luglio 12, 2008

Il mantra dell'incomprensibilita' (contiene rece)

O mondo incomprensibile: e' il mio mantra preferito, meglio potrei dire il mio tormentone, che ripeto spesso e volentieri. Nel farlo, evito di approfondire le cause: se sia io che non ci arrivo oppure e' l'universo che non si spiega. In questi ultimi giorni, per dire, ho avuto notevoli difficolta' a spiegare al cliente curioso cosa e' successo col Brunello, e col Decreto Zaia: e' tornato tutto a posto? Bacchetta magica? Oppure: non e' proprio, mai, successo niente? Onestamente, qualcosa mi sfugge; appare certo che tutto, ora, sia a posto - un po' come la spazzatura a Napoli, e' sparita dal Tg4; segno che il problema e' risolto. Forse.

E certo, non e' colpa di internet che ci rende piu' stupidi - per fortuna qualcuno spiega perche': "la tesi stupida che i sistemi internet ci rendano meno intelligenti è stata messa in giro con molto clamore. E' un segno di paura da parte di chi controlla l'informazione, in particolare i giornali tradizionali (non a caso la notizia è stata molto diffusa dai quotidiani) e le televisioni (che hanno dato all'argomento ampio spazio). In realtà, hanno paura che il pubblico li abbandoni (o, come si direbbe con un linguaggio in voga, li mandi dove avete ben compreso)" - E grazie al qualcun altro che segnala il pezzo.

Come forse avrete letto in giro (vi basti la copertina dell'ultimo Espresso) siamo probabilmente sull'orlo dell'abisso economico-finanziario; per chi, come me, opera (comunque) in quell'ambito commerciale riconducibile al termine "accoglienza" (che mi piace una cifra, sottolineo) e' grande la sopresa nel vedere che c'e' chi insiste a darsi da fare, nonostante chi ci governa sia intento ai casi propri, per cui e' normale che si vada a rotoli - ma questo non si puo' dire, perche' si chiamerebbe qualunquismo. Quindi, rinunciamo a capire perche' stiamo scrutando l'orlo del suddetto abisso.

Piuttosto, diamo un senso vagamente food a questo post, inserendo la rece (sta a significare recensione, tutto ti devo spiegare?) d'un ristorante visitato ierisera. La sorpresa, probabilmente, e' tanto piu' piacevole quando nel corso della giornata ti hanno tenuto compagnia i cupi pensieri su esposti; ti siedi a tavola e ti sorprendi di ogni minuzia positiva, alla fine probabilmente la enfatizzi, ma appunto se non t'aspetti niente di buono godi due volte. Andiamo con ordine.

Il ristorante sta in una stradina interna al quartiere di Pegli, Genova, non distante dalla mia magione; una strada senza pretese in un quartiere ex-glorioso, l'unico nel ponente della mia citta' ad esibire un lungomare e qualche vestigia d'un passato turistico; la porta, rossa, e' una nota cromatica cospicua, che fa molto bistro' - con stile vezzoso e buona misura, che, vedro' poi, e' la cifra complessiva degli arredi e degli interni. D'accordo, entrando, tra gli arredi aggraziati, la barrique con le bottiglie e varie leziosita' compare la solita Berkel; sull'eccesso di Berkel ad uso arredo molti altri si sono gia' dilungati, quindi eviterei d'infierire; resta sempre il dubbio: sopravvive qualcuno che usi una Berkel per affettare la mortadella? Comunque, esploro brevemente gli interni pieni di belle cose buttate qua e la', ed arrivo ad una stanzetta adibita a sala per bimbi: incredibile, in una citta' a crescita zero un ristoratore che pensa ai bambini; l'ho ancora detto che il mondo e' incomprensibile? La parte piu' bella, pero', e' il piccolo giardino all'aperto, dove mangeremo, su sedie in ferro battuto non comodissime ma stilose e coerenti; grandi ombrelloni coprono i pochi tavoli, ravvicinati (ma questa e' Genova, mica la Pianura padana) e, finalmente, ti godi una location, incredibile a dirsi, fighetta ma non banale. Sono seduto al limite dello spiazzo aperto, lungo il quale corre un antico muro che, immagino, divideva le proprieta' con i giardini di questi vecchi palazzi patrizi, anticamente ville fuori citta' ad uso dei borghesi che "uscivano" da Genova per andare al mare; oggi questi quartieri sono annegati nella citta'; ma questo muro, coperto dai rampicanti, sbrecciato e cadente, e' puramente retro' senza infingimenti, e' antico e basta, non mente, non e' evocazione posticcia di antichita': e' antico di suo. Osservare da vicino qualcosa/qualcuno che non mi racconta storie, da solo, e' gia' appagante. E ancora: personale simpatico e cordiale. Da queste parti, scusate, e' praticamente un optional che volentieri pagheresti.
Cosa si mangia? Diciamo subito: niente voli pindarici, cucina riconoscibile, facile, forse un po' riluttante, ma che ci volete fare, io sono il genere di gurmè che, quando gli presentano "paccheri con pomodorini e pancetta" fatti bene e golosi, non si lamenta. Gia' gli antipasti si annunciano godibili, con i muscoli (cozze) perfetti, con mozzarella piaciona, con peperoni in agrodolce - ecco, questi davvero - memorabili per dolcezza. E ottimo pane. Da queste poche cose si capisce che le evocazioni iberiche sono, ovviamente, ignote. E va bene cosi'; i piatti sono, ci crederesti? rotondi e bianchi. In generale le preparazioni hanno spunti da meridione d'Italia (non ho indagato piu' di tanto) e le esecuzioni sono, come dicevo, improntate sulla facilita', sono confortanti e confortevoli. Il menu e' scritto a mano su un foglio di carta-paglia (la stessa che ti fa da tovaglietta) e la carta dei vini, eh, quella non c'e'. Io chiedo un bianco ligure, la signorina mi propone un Vermentino (quale, ovvio, non si sa). Questa e' la classica premessa per una brutta sorpresa, e invece ti servono un clamoroso Vermentino Riviera Ponente 2007 di Ruffino, azienda assolutamente sugli scudi, che conosco ed apprezzo: applauso. Salto il secondo, passo al dolce, una pastiera ricottosa quanto basta, di ottima esecuzione. Antipasto, primo, dolce, vino serissimo e acqua: sui trenta euri a personcina. Coordinate:
Ristorante Antica Via Venti
Specialita' genovesi e napoletane
Via Martiri della Liberta' 63R - Genova Pegli
Tel. 010 664665
Esci col piacere d'aver trovato un esercente che onora la categoria, e quasi rinfrancato nel vedere un ristorante aperto da poco, ma al gran completo, segno di buon successo, a dispetto delle crisi e dei tracolli.

mercoledì, luglio 09, 2008

Della roboante retroetichetta


Ci sono componenti del vino regolamentate dalla legge - perlomeno, ci si prova. Poi ci sono aree dell'enomondo totalmente anarchiche e deregolate, tipo le retro-etichette. Li' sembra che puoi proprio scrivere quello che ti pare, con qualche sprezzo del pericolo. Sul mio frizzantino bianco di riferimento leggo:
Vino profumato ed aromatico, con sentori che vanno dal fruttato del Pinot, al miele d'acacia dello Chardonnay, all'albicocca del Verduzzo e al peperino tipico del Sauvignon. Adatto a tutte le occasoni, e' ottimo con il pesce, con primi piatti a base di funghi e verdure, e persino con le carni rosse
Insomma, una roba cosi' ecumenica non s'era mai bevuta.

[Postfazione nr. 1: visto che dedico un post ad un frizzantino da sei euri, spero sia evidente una volta per tutte che son stato radiato dal club degli enosnobboni]
[Postfazione nr. 2: questo blog non linka il sito del produttore del vino - Legatura Mionetto - come forma di protesta nei confronti dei siti irrimediabilmente troppo brutti, in flash]

mercoledì, luglio 02, 2008

Si, vabbe', ma dai


Confesso, l'ho rifatto: ho curiosato tra le keywords di ricerca interna del blogghe. Teens, ecco, un po' m'ha sorpreso.

martedì, luglio 01, 2008

Guardare il (vino)mondo con gli occhi del bottegaio

Durante il trascorso TerroirVino, peregrinando di tavolo in tavolo, volentieri mi accompagnavo con amici, clienti, conoscenti d'ogni tipo; assaggiare da soli e' utile a non farsi influenzare, ma assaggiare in compagnia e' divertente: ti permetti di maramaldeggiare con l'assaggiatore incompetente, ti zittisci e prendi appunti se affianchi quello in gamba. Dovunque andassi, comunque, ad ogni assaggio formulavo la richiesta canonica al produttore: quanto costa?
Ovvio, essendo io commerciante, dovevo acquisire il dato. Il freddo elemento finanziario contribuisce al giudizio finale: puoi pure produrre un bel rossone da 80/100, ma se lo metti 25 euri piu' IVA (che significherebbe, idealmente, 45 euri in enoteca) sei sostanzialmente fuori mercato. Con qualche sorpresa, assaggiando in compagnia di molti enoappassionati, mi accorgevo d'essere sempre l'unico a fare 'sta domandina: d'accordo, sara' il mio bieco lavoro da sensale, ma possibile che a nessuno interessasse?

Eppure, ribadisco: non si puo' formulare un giudizio davvero compiuto su un vino, se non si ha chiaro pure l'aspetto monetario; capisco che l'assaggiatore puro desideri estraniarsi dai bassi sentimenti mercantili, ma mi chiedo: fa bene? Il limite monetario, certo, e' soggettivo; per quanto mi riguarda gioca pure il raffronto: per 45 euri, quali altri vini migliori, piu' significativi, posso vendere a bottega? Ecco perche', per esempio, non vendo Nero d'Avola a quelle cifre (e ce ne sarebbero). Per meno bevi Brunello; e non ditemi che sono inconfrontabili: un Nero d'Avola a quel prezzo e' confrontabile, purtroppo per lui, con una miriade di supertuscan intermedi. Ma non divaghiamo; si diceva: l'assaggiatore farebbe bene a tener presente anche l'elemento prezzo.

Durante uno dei molti Viniveri/ViniDiContadini/Vinifighi ricordo un produttore encomiabile. Presentava il solito bianco-sulle-bucce di cui mai abbastanza sparlero'; colore del te'; puzze insopportabili; incomprensibile; punteggio: 55/100. Faccio qualche domandina sulla produzione, al che viene fuori quanto segue (indimenticabile): zona di provenianza Colli Bolognesi, duemila bottiglie prodotte, primo anno in assoluto di produzione, vinificazione "totalmente naturale senza nessun tipo di intervento di qualunque genere". Prezzo "ancora non so bene, sai, ancora non ho idea... almeno dieci euro piu' IVA". Sbam! - Svenimento dell'enotecario - una roba cosi' a 16 euri almeno al mio cliente? Siamo alla follia.

Poi, ovviamente, se questa e' la regola ci stanno le eccezioni. Accade pure che il bottegaio si lasci prendere dal sentimento (non ridete, puo' succedere) e si lasci sedurre da elementi altri (troppo lunghi da dire, qui) per cui ci innamoriamo, che so, di un Salvioni nonostante le cifre: quello che trasmetteva quel vino trascendeva il prezzo.

[Fotina lietamente scippata a questa gallery di Fil]

domenica, giugno 29, 2008

Figurati se me la facevo sfuggire

"Tre bicchieri al giorno di vino rosso aumentano il piacere sessuale favorendo l'erezione e ritardando lievemente il riflesso eiaculatorio". Imperdibile notiziola a cura del prof. Ledda, nell'ambito dell'ultimo convegno "Vino & Salute", a cui grati rivolgiamo il pensiero.

sabato, giugno 28, 2008

Manco copiare sai


Dagospia scivola su Perrier-Jouët, e la maison francese diventa Perrie-Joét. Si, d'accordo, uno potrebbe dire: ma tròvati delle letture serie, perlomeno riferite all'enomondo. Tuttavia e' sabato, fa caldo, e uno a bottega evade come puo'. Anzi, ritrova qualche sinapsi funzionante, sull'argomento in questione:
1. non e' la prima volta (magari neppure l'ultima) che Dago snobba il copy&paste
2. del resto, questi sono i segni della decadenza.

giovedì, giugno 26, 2008

Valuta pregiata


Si festeggia l'incoronazione del Re di Tonga, e si brinda con un vino italiano, prodotto ovviamente da un Barone (similes cum similibus). Il vino, per dire, si chiama Coronation. La curiosita' maggiore: il Re di Tonga, paga davvero in Panga?
[Cheppoi sarebbe paʻanga, vabbe']

mercoledì, giugno 25, 2008

Stai sempre a criticare i supermercati


Carina l'immagine qua sopra, eh? Ringrazio Mauro Biani, via Macchianera. Mentre qualcuno si lagna per la dura flessione dei consumi, qualcun altro scaccia i clienti col forcone.
[E, alle solite, qualcuno ha youtubizzato simili eventi]

martedì, giugno 24, 2008

Spammer of the year


Nell'inbox, stamattina.
Elementi che concorrono ad attribuirgli il premio di spammarolo dell'anno:
  • Sito in flash non skippabile, con ipnotica musichetta, ma vidimato W3c (qui custodiet ipsos custodes?)
  • Inquietante fotina in home, con tanto di indimenticato politico locale, ed altri non individuabili ma in stile Goodfellas.
  • Perfetto equilibrio tra tono da "un favore ti chiedo, che non me lo puoi rifiutare" (visitate il sito attentamente) e tono amicale (vi augura un mondo di bene).
  • Assoluta territorialita': ammirevole la sicilianitudine della circonlocuzione "che lo trovate in fondo alla pagina del sito".
Grazie, e complimenti vivissimi. In attesa di visitarvi al prossimo Vinitaly.

mercoledì, giugno 18, 2008

Buccismo senza limitismo

E fu Terroir Vino, e potremo dire: io c'ero. Orbene, ci sia consentito un breve fremito d'orgoglio localista, che del resto da queste parti c'e' ben poco di che essere orgogliosi (basta leggere cosa scrive Luca su certa ristorazione - in attesa che lo sbertucciato ci quereli a tutti e cosi' si emigra in Cina).
La rassegna e' alquanto riuscita, e certo la location ha il suo bel perche'; tempo clemente, ovvero neppure caldo, il nemico classico di ogni degu, che assaggiare a temperature africane azzera ogni appeal. Ovviamente c'era mezzo mondo bloggarolo (saluto tutti) quindi la convention ha avuto pure un bel saporino due-punto-zero. Adesso mi auguro solo che lorsignori (gli enti pubblici, Comune, Provincia, Regione, UE, Onu e quant'altri) si decidano a fare un bel monumento a Filippo, anziche' far finta di niente come sempre, quando qualcuno qui si da' da fare.
Comunque, tanto per non sembrare buonista, facciamo pure qualche critica: la prossima volta consiglierei tavoli piu' distanziati, se possibile. E quanto al ristoratore della cenetta in terrazza, mi offro volontario per comandare la spedizione che vada a spiegargli un paio di elementi costitutivi del mestiere. Ri-cit. Luca, vedi sopra. Velo pietoso.

Ed a questo punto ci starebbe pure bene disquisire di vini. Centotrenta espositori non consentono una gran sintesi, e del resto spero che qualcun altro si prenda la briga si metter giu' appunti e recensioni. Esercitato lo scaricabarile, qui vorrei brevemente rilevare la dilagante (anzi, dilagata) tendenza della buccia a contatto con i bianchi; una tecnica di vinificazione molto vecchio stile, confinata dall'enologia anni '80 nel numero delle pratiche esecrabili (colori giallo-carichi, opalescenze, microelementi in sospensione, insomma, uno strazio ossidativo) quindi quasi sparita da ogni cantina che volesse dirsi moderna; ma siccome tutto scorre, ecco che alla fine dei '90 hanno ricominciato a pilotare questo stile di vinificazione primitiva, dura e pura, viscerale; cio' che prima era male diviene bene, l'errore era virtu' e la virtu' era erratica, nella solita contraddanza per cui il bianco e' nero e la notte e' giorno (del resto pure Berlusconi era Socialista). Siete confusi? Perche' non avete assaggiato i vini: che in quel caso la confusione era totale. Telegraficamente: a me questa cosa della vinificazione a contatto con le bucce non mi convince; prenderei, come unico esempio, l'Antico Sfizio (gia' il nome... mah) di Maria Donata Bianchi, se non altro perche' era immediatamente verificabile la differenza con suo Vermentino vinificato "normalmente" (cioe' correttamente, cioe' modernamente, cioe' come negli anni '80... uff) -- ecco, l'Antico coso proprio ridondava di note ossidative, sembrava una specie di esercizio di stile; mentre il Vermentino Riviera Ligure di Ponente 2006 aveva un'esaltante freschezza salmastra al naso, anzi, a mio parere rappresenterebbe l'archetipo di Vermentino RLP di riferimento. Insomma, l'assaggio dei bianchi-a-contatto-con-le-bucce alla fine rappresenta un bell'esercizio didattico, spesso con notevoli delusioni. Preferendo la via classica, non so qualificarmi: sono modernista siccome mi rifaccio agli anni '80? Gli ultra-tradizionalisti del bianco "come cento anni fa" costituiscono la modernita' nel 2008, quindi, cosa e' moderno? Cosa e' tradizionale? Grande e' la confusione sotto il cielo, eccetera, eccetera.

martedì, giugno 17, 2008

Franza o Spagna


Quando si tratta di taroccare, non siamo neppure nazionalisti; un grande classico e' lo Champagne fasullo, in realta' banale frizzantino. Hai visto mai che ci porti qualche genere di fortuna, stasera contro la Francia?

domenica, giugno 15, 2008

Oggi qui, domani pure


Domani il vostro bloggarolo enotecario s'accampa al Palazzo Ducale di Genova per Terroir Vino - una tantum, una kermesse a chilometri zero.

Un giorno ti svegli, e sei linuxiano


[Tutto e' cominciato qualche mese fa, col nuovo portatile Asus per casa; bello, potente, perfetto. Ma con Windows Vista]

Arriva un momento nel quale ti accorgi di corrispondere un prezzo elevato a fronte di una prestazione scadente; parlando di computer, questo avviene con i prodotti di Microsoft, ormai; non voglio infilarmi nella piu' trita guerra di religione che strazia il mondo informatico, ma semplicemente raccontare la storiella. Pacatamente, serenamente, come direbbe lui.
Accendi la macchina nuova e l'ingombrante sistema operativo ti prende per mano - anzi, ti strattona la giacca, e ti spiega cosa e' meglio per te. Senza possibilita' di opzionare, che so, una casella con la spunta "sentite, so cosa sto facendo, smettetela di avvisarmi". Windows Vista e' un continuo pop up di allerta, fermo li', non cliccare qui, azzo fai. E basta! Due giorni di strazio, poi la svolta definitiva: spiano l'hard disk con una stabile, e tollerabile, versione di XP, ma soprattutto una bella partizione con Ubuntu, una release a prova di niubbone.
Un mondo nuovo si squaderna, sei di nuovo proprietario della tua macchina; il sistema operativo fa quel che dici tu, quando premi Canc su un file non ti chiede conferma "spostare nel cestino?? ma sei sicuro??" -- semplicemente, cancella il file; cribbio, se l'hai cancellato, sara' perche' volevi cancellarlo, no? Fine degli stress da malware, spazzature, virus e bestiacce; cosi', un giorno via l'altro, impianti Ubuntu su un'altra macchina a bottega, poi un'altra ancora, e un bel giorno ti svegli e sei linuxiano.

mercoledì, giugno 11, 2008

Nel posto giusto, nel momento giusto. Senza saperlo


Ci sono giorni nei quali fuggiresti dalla pazza folla piu' rapidamente che in altri; cosi', la settimana scorsa, il mio rappr di riferimento mi propone una fuga di due giorni, lunedi' e martedi', in chiantishire, ed io volentieri m'involo; il tempo di affiggere sulla saracinesca "arrivederci a mercoledi'" e sono in viaggio. Destinazione Fattoria di Nozzole; inutile dire e descrivere cosa siano questi angoli di paradiso in terra; o lo sapete gia', perche' gia' bazzicate l'enomondo (e quindi e' inutile che ve lo racconti) oppure non avete idea di cosa sia questa delizia, per cui narrarvelo attirerebbe sul bloggarolo orrende invidie (bad vibrations).

Comunque sia, mi ritiro dal mondo per due giorni, e per due giorni non ho nemmeno voglia di accrocchiare la connettivita' UMTS al mio adorato, nuovo giocattolo geek; del resto ho solo voglia di fuggire, appunto, di non sapere nulla di alcunche'. Si assaggia, si confronta, si chiacchiera; martedi' mattina, poi, fuori programma, sono a Montalcino (l'azienda ospite ha nelle sue proprieta' La Fuga); a Montalcino, nella rocca, coi colleghi si beve la riserva di Soldera (15 euri il mezzo calice; una piccola felicita' a 15 euri: commovente) e manco a dirlo si discetta di brunellopoli. Uscendo l'occhio si ferma sulla locandina de La Nazione che strilla: dimissionario il presidente del Consorzio; ma che succede, chiedo io. Boh, nessuno sa niente, neppure il dir comm che ci anfitriona; sono a Montalcino nel mezzo dello showdown, ed e' come se fossi in Lapponia. Tutto perche', per due giorni, sono stato alla larga dai blogghe; oggi ovviamente recupero [1 & 2], di ritorno in un mondo pluggato.

Resta solo una vaga nostalgia del forzato ottundimento; via da tutto e da tutti, senza sapere; appena tornato, gia' ri-fuggirei.

venerdì, giugno 06, 2008

Tràttasi di omonimia


Questa settimana gùgol news e' stato generoso di notiziole salutiste: sul vino che fa bene, avete presente il genere. Ad esempio, il famoso resveratrolo che, oltre ad aiutare il cuore, rallenterebbe l'invecchiamento (vèdasi, esempio tra tanti, il Washington Post). Quanti tra voi invece soffrono di artrite reumatoide (vi vedo, arzilli vecchietti, che smanettate col computer) potranno trarre etilico giovamento bevendo cinque bicchieri di vino alla settimana - via Agi, stavolta. Buon ultimo, un certo gruppo Espresso tratta del french paradox (mai sentito, scommetto) riprendendo quanto sopra, e cioe' che "il consumo di resveratrolo in alte dosi sia in grado di prolungare la vita negli invertebrati e prevenga la morte prematura in topi in regime di dieta ipercalorica". Credo sia un caso di omonimia con quell'altro Espresso, quello che durante il Vinitaly titolava "velenitaly" infilandoci, in mezzo, vini contraffatti, Brunello, ricchi premi e cotillons.

mercoledì, maggio 28, 2008

Un blog e' troppo poco

Un blog e' troppo poco, ma pure due, probabilmente, sono appena sufficienti; oggi, per dire, smanetto col mio account per pubblicare su KelaBlu.

Il declino dello chard (perlomeno in UK)


Pare che nel Regno Unito si stia bevendo sempre meno Chardonnay. Si potrebbe credere che il motivo consista nel fatto che il biancone barricone internazionalone sia appena un po' déjà vu e stia venendo a noia; errore. L'esperto dice che la colpa e' di Bridget Jones: "Mister Clarke [l'esperto di cui ante, ndr] punta il dito sul personaggio di Bridget Jones [...] che nei suoi diari si consola con grandi quantita' di Chardonnay. [...] Lo Chardonnay ha prodotto alcuni dei piu' grandi vini del mondo, piaceva a tutti; finche' e' arrivata Bridget Jones". Insomma, la tipa perdente che beve Chard trascina nel gorgo pure il vino. Del resto e' noto, noi consumatori siamo bestiacce acritiche sensibili unicamente ai role model, opinion leader, marketing, advertising.
Disgustorama.

lunedì, maggio 26, 2008

L'enigma del tappo che respira


Sul vino ho due o tre certezze, e svariati dubbi; tra questi il piu' impellente e' il tappo che "respira". In breve, si ritiene che il sughero sia una chiusura insostituibile, perche' consente una minimissima interazione con l'ambiente esterno, una "respirazione" in misura omeopatica, che di fatto e' parte dell'affinamento e dell'evoluzione nel tempo, tipico di ogni vino che voglia definirsi grande. I sistemi di chiusura moderni (tappo a vite, silicone) precludono del tutto questo fenomeno, quindi teoricamente sarebbero relegabili ai vini di pronta beva. Fin qui tutto bene, se non fosse che, come in ogni enoico evento che si rispetti, le fazioni sono divise in due; personalmente sono stato a lungo fautore del partito del tappo che respira, finche' parlando con importatori/distributori/enotecnici sono stato spesso e volentieri spernacchiato dai difensori della tesi contraria: la respirazione del tappo e', semplicemente, una leggenda metropolitana; non ha alcun fondamento, chi ci crede e' uno sprovveduito, e via spernacchiando. Non avendo elementi tecnici, ma affidandomi unicamente al sentimento (criterio assai poco scientifico, come si vede) persisto nel mio errore, ma volentieri mi confronterei con chiunque del miei venticinque milioni di lettori, i quali avessero la bonta' di dirmi la loro. Tutto questo, dopo aver letto dell'invenzione dell'ennesimo tappo (a vite, questa volta) che respira; chi si affanna a trovare chiusure non ermetiche, apparentemente, avvalora la mia tesi.

venerdì, maggio 23, 2008

Fine di un mito

Dunque vediamo, e' maggio, io in questo periodo dell'anno ho una scadenza, un appuntamento fisso, se ben ricordo... e non sono le tasse. Ah, si, ora rammento: la mia vetrinetta dei vini nella locale Coop, dove da un-bel-po' di anni io passo e ripasso a vedere che succede a quel certo Barbaresco di Pio Cesare del '98, imperterrito in piedi sotto ai faretti, in attesa che qualcuno lo salvi.
Colpo di scena: quest'anno non c'e' piu'.



Confesso che ci sono rimasto quasi male, a non ritrovare il mio vecchio amico; si vede che qualcuno ne ha avuto pieta'. Pero', al suo posto, un nuovo Barbaresco di Pio svetta, una vendemmia 2001; a guardare bene, la targhetta col prezzo... ecco, quella che esibiva fiera la dizione Pio Cesari, non c'e'. La bottiglia e' sottotitolata "Brunello Docg Campoqualchecosa", peraltro all'invitante prezzo di euri 19,40.
Un vecchio proverbio cinese dice "non si bastona il cane che affoga". Certo che ce ne vuole, di buonismo, per non maramaldeggiare sulla Coop-sei-tu. Uff.

giovedì, maggio 22, 2008

Fiurenzo shta mmale

Ormai mi basta leggere Eataly in un titolo (figurati nei post) per tracollare; circa gli effetti, ti tocca premere play.

mercoledì, maggio 21, 2008

Mamma li turchi


Dice Borghezio che, se i turchi entrano nell' Unione Europea, ci bannano gli alcolici. E' la volta buona che si cambia tutti mestiere; magari pure Borghezio.

[Postfazione 1: probabilmente uno dei cinque titoli di post piu' banali nella storia del bloggume mondiale]
[Postfazione 2: questo e' il genere di storie che ti fa controllare il calendario, per vedere se e' il primo d'aprile]

sabato, maggio 17, 2008

La conoscenza emersiva ed altre complicazioni

Postone lungone e verbosone; ma tanto arriva il fine settimana: cosi' non vi annoiate.

Da qualche tempo mi gira in testa un'affermazione di Gianluca Nicoletti: i libri, la letteratura per come la conosciamo, sono cose morte; la letteratura ormai e' emersiva. Ovvero emerge e si autoproduce nei molti luoghi della rete dove la narrazione sgorga dal basso. Questo e' il genere di affermazioni che, ovviamente, dilata a dismisura l'ego di qualsiasi bloggarolo; per quanto mi riguarda cerco di immergermi in lunghe apnee di bagni d'umilta', con scarsi risultati, quindi mi scuso in anticipo. Il fatto e' che, comunque, pure sospendendo il giudizio letterario su quanto "emerge" in rete, io trovo abbastanza sensato dire che perlomeno la conoscenza, quella si, e' emersiva.

Ieri ero alle prese col solito rappr(esentante) e si discuteva di brunellopoli e velenopoli; chiacchierando mi sono reso conto in fretta di come questo operatore professionale del settore avesse una conoscenza dei fatti mediata esclusivamente dalla lettura di giornali, settimanali, o TG; da questo derivava la sua obnubilata percezione delle vicende, e quindi il suo discorso era pieno di "boh, mah, non so, chissa' perche', non capisco". E' come se l'informazione che ha ricevuto si rivelasse inadeguata; il caro rappr del resto non utilizza alcun genere di risorsa in rete, ignora la frequentazione di community, liste, forum, e blog; mi sono cosi' infilato in uno dei miei potenti loop di evangelizzazione internettiana; non tanto per il piacere di fare il maestrino dalla penna rossa, ma proprio perche' ci credo.
Io credo che non possiamo piu' permetterci di prescindere dall'informazione in rete, se vogliamo coltivare qualche speranza di capirci qualcosa (circa qualsiasi cosa). E questa, vorrei precisare, non e' la solita pippa sulle qualita' scarse del mainstream e sulle virtu' dei crociati dei blog(z).

Qui vorrei introdurre un concetto differente: io trovo che la conoscenza sia estremamente difficoltosa e complicata; perche' il mondo nel quale ci rotoliamo e', specularmente, difficoltoso e complicato. Deve essere successo qualcosa, in qualche dato momento, che ha reso insufficiente la conoscenza attraverso i canali tradizionali; ad un certo punto e' diventato necessario, per un quieto viticoltore irpino, sapere cosa diamine sia un feed RSS; ed altri, piu' numerosi e caotici, canali di apprendimento, son divenuti quasi obbligatori. Prendiamo ad esempio la vicenda denominata, con la solita improvvida qualita' comunicativa, "brunellopoli". Questa puo' essere percepita in misura mainstream, oppure nelle modalita' due-punto-zero che tanto mi stanno a cuore.
Nel primo caso, si legge che ci sono alcuni produttori che hanno infilato del merlot nel sangiovese di Montalcino, ed hanno fatto qualche genere di vaccata; del resto tutto si tiene, e a Massafra vendevano vino taroccato, quindi ormai come ti giri ti fregano. Ecco riassunto in due righe velenitaly de L'espresso.
Nella seconda opzione bisogna, appunto, avventurarsi in un percorso difficoltoso; ci tocca scorrere fiumi digitali di informazioni nei vari forum e blog che hanno descritto, esecrato, approfondito, cazzeggiato. Tuttavia, perfino io che sono affetto da bradipica pigrizia mi sono fatto un'idea. In breve, la rete ha reso chiaro quanto segue (non infilo link, tanto per affaticarvi ulteriormente). Ziliani ha tuonato: ve l'avevo detto, adesso son razzi amari, ecco che succede a fare finta che tutto va bene, poi arriva il conto; Cernilli ha detto: ehi un momento, almeno aspettiamo che sia conclusa l'inchiesta, le cose in fondo non sono del tutto chiare; segue accapigliamento tra incendiari e pompieri; ad un certo punto si chiarisce che tutti sono d'accordo almeno su un dato, il Brunello deve essere fatto solo di sangiovese ilcinese, deve essere una roba identificata con il territorio, mica un prodotto appiattito sul gusto di mille altri vini global. C'e' pure tempo e spazio per una petition online. Ma ecco che arrivano gli americani a rompere le uova nel paniere; dicono: sentite, ragazzi, se il vostro Brunello non e' fatto di sangiovese, se non ce lo certificate, noi a giugno blocchiamo le importazioni. Bum! E a questo punto esce fuori che il problema e' il rispetto del disciplinare del Brunello, mica velenitaly; i lettori de L'espresso, disinformati, dicono: "eh? Ma che e' il sangiovese?". Tutti gli altri, che han chiaro il quadro, scuotono la testa e pensano "adesso si che arrivano i guai". Nel frattempo il neonato governo, tra una velina e l'altra, presumibilmente dovra' certificare qualcosa che, giurerei, gli sfugge quasi del tutto (auguri).

Eccovi servito il Bignami di brunellopoli. Se c'e' maggiore conoscenza dei fatti, credo si possa dire che questa emerge, tra notevoli difficolta' di cernita delle fonti, anche e soprattutto dalla rete.


[Comunque la petition online e' qui. Lo so che questo genere di accrocchi smuove poco o nulla, ma hai visto mai. Io ho firmato.]

venerdì, maggio 16, 2008

Sottosegretari si nasce



L'encomiabile attenzione ai fenomeni correlati al turismo e' assai risalente, nella nostra sotto-segretaria.

[Via Forum del GR]

giovedì, maggio 15, 2008

Cantine? Ah, per te


Avrei bisogno di lanciare un veloce appello a certi spammer; nello specifico, a tutti i produttori di vino che in questi giorni mi stanno invitando a Cantine Aperte. Scusate, vorrei farvi notare - pacatamente, sommessamente - che io sarei un dettagliante; cioe' un intermediario. Che mi invitate a fare? A vedere come siete bravi a disintermediare? Guardate che gia' lo so.

lunedì, maggio 12, 2008

Avanzi di post

E' normale che la connettivita' per un bottegaio che si ostina a qualificarsi "vinoteca online" sia down da martedi' scorso? Risposta: e' normale. Normalissimo, inevitabile, ineluttabile. Tutto e' arcano, inspiegabile e surreale, come una telefonata ad un call center di Wind-Infostrada. Restiamo tra coloro che son sospesi, e chissa', un giorno torneremo alla modernita'. Nel frattempo, vogliate gradire alcuni avanzi di comunicazione inespressa causa ISP.


1. Il duro mestiere.
Qui non si puo' mica fare solo prelievo di scaffale di vini fighetti: bisogna pure testare la produzione entry-level. Questa settimana ho riassaggiato il rosso base (sangiovese umbro) della Cantina dei Colli Amerini. Dimostra la possibilita' di bere un vino che costa, in enoteca, euri 3,90 (tre e novanta, in lettere) pure svettando ad un punteggio di 75/100. Incredibile ma vero.
Poi, l'altroieri, ho toccato il fondo portando a casa un formato da litro e mezzo di Bonarda Oltrepo' che e' in prova (per non dire in beta testing, come sempre). Dopo lo sconcerto della coniuge, normalmente nutrita a Champagne Grand Cru Rose', il grande formato (a bottega ad euri sei) ha superato la prova, attestandosi a 71/100.

2. Brunellopoli Cernilli's way.
E' passato qualche giorno dalla proposta di Daniele Cernilli al sindaco di Montalcino, attraverso il forum del Gambero Rosso: "sarebbe sufficiente vietare in tutto il territorio comunale il trasporto di vini sfusi provenienti da fuori, in contenitori superiori ai 5 litri, con deroga, a chi ne facesse espressa richiesta. E che dovrebbe comunicare preventivamente i dati del vettore utilizzato, almeno due o tre giorni prima del trasporto, al Comando dei Vigili Urbani di Montalcino. Targa del mezzo, nome del conducente, motivo del trasporto ed, ovviamente, il percorso da effettuarsi all’interno del comune con destinazione finale".
La proposta, utile a vanificare temuti fenomeni di violazione al disciplinare del Brunello (nel quale i simpatici lazzaroni de L'espresso hanno abbondantemente pucciato il biscotto - senza alcuna costruttivita') mi pare alquanto sensata, per questo la rilancio; sono sinceramente curioso di leggere se il primo cittadino ilcinese accogliera' la richiesta, che, ribadisco, trovo semplice e praticabile. Speriamo non si accampino carenze di personale o similia. In attesa, stay tuned.

3. Le dita a V (e non in segno di victory).
A quella certa mega convention del settore c'erano pure quelli della Coop a ricordarci/vi/gli che la Coop-sei-tu. Mandarli affa e' inelegante, ma ho esaurito gli argomenti. Sia chiaro, non perche' gli argomenti non siano in mio possesso. Semplicemente, gli argomenti sono gia' stati diffusi.

mercoledì, maggio 07, 2008

Capisci che stai invecchiando

Capisci che stai invecchiando, quando al corso di degustazione che prepari si iscrive il figlio di una tua compagna di liceo.
Ed ora vado a miscelare il curaro allo Scotch serale.

martedì, maggio 06, 2008

Comincia bene la giornata

Comincia bene la giornata con un bel down dell'adiesselle a bottega; il router non s'aggancia a Infostrada quindi non resta che aspettare, fiduciosi, l'intervento tecnico. Nel frattempo vogliate scusare ogni lentezza nel rispondere a mail o messaggi; non e' snobismo, e' solo che l'UMTS di Vodafone, col quale sto (lentamente) postando questo messaggio nella bottiglia, e' incomparabile con la mai troppo lodata banda larga (quando c'e').
Attendo che la civilta' faccia ritorno.

sabato, maggio 03, 2008

Screaming Alder

Dice: a parte il blog di Alder, ne leggi pure altri? Ma si - rispondo. Il fatto e' che storielle come questa sono davvero esemplari. Vi faccio un riassunto, o non-anglofoni.

Il blogger in questione viene invitato ad una mega degu (degustazione, banco d'assaggio, chiamala come vuoi) di supercaliforniani, molti dei quali costosissimi ed introvabili. Su tutti, il mitico Screaming Eagle, una bottiglia prezzata qualche migliaio di dollari (l'una) a seconda delle annate. Tuttavia, arrivati al luogo dell'evento, la postazione riservata a Screaming Eagle e' deserta, e nessun vino e' disponibile; come mai? Semplice: le pochissime bottiglie messe a disposizione si sono volatilizzate in mezz'ora dall'apertura della rassegna, con buona pace degli aficionados accorsi fiduciosi. Cose ampiamente deja-vu, potrebbero dire molti enofili.
E' interessante leggere quanto afferma Alder: lo so (dice lui) sembra che mi sto lagnando, ma piu' che altro sono sorpreso: ma che ci sono venuti a fare a questo expo, quelli di Screaming Eagle, se praticamente nessuno ha assaggiato il loro vino? Ed aggiunge: io un vino cosi' non posso certo permettermelo: l'unica occasione per poterne scrivere e' quella di assaggiarlo alle rassegne; quindi, ecco un'occasione persa per comunicare alcunche'.

Ovviamente ho riassunto e zippato alquanto i concetti. Tra i possibili commenti, terrei a segnalare un paio di aspetti. Primo: la figura del blogger (quando e' influente) e' organica alla comunicazione, ed in special modo in ambiti nei quali le aziende non sembrano possedere i mezzi per comunicare - mi riferisco ad Internet, of course. Quindi, sul piano finanziario, ha perfettamente senso che l'azienda affronti il costo (gravoso? Non so poi quanto) di una bottiglia importante, se serve a consentire un lavoro di buzz marketing, di chiacchiera, di passaparola - scegliete voi - che in definitiva va a favore dell'azienda stessa. Mi permetto di riaffermare con qualche forza il concetto, giacche' personalmente non ne ero del tutto convinto, finche' proprio leggendo Vinography mi sono persuaso del contrario; in un post gia' citato si dice infatti: "we are the main vehicle that all but the largest wineries have for marketing themselves to a broad audience. Most wineries have little or no marketing budget, so all their exposure is usually through the press and word of mouth. Which means they want to treat us really well". Nel corollario di commenti successivi al post di Alder c'e' pure chi ritiene che l'atteggiamento di Screaming Eagle sia volutamente elitario e snobistico, tipico di chi coltiva l'assenza per enfatizzare l'inarrivabilita'. E' un punto di vista interessante, ma non lo condivido; anzi, questo mi consente di introdurre il secondo aspetto conseguente all'intera vicenda: proprio il pensiero che tale comportamento sia dettato da irritante snobismo rende il marchio di Screaming Eagle ancora piu' detestabile; non capisco quale genere di masochismo ci possa rendere ulteriormente desiderabile cio' che si ostina a negarsi. Fatta eccezione per esemplari umani dell'altro sesso.

venerdì, maggio 02, 2008

lunedì, aprile 28, 2008

Accadde domani


Credeteci o no, le Entita' Aliene con le quali sono in contatto mi hanno messo a disposizione una macchina del tempo. Potendo scegliere, ma scarseggiando in fantasia, mi sono catapultato nel futuro Vinitaly 2030. Tutto molto bello ed interessante, vi risparmio verbosi dettagli; basti sapere che, con mia grande sorpresa, il premio per il miglior Brunello di Montalcino e' stato assegnato, dalla giuria della fiera veronese, ad un produttore giapponese: Poggio al Fujiama. Il miglior Brunello di Montalcino vendemmia 2028 (hanno accorciato il disciplinare) e' stato difatti prodotto nel paese del sol levante. Vi chiederete: ma com'e' stato possibile tutto cio'?

Ve la faccio breve: Hiroshi Katana, titolare di Poggio al Fujiama, mi ha spiegato che tutto inizio' con la modifica al disciplinare di produzione del Brunello, intorno al 2010; accogliendo le richieste di molti industriali del settore, si accetto' di inserire una congrua percentuale di merlot (circa il 50%) al sangiovese ilcinese. Accadde, poi, che alcune nazioni straniere cominciarono a millantare il fatto che da loro, storicamente, si producevano blend di sangiovese e merlot; quindi la denominazione "Brunello di Montalcino" era illecitamente detenuta in via esclusiva dai vignaioli del comune senese. Fu un produttore ungherese (lo stesso del Tokaji) che vinse la causa in ambito UE, provando che, dalle sue parti, l'uvaggio sangiovese+merlot era risalente; quindi ottenne di poter denominare il suo vino "Brunello di Montalcino".
Da li' il passo fu breve; il rosso formato dal taglio di uve francesi con una piccola percentuale di sangiovese venne definito, in tutto il mondo, "Brunello di Montalcino". Durante il Vinitaly 2030 Poggio al Fujiama consegui' (o conseguira', vabbe') facile vittoria, grazie anche alla giuria formata quasi esclusivamente da wine maker californiani: nel 2030 la Padania, separata dall'Italia, e' una federazione degli USA.

[Postfazione: e se pensate che sia tutta fantascienza, leggete qui: il miglior whisky del mondo e' giapponese. E nell'articolo, con mio profondo scoramento, si definisce il distillato di cereali prodotto in Japan col termine Scotch. Meditate, gente, meditate]

giovedì, aprile 24, 2008

Invidia (ed una comunicazione di servizio)


Non credo che riuscirei a pagarmi le bollette scrivendo di vino; per questo ammiro chi ci riesce, cioe' i famigerati giornalisti; quando poi leggo notizie tipo questa, l'ammirazione diventa invidia: "wine magnate Bernard Magrez has outraged a group of journalists by offering each of them a Cartier wristwatch worth €1,650 (£1,322/$2,641). The watches were distributed after a press lunch hosted by Magrez and French actor Gerard Depardieu on 26 March. The lunch was held at the Alain Ducasse restaurant at the Hotel Plaza Athénée in Paris. Around 50 journalists attended – including wine critic and ex-Revue du Vin de France editor Thierry Desseauve, Philippe Bidalon from L'Express magazine and Gérard Muteaud of Le Nouvel Observateur". Via Vinography, che commenta da par suo. Comunque, i giornalisti hanno (quasi tutti) restituito il regalino.

Vi lascio alla lettura di tanto inglese, e chiudo i battenti fino a martedi' prossimo: il quipresente bloggarolo e/o enotecario si concede una vacanza.

[Update: stasera vedo che pure Andrea ha le stesse aspettative. A 'sti punti, produttori, che vi devo dire? Io non uso orologio. Ma nel caso, preferirei Rolex]

martedì, aprile 22, 2008

Style points per un wineblogger che sia hip

[Qualunque cosa significhi]


Nel semi-consueto tour per cantine in Langa, ieri, mi sono trastullato col termine Superpiedmont. Che, come intuira' il wine aficionado un po' skillato, identificherebbe la nebulosa di uvaggi ibridi, mix di barbera, nebbiolo, ma pure dolcetto, grignolino, ed ovviamente robe internazionali - merlot, cabernet; il tutto, sa ça va sans dire, affinato in barrique; questi sono la variabile piemontese dei Supertuscan, ed in definitiva quel genere di vini che fanno estrarre l'aglio, il crocifisso ed il paletto di frassino ad ogni tradizionalista.
Il wine blogger che sia hip, quando pensa di aver trovato qualche genere di termine originale, fa bene a cercare su Google prima di postare qualsiasi cosa; e con questo devo ammettere che si, Superpiedmont non l'ho inventato io, inutile tirarsela tanto, molti altri gia' lo userebbero.

E' un momentaccio per qualsiasi uvaggio nobile (nebbiolo, oppure sangiovese grosso, ci siamo capiti) che osi miscelarsi con uve non autoctone; la parola d'ordine e', o dovrebbe essere, territorialita', valido parafulmine per gli strali dei puristi; senza fare troppa fatica (o forse sono di manica larga), mi capita ultimamente di incrociare Superpiedmont sobriamente territoriali, nei quali l'impronta del vitigno regionale non si fa stravolgere dalla piacioneria; e comunque debitamente cioccolatosi; non una quadratura del cerchio (l'austera nebbiolitudine e' altra cosa), ma vini non allineati o assuefatti alla banalita'. Il miglior assaggio di ieri proviene da Marco Brangero, produttore dell'area di Diano d'Alba. Langhe Rosso "3 Marzo" 2005, blend di nebbiolo al 70%, 15% barbera, 15% cabernet sauvignon; affinato 18 mesi in tonneaux nuovi. Cosa mi piace maggiormente? La vividezza del nebbiolo nell'interpretazione modernista, la sericita' di un legno presente e non invadente; punteggio glorioso - 87/100 - e prezzo in enoteca sui quindici euri. Two thumbs up. Piccolo suggerimento sul produttore: si sta allargando (in senso positivo, intendo); ha affittato un ettaro a Serralunga, e per il 2010 (avete pazienza, si) produrra' Barolo. Essendo attratto dai bianchi liguri, ha ugualmente rilevato una cantina nella zona di Caravonica, e quest'anno uscira' con la prima annata del suo Pigato. Indovina chi lo vende.
Az. Agr. Brangero
Via Provinciale, 26 - 12055 Diano d'Alba (CN)
Tel. e fax 0173/69423 - mail m.brangero[at]libero.it

sabato, aprile 19, 2008

Il cliente beta tester


A volte esagero col modernismo; all'ultimo Vinitaly mi sono infatuato di Delta Vineyards, un neozelandese artefice di un Sauvignon blanc cosi' pomodoroso (foglia di pomodoro, intendo) da sembrare caricaturale; bianco esageratamente sopra le righe, ma a volte mi va cosi', esagerato ed eccessivo. Sull'onda dell'entusiasmo ho introdotto un loro rosso, Pinot Nero; come il Sauvignon, tappo a vite e mood ultramodernista; a parte la frutta rossa (ed il colore da PN, cioe' niente affatto inchiostroso) l'elemento olfattivo preminente e' la sensazione smaltata-laccata, tipica di certe release un po' troppo tecniche.
Quando qualcosa mi piace, ma voglio capire bene se son io a dare di matto oppure c'e' qualcosa di meritevole in quella bottiglia, abuso dei clienti-beta tester; questi sono clienti alquanto competenti, curiosi, e immediatamente diffondo tra loro i nuovi arrivi, confrontando i loro feedback col mio punto di vista (altrimenti noto come Dogma di Verita'). Da quel che sta venendo fuori, purtroppo, credo di poter dire che i miei beta-tester non si fanno abbindolare: tornano scuotendo la testa, storcendo la bocca, pieni di rimproveri e busillis; "non capisco, e' strano, e' troppo questo-e' troppo quello"; ma io mi ostino. Poi ieri uno di loro, tra l'altro mio allievo ad uno dei corsi di tecnica d'assaggio che ogni tanto imbastisco, m'ha alzato il cartellino giallo: "l'ho lasciato aperto tre giorni, e quando l'ho riassaggiato, era tale e quale, non e' cambiato di una virgola".
Ho avvertito una vibrazione nella Forza. Pero', che allievi tiro su.