martedì, marzo 18, 2008

Un po' di assaggi (tanto per variare sul tema)

La mia citta' ha una tradizione risalente di importatori e distributori, sia di vini che di distillati, dall'Europa e pure dal resto del mondo; a Genova il Whisky, il Cognac, il Rum, e lo Champagne, sono di casa: sia per la vocazione portuale, che per le specifiche competenze di appassionati selezionatori, che qui hanno la sede. Col passare degli anni molti mega-importatori sono spariti, altri si sono trasformati, ma permane un interessante numero di "piccoli", iperqualificati interpreti del nostro gaio enomondo. La giornata di ieri, lunedi', e' stata dedicata ad un pressante tour-de-force (vitaccia) nei magazzini di uno di questi, Moon Import. L'azienda, da piccola (o forse piccolissima) sta conoscendo, a detta del suo dir-comm, un esaltante periodo di sviluppo; in tempi di crisi e lamentii, fa sempre un certo effetto conoscere una realta' di successo; a margine, i motivi di tale successo si prestano a qualche analisi di tipo sociale: secondo Moon la polarizzazione nel censo dei clienti (draconianamente divisi, o nuovi poveri, o arricchiti) ha favorito la proposta iperqualitativa (manco a dirlo, ipercostosa) a vantaggio di coloro i quali sono saldamente nell'ambito che potremmo barbaramente definire "luxury". Per la verita', qui, non ho gran che voglia di addentrarmi in tale analisi; preferisco, semmai, raccontare cosa s'e' assaggiato, tanto per focalizzare l'attenzione sui prodotti, e, magari, sulla conseguente fondatezza delle affermazioni che avete letto. Soprattutto per consigliare, a tutti gli addetti ai lavori, una visita in questi magazzini, assai somiglianti ad una vinosa grotta di Alì Babà, dati i tesori che vi sono rinchiusi; di tanto in tanto si organizzano degustazioni e presentazioni di nuovi prodotti quindi, consiglio personale, agganciate il locale rappr di Moon Import e cercate d'esserci.
La prima parte della giornata e' stata incentrata sugli Champagne; si sono aperti notevoli vini fermi durante la pausa pranzo, ed il pomeriggio e' stato dedicato ai distillati; vista la mole di assaggi, qui mi limitero' agli Champagne. Noterella: prezzi indicativi, in qualche esosa enoteca.
Gaston Chiquet Tradition 1er Cru (in magnum). Ancora molto verde, duro, acidita' in grande spolvero, buon inizio pasto/aperitivo. Penalizzato da naso chiuso. 77/100. € 38 (la bottiglia da 75)

Charlier Carte Noire. Bellissimo naso, complesso, ampio, con note sottilmente legnose ma tutt'altro che monocorde, assai cangiante nel bicchiere. Appena maturo, bocca morbida e quasi vanigliosa. 82/100. € 35

Philipponnat Royale Reserve. Questo Champagne, che rappresenta l'importazione piu' "quantitativa" in termini di bottiglie prodotte, viene presentato, didatticamente, in due differenti date di degorgement (normalmente reperibile in retroetichetta). Premesso che io sono un aficionado dello Champagne maturo, l'etichetta piu' risalente ha mostrato, a mio modo di vedere, assai maggiore appeal.
1) Degorgement 2007: chiuso, nervoso, sovracido, penalizzante. 76/100
2) Degorgement 2006: olfattivamente piu' ampio e complesso, permane, in bocca, un'impressione di maggiore semplicita', quasi concettuale; uno Champagne probabilmente ecumenico, senza troppe caratterizzazioni. 77/100. € 35

Philipponat Grand Blanc 2000. L'ampiezza stratificata del naso e' segnata da una splendida frutta bianca, pesca e banana. Bocca di buona lunghezza, setosa. 83/100. € 85

Gaston Chiquet Blanc de Blancs grand cru 2002. Condizionato da un naso meno appagante (ancora verde?) e' piacione quanto basta; invitante, di buona lunghezza. 82/100. € 55

Gaston Chiquet millesime "or" 1er cru 1999. Possente corredo aromatico salmastro, quasi di bottarga; mutevole, da rigirare per mezz'ora almeno nel bicchiere alla ricerca di nuovi riconoscimenti olfattivi. Saldo, sapido in bocca. 85/100. € 60

Philipponnat reserve millesime 2000. Il naso attacca con forza il tostato (noce e nocciola) e non molla piu' questi riconoscimenti; e' ampio, pure lui piacione; in bocca ha grande armonia. 83/100. € 80

Chiquet Special Club 1998. Note di noce al naso, bocca delicata, sottile. Finezza. 81/100. € 72

Charlier Special Club 2000. Anche qui prevale la lievita', la delicatezza. Bocca conseguente. 80/100. € 55?

David Leclapart "l'Apotre" BdeB 1er cru extra brut. Bum! Nasone viscerale, tostato/floreale; carattere da vendere, ampio, appagante; serissimo champagnone. 87/100. € 110

Philipponat Cuvee 1522. Altro campione, dal naso spettacoloso, con note di erbe aromatiche; la bocca e' ancora assai giovanile ed acidula. 84/100. € 80

Egly-Ouriet V.P. Extra brut grand cru. Naso spettacolare, complessita' esaltante; l'impressione e' quella di avere nel bicchiere una bollicina emozionante, fuori dal comune. 58 mesi sui lieviti, non a caso. 88/100. € 95
Considerazioni finali: questi assaggi hanno reso evidente come, ancora una volta, "piccolo e' bello", riferito ai vigneron di Champagne, in questo caso; ed infatti le prove forse meno esaltanti le ha fornite il buon Philipponat, di gran lunga la maison piu' "produttiva" tra quelle schierate da Moon Import; conoscendomi, sarebbe il caso di ripetere la degu in cieca, per evitare i miei biechi pregiudizi. Tuttavia segnalo come perfino il magnum di Clos des Goisses, una delle migliori cuvée di Francia, non mi abbia, questa volta, troppo ammaliato.

[Nella foto, il Clos Des Goisses, storico vigneto singolo della Champagne; caratteristicamente, la collina si specchia nel lago sottostante, e disegna la forma di una bottiglia. I francesi, che geni del marketing; pure le loro colline].

Propostina ina ina

Il numero de Il mio vino professional che ricevo oggi apre con un disperante urlo: "La GDO e i suoi complici". L'articolo (reperibile qui, dopo macchinosa registrazione, uff) descrive le orrende sofferenze in capo agli enotecari che, dopo aver fatto gli opinion leader, vedono il frutto del loro lavoro comunicativo scippato dai malefici supermercati. La storia e' vecchia e stravecchia; l'estensore dell'articolo verso la fine evoca sommessamente la possibile soluzione, cioe' il boicottaggio dei brand che si prestano al triste (ed inevitabile, aggiungo io) gioco.
Io, assai meno sommessamente, vado dicendo da anni e annorum che il dettagliante qualificato deve smarcarsi dalla morsa, cancellando una volta per tutte ogni fornitore che, date le sue misure industriali, e' potenzialmente passibile di tale meccanismo: cioe', concede il prodotto all'enotecaro/ristoratore, attende che il brand si affermi, ed alla fine consente la vendita sottocosto presso la GDO. Questo meccanismo e' assolutamente leggittimo: ognuno, a casa sua, fa cio' che vuole.
Pure noi dettaglianti dovremmo, assieme, praticare tale aureo principio; ma state pur certi che la mia propostina, per una salvifica presa di posizione, non avra' successo, finche' tra i dettaglianti sentiro' litanie del tipo "ma, la signora Pina mi chiede il Berlucchi, e io che faccio?"
Fai che soccombi. Ma almeno fallo in silenzio, senza troppi lamenti.

venerdì, marzo 14, 2008

C'e' chi si allarga


Rientra l'allarme per l'imminente esaurimento delle scorte di Champagne: i francesi hanno pensato bene di allargare i confini della DOC, risalenti al 1927: "thirty-eight communes (village districts) were being named after decades of lobbying and feuding among councils and growers who are excluded from the official boundaries of champagne country. This means that dozens of new producers will be able to market the wine that is now limited to vineyards in 319 communes in four départements mainly around Rheims and Epernay". Facile, no?

giovedì, marzo 13, 2008

Cose da fare la sera, in solitudine


La moglie non c'e', il pargolo gioca tranquillo. Che si fa? Ti porti il lavoro a casa, ovvio. La mezza di Pornassio Passito 2005 di Ramo' giace irrisolta in ufficio da troppo, basta, e' tempo di agire: un bel formaggio erborinato, e opla', la cena e' pronta. Del resto e' sempre cosi' quando hai un vino dolce, ti chiedi: e quando lo bevo? E come? No, ci vuole uno scatto, ci vuole decisionismo; inventiamoci l'abbinamento, soli soletti, che nessuno ci vede; mentre si testa il wi-fi casalingo mi dedico a questo strano passito ligure. A cercare in rete, manco a dirlo, quelli di Tigulliovino hanno la scheda bella-e-pronta (quelli di Tigulliovino hanno gia' assaggiato tutto il mondo mondiale enoico).
Com'e' questo passito? Mica male. Tanto per cominciare, e' poco mieloso e molto vinoso; non esagera con la svenevolezza del dolce, ma insiste, piuttosto, con una vena acida/tannica che lo tiene in piedi alla grande; e' un passito inedito, siccome deriva da uve nere (una clonazione del dolcetto); regge dignitosamente l'attacco duro e selvatico del quasi-Stilton che ho spiattato stasera. Fornirebbe, credo, una prova migliore su una pasticceria secca a base di frutta, ma non sfigura col cacio aggressivo.

Azienda Agricola Lorenzo Ramò
Via Sant'Antonio 9 - 18020 Pornassio (IM)
Tel & Fax 0183.33097

martedì, marzo 11, 2008

Un problema ed una soluzione

Problema: impiantare distributori automatici di vino sfuso, aperti dalle 7 alle 22, secondo qualcuno e' esecrabile - ma pure io esecro, l'idea mi pare discutibile. Soluzione: se tutti i vini costassero come gli imperiali (sei litri) di Ornellaia, cioe' 4.320 euri, l'alcolismo sarebbe un ricordo.
L'ideale, come sempre, sarebbe educare il popolo; senza misure polpottiane, e senza proibizionismi.

lunedì, marzo 03, 2008

Ma anche

[Everything you know is false? Tardivo report su BB]



Di ritorno da BB (Benvenuto Brunello) dedicato alla presentazione della vendemmia 2003, avrei un annuncio: in parte e' vero, il prodotto e' un mezzo disastro; ma anche no. Esistono svariati elementi di valore collegati a quel vino, riferito a quella precisa annata; sfortunatamente hanno poco a che fare col livello qualitativo intrinseco dei vini presentati durante la kermesse. Il valore sta altrove.

Assaggiando qua e la', non potendo assaggiare tutti i Brunello schierati, mi sono dato un metodo: prima ho passato in rassegna i latifondisti (cioe' i megaproduttori tipo Banfi, Col d'Orcia, quelli li', ci siamo capiti). Poi ho selezionato un secondo criterio, i Brunello con produttrici carine (glisso sui nomi). Comunque, esaurito il giro di assaggi, e' un fatto che ben pochi Brunello avevano punteggi superiori ad 83/100 - ho sempre questa manìa del punteggio centesimale, abbiate pazienza. Eppure, assaggio dopo assaggio, si faceva largo in me una curiosa soddisfazione, una specie di senso di serenita' rassegnata ma rinfrancante. Non erano i fumi dell'alcol, come sempre io sputo agli assaggi seriali. Il fatto e' che questo benedetto Brunello 2003, sinceramente, di meglio non poteva fare; l'annata, e' appena il caso di ricordarlo, col caldo africano ha causato un tale stress alla vitis vinifera ilcinese (ma pure altrove) che, francamente, era irreale pensare di trovarsi di fronte all'eccellenza. Questi assaggi hanno reso evidente la natura della bevanda, che e' letteralmente un essere vivente, figlio delle condizioni naturali nelle quali si genera e cresce. Negli assaggi ho ritrovato gli elementi di bellezza, di naturalita' che mi fanno amare il vino: questo non riesce a fingere, nemmeno con pratiche di cantina esasperate, resta figlio dell'annata, cioe' della spontaneita' non serializzata. E siccome la riproducibilita' seriale, fredda, uguale a se' stessa, e' un po' la cifra definitiva di quasi tutti i beni di consumo, trovo che questa ingovernabilita' abbia elementi di grandezza. E proprio la vendemmia 2003, a Montalcino, ha una sua grandezza.

giovedì, febbraio 28, 2008

Elementi di debolezza in anelli della catena

[Post verboso ed appisolante, vedi tu se proseguire. Quelli che giungono alla fine vincono il solito link pornazzo]

Premessa: il lavoro dell'imprenditore consiste nell'organizzare gli aspetti logistici del suo business. In questi giorni di potente stress economico commerciale ci si affanna a dare un'occhiata critica ai conti, pure alle minuzie (a costo di sembrare il solito paranoico, ho la perenne impressione che qualcosa stia per accadere, sapete, l'oro che sale, il dollaro che crolla, mah). Quindi, specificamente, oggi sto lavorando ad analizzare una voce di costo relativa ad un fenomeno noto a chiunque gestisca spedizioni a mezzo corriere: gli smarrimenti e le rotture. Nel corso dell'ultimo dicembre le spedizioni che ho effettuato sono andate, quasi tutte, perfettamente; resta, pero', un fisiologico (probabilmente ineliminabile) numero di disguidi; quando l'imprenditore (in questo caso l'enotecaro) verifica che la spedizione non e' andata a buon fine, contatta il committente per annunciargli il reinvio della merce perduta: questo, come e' ovvio che sia, e' a totale costo dell'imprenditore. In soldoni, il mio corriere ha perso/distrutto merci per circa trecentocinquanta euri, lo scorso dicembre. La cifra appare trascurabile (ed in effetti, lo e', quasi); non e' trascurabile, secondo me, la dinamica che dovrebbe presiedere alle responsabilita', ed ai rimborsi, in capo al corriere, a seguito di questi disguidi. Vediamo nel dettaglio come funzia la cosa. La lettura potrebbe avere qualche utilita' per qualcuno, tra voi, che coltivasse la malsana idea di buttarsi nell'e-commerce.

La responsabilita' nel risarcimento delle merci perdute dal corriere e' regolata dalla cosiddetta legge vettoriale 140, che impone un risarcimento per tali inconvenienti, nella misura di un (1) euro a chilo; ad esempio, una cassetta di vini pregiati, del valore di duecento euri, che pesa dieci chili, se persa o danneggiata viene rimborsata con dieci miserrimi eurini; la ratio alla base della normativa e' in parte comprensibile, giacche' il corriere, se dovesse assumersi certi rischi di costi, probabilmente non accetterebbe la commessa; arrivati a questo punto ad ogni lettore attento sara' venuta in mente la parolina "assicurazione": questo genere di consegne vanno (andrebbero) assicurate; la cosa, pero', e' meno facile di quanto appaia. Chi dovrebbe assicurarsi? Io credo che i costi assicurativi dovrebbero essere in capo al corriere e compresi nel prezzo della spedizione; ovviamente cosi' non e', e tali costi sono un extra a carico del committente, cioe' a carico mio, ergo a carico tuo, che sei mio cliente; tale costo, va detto, aggrava il prezzo della spedizione in misura davvero intollerabile, e quindi cosa si fa? Avete indovinato, si corre il rischio. Il costo assicurativo, fisiologicamente, dovrebbe essere un aspetto gestito dal corriere, in quanto il corriere, negoziando con la compagnia di assicurazione migliaia di invii e conseguentemente di assicurazioni, puo' ottenere condizioni di costo assicurativo talmente vantaggiose da renderlo tollerabile; arrivo a dire: potrebbe essere compreso nel prezzo della spedizione singola, applicata all'imprenditore committente. Invece io, applicando una tantum una assicurazione su un valore specifico, ho semplicemente costi assurdi; ergo, ribadisco, corro il rischio; ma siccome l'imprenditore puo' (deve) correre rischi calcolati, finisce per "spalmare" il costo potenziale di tali disguidi sul prezzo finale del servizio; ed eccovi cosi' servita una tipica ricetta da carenza di modernita': il servizio inefficente del corriere finisce per essere un costo all'utente finale; spero sia chiaro che utenti finali, a turno, lo siamo tutti.

Di contorno, ci sono interessanti aspetti formali. Sempre per parlar di pecunia (che non olet finche' e' la tua) in questi giorni sto saldando ogni scadenza sulle fatture del mio corriere; curiosamente, le pratiche di rimborso (assolutamente simbolico, come si e' visto) sono del tutto in alto mare, e non ho nessun segno di vita da parte di coloro i quali sarebbero incaricati di tale pratica; a questo proposito, poi, trovo alquanto incongruente un aspetto: il mio corriere stipendiera' un suo addetto a presiedere alla trafila relativa ai rimborsi che, ci scommetterei, gli costera' assai di piu' del misero euro a chilo destinato a me; paradossalmente, l'imprenditore-corriere affronta dei costi, per gestire i rimborsi, assai maggiori dell'ammontare dei rimborsi stessi; non male, come contraddizione: volendo esagerare gli elementi paradossali, potrei dire che la struttura dei lavoratori subordinati nel team del corriere ha quasi un perverso interesse a che il servizio sia raffazzonato e pieno di falle, nella misura in cui questo disservizio garantisce carichi di lavoro. Sia chiaro: sto parlando per amore del paradosso.

Nel blog di Francesco de Francesco ospitato su Vinix.it ho trovato l'interessante post relativo ad una sua disavventura con un corriere: ne consiglio la lettura, anche perche' rende evidente un aspetto che, a mio modo di vedere, e' abbastanza centrale nella dinamica che attiene al lavoro dell'imprenditore; come dicevo in apertura, l'imprenditore esercita il controllo logistico sugli elementi del suo business; per quanto mi riguarda, e' estremamente frustrante prendere atto della totale impossibilita' del controllo su un anello della catena che, a volte, e' l'unico punto di contatto tra me ed il cliente finale: cioe' l'incaricato alla consegna; se e qualora questi si dimostra tragicamente inefficente, in definitiva rende tale pure il mio prodotto e/o servizio; nel post in questione si descrive la figura semicomica di un "corriere che si rifiuta però di consegnare. L'omino dice di avere il mal di schiena e che non ci pensa lontanamente a prendere lui il pacco. Torna indietro a mani vuote, quindi". Che fare con elementi cosi'? Puo' essere di momentaneo sollievo malmenarlo a sangue, ed una volta rotolato a terra finirlo a calci. Tuttavia ogni altra soluzione piu' costruttiva sarebbe preferibile.

martedì, febbraio 26, 2008

Momenti odontalgici (ovvero degu rimandata)


Accade che questa settimana, probabilmente pure venerdi', avro' a che fare con sadici odontoiatri; questo significa, tra l'altro, che la degustazione verticale di Barolo Mascarello (Bartolo) e' rimandata, per la precisione a venerdi' 14 marzo, stessa ora. D'altra parte, poche cose come l'amalgama del dentista sono in grado di sovvertire del tutto la percezione gustativa. Sorry for the delay.

domenica, febbraio 24, 2008

Corruzione strutturale


Montalcino (Siena), 23 feb. (Apcom) - "Io che non ero mai riuscito a bere vino, finalmente a 43 anni ho cominciato a bere e il Brunello mi ha corrotto strutturalmente". Così l'amministratore delegato di Fiat, Sergio Marchionne, commenta la presentazione della nuova annata del Brunello a Montalcino.
La citazione proviene da qui. Eppero', mentre il bigboss Fiat si sperticava in lodi (siccome era pure sponsor di BB), i lapovestiti Marchionne-boyz, fuori dalla fortezza di Montalcino, bevevano birra. Dìcesi corruzione strutturale.

sabato, febbraio 23, 2008

Live and direct frm BB

Diciamola tutta: si viene al Benvenuto Brunello 2008 per i Rosso di Montalcino 2006, piuttosto che per i Brunello 2003; i cadetti stanno facendo un figurone. Qualche hint: Fuligni, Capanna di Cencioni, La Gerla, Gorelli.
Fine della pausa, si torna al lavoro, che qui se ti vedono col palmare dicono: bello, e' l'Iphone?
Iphone a me? Tsk.

venerdì, febbraio 22, 2008

State alla larga, questo e' un blog

[Via Mantellini, che era via MCC, e via cosi'; un filmino per il fine settimana]

Spesso qui si parla pure di blogghitudine, e di cosa sia (o non sia) il blog. Bruno Vespa ci viene in aiuto, nel modo che gli riesce meglio: disinformando. Date un'occhiata, rendetevi conto, poi spegnete subito il computer: siete su un blog pure voi.

Dai confini dell'impero

Avrete letto in giro che e' tempo di grandi assaggi; solo questa settimana, in Tuscany, ci sono le anteprime di Chianti Classico, Nobile di Montepulciano, per non dire di BB (Benvenuto Brunello). Insomma, gli addetti alla comunicazione sono indaffaratissimi a comunicare. Qui, ai confini dell'impero, nella citta' straziata dalla recessione (allegri eh) in settimana e' apparso un rappr(esentante) dimessissimo che mi ha invitato all'Evento degli Eventi, "Il Custoza a Genova"; scusate, modestamente pure noi non scherziamo. Spieghiamo brevemente che il Bianco di Custoza e' una Doc del veronese alquanto poco modaiola (ha un sacco da comunicare, quindi). Anzi, rigirandomi l'invito tra le mani, m'ha trafitto il ricordo della fenomenologia del vino sfigato; mi sono autocitato a me stesso, toccando cosi' il fondo dell'autoreferenzialita', e volentieri mi sono deciso a prender parte, iersera, all'Evento.

L'invito, aggratise per noi operatori, costava comunque euri 6 alla plebe; recita: "il costo simbolico della degustazione e' di € 6". Simbolico? Mah. La kermesse porta l'imprimatur di tale GoWine.it, il cui sito, spiace dirlo, appare in stato d'abbandono, e non reca alcuna utile funzione (perlomeno, io non son riuscito a capire dove siano nascoste le news) e risulta comunicativo come un mimo alla radio. Ari-mah.

Comunque, bando alle ciance da hater e vediamo che s'e' assaggiato. Diciamo subito: complimenti agli intervenuti (13 produttori, in tutto) che hanno presentato Custoza, Custoza Superiore, Spumante e Passito; i bianchi della vendemmia 2007 avevano, quasi tutti, bella bevibilita' e sapidita', two thumbs up ecumenico, ed in generale brillante tono minerale. Oddio, ho detto minerale, scusate; il fatto e' che il termine era ampiamente abusato da tutti, durante gli assaggi: "il terreno e' morenico, il Custoza e' minerale". Il che m'ha fatto ripensare al mega lavoro compilativo di Aristide; lavoro tanto mega quanto vano? Triste destino del blogger. Tornando ai Custoza, segnalo le interessanti release della versione passita, suadentissima e asfaltante. Tra le aziende, due consigliabili:
Azienda Agricola Tamburino Sardo
Strada Tamburino Sardo - 37060 Custoza (VR)
Tel. 045/516190 [niente sito]

Azienda Agricola Monte del Fra'
Strada Custoza, 35 - 37066 Sommacampagna (VR)
Tel. 045/510490 [sito]
Tamburino Sardo ha presentato un Custoza Superiore a buoni standard ed un fantastico passito. Monte del Fra', azienda di maggiori dimensioni, aveva un Cusotoza notevolissimo per prezzo/qualita', e due versioni di spumante, un Brut ed un Dry appena dolce, interessante in abbinamento su pasticceria secca.
In definitiva una buona tornata d'assaggi, in una location adeguata e ben organizzata, assai poco affollata (per forza, gli assaggiatori seri erano tutti in Toscana). Anzi, a questo proposito: domani, Benvenuto Brunello pure io.

[Nell'immagine, l'area del Custoza, dal sito della Regione Veneto]

lunedì, febbraio 18, 2008

Prove tecniche di degu verticale/2

Come anticipato qui, la degu verticale su tre Barolo di Bartolo Mascarello (2003, 2001, 2000) nonche' due Barbera d'Alba (2005 and 2004) si tiene chez enoteca, cioe' da me, a bottega, venerdi' 29 febbraio 14 marzo ore 21. In giornata allerto via mail quelli che si prenotarono per tempo (oggi mi trovo in giro per il mondo); tutti gli altri possono segnarsi, qui.
Il numero e' chiuso (max dodici assaggiatori); il price si conferma,
venti euri cadauno; ricchi premi e cotillons. Cive, come si dice.

mercoledì, febbraio 13, 2008

E io che ci vado a fare?


Reuters: "il 50% del Brunello 2003, che sarà presentato ufficialmente il 22 e 23 febbraio, è già stato venduto". Bene, e che ci si va a fare, a Benvenuto Brunello? Ma si, una gita.

sabato, febbraio 09, 2008

Visione

E siccome arriva il fine settimana, diamoci alla cinefilia alternativa; consiglio la visione di questo film. Tre ostacoli, non insormontabili: occorre il plugin Divx (scaricabile qui), bisogna conoscere l'inglese (bene) e serve la banda larga. Ah, servono pure larghe vedute.

venerdì, febbraio 08, 2008

Quando si dice essere telegrafici

"Alcuni dei migliori vini che ho bevuto in vita mia erano italiani; sfortunatamente, lo erano pure alcuni dei peggiori".
Ed ecco a voi, siore e siori, lo stato del vino italiano riassunto in una riga; forse e' solo un caso che questo ritratto telegrafico provenga da un redattore del Telegraph. Per intanto, offre notevoli spunti di meditazione. Aggiunge infatti che "un sorso di Sassicaia, morbido come la seta, e' il paradiso; un Pinot Grigio acido e crudo e' l'inferno". La classifica che segue, nell'articolo Top ten Italian wines di Jonathan Ray, ovviamente e' discutibilissima ed opinabilissima (accapigliarci sulle classifiche enoiche e' uno sport nazionale) ma la premessa e' davvero folgorante.

mercoledì, febbraio 06, 2008

I rappr ed io

[Nel mio slang, i rappr sono i rappresentanti; cioe' gli agenti di commercio, gli intermediari tra me ed i produttori]

In questi primi mesi dell'anno l'enotecaro, teoricamente, e' intento a riassortire il magazzino dopo le vendite natalizie. Il teoricamente e' d'obbligo, visto che ci si ritrova con una bella quantita' di rimanenze; consola il fatto che, nel mio ambito commerciale, le rimanenze sono anche Barolo e Brunello, quindi nulla che mi possa angustiare troppo; di fatto, sto facendo pochi acquisti. I rappr, invece, sono scatenati; hanno fame e sete di vendere. Ed io fornisco loro scarsissime soddisfazioni.
Il guaio e' che sta succedendo qualcosa di strano. Succede, cioe', che io ormai da un bel po' di tempo sto intrattenendo rapporti diretti con svariati produttori; onestamente, non so come sia successo; e' come se l'uso della rete abbia catalizzato una potenzialita' latente, per la quale io e loro (i produttori) stiamo dialogando velocemente e senza troppe mediazioni. Avrete gia' capito dove sto andando a parare, ed evitero' di usare la trita parolina (disintermediazione) ma e' un fatto: da che io sono in rete, molti produttori approffittano dell'occasione per approcciarmi e dirmi: salve, ci siamo pure noi, produciamo Dolcetto (o Orvieto, o Ciro', o Vattelapesca); oppure si ha il fenomeno contrario, per il quale io cerco, trovo il sito, mando un mail, eccetera eccetera. Basta vedere cosa sta diventando Vinix.it, pure se incasinato come dice Aristide, per capire che pian piano qualcosa sta succedendo: alcuni produttori riescono a gestire la comunicazione in prima persona, e quelli come me sono pronti ad ascoltare; gli appartenenti al primo gruppo, ed al secondo, al momento sembrano ancora una minoranza, ma io credo che il meccanismo si sia innescato in modo alquanto irreversibile. Ed i rappr, allora? Che ci stanno a fare, che futuro per loro?
Esattamente come per ogni categoria disintermediata (quorum ego) l'eventuale valore aggiunto che sapranno apporre al loro servizio fara' la differenza; lungi da me dar consigli (al momento sto cercando di consigliare validamente me stesso) ma mi pare interessante segnalare il fenomeno; soprattutto considerando, dal mio privatissimo punto di vista, che i malefici rappr non sembrano prendere benissimo questo andazzo; incrociando il collaboratore del subagente del socio dell'agente di Antinori, questo (temo) si sara' oltremodo seccato del fatto che io non abbia ordinato un bancale di Peppoli (manco morto); ma dal mio punto di vista il valore aggiunto di questa intermediazione era prossimo allo zero. Forse il ragazzo-di-bottega brandizzato Antinori dira' di me ogni possibile fetenzìa, ma per sua somma sfiga io son pure bloggarolo.

lunedì, febbraio 04, 2008

Dipendenza da Prosecco


Tanto per restare in tema di bollicine; tra le cose che ho in vendita, il Prosecco Extra Dry di Foss Marai e' uno dei prodotti piu' risalenti, come data di prima fornitura; io sono tendenzialmente portato a migrare di fornitore in fornitore, spesso solo per il piacere di proporre novita'; pero' il Prosecco in questione, da anni, crea qualche curioso fenomeno di dipendenza nei miei clienti; chi lo ha provato vuole quello, e non ne vuol sapere di assaggiare altro. Ho tentato di introdurre differenti Prosecco, ma succede che Foss generi appunto un' inspegabile dipendenza. Io pure, del resto, non ne sono estraneo, contagia anche me. In questi giorni, poi, ho verificato come la dipendenza produca crisi di astinenza, siccome ho passato la breve fase di interregno nella quale il produttore ha esaurito il Prosecco della vecchia annata, e sta spumantizzando il nuovo: nell'attesa, scaffale vuoto e cliente con l'occhio febbrile: quando arriva?
Va specificato che ho fior di amici enofili, appena un po' snob, che pronunciano "Foss Marai" con una smorfia di disprezzo pari solo a quella dedicata a termini come "Novello", tanto per intenderci. Io, che sono fieramente immune dalla Sindrome della Lingua Asfaltata, mi sono goduto oltremodo il Prosecco Extra Dry fresco d'arrivo.
Extra Dry, per inciso, non sta a significare molto secco, ma al contrario (misteri dell'italico modo di denominare) identifica i Prosecco con lieve, ma sensibile, residuo zuccherino; questa sottilissima dolcezza e' l'elemento quintessenziale di questo Prosecco, in grado di renderlo piacione e facilone quanto basta, perche' chi lo provi non voglia assaggiare piu' altro. "Con un poco di zucchero", diceva il saggio; alla morbidezza si aggiunge poi l'ampia, fragrante aromaticita' dell'uva Prosecco; la bottiglia appena aperta, fresca di spumantizzazione, esibisce per ora la tipica mela, ma un po' di vetro allarghera' il range su pesca, fiori. Insomma, classica bollicina semiseria, giuggiolona e goduriosa. Ho testato la delicata dolcezza in abbinamento con un pecorino molto stagionato, quindi sapido-piccante, e (parola di boy scout) ci stava a meraviglia.

[Warning: il sito di Foss Marai e' questo, ma e' uno dei cinque piu' brutti siti in flash al mondo. Cliccate a vostro rischio]

venerdì, febbraio 01, 2008

Italia.it ritorna (coraggio dai)


Intercettiamo, e volentieri pubblichiamo, un commento alla notizia su Punto Informatico, oggi. Siccome a volte un commento vale mille post.

mercoledì, gennaio 30, 2008

Facciamo a chi e' piu' liberal

Il "Liberal Democrat Greg Mulholland" ha avuto un'ideona niente male: diminuire la quantita' di vino servita a bicchiere; 125ml, e non i (troppo) popolari 175ml, o peggio i terrificanti 250ml. Insomma l'idea e' quella di diminuire la dimensione del bicchiere, non potendo far di meglio, tipo educare ad un consumo responsabile, e comunque lasciare libere le umane genti di decidere cosa caspita sia preferibile. La trovata si potrebbe definire carina, anzi, si potrebbe allargare ad altri ambiti. Qualche esempio a caso di possibili riduzioni virtuose, regolamentate per legge:
  • La velocita' massima delle auto: 80 all'ora.
  • La quantita' massima di proiettili in un caricatore: 4 (sempre troppi, comunque).
  • Il numero di patatine nei sacchetti McDonald's: 10
  • Quantita' massima di preservativi in una confezione: 1 (questa piacera' ai teocon).
  • Il numero massimo di anni da prestare alla politica: 4 (in molti paesi civili la leggina gia' c'e', da noi curiosamente no).
Ovviamente il giochino puo' continuare all'infinito.

lunedì, gennaio 28, 2008

giovedì, gennaio 24, 2008

Assaggiatori di serie A

Segnalo l'imperdibile post apparso oggi su Vino: (si scrive cosi', coi due punti), il blog di Gentili & Rizzari, de L'espresso. Giovanni Bietti riordina gli appunti di una lunga verticale di annate, e si parla del Barolo di Borgogno. Lettura fondamentale (secondo me) pure per gettare uno sguardo sul meraviglioso mondo degli assaggiatori di serie A (un giorno, ci piacerebbe essere cosi').

L'insulsa vicenda del cosiddetto Tocai


[Disclaimer benaltrista: diciamolo, in questi giorni ci sarebbe ben altro su cui indignarsi, bloggare o soliloquiare; ma qui si insiste a vangare il circoscritto orticello vinoico, un po' come l'orchestrina sul Titanic, hai presente. Il fatto e' che, scavando, nell'orto trovi reperti utili a capire com'e' fatto l'italico suolo.]

L'insulsa vicenda del cosiddetto Tocai e' talmente nota che mi consente di rimandarvi a Google News affinche' i due-tre marziani, tra di voi, si aggiornino; quanto a me, ed al mio culto dell'autocitazione, me la sbrigo con due link, uno e due. Oggi, semmai, vi intratterro' sull'ultima genialata: "il vino con due nomi - Il vino bianco più bevuto in regione si chiamerà Tocai friulano o Friulano in Italia, solo Friulano all’estero. È il compromesso deciso dal ministero dell’Agricoltura in attesa della sentenza della Corte di giustizia europea". Sara' che io vedo il lato comico (o grottesco) ovunque, ma questa e' una notizia lollissima (big lol). Se la pensata, ovviamente definita "salomonica", sembra andare pure bene, qui si configurano situazioni del tipo: italiano che va all'estero con una bottiglia di (legittimo) Tocai, ma passando il confine non strappa l'etichetta; e chi ti incontra? Un ungherese (come nelle barzellette, c'e' un italiano, un ungherese...) e quello subito s'inalbera: "cos'hai li'? Tocai??" -- "Si, no, vabbe', e' Friulano" -- "Ma c'e' scritto Tocai! Maledetto italiano!" -- "Mangiatore di goulash!" E via con la rissa.

[Fotina gentilmente scippata a Il Nuovo Friuli. Grazie mille]

mercoledì, gennaio 23, 2008

Prove tecniche di degu verticale


Breve comunicato interno, per gli happy few che stanno nei dintorni. Accade che al momento io disponga di tre annate di Barolo di Bartolo Mascarello: 2000, 2001, 2003. Ci sono, poi, un paio di annate della sua Barbera d'Alba, 2005 e 2004. Tanto basta per una mini degustazione verticale su questo mito enoico. L'idea sarebbe di organizzare una degu pura e semplice, una sera a bottega, e poi una vera e propria cena in abbinamento ai Barolo e ad una Barbera, in combutta con un ristorante qui vicino. L'iniziativa in enoteca costera' 20 Euro a persona, la cena invece sara' sui 90 Euro; date e menu' sono ancora tutte da settare, ma per ora, chi fosse interessato, puo' farsi un nodo al fazzoletto (o prenotarsi).

[Update: siccome blogger.com ha grande cura della vostra privacy, non visualizzo la vostra email; per cui chi desidera essere aggiornato via posta elettronica circa le date della degustazione in enoteca, nonche' della cena, puo' validamente scrivermi qui, ed io provvedero' a allertarvi per tempo. Grazie!]

sabato, gennaio 19, 2008

MILF Barolo

La Stampa odierna propone un'interessante interpretazione del Barolo: il tempo e' una delle sue componenti quintessenziali, ed il suo potere seduttivo aumenta col passare degli anni; l'attesa, poi, accresce il desiderio, ed ecco che il Barolo diventa pure sexy. La lettura attiva alcune mie discutibili sinapsi, e del resto il peccato e' sempre negli occhi di chi guarda: la configurazione milfesca del Barolo m'e' piaciuta non poco. Il cronista de La Stampa fa riferimento ad un articolo apparso sul New York Times, firmato da Eric Asimov; incuriosito dal tono lascivo mi sono messo a caccia della fonte (che, pensa un po', non e' linkata) e credo d'averla trovata qui: ma forse ho cercato male, giacche' l'articolo del NYT non usa mai il termine "sexy"; neppure il post relativo alla degustazione dei Barolo, sul blog di Asimov, innesca pensieri lussuriosi riferiti al rosso di Langa; concludo che si tratta di una interpretazione un po' libera, ma mi va pure bene: approvo qualunque cosa che possa rendere appena un po' piu' irrituale l'enochiacchiera.
Archiviato l'aspetto lascivo, farei un paio di considerazioni a margine della lettura: consola il fatto che il New York Times, la stessa testata che scrisse di un'Italia depressa ed in decadenza, trovi elementi d'interesse nel nostro disastrato paese, la' dove sappiamo esprimere capacita' produttive uniche ed inimitabili; basta leggere l'entusiastica descrizione dei Barolo assaggiati da Asimov (peraltro cose gia' lette, ogni volta che si scriva di questo peculiare orgoglio nazionale) per poter riaffermare che, se ci salveremo, sara' pure grazie a questi àmbiti di eccellenza.

[Annotazioni supplementari: il termine "milf" ed il suo derivato "milfesco", contenuti in questo post, non sono presenti sul Paravia; ho tuttavia un'elevata stima del vostro skill informatico]

giovedì, gennaio 17, 2008

La bollicina rosa


Amo le bollicine, ultimamente in modo quasi esclusivo; a volte mi pare che le spumantizzazioni per me sono come il fritto in cucina ("fritta, e' buona pure una ciabatta"); traslato, con le bollicine mi berrei (quasi) di tutto. In effetti, "bollicine" significa metodo classico; Champagne, per lo piu'. Poi, nello specifico, ho questo gusto per le bollicine in rosa, i rosè insomma, che davvero berrei ogni giorno; il mio amore per la bollicina sta comprimendo pure la tolleranza che di solito ho per il mio cliente; quando questo afferma incauto "a me non piace lo Champagne" ho un brivido: come osi?
Nella bollicina rosa, poi, c'e' un aspetto estetico: e' bella a vedersi, appaga cromaticamente; c'e', soprattutto, la maggiore pienezza e la complessita' data dalla presenza dell'uva nera. In Italia la spumantizzazione in rosa prevede l'omonima vinificazione, e anche da questo consegue la maggiore levita' rispetto alla bollicina rosa in Francia, dove l'uso del coupage (taglio di vini-base bianchi, con vini rossi) genera rosè dal colore assai piu' vermiglio, e comunque spumanti di ancor maggiore polpa e consistenza. Giorni fa pero' il prelievo di scaffale e' toccato al Franciacorta Rosè 2003 di Ferghettina; il colore e' un rosa antico, assai bello, quasi elegante direi, se il termine si potesse usare per un colore; l'effervescenza e la spuma e' assai prorompente, perfino aggressiva nonostante i tre anni sui lieviti (ti aspetteresti una pressione piu' rarefatta). Il 2003 e' una sboccatura 2007 (lodevole retroetichetta) e questo mi fa pensare che ancora un po' di vetro non potra' che giovare alla ricomposizione di elementi "giovanili", cioe' durezza, acidita', che al momento sono ancora molto caratterizzanti. Il naso resta l'elemento godurioso, dove alle note da lievito si somma la frutta; curiosamente la bottiglia smezzata, riassaggiata il giorno dopo, presentava sentori aromatici di notevole complessita', e comunque un maggiore equilibrio; questo m'ha ricordato un utile trucco da sommelier: scaraffare il metodo classico; avete presente il decanter da rossoni maturi? Provate ad usarlo per un metodo classico: otterrete di ridurre la pressione di effervescenza (non a tutti e' gradita, a tutto pasto) e soprattutto di iperossigenare la bollicina, enfatizzando il corredo aromatico. E gia' che siamo in modalita' "consigli di Donna Letizia" ricordiamo pure che il metodo classico si beve a pasto, e non in abbinamento con la pasticceria (ma se c'era bisogno di precisarvelo, ve lo dico francamente, non eravate degni di questo blogghe); e soprattutto: buttate via gli orrendi flute, ed usate un bicchiere bello grande (tipo rosso medio).

martedì, gennaio 15, 2008

Cough, cough


L'immagine quassopra si riferisce a questo articolo del Corriere, oggi. Orsu', smettiamola con questi luoghi comuni, e' ovvio che il dipendente privato si ammala nella stessa identica misura del dipendente pubblico; l'unica differenza e' che va a lavorare lo stesso; lo scrivente, per dire, e' saldamente sul ponte di comando nonostante la tonsillite. E' pur vero che per un paio di giorni, la settimana scorsa, sopraffatto dal malessere ho latitato; ma il mio malefico capo (cioe' a dire io) non mi ha corrisposto alcuna indennita'. Sono in pieno conflitto sindacale con me stesso.

venerdì, gennaio 11, 2008

Elementi fenomenologici dell'enotecaro, inserito nella societa' moderna

Intro.
Dopo il mio outing, riassumibile in "francamente cambierei aria", Marco, qui, dedica il suo quarto sondaggio su "le opinioni del vino" alla figura dell'enotecaro, come dovrebbe essere e cosa dovrebbe fare; nell'indicarvi le sempre gloriose iniziative de I numeri del vino, provero' ad integrare i dati numerici con un alcuni sbrodolamenti verbosi, peraltro non esaustivi. Buon divertimento.

Chi e' l'enotecaro, e cosa caspita fa.
Ci sono (almeno) due tipi di enoteche: i quasi-ristoranti, e le botteghe che vendono vino, senza sbicchierarlo; rientrando io nella seconda categoria, trattero' di tale configurazione. All'interno di quest'ambito, poi, spesso le enoteche vendono, assieme al vino, alimentari selezionati; non e' il mio caso, io vendo solo vino e pochi distillati, sono duro-e-puro (o iperspecializzato, fate vobis). Tutto questo per dire che l'enoteca e' un concetto un po' nebuloso, quindi eviterei di addentrarmi in ulteriori distinguo, ma focalizzerei le possibili mission (ammesso che ne abbia; certo che scrivere mission fa sempre figo, eh). Questo serve piu' che altro per definire il commerciante dettagliante, prescindendo dall'ambito. Quindi, in generale, l'enotecaro e' un bottegaio che vende vino.

Il bottegaio va alla guerra.

Nell'anno di grazia duemila e otto la figura del dettagliante deve considerare, con attenzione, la sua funzione e la sua utilita' nell'ambito delle dinamiche della distribuzione moderna. Deve, cioe', valutare cosa vendere, e come, all'interno di un meccanismo distributivo che, con spietata precisone, vede la GDO (Grande Distribuzione Organizzata, supermercati) come referente istituzionale, in quanto piu' razionale, piu' bella, piu' tutto; non mi dilunghero' affatto a dir male della GDO, ma vi rimando alla lettura definitiva in materia. Del resto, curiosamente, non ho una cattiva opinione della GDO in senso assoluto, semmai tengo a dire che io, e loro, facciamo mestieri diversi. Tuttavia, nel corso degli ultimi trent'anni, meccanismi che non a caso ho definito spietati hanno concorso a presentare la GDO come formula distributiva non solo migliore, ma quasi esclusiva; in un mondo di ipermercati sberluccicanti s'e' consumata la strage di centinaia di negozi di quartiere; la razionalizzazione della distribuzione, intanto, sembra lontana dall'avverarsi, visto che il gigantismo della GDO richiede transumanze bibliche di merci standardizzate, prodotte da industrie, che ingolfano ogni via del belpaese; eppure, tra l'altro, la razionalizzazione della distribuzione e' stata, da sempre, la cifra qualificante della supremazia della GDO sulle botteghe. Come dicevo, nell'attesa fu strage; io lavoro in una via che, negli anni cinquanta, era una via piena di negozietti; i vecchi (mi) ricordano ancora che ogni basso era un punto vendita di frutta e verdura (era una via specializzata in verdurai e vinai, pare). Oggi chi ripercorre a piedi via Donizetti, senza inciampare in un asfalto indegno del Botswana, vedra' solo box auto; i negozi sono diventati custodie per il piu' amato dei simulacri. Dove sono andati tutti i commercianti? Sono finiti, silenziosamente, nel cimitero delle partite IVA. Loro non fanno prigionieri, e noi, uno dopo l'altro, stiamo cadendo. A meno che non si capisca come reagire, in una logica di guerriglia.

Il delirio del bottegaio Vietcong.
Quando il nemico e' soverchiante, quando non fa prigionieri, non ha alcun senso fronteggiarlo; meglio, non ha alcun senso continuare la battaglia; paradossalmente, bisogna riconoscere quando la guerra e' persa, e dedicare le energie ad altro. Cosi' facendo si riesce meglio a focalizzare l'aspetto dell'utilita' sociale del commerciante; oggi il lavoro del commerciante deve per forza di cose porsi come propositivo, ed alternativo alla GDO, affinche' possa in qualche modo dirsi socialmente utile. Questo significa, nello specifico, abbandonare al loro destino i brand da supermercato, e recuperare la funzione del mercante (il secondo mestiere piu' antico del mondo) mettendosi alla ricerca di produzioni alternative, artigianali, qualitative; questo, in poche parole, significa smarcarsi da un confronto impossibile, e recuperare utilita' sociale. A questo riposizionamento, non lo nego, e' connesso pure un aspetto "ideologico", la' dove ideologicamente io propongo di non essere piu' tramite di vendita per marchi che non hanno nulla di originale, che non costituiscono affatto un servizio al consumatore finale. Sono, poi, parte integrante del meccanismo che ci stritola. Facciamo un esempio concreto.
Molto tempo fa un mio collega agghindo' la sua vetrina di Berlucchi; quel collega e' un opinion leader, e mi capito', nei miei soliti modi sarcastici, di apostrofarlo cosi': "spero bene che Berlucchi ti paghi regalandoti un bancale, e non certo che tu paghi lui, siccome gli stai preparando, a lui e alla Coop, le vendite di Natale". Ed infatti quel Natale Berlucchi era sottocosto alla Coop (eccoli, i famosi meccanismi spietati) ed il collega fece la solita figura dell'utile idiota, della cinghia di trasmissione nel motore della comunicazione. Perche' facciamo questo? Perche' ci riduciamo a fare gli utili idioti per lorsignori, e non ci riappropriamo di una funzione che avrebbe senso commerciale? Perche' siamo pigri, e in un certo senso ce lo meritiamo pure, d'essere falciati via senza pieta'.
Se vogliamo in qualche modo essere alternativi, dobbiamo, anche "ideologicamente", dire no a certi brand. Questo, va detto, resta una mia personalissima teoria, peraltro assai inapplicata da quasi tutti i commercianti, i quali strillano contro l'apertura di supermercati, contro le vendite sottocosto, cioe' combattono le famose battaglie perse in partenza, senza decidersi a cambiare la strategia, e senza capire che siamo, ormai quasi tutti, Vietcong.

Si, vabbe', ma allora?
Ovvio che le cose non sono cosi' semplici. Andare a fare la vita del Vietcong, vivere in una buca e mangiare vermi, non e' assolutamente appealing; fuori di metafora: mediamente, il bottegaio non si sbatte volentieri, meglio vendere quelle due o tre griffe che che ti chiede la massa, piuttosto che ammazzarsi essendo propositivi. Eppure, a costo di restare minoritario a vita, io credo che questa sia una delle poche vie seriamente percorribili, per chi vuole dirsi commerciante, e non porgitore. Oltretutto, tornando al mio ambito ristretto, questo e' un settore fortemente disintermediato, dove il prodotto si puo' validamente acquistare alla fonte, quindi l'enotecaro deve moltiplicare gli sforzi per giustificare il valore aggiunto. Questo si ottiene, credo, attraverso l'originalita' della proposta, dandosi un gran daffare, essendo selettivi, essendo competenti. Si ottiene avventurandosi in importazioni dirette di Champagne, piuttosto che gabellare Veuve Cliquot. Il tutto, cercando di reggere agli scricchiolii strutturali che si sentono da un po', siccome il mondo si comporta schizofrenicamente, dice "recuperiamo i negozi di un tempo" poi raddoppia le uscite al casello che serve il prossimo ipermercato, mantenendo gli arredi urbani della citta' vecchia ad un livello difficilmente comprensibile.
Questo e' un mondo complicato, e anche per questo voglio riflettere su che fare.

[La foto che correda questo post ritrae mio padre, alla fine degli anni '40, davanti alla sua prima osteria, a Genova, quartiere Foce. Non aveva ancora trent'anni.]

martedì, gennaio 08, 2008

Chi beve Cina (campa cent'anni)


L'infotainment sul vino e' da sempre contraddittorio: il vino fa bene, anzi no, fa male; il vino ti allunga la vita, anzi no ti spedisce al creatore; cose note, e questa non e' la notizia. La notizia e' che i cinesi hanno pensato bene di piazzare una bella modifica genetica nel loro vino aumentandogli artificialmente la percentuale di resveratrolo (anvedi questi) cosicche' il vino cinese allungherebbe la vita al suo bevitore [link nr. 1]. I nostri della Coldiretti mandano subito a dire: no, grazie, il supervino cinese non ci serve; nello specifico, essi affermano che "se forti perplessità si evidenziano sulla qualità del prodotto ottenuto, considerata l'attuale offerta di vino in Cina, vale la pena di sottolineare che nei vini italiani le sostanze antiossidanti che proteggono le arterie dall'invecchiamento, i cosiddetti polifenoli, sono contenute naturalmente in misura doppia rispetto ai concorrenti californiani e addirittura quattro volte in più degli analoghi francesi" [link nr. 2].
E cosi' in un sol colpo Coldiretti riesce a dire ai cinesi che:
1) il loro vino, al momento, e' una mezza ciofeca; e
2) noi, comunque, ce l'abbiamo piu' lungo (il livello di antiossidante).
Bravi, cosi' si fa, flettiamo un po' questi muscoli. Resta irrisolto l'aspetto salutistico: l'OGM cinese fara' bene davvero? Forse che per saperlo, dovremo berne a ettolitri? E questo, poi, fara' bene?

venerdì, gennaio 04, 2008

Anno nuovo, polemicuccia vecchia


"Anche il mondo del vino sembra essersi reso conto dell'importanza di Internet - i produttori utilizzano sempre più strumenti come blog, forum e newsletter". Cosi' annunciata, questa lieta novella di Reuters meritava un clic, giusto per vedere di chi si parla. Spiace rilevare, da subito, un irritante vezzo: si elenca una serie di siti, senza nemmeno un link. Scusate il momento-indignodromo, ma siccome pure il neanderthaliano enomondo "si rende conto dell'importanza di Internet", che ne direste, signori Reuters, di fare altrettanto? Vi pesa un tag? Mah, e doppio mah.
Comunque, il non linkato Winenews.it narra, appunto, che i produttori si starebbero attrezzando per il due-punto-zero (era circa mezz'ora che non scrivevo due-punto-zero, stavo gia' in crisi). Winenews ovviamente linka tutti, e io sono felice di non dovermi digitare ogni url; clicco il primo, il secondo, il terzo in ordine di presentazione; soliti sitarelli fighetti in flash, pop up e musichette, che nostalgia, gli anni '90; pure qualche scivolone (Caprai invita a cantine aperte 2007); ma su queste cose non si deve maramaldeggiare, nessuno e' perfetto; semmai complimenti a florio.it, che disabilita la funzione backbutton tenendoti prigioniero nella loro home; questa, in termini strettamente informatici, si definisce "vaccata". Alla fine, scorsi cinque-sei link, indovina? Nessuno ha un blog, nemmeno un forum (peraltro inutillimo). Che film hanno visto, i signori Reuters?

lunedì, dicembre 31, 2007

E diciamo ora addio a quest'anno di m.

[Il Papa, il Presidente della repubblica, e modestamente pure io; accomunati dal messaggio di fine anno]

1. Parliamo un po' di me.
Si avvia alla fine un anno di m. Non sono contento di come e' andata, sia per questioni personali esterne al bloggume, che per questioni di lavoro che invece sarebbero l'oggetto del mio blogghe; in estrema sintesi, pure quest'anno, pagate le tasse e (forse) i fornitori, si rimane con le tasche vuote; nella ridda di analisi che mi dovebbero servire a capire cosa esattamente non va (e che vi risparmio) l'unica cosa che vale veramente la pena di comunicare e' che la mia esperienza di enotecario si sta avviando alla fine. Senza troppi scossoni ne' tragedie, lentamente, questa creatura nata nel 1991 ha esaurito la sua spinta propulsiva, come si diceva un tempo, e il 2008 dovra' servire anche a riflettere sul da farsi. Quel che e' certo, fin da ora, e' che dovro' ripensare a cosa so fare, e verificare se ed in che misura le mie competenze possano essere un mestiere. Il mio amato blogghe servira' pure a questo, scrivero' un curriculum vitae, smanettero' con robe sociali tipo Linkedin, mi guardero' attorno. Verosimilmente da grande faro' il venditore, l'intermediario, insomma l'agente di commercio. Oppure non so che altro. Magari potrei fare il ghost writer di qualche blog danaroso, potrei diventare la faccia presentabile e simpa di qualche industrione vinicolo; proprio un bel contrappasso.

2. Parliamo un po' del mondo.
Ultimamente la mia paranoia deve essersi acuita: mi vedo in un futuro prossimo, rifugiato in una cascina nascosta nelle valli appennine a me note, a coltivare l'orto e aspettare la fine del mondo, con la famiglia, un M16 e molti caricatori; sfortunatamente da queste parti la libera vendita di armi da guerra e' inibita, altrimenti sarei perfetto per entrare in una qualche Michigan Militia, appunto afflitto da crisi pseudo millenaristiche. Poi pero' mi soccorre l'altra patologia, la doppia personalita', e mi sovviene d'essere un potenziale venditore (vedi sopra) lindo e pinto, inserito nella societa', con perenne auricolare direttamente pluggato in the Matrix eccetera. Insomma, tutto 'sto pistolotto per dire che viviamo tempi oscuri ed incomprensibili. A voler riassumere l'anno con una parola, userei "antipolitica", termine vago a descrivere ogni umanoide che ne ha le scatole piene di lorsignori e della loro fuffa (ergo: ogni essere dotato di cerebro). Tuttavia le invettive antipolitiche grillesche sono di gran lunga la meglio cosa successa quest'anno, e mi spiace per gli altri, spesso i migliori tra di noi, che fanno distinguo un po' difficoltosi sulle derive populiste e quant'altro; ovvio che il famoso vaffa ha poca speranza di cambiare il mondo; io resto in fiduciosa attesa di altre proposte maggiormente costruttive, ma come forse si notera' sono tragicamente pessimista; da qualche parte ho letto che in Italia ce ne siamo sempre fregati della cosa pubblica, e abbiamo lasciato la politica in mano a questi cialtroni; ora che ci sarebbe bisogno d'aiuto, che lorsignori dovrebbero guadagnarsi in qualche modo le loro grottesche prebende, ecco che si mostrano per quel che sono: inadeguati. Quindi, ancora, colpa nostra.

3. Parliamo un po' dei blog(z).
Non vorrei incorrere nell'esecrabile pratica delle classifiche, ma uno dei miei blog del cuore e' I numeri del vino, di Marco Baccaglio. Io non so bene perche', ma sono perversamente attratto da questa lettura; i numeri, le cifre, i grafici che raccontano un aspetto assai circoscritto dell'enomondo sono un paradosso blogghistico: non sono, difatti, opinioni; sono fatti, alquanto incontrovertibili. Il blog e' per definizione un cogitodromo, una palestra di opinioni piu' o meno interessanti e condivisibili; ma un bilancio aziendale, che opinione e'? E' un fatto; e' un dato indiscutibile; prendiamo ad esempio il notevole post sul bilancio di Giordano (si, quei bei tipi che vendono vino in tivvu' regalando biciclette e spaghetti). Puoi pensare quel che ti pare del loro vino, e' solo un'opinione; i fatti sono altra cosa, i fatti sono i numeri del bilancio in attivo, con valori che rendono risibile ogni spernacchio. Il che ci rimanda al punto uno di questo post, tra l'altro. Puoi fare un lavoro con impegno, amore e dedizione, ma queste cose non significano alcunche', in banca.
Quest'anno un blog e' stato colpito (e affondato) dalla solita minaccia di querela. Ho avuto il piacere di conoscere Michele Marziani, una persona assolutamente piacevole, pacifica e civile, mentre del querelante ho la conoscenza che deriva dalla visione televisiva (e altro non diro'). E' quasi del tutto vano ribadire il concetto che querelare un blog non e' solo una vera ingiustizia, ma e' proprio inutile: i blog sarebbero commentabili, al contrario dei tiggi' (per i quali, guardacaso, puo' essere coattivamente esatto un canone da signori con le stellette). Sono argomenti stranoti per noi quattro gatti, eppure sembrano arcani per il mondo esterno; per fortuna qualcuno si ostina a spiegare, validamente, a cosa serva e cosa sia questo misterico strumento comunicativo; come suo solito, qui Antonio e' definitivo.

4. Parliamo un po' di te.
Si, intendo proprio te, che stai leggendo; gia' il fatto che tu sia arrivato a leggere fin quaggiu' mi lascia alquanto allibito, francamente non ho parole per ringraziarti; non so, la prima cosa che mi viene in mente sarebbe regalarti un link ad un sito di password craccate per accedere a siti porno, assumendo con questo che tu, sia maschio che femmina, indulgi nelle mie stesse patologie voyeuristiche. Davvero non saprei come dirti grazie, per essere in qualche misura interessato a questo luogo virtuale. Come vedi, io credo profondamente nel mezzo di comunicazione che redigo, al punto che, quando qualcuno mi chiede "come va?" mi verrebbe da rispondere "leggiti il mio blog". Quindi, tu sei nell'invidiabile condizione di sapere come (mi) va. E allora grazie per l'interessamento, potrei dire. L'anno prossimo mi ritrovi qui, e io spero di ritrovarti.
Baci, abbracci, eccetera.

domenica, dicembre 23, 2007

Effetto Carla


La notizia non e' Sarko' assai filoitaliano, ultimamente, che sceglie un nostro Dolcetto a pranzo. In fondo era a pranzo in Italia, e il terroir va rispettato. La notizia non e' quanto riportato da Il Tempo, garrulo: "l'Italia, si sa, non ha niente da invidiare al vino francese" (segue scoramento; ma certo, parlando di Orvieto, poi). No, la notizia e' l'abbinamento irrituale: Dolcetto sul sorbetto di frutta.

domenica, dicembre 16, 2007

E dopo, etilometro per tutti


Apprendo sgomento l'esistenza del Vino del Carabiniere - dopo l'omonimo amaro, croce e delizia di ogni enotecaro a Natale; ma perche' continuate a chiederlo?
Comunque, consola leggere che tràttasi di "un vero nettare, realizzato con uve scelte e senza l’aggiunta di sostanze chimiche". E bravi i miei CC, pure loro nella cricca viniveri-noglobal.

giovedì, dicembre 13, 2007

Porthos blogga (ma probabilmente non lo sa)



Incredibile dictu, pure Porthos (che e' da sempre la meglio pubblicazione del mio settore, amen) accrocchia qualcosa di vagamente due-punto-zero, youtubizzando la presentazione che vedete; chissa' se lo sanno, che questo e' bloggare. Certo se si decidessero a far cose come abilitare i commenti a un articolo da standing ovation, uno potrebbe dirci quanto m'e' piaciuto il tutto; e invece mi tocca farci un post (appost).
A quest'ora di notte, poi. Uff.

martedì, dicembre 11, 2007

Viene via con poco


Per un po' ho provato ad ignorare le notiziole che mescolano luxury ed enomondo: il vino dello stilista, la cantina del cantante, quelle robe li'; poi inciampo in dagospia.com (inutile linkare, che tanto la pagina e' mutevole) e che ti trovo? La cassettina di sei Dom Perignon griffata Lagerfeld, per soli centomila euri. Quindi si potrebbe irresistibilmente maramaldeggiare sui cafonal, su Spike Lee attovagliato (tu quoque!). Ma poi basta la fotina con l'inevitabile errore, per il quale Dom diventa Don; un classico. Impareranno mai?

domenica, dicembre 09, 2007

Guibert & Rolland




A proposito di Guibert, questo piccolo estratto da Mondovino presenta un confronto a distanza tra il vigneron vecchio stile, e Michel Rolland, l'enologo moderno (modernista, pure) assai global. E' una visione istruttiva per conoscere meglio il dibattito, spesso acceso, tra modernisti e tradizionalisti che travaglia il nostro orticello enoico (come molti altri orticelli, del resto). Personalmente, essendo lib-lab, dico sempre che cerco di prendere il meglio dei due ambiti, pure se la simpatia che ho per personaggi come Guibert, ultimamente, mi fa schierare con questi.

[Disclaimer: probabilmente finiro' nelle patrie galere per l'illecito uso di materiale protetto; niente arance, nel caso; una bella lima nella focaccia genovese, semmai].

sabato, dicembre 08, 2007

Elogio del Grenache

Ma poteva pure intitolarsi: a spasso per il Mediterraneo. Chi vive dalle mie parti, in Liguria, sa che la produzione locale verte sui bianchi, ed i rossi costituiscono l'eccezione; pochi, rari, scarsamente significativi; uno su tutti, il Rossese a Dolceacqua. Comunque, ricordo che gia' prima degli anni '80 nell'area del savonese c'era il mito della Granaccia: la Granaccia di Quiliano (DOC assolutamente inesistente) era prodotta da due-tre matti, ed era un rossone underground che pochi potevano dire d'aver bevuto; in compenso, costava cifre spropositate; personalmente vendevo la Granaccia prodotta da Scarrone a circa ventimila lire, 1990 o giu' di li'. Comunque, qui leggete approfondite notizie su questo vino.

Insomma, da queste parti si viene su col mito della granaccia, e, va detto, negli ultimi anni c'e' stata la corsa al reimpianto; ho bevuto pure release dignitose di questo cépage. Al fascino della rarita' io trovo che si aggiunga un aspetto vagamente migrante, riferito a questo vitigno; con altri nomi, alicante, grenache, cannonau, lo ritrovi un po' dovunque, a spasso per quest'area del Mediterraneo. Ogni volta che ne ho occasione lo assagggio, e come d'uso se mi piace lo compro, e lo rivendo. Cosi', quando ho incrociato il listino di Mas de Dumas Gassac, ho avuto una ricaduta granacciofila nel ritrovare un Grenache tra i vini della serie cadetta, Moulin de Gassac; questi rappresenterebbero, di fatto, la linea economica della griffe di Languedoc; per inciso, se non sapete chi sia il produttore, un piccolo indizio: se avete visto Mondovino, ricordate il vigneron che ha piantato una grana a Mondavi? Ecco, quello e': Aime' Guibert.

Insomma, aspettative tante; e il risultato? Eccellente. Per la verita' gli assaggi sono stati due: Grenache 2005 e Syrah 2006; il secondo, aime', bocciato: puzze non gradite al mio nasino modernista. Il 2005 ed il 2006 del Grenache, invece, assai entusiasmanti: la vendemmia piu' risalente, soprattutto, che dimostra l'ottima attitudine all'affinamento di questo rosso; mentre il 2006 ha molto tempo dinanzi a se', ha un fruttato solenne, polpa e fragranza: da bere, ma pure da aspettare.
Cilieginia sulla torta: prezzi competitivi; questo rosso, a bottega, costa sui nove euri.

martedì, dicembre 04, 2007

Babbo Natale enotecaro


Pare che quest'anno si son mossi presto: la corsa ai regali e' in anticipo sui tempi, perlomeno da queste parti. I bilanci, come sempre, si fanno a gennaio; per ora si aumenta il PIL, e si blogga assai meno. Avete fatto i bravi? Attenti, senno' carbone.

giovedì, novembre 29, 2007

Ma io voglio ricordarlo cosi'

Rutelli dice che Italia.it non e' poi cosi' male: "non dobbiamo desistere dall'idea di dotare l'Italia di un portale turistico, non abbandoniamo l'idea di dotarci di questo veicolo di comunicazione". Citando il poeta: e' inutile spiegare, se non hai capito gia'. Rutelli ce lo ricorderemo cosi':

martedì, novembre 27, 2007

Compagni che sbagliano


Chavez dice che il petrolio e' a buon mercato, se lo paragoni al prezzo del vino. Affermazione discutibile: dipende. Se lo compari ad un grand cru borgognone ci possiamo pure stare; ma come mi capita spesso di dire, il vino e' tutt'altro che costoso: su certi scaffali trovi facilmente bottiglie da un euro. Vogliamo il barile di petrolio vin-de-pays; quelli invece, pare che estraggano solo grand cru.

venerdì, novembre 23, 2007

Lo sospettavo


Lo facciamo tutti, dai; guardare le chiavi di ricerca che portano l'incauto navigatore al nostro blogghe. Va bene il mio nome, passi pure l'amaro del carabiniere; ma la sveltina? Poi, quel "siti inutili"... ecco, un sospetto d'inutilita' gia' ce l'avevo.

Knob Creek


E per una volta, traligniamo e parliamo di distillati. La mia scelta e' il Whisky, e il mio Whisky e', usualmente, malto scozzese, magari con un buon bilanciamento tra le mefitiche (adorabili) puzze di Islay e la morbidezza floreale. Ma siccome siamo in vena di eccezioni, parlero' di Bourbon.
Come al solito, il mondo e' vasto ed inconoscibile; se dici Bourbon penseresti ad una roba dolciastra e alquanto banale, hai presente la bottiglia rettangolare coll'etichetta nera; no-no, lascia perdere quello. Qui si narra di altro; qui si distilla alla maniera pre-proibizionista il mais del Kentuky, da una famiglia, sette generazioni di distillatori, che ha iniziato nel 1795; grado pieno, 50° d'alcol, ma soprattutto, un corredo aromatico emozionante: legno pulito, fiori, nocciole, e una sorprendente scorza di agrume dolce, candito. Non serve agitare il bicchiere, col distillato: gli effluvi aromatici salgono piano dal tumbler, evocativi; il potente calcio alcolico alla bocca ti ricorda che qui non si scherza, che qui si fa sul serio (insomma: bevine pochissimo) ma rende evidente che la classe di questo Bourbon e' fuori discussione.
A che lo abbini? Sigaro o cioccolata, quel che vuoi, ma io non amo tanto queste unioni. Io lo abbino ai miei pensieri, alla fine di un giorno piu' lungo di altri.

[And now, un po' di linx. Qui la home della distilleria; qui si narra cos'e' uno small batch. Qui infine la home dell'importatore, Moon Import di Genova; lo stesso di Selosse, per dire, e di mille altri capolavori; com'e' noto, chi si somiglia si piglia].

martedì, novembre 20, 2007

Carissimo Raspelli


Carissimo Raspelli,

le scrivo questa mia attraverso il mio blog, giacche' sono ottimista: penso che le vibrazioni della rete si possano propagare al punto tale da poterla raggiungere; del resto non ho un suo recapito e comunque quello che sto per scrivere, possibilmente, potrebbe interessare pure i miei lettori.

Carissimo Raspelli, accade che un ente che fa telemarketing spenda il suo nome, col sistema dello spam telefonico, presumibilmente per raccogliere pubblicita'; il presumibilmente e' dovuto al fatto che non ne ho certezza, per i motivi che diro'; le scrivo accorato giacche' costoro, nello spendere il suo nome, tengono un comportamento difficilmente qualificabile; o meglio, io avrei qualche idea su come qualificarlo, ma come sapra' in rete tira un'aria da querela facile, e quelli come noi che scrivono su questi sfigatissimi blog fanno bene a stare accorti; tuttavia, come dicevo, mi accora vedere il suo nome associato a tutto cio'; lei mi sta simpatico, anzi, lei e' simpatico a tutta la famiglia; a casa mia e' normale, al pranzo della domenica, vederla su retequattro addentare bagoss; anzi, il mio bimbo seienne m'ha chiesto del bagoss proprio solo dopo averla vista.
Comunque, ecco lo scambio intercorso al telefono, stamattina, tra una telemarketer, d'ora in poi T, ed il sottoscritto, cioe' Fiorenzo, d'ora in poi F.
T: - pronto, e' l'enoteca...
F: - si...
T: - la chiamo per comunicarle che la sua azienda e' stata selezionata per l'inserimento blablabla aziende specializzate segnalate blablabla
F: - si, scusi, mi sta vendendo pubblicita'?
T: - no, si tratta di inserimento in Original Italy, blablabla Mondadori, curata da Raspelli...
F: - bene, siete liberi di inserirmi.
T: - eh no aspetti, non e' cosi' semplice...
F: - ah, ecco...
T: - le chiedevo se un nostro incaricato puo' farle visita per blablabla
F: - senta, le posso ri-fare una domanda?
T: - si...
F: - mi sta vendendo della pubblicita'?
T: - click!
Fine, ha sbattuto giu' il telefono. Proprio cosi', il potente gruppo Mondadori, l'ignoto Original Italy, s'e' scocciato e ha pensato di buttar giu' il telefono. Gli scocciati sono loro, io semmai avrei dovuto sentirmi, che so, onorato.
Ora, carissimo Raspelli, e cari tutti che leggete, lascio a voi qualificare il comportamento della sedicente Original Italy. Dalla loro home si raggiunge l'editore, 71srl.com, che, indovina un po'? E' una concessionaria di pubblicita'.
Ovviamente c'e' il pistolotto morale, alla fine della missiva.
Io ammiro sempre il sovrumano ed inutilissimo desiderio di compilare il sapere attraverso i portali, i siti tematici, i vari Italia.it, tanto per intenderci; comprendo un po' meno la credibilita' degli stessi, se e qualora l'introduzione in tali elenchi e' a pagamento; dovrebbe essere chiaro a lei come a tutti che l'ingresso in qualsiasi guida, portale, summa o corpus ha senso per motivi di merito, e non a seguito di dazione. Ma immagino che tutto cio' le sia ovvio, cosi' come immagino che lei sia alquanto estraneo a questi meccanismi di telemarketing che, la prego di credermi, hanno franto tutto il frangibile in qualsiasi umano senziente; per questo mi rivolgo a lei, sperando le divenga noto tale esecrabile uso della sua illustre persona.

Con immutata stima, eccetera, eccetera.

martedì, novembre 13, 2007

Ci sara' pure un giudice a Ripatransone


Il caro mascellone non ha vita facile sulle etichette; dopo Adolf, pure lui scatena le ire di qualcuno: "dovra' rispondere di ingiurie davanti al giudice di pace di Ripatransone, in provincia di Ascoli Piceno, il cliente che, vedendo sullo scaffale del ristorante dove stava pranzando, alcune bottiglie di vino con l'etichetta raffigurante il volto di Benito Mussolini, aveva accusato il titolare e i dipendenti del locale di fare apologia di reato. I fatti risalgono al 2005 e sono stati oggetto anche di una lettera aperta che il cliente, che nella vita fa l'insegnante di lettere, aveva inviato ad un giornale locale, nella quale - pur non facendo il nome del ristorante - spiegava i fatti. Lettera per la quale il cliente e' stato denunciato per diffamazione a mezzo stampa". [link]
Come gia' dissi, personalmente sono per l'anarchia priva di ogni regola: in etichetta mettici quel che ti pare, giacche', come al solito, i comportamenti qualificano le persone. Senza scomodare il giudice di Ripatransone.

sabato, novembre 10, 2007

Caro (o cara) Forus



Caro (o cara) Forus, tu ti senti in dovere di mandarmi, di tanto in tanto, un SMS spammatorio dove illustri i tuoi non richiesti servizi finanziari. Non serve denunciarti ad alcuna autorita' garante, siccome lorsignori dormono saporitamente; nemmeno serve insultarti in un blog, visto che la Cina e' talmente vicina che a dire quel che si dovrebbe si rischiano i ceppi.
Tuttavia un giorno incontrero', de visu, uno di voi. E io sono molto, molto grosso.

giovedì, novembre 08, 2007

Tempuriu


Date le date, date per certo che dallo scaffale prelevo un novello. Il Tempuriu 2007 di Durin [scheda] e' l'archetipo della ciliegia; ha cosi' tanta ciliegia al naso che, se fossi Durin, metterei una ciliegiona in etichetta; consigliato per l'allievo assaggiatore che didatticamente deve dedicarsi a definire la ciliegia; sembra di vederla uscire dal bicchiere, che ti dice: salve, sono una ciliegia. Score 77/100, giusto perche' a dar voti bassi ai novelli e' come sparare sulla croce rossa.

martedì, novembre 06, 2007

Tre indizi fanno una prova


Tornato dalla rassegna di Vini di Vignaioli, ho il mio personale vincitore; ad ogni kermesse, expo, mercanteinfiera, per me c'e' sempre una specie di vincitore morale, quello per il quale pensi: ecco, e' da comprare. Convinto com'ero dell'eccellenza del Rosso di Montalcino di Stella di Campalto, oggi facevo qualche giro in rete; cosi' ho trovato questa recensione di Franco Ziliani, e questo commento di Gianpaolo Paglia, al vino in questione; quando assaggi e sei convinto d'avere qualcosa di positivo nel bicchiere, e' sempre alquanto confortante verificare che non sei solo nel tuo giudizio, ma sei avallato da assaggiatori che stimi; cosi' accade che tre indizi fanno una prova; c'e' poi il medagliere guidaiolo, pure, ad ulteriore conferma (che alla fine ti fa pensare: vabbe', ma non hai scovato nulla di inedito). Comunque, sia il mondo bloggarolo che quello guidaiolo concorrono a sancire per successive approssimazioni quella verita' enoica che, com'e' noto, sfugge.

Quanto alla rassegna, mi sentirei di fare un solo appunto; non c'era, su nessun tavolo di espositori italiani, il nécessaire per sputare dopo l'assaggio; io mi chiedo, sinceramente, come si possa affrontare una giornata intera d'assaggi senza sputare: come unico sistema, c'erano qua e la' orrendi secchi (letteralmente), che obbligavano al sollevamento pesi oppure all'esercizio di abilita', centrandoli a terra (se avete notato uno che si distingueva nell'arte, quello ero io). Siamo alle solite con lo strabismo, da un lato si strombazza contro gli abusi alcolici, poi si organizza una fiera senza consentire di sputare? Indignodromo. Io gia' mi sono espresso sulle virtu' dello sputare alle fiere; ed infatti in serata mi son rimesso alla guida fresco come una rosa, pronto per quelle tre-quattro ore di coda del controesodo.

domenica, novembre 04, 2007

E tu, ce l'hai la liquirizia?

Questo post e' diretta conseguenza del post che lo precede.
L'anno scorso, al Critical Wine genovese, tra qualche puzzone vinovero deprecabile, ho assaggiato un produttore doglianese che, per gli standard esibiti, e' entrato a listino velocemente. Eraldo Revelli produce un bel Dolcetto(ne) di Dogliani, e dopo una visita in azienda ed i giusti riassaggi, e' diventato mio fornitore. Tuttavia il Dogliani DOCG (adesso il Dolcetto Superiore si chiama Dogliani DOCG - rinunciate a capire, e' una perdita di tempo) e' un rosso che, come si dice, esprime il meglio di se' quando si avvicina alla maturita'; da giovane esibisce fieramente i tannini archetipici del dolcetto, e pure una chiusura olfattiva che ti fa dire: aspetta, qualcosa sara'. Cosi', rimembrando il trascorso Critical Wine, stasera ho portato a casa il Dogliani Autin Roca 2005 (il cru aziendale), che avevo a scaffale da un po'; si chiama appunto "prelievo di scaffale" il controllo periodico che l'enotecaro fa del prodotto che ha in vendita. Questo, siccome il vino diviene, e' mutabile, eccetera eccetera eccetera; anzi, a pensarci bene, "prelievo di scaffale" potrebbe essere una categoria di questo blog; detto, fatto. Noi preleviamo dallo scaffale per avere un'idea del misterico divenire, sfuggente ed imperscrutabile, per poi narrarlo al cliente.
Stasera l'Autin Roca di Revelli e' in forma olimpica; il naso e' uscito piano ma poi e' diventato assertivo, con una liquirizia spettacolare: hai presente la rotella Haribo', una liquirizia deliziosa, che poi ha lasciato spazio alla stratificazione, dalla prugna alla viola; il colore ha quel vello tenebroso da poca filtrazione, la fluidita' e' densa; questa sera l'Autin Roca strappa un bel 88/100.
Tra le mille possibili considerazioni che un simile vino ispira, una su tutte: il mio pensiero e' andato ai tristi vini internazionali; a quei rossi banali e prevedibili, peggio che industriali: globalizzati; al peperone da cabernet identico a se' stesso ovunque, soporifero e deja-vu. Ce l'avranno mai, quei vini, questa liquirizia? Riusciranno mai, quei tentativi enoici, a far alzare almeno un sopracciglio?
Affari loro. Il Dogliani ce l'abbiamo noi, ci spiace per gli altri.

[Update del 5 novembre: qui Franco Ziliani recensiva Revelli, nel 2003]