Intro.Dopo il mio
outing, riassumibile in "francamente cambierei aria", Marco,
qui, dedica il suo quarto sondaggio su "le opinioni del vino" alla figura dell'enotecaro, come dovrebbe essere e cosa dovrebbe fare; nell'indicarvi le sempre gloriose iniziative de I numeri del vino, provero' ad integrare i dati numerici con un alcuni sbrodolamenti verbosi, peraltro non esaustivi. Buon divertimento.
Chi e' l'enotecaro, e cosa caspita fa.Ci sono (almeno) due tipi di enoteche: i quasi-ristoranti, e le botteghe che vendono vino, senza sbicchierarlo; rientrando io nella seconda categoria, trattero' di tale configurazione. All'interno di quest'ambito, poi, spesso le enoteche vendono, assieme al vino, alimentari selezionati; non e' il mio caso, io vendo solo vino e pochi distillati, sono duro-e-puro (o iperspecializzato, fate vobis). Tutto questo per dire che l'enoteca e' un concetto un po' nebuloso, quindi eviterei di addentrarmi in ulteriori distinguo, ma focalizzerei le possibili mission (ammesso che ne abbia; certo che scrivere mission fa sempre figo, eh). Questo serve piu' che altro per definire il commerciante dettagliante, prescindendo dall'ambito. Quindi, in generale, l'enotecaro e' un bottegaio che vende vino.
Il bottegaio va alla guerra.Nell'anno di grazia duemila e otto la figura del dettagliante deve considerare, con attenzione, la sua funzione e la sua utilita' nell'ambito delle dinamiche della distribuzione moderna. Deve, cioe', valutare cosa vendere, e come, all'interno di un meccanismo distributivo che, con spietata precisone, vede la GDO (Grande Distribuzione Organizzata, supermercati) come referente istituzionale, in quanto piu' razionale, piu' bella, piu' tutto; non mi dilunghero' affatto a dir male della GDO, ma vi rimando alla
lettura definitiva in materia. Del resto, curiosamente, non ho una cattiva opinione della GDO in senso assoluto, semmai tengo a dire che io, e loro, facciamo mestieri diversi. Tuttavia, nel corso degli ultimi trent'anni, meccanismi che non a caso ho definito spietati hanno concorso a presentare la GDO come formula distributiva non solo migliore, ma quasi esclusiva; in un mondo di ipermercati sberluccicanti s'e' consumata la strage di centinaia di negozi di quartiere; la razionalizzazione della distribuzione, intanto, sembra lontana dall'avverarsi, visto che il gigantismo della GDO richiede transumanze bibliche di merci standardizzate, prodotte da industrie, che ingolfano ogni via del belpaese; eppure, tra l'altro, la razionalizzazione della distribuzione e' stata, da sempre, la cifra qualificante della supremazia della GDO sulle botteghe. Come dicevo, nell'attesa fu strage; io lavoro in una via che, negli anni cinquanta, era una via piena di negozietti; i vecchi (mi) ricordano ancora che ogni basso era un punto vendita di frutta e verdura (era una via specializzata in verdurai e vinai, pare). Oggi chi ripercorre a piedi via Donizetti, senza inciampare in un asfalto indegno del Botswana, vedra' solo box auto; i negozi sono diventati custodie per il piu' amato dei simulacri. Dove sono andati tutti i commercianti? Sono finiti, silenziosamente, nel cimitero delle partite IVA. Loro non fanno prigionieri, e noi, uno dopo l'altro, stiamo cadendo. A meno che non si capisca come reagire, in una logica di guerriglia.
Il delirio del bottegaio Vietcong.Quando il nemico e' soverchiante, quando non fa prigionieri, non ha alcun senso fronteggiarlo; meglio, non ha alcun senso continuare la battaglia; paradossalmente, bisogna riconoscere quando la guerra e' persa, e dedicare le energie ad altro. Cosi' facendo si riesce meglio a focalizzare l'aspetto dell'utilita' sociale del commerciante; oggi il lavoro del commerciante deve per forza di cose porsi come propositivo, ed alternativo alla GDO, affinche' possa in qualche modo dirsi socialmente utile. Questo significa, nello specifico, abbandonare al loro destino i brand da supermercato, e recuperare la funzione del mercante (il secondo mestiere piu' antico del mondo) mettendosi alla ricerca di produzioni alternative, artigianali, qualitative; questo, in poche parole, significa smarcarsi da un confronto impossibile, e recuperare utilita' sociale. A questo riposizionamento, non lo nego, e' connesso pure un aspetto "ideologico", la' dove ideologicamente io propongo di non essere piu' tramite di vendita per marchi che non hanno nulla di originale, che non costituiscono affatto un servizio al consumatore finale. Sono, poi, parte integrante del meccanismo che ci stritola. Facciamo un esempio concreto.
Molto tempo fa un mio collega agghindo' la sua vetrina di Berlucchi; quel collega e' un opinion leader, e mi capito', nei miei soliti modi sarcastici, di apostrofarlo cosi': "spero bene che Berlucchi ti paghi regalandoti un bancale, e non certo che tu paghi lui, siccome gli stai preparando, a lui e alla Coop, le vendite di Natale". Ed infatti quel Natale Berlucchi era sottocosto alla Coop (eccoli, i famosi meccanismi spietati) ed il collega fece la solita figura dell'utile idiota, della cinghia di trasmissione nel motore della comunicazione. Perche' facciamo questo? Perche' ci riduciamo a fare gli utili idioti per lorsignori, e non ci riappropriamo di una funzione che avrebbe senso commerciale? Perche' siamo pigri, e in un certo senso ce lo meritiamo pure, d'essere falciati via senza pieta'.
Se vogliamo in qualche modo essere alternativi, dobbiamo, anche "ideologicamente", dire no a certi brand. Questo, va detto, resta una mia personalissima teoria, peraltro assai inapplicata da quasi tutti i commercianti, i quali strillano contro l'apertura di supermercati, contro le vendite sottocosto, cioe' combattono le famose battaglie perse in partenza, senza decidersi a cambiare la strategia, e senza capire che siamo, ormai quasi tutti, Vietcong.
Si, vabbe', ma allora?Ovvio che le cose non sono cosi' semplici. Andare a fare la vita del Vietcong, vivere in una buca e mangiare vermi, non e' assolutamente appealing; fuori di metafora: mediamente, il bottegaio non si sbatte volentieri, meglio vendere quelle due o tre griffe che che ti chiede la massa, piuttosto che ammazzarsi essendo propositivi. Eppure, a costo di restare minoritario a vita, io credo che questa sia una delle poche vie seriamente percorribili, per chi vuole dirsi commerciante, e non porgitore. Oltretutto, tornando al mio ambito ristretto, questo e' un settore fortemente disintermediato, dove il prodotto si puo' validamente acquistare alla fonte, quindi l'enotecaro deve moltiplicare gli sforzi per giustificare il valore aggiunto. Questo si ottiene, credo, attraverso l'originalita' della proposta, dandosi un gran daffare, essendo selettivi, essendo competenti. Si ottiene avventurandosi in importazioni dirette di Champagne, piuttosto che gabellare Veuve Cliquot. Il tutto, cercando di reggere agli scricchiolii strutturali che si sentono da un po', siccome il mondo si comporta schizofrenicamente, dice "recuperiamo i negozi di un tempo" poi raddoppia le uscite al casello che serve il prossimo ipermercato, mantenendo gli arredi urbani della citta' vecchia ad un livello difficilmente comprensibile.
Questo e' un mondo complicato, e anche per questo voglio riflettere su che fare.
[La foto che correda questo post ritrae mio padre, alla fine degli anni '40, davanti alla sua prima osteria, a Genova, quartiere Foce. Non aveva ancora trent'anni.]