venerdì, febbraio 06, 2009

Karma police

Qualche giorno fa a bottega ho avuto l'ennesima epifania di due tipi dell'Agenzia delle entrate. La vicenda merita una descrizione approfondita, anche per spiegare, a tutti quelli che sognano un'attività in proprio, cosa sia veramente questo garrulo mondo.

Quando succede che due di questi entrano in negozio, il tempo e lo spazio subiscono una distorsione dimensionale, e tu sei contemporaneamente personaggio di Orwell, Kafka, e Walt Disney. I due non profferiscono altra parola che "siamo dell'Agenzia delle entrate" con tono misto, tra il solenne e l'addolorato, ed in quel momento io penso solo: vorranno comprare del vino. Eh sì, perché io nemmeno per un attimo mi immagino oggetto di ispezioni poliziesche: a chi, a me? Io che sono la bontà personificata? Così me ne esco con un surreale "cosa posso fare per voi?" - mentre quelli hanno già messo mano al tesserino identificativo, tanto per significarmi che non è uno scherzo; un uomo ed una donna: questa, più silenziosa, sembra pure la più dura; l'altro è loquace; comunque, scene già viste svariate volte, l'ultimo controllo risale all'estate scorsa; così, non mi sorprendo poi molto quando ordinano "ci faccia vedere un documento d'identità; ed il registro dei corrispettivi, il registro d'emergenza, il libretto di dotazione del registratore di cassa". Consegno la patente, vado in ufficio, prendo i plichi; comincia la verifica.

Il registro dei corrispettivi è un quaderno su cui va scritto, giornalmente, l'incasso; questo si ricopia da un foglietto da allegare che, alla fine di ogni giorno, il commerciante stampa dal registratore di cassa (difatti si chiama "riepilogo"); il dato risiede, quindi, nella memoria fiscale della macchina, ma va comunque ricopiato su un supporto cartaceo. Evitate di fare obiezioni sul senso della cosa, da adesso dovete cercare di sospendere le facoltà logiche, e comunque dovete farlo sempre, in simili contesti. Il registro d'emergenza serve in caso d'emergenza (l'avevate indovinato, sì?) cioè quando, per un qualsiasi guasto, non posso usare il registratore di cassa, e quindi, temporaneamente, devo segnare le cifre di ogni mancato scontrino. La loro somma va inserita nel registro corrispettivi, poi. Il libretto di dotazione del registratore di cassa, infine, oltre a provare che ne possiedi uno (è quello lì, lo vedi?) serve a riportare gli obbligatori interventi periodici di punzonatura del rivenditore, la manutenzione, e tutta la risma di tasse occulte connesse con tali obblighi.

La verifica procede bene: il più umano dei due scartabella i papiri ed ogni tanto dice "bene, molto bene". Io lo so che faccio tutto per bene, e so pure che, se in uno di quei fogli ho sbagliato una virgola, estrarrà la Luger e mi finirà con un colpo alla tempia. Entra un cliente, vede i due che stilano un verbalone su carta intestata all'Agenzia, sbarra gli occhi e riguadagna l'uscita, balbettando "torno dopo". Scorrendo il registro corrispettivi, il loquace chiede: è aggiornato fino alla fine di gennaio? No, dico io voltando la pagina: vede? E' aggiornato al 3 febbraio.
Ma qualcosa non gli torna: ma scusi, mi dice, al rigo uno (il registro ha le righe numerate) lei ha scritto tre febbraio: doveva scrivere uno febbraio al rigo uno, due febbraio al rigo due... "l'uno febbraio era domenica, ed il 2 lunedì, sono giorni di chiusura in cui non emetto scontrini, quindi non stampo chiusure; non ho nulla da riportare". Ma la cosa non gli piace, si consulta con l'altra, sento che ci siamo. Adesso spara. Considerando che faccio così dal 1991, e che la sanzione si moltiplica per il numero di infrazioni, sono morto. La mia vita mi scorre davanti veloce. Il buono però conclude "mah, è una convenzione, non è obbligatorio... non è sanzionabile" e qui accade un fatto strano: appoggia la sua mano sulla mia, come per confortarmi, poi ripete con un sorriso "non è sanzionabile". Probabilmente il buono sa quanto terrore incutono, si sente in qualche modo responsabile.

La cosa si avvia alla conclusione: viene redatto un lungo verbale in cui si constata che tutto è nella norma, complimenti, sorrisi, e si trova il tempo di parlare di vino (ma pensa un po'). Il buono è reduce da un assaggio tragico, dice lui, un bianco frizzante di una certa cantina cooperativa delle Cinque Terre che evoca De André (di cui non farò il nome, ma solo il cognome: Creuza de mä). Dice che era una schifezza, ma come mai, lui credeva che nelle Cinque Terre il vino fosse buonissimo. Io avvio una breve spiega sulle dinamiche connesse alla banalizzazione del prodotto-vino finalizzato alle più bieche logiche commerciali. Mentre ripongo i registri in ufficio scherzo pure "e magari è stato un regalo..." e lui conferma, era un omaggio natalizio. Io dilago "ecco, e al mittente poi l'avete fatta, una bella verifica approfondita?" Il buono sembra non capire, ma alla fine se ne esce con "eh, no, quelle cose non possiamo farle..."

Quando se ne vanno rientro nella mia dimensione. Sono passati venti minuti, ma potevano essere pure un'ora, o due. Questa polizia tributaria è come il Karma Police della canzone, ristabilisce gli equilibri: ho più chiare le priorità, sono ancora vivo e non ho i ceppi ai polsi; stasera farò ritorno da mio figlio, e domani si ricomincia. In attesa della prossima irruzione.

mercoledì, febbraio 04, 2009

Dal dire al fare

Ve l'avevo detto che non ho più voglia di far l'enotecaro: comincia la mia collaborazione col nuoverrimo Tigulliovino.it. Ecco qua.

Cosa non farei per svuotare la cantina


Arneis è il nome di un bianco del Roero, ed è pure una voce dialettale per "arnese", cioè tipo intrattabile, caratteraccio. Come il vitigno, pare. Così, l'Enoteca regionale del Roero ha pensato bene di individuare, per il 2008 (duemilaotto?), il caratteraccio di Antonio Cassano come testimonial. Poco importa se il talentuoso giocatore sia astemio: i produttori "hanno già pronte 365 bottiglie da donargli, tante quanti sono i giorni dell'anno, e sperano proprio che il fuoriclasse accetti di andare a ritirarle sulle loro colline, tra Alba e Canale". Dimmi tu cosa non farei, pur di svuotare le cantine; maledetta crisi.

venerdì, gennaio 30, 2009

Disinformazia e damnatio memoriae


Questo post ha una stesura travagliata. Prima, il mio feed reader recitava:
"causa intentata da un ex collaboratore di Slow Food al Gambero Rosso".
Dopo, però, è stato corretto:
"causa in corso tra un ex collaboratore di Slow Food e il Gambero Rosso"
tuttavia meriterebbe una versione definitiva:
"causa intentata ad un ex collaboratore di Slow Food dal GR".
Volendo procedere nelle migliorìe, poi, si potrebbe abbandonare il malmostoso termine "ex collaboratore di Slow Food" per sostituirlo col suo nome e cognome, tanto per salvarlo da questa maldestra damnatio memoriae: Sandro Sangiorgi, direttoRE di Porthos.

giovedì, gennaio 29, 2009

La jena inside

Sul lungomare c'è il sole. Il sole è basso e inonda le vetrine. Nella vetrina della pasticceria wine bar (ormai sono tutti wine bar, pure le farmacie) ci sono tante bottiglie di vino allineate in piedi ad arrostire; è Beaujolais Nouveau (in offerta, manco a dirlo). Al semaforo, fermo, ci sono io, sul cavallo d'acciaio, che guardo e rido. Gli altri motociclisti fermi non hanno capito perché, ma tu lo capisci. Alla fine mi sento un po' jena; ma non sono pentito.

mercoledì, gennaio 28, 2009

Fenomenologia della bollicina decontestualizzata

Questo post doveva essere scritto ad ottobre o novembre, ma è rimasto appiccicato alla tastiera ed esce adesso; parla di Champagne, ed avrei fatto meglio ad editarlo prima di Capodanno, per essere minimamente corporate, visto che parla dello Champagne ultimamente importato (Voirin-Jumel). Eh sì, perché qui non ci accontentiamo mai, e ce la tiriamo pure da importatori. Anche solo per la libidine di rispondere, al cliente che domanda "scusi, qui avete Champagne?" - "Mah, veramente, io lo Champagne lo importo". E invece il post esce ora, in doppia controtendenza vista la deflazione, la stagflazione, e il conseguente crollo della Civiltà Occidentale. Ma ari-citerò Napoleone: lo Champagne ti premia nel trionfo e ti consola nella sconfitta.

Voirin-Jumel è un récoltant, cioè uno di quei produttori che vinifica esclusivamente uve di proprietà; ha 11 ettari in area particolarmente vocata, è una maison familiare, sono pure simpatici; in definitiva soddisfa molti dei prerequisiti che amo (scusate, ma ultimamente indulgo in un delirio autocitazionista). Tra le proposte aziendali ho selezionato il Brut 1er Cru ed il Millesime 2004. Sono due cuvée notevolmente differenti tra di loro: e difatti sono molto diversi i motivi che mi entusiasmano, a riguardo.

Partiamo dal Brut 1er Cru: si tratta di un vino meno ecumenico e piacione rispetto agli standard che ho proposto ultimamente; al naso annuncia un attacco salino/minerale di carattere, ha spessore, non ammicca in nessun modo. In bocca procede coerente, è affilato, si pianta sui bordi della lingua con qualche autorevolezza. Probabilmente non è per tutti, ma non è allineato, e soprattutto rifugge dalla aborrita banalità che credo sia uno dei peggiori difetti di qualsiasi vino. In questa fase, merita 86/100 (e costa 32 euri, in enoteca).

Il Millesime 2004 è, semplicemente, un altro mondo. Voirin ha profuso in questa cuvée uno sforzo insolito per un piccolo produttore francese: ha, cioè, curato la forma della bottiglia e dell'etichetta, pure in modo efficace; bella l'etichetta dorata, piccola, e bella la serigrafia sul vetro - mentre il Brut di cui sopra ha del tutto in spregio questo aspetto fatuo, quasi volesse dimostrare superiore distacco da tali garrule cose; e difatti esibisce con orgoglio l'orrenda etichetta aziendale. Il Millesime invece mira in alto; il naso ti spiazza quasi, la prima volta, tanto è concettuoso e fitto di frutta bianca e fiori, perfino sopra le righe; i toni butirrosi dello chardonnay sono sovrastati da una aromaticità quasi aliena; il dosaggio (cioè la pratica di ricolmatura dopo la sboccatura) deve essere stato generoso di zucchero, perché questa cuvée si allarga in bocca con lo smaccato desiderio di piacere ad ogni costo, magari deludendo l'utente smaliziato, ma accendendo d'entusiasmo il restante uditorio dei miei clienti (i feedback sono ottimi); del resto, cari colleghi enosnob, ricordatevi che noi siamo schiacciante minoranza. Il mondo attende di essere rieducato, come diceva Pol Pot. Comunque: il punteggio del secondo, per motivi diversissimi, è identico al primo: 86/100 (ma il prezzo è di 44 euri).

A questo punto è lecito chiedersi come mai vini sostanzialmente uguali sul piano del punteggio centesimale abbiano prezzi diversi. Verrebbe da rispondere: benvenuti nel mondo del vino di qualità, dove questa incongruenza è la norma, e non l'eccezione. Qui la differenza di prezzi è giustificabile essenzialmente in ragione della lavorazione più lunga, in termini di tempo, richiesta dal millesimato; la veste più elegante, inoltre, ha un suo costo; a questo proposito sono comprensibili le obiezioni di quanti potrebbero trovare irrilevante tale dettaglio estetico; ma gli stessi sarebbero sorpresi nel vedere quante clientesse impellicciate, in enoteca, mi hanno snobbato il Brut 1er Cru per colpa dell'etichetta: "con un'etichetta così non lo regalo certo al dottore" - e per me, una coltellata nel costato sarebbe stata meno dolorosa.

venerdì, gennaio 23, 2009

Senza guida

La chiacchiera enoica del momento è: le guide hanno perso valore. Soprattutto la guida per definizione è in picchiata libera. Per quelli come me, che hanno qualche genere di ammirazione verso il caro vecchio carrozzone targato GR (Gambero Rosso) è, diciamolo francamente, una bella delusione. Basta leggere le motivazioni della sentenza "Sangiorgi VS. Gambero & Slow Food" dove, tra l'altro, si riporta che "le dichiarazioni rilasciate dal Sangiorgi nel contesto dell'intervista televisiva [...] risultano corrispondenti ai fatti storici". Come si ricorderà, il gruppo Gambero Rosso, e Slow Food, avevano querelato Sangiorgi perché questo bel tomo aveva raccontato di recensioni forzatamente favorevoli ad un produttore "amico" di chi edita la guida.

Il fatto è che l'intero GR mi pare in avvitamento. Anni fa il mio immodesto blogghe parlava del Gambero come di un editore in grado di usare la rete con buone capacità, e largo anticipo sui tempi. Oggi? La nuova, misterica proprietà ha notevoli problemi, e nel frattempo trascura ogni genere di conversazione in rete; smette di linkare quell'aggregatore che chiamava "social space"; dopo il discutibile restyling della homepage, permangono online schegge della vecchia; e poi i blog: senza quello del fondatore, non sembrano aver chiaro cosa significhi usare questo mezzo di comunicazione, affidando Kelablu ad un redattore anonimo; anche se sull'intestazione ancora si legge "scritto da Massimo Bernardi" (decidetevi, ragazzi). Velo pietoso, poi, sul Forum, ameno posticino privo di qualsiasi forma di amministrazione.

Insomma, triste momento. La perdita di credibilità di editori importanti, in questo settore, è una specie di danno generalizzato; qualche giorno fa, scherzando con Luciano Pira , di Schiavenza, gli chiedevo se rimanesse qualche bottiglia del suo Barolo Broglio 2004 (trebicchierato). Eravamo in cantina, e gli è bastato indicarmi le pile di casse intonse: "ce n'è quanto vuoi". A parte la solita crisi, mi chiedo se le vendite di trebicchierati siano rallentate pure da questa diminuita autorevolezza.

E questo mi sembra il Gambero, ora. Mentre Slow Food (a cui auguro ogni fortuna) per me si identifica, essenzialmente, come lo sponsor di Eataly, e tanti saluti. Dio è morto, Marx è morto, e pure io sono senza guida. Tocca citare Totò: "arrangiatevi".

giovedì, gennaio 22, 2009

Sotto col lavoro

Tra le campionature da valutare oggi apro un rosso dolce, da uve passite. La tipologia ha notevole appeal in ragione dei possibili abbinamenti: oltre la pasticceria, i rossi passiti (e ancor più quelli liquorosi, fortificati) consentono di approcciare validamente le preparazioni a base cacao, altrimenti difficili da accostare ai vini dolci più tradizionali; un abbinamento tipicamente disastroso è appunto il Moscato d'Asti sul cioccolato.
In uno degli ultimi tour tra le nevi perenni di Langa (ma quanto è nevicato quest'anno?) sono tornato dal mio barberista d'Asti di riferimento, Cascina Garitina, del quale già vendo il potentissimo (e modernista) Nizza Superiore Neuvsent, e il giuggioloso Brachetto d'Acqui. Ma, come dicevo, all'ultima visita Gianluca mi annuncia: novità, rosso passito a base barbera, sul genere Recioto di Valpolicella (ullallà), prégasi assaggiare. Eccome no, siam qui apposta. La mezza bottiglia era in ufficio da qualche giorno ormai; e siccome pochi vini consentono d'esser libati così, senza pretese, via da pranzi e cene come i vini dolci, sotto col lavoro: visto, si assaggi.

Il colore ha la cupezza giusta, che t'aspetti da uve appassite; il bordo è brillantemente violaceo, e il vino si preannuncia giovanile, non pronto; è un 2006, benché l'annata non sia in etichetta (come di norma, per i vini da tavola). Nel bicchiere rotea lento, glicerinoso; il naso annuncia fichi secchi, datteri, e poi anche la composta di frutta (more, prugne, notevole ampiezza). Un naso così marmellatoso suggerisce, da solo, un abbinamento: sembra una versione liquida delle marmellate modaiole da formaggi. In bocca la potente dolcezza è quasi ostacolata dall'acidità tagliente della barbera; ha quel tono dolce-vinoso-ammostato di certi prelievi di botte, ma nobilitato dalla sfericità, dalla complessità del passito. Un bel vino da chiacchiere, e come dicevo da formaggi con decisa stagionatura. Un 84/100, promosso per un prossimo acquisto; la bottiglia da mezzo litro, in enoteca, costerà sui venticinque euri.
Rugiada (vabbe', nome migliorabile)
Vino da Tavola Rosso, prodotto con uve appassite
Azienda Agricola Cascina Garitina di Gianluca Morino
Via Gianola, 20 14040 - Castel Boglione (AL)
tel. +39 0141 762162

mercoledì, gennaio 21, 2009

Shyness is nice


Citazione: "la timidezza è carina, e la timidezza può impedirti di fare cose che vorresti". Sì, dev'essere per timidezza, se navigando su Porthos il filmato su Youtube che presenta l'ultimo numero è nascosto, te lo devi andare a cercare. Deve essere la timidezza che gli fa intitolare il relativo canale Youtube a "zaratesaudente" (what?) anziché strillare: hey, siamo quelli di Porthos e vorremmo diventare due-punto-zero pure noi. La timidezza va bene, ma nel frattempo ecco qua l'opera filmica:



[Il post poteva pure intitolarsi "L'organo ufficiale/2" ma sono timido anche io]
[Bonus link: la citazione deriva da qui]

lunedì, gennaio 19, 2009

A Barolo o Bardolino, guida piano

Le città del vino, senza più ICI, temono il crack finanziario; anzi, dice che:
"Per scongiurare questa inevitabile sorte, ai comuni, per sopravvivere, non resta che finanziarsi attraverso multe, autovelox e gli oneri provenienti da nuove edificazioni".

sabato, gennaio 17, 2009

Anvedi questi, anvedi


Mentre il prossimo Vinitaly snobberà il bloggume e blandirà solo i Giornalisti Iscritti Al Sacro Ordine, il prossimo Terroir Vino (Genova, 15 giugno, se lo segni, signora) recita quanto segue:
"I giornalisti e i pubblicisti regolarmente iscritti all'ordine i collaboratori di testate web e di blog riconosciuti nel settore Wine & Food, possono richiedere l'accredito a Terroir Vino, ricevere l'invito all'indirizzo indicato ed accedere così liberamente alla manifestazione in qualità di operatori dell'informazione. Giornalisti e blogger provenienti da fuori Liguria o da fuori Italia, possono richiedere di alloggiare in strutture convenzionate (fino ad esaurimento disponibilità)".
Uno a zero per noi. Ecco.

venerdì, gennaio 16, 2009

Avrò mica gufato


Sublime sbrodolamento da autocitazione; il capture quassopra viene da questo post; il verbo shuttare, inutile che cerchi, non esiste, è l'improbabile italianizzazione di to shut (chiudere). E comunque, come allora: hai presente il boomerang?

[Update: ah, no aspetta! Dice che mercoledì 21 va in onda il nuovo Kelablù!]

giovedì, gennaio 15, 2009

Molteplici usi di un blog: regolamento di conti, e annunci lavorativi


Per qualche specie di maledizione, sembra che in precisi periodi dell'anno ricorrano sempre gli stessi discorsi; per esempio, dopo le feste natalizie qui a bottega tocca imprecare con il corriere, la cui unica mission pare consistere nel frantumare pervicacemente il contenuto delle mie spedizioni; per dirne una, sono riusciti a rompere per la seconda volta consecutiva il contenuto di una spedizione allo stesso destinatario; e la seconda spedizione era specificamente dovuta alla rottura della prima. Quindi, oggi facciamo qualcosa di totalmente diverso rispetto a quanto già scritto.

Il sottoscritto s'è definitivamente scassato i gioielli riproduttivi del suo corriere. Quindi, usa il suo amato blogghe per il seguente annuncio: cerco un nuovo corriere; se tu che leggi sei in grado di portare a destinazione un pacco contenente vetro (ovviamente pluri-imballato) senza farlo a pezzi, contattami.

martedì, gennaio 13, 2009

Comunicare stanca

Dev'essere una vitaccia fare il vignaiolo e dover raccontare quel che si fa (o si è) all'universo mondo. Ci sono svariate strade percorribili: puoi tirare fuori duecentocinquanta euri per un giornalista freelance quel-che-è, oppure fai come il simpatico Paolo Caorsi di Collina del Sole: un bel giorno ha preso la telecamera, s'è loggato su Youtube, e ha cominciato a raccontare un po' di sé. D'accordo, il lavoro di Paolo è spettacolarmente naïf, ma vuoi mettere che risparmio?
Nel mezzo ci stanno certamente molte altre soluzioni, ma di questo vi parlerò prima o poi. E comunque, voglio minimo minimo duecento euri (son bottegaio, faccio i saldi meglio di altri).





[I vini di Collina del Sole sono acquistabili online, e così tagliamo fuori gli inutilissimi enotecari. Non ho ancora assaggiato nulla dell'azienda, ma appunto, siamo in zona disintermediazione: lavorate pure un po' voi, e che diamine].

sabato, gennaio 03, 2009

Anno nuovo, sassi vecchi

Lesson one: quando è giusto bloggare? Quando ne hai voglia, tempo, modo ed ispirazione. Mancando qualcuno dei suddetti componenti ti ritrovi ad iniziare l'anno con qualche arretrato, oppure con qualche sasso nella scarpa che non hai ben bene scutulato via. Orbene, provvediamo.

1. Io te l'avevo detto.
Io te l'avevo detto, ed ora lo ripeto: siamo in questo business per il delizioso effetto che l'alcol ha sulle femmine.

2. Sto aspettando.
La terribile vicenda delle pseudobottiglie di spumante (in realtà acqua colorata e vari additivi) che ha per target l'infanzia mi scatena l'indignodromo più acuto. Gianna Ferretti ha il lodevolissimo merito di aver già-scritto-tutto quel che necessitava. Il mio personale contributo al dibattito è unicamente il commento che ho inserito in uno dei post, e che qui amorevolmente ripropongo, allorquando l'azienda in questione ha (anonimamente) chiosato in questi termini:
Nel caso dovessero perseguire azioni denigratorie infondate vertenti al boicottaggio del prodotto, l’azienda, si vedrà costretta ad adire le vie legali per tutelare, nelle sedi opportune, i propri diritti.
Ed ecco il mio commento:

Tre domandine all’estensore del commento qui riproposto.
1. Cosa ne pensa dell’anonimato in rete? Posto che la mia personalissima opinione è che chiunque possa lecitamente scrivere qualsiasi cosa anonimamente, giacché vale ciò che si dice piuttosto che altro, rilevo che un’azienda, spesso critica nei confronti della comunicazione dal basso quando anonima, non abbia trovato opportuno firmarsi con nome e cognome.
2. L’estensore di cui sopra ha mai letto, oppure ha mai sentito parlare, di una cosa che si chiama cluetrain manifesto?
3. In caso di risposta affermativa alla domanda numero due: che opinione ha, in proposito.

Ebbene, le domande attendono ancora una risposta. Sto aspettando.

3. Raccomandami questo.
Ogni portatore sano di partita Iva sa che l'arrivo di una raccomandata A/R solitamente significa grane. Questa primavera, per dire, il mio mai abbastanza bistrattato corriere mi informò con raccomandata che si trovava (suo malgrado) costretto a modificare i termini contrattuali riferiti ai prezzi, causa l'aumento dei carburanti. Ora, dato che la stagflazione nella quale ci tuffiamo determina l'effetto opposto, attendo fremente la comunicazione contraria: magari senza la raccomandata, basterebbe un email.

martedì, dicembre 30, 2008

Il ragazzo delle consegne


Passato il caotico lavoro natalizio, in questi giorni l'enotecaro recupera ritmi e dimensioni umane. Ci sono lavorini residui da ultimare, dettagli, scartoffie, e qualche rissa col corriere; cose normali, comunque. Bisogna verificare alcune consegne, non performate dal team di ragazzi che collaborano a recapitare pacchi e pacchetti. "Come mai questa non l'hai consegnata?" - "Non si trova la strada, non è sullo stradario, nessuno la conosce". Poi guardi su gùgol màpz, e manco a dirlo, c'è. Così, ora che l'enotecaro ha tempo, cavalca il destriero d'acciao (il vecchio scooter, insomma) e s'addentra per boschi e per valli - e non è un modo di dire, questo. Genova è una città costiera, lunga e stretta, basta fare un chilometro nell'entroterra per essere sull'aspro Appennino. Oggi ero in uno di questi perigliosi ed avventurosi tour, su una stradina appena asfaltata, che appunto qualsiasi corriere o consegnatario si guarda bene dal percorrere. Tra una salita ed un fosso si è realizzato così un sublime cortocircuito disintermediante: consegnavo un paio di bottiglie dello Champagne ultimamente importato - di cui ho in agenda di recensirvi meraviglie - e quindi mi trovavo ad essere, contemporaneamente, svariate figure coincidenti: l'importatore, certo; il venditore, con la mia irresistibile loquela; il commesso addetto al packaging; ed il ragazzo delle consegne.
Arrivato a destinazione, niente mancia; ma io lo so, e voi lo sapete, questo è un mondo imperfetto.

[Nell'immagine: il destriero d'acciaio, e l'Appennino di cui sopra]

giovedì, dicembre 25, 2008

A Natale siamo tutti più cattivi (noi enotecari)

I gurmet più snob dovrebbero sapere che, secondo una norma di bon ton, non sta bene augurare "buon appetito" ai commensali; ignoro il fondamento (preciso: non ho voglia di googlare) ma, da buon snobbone, io ho adottato da tempo l'assunto. Così, ad ogni pranzo o cena, sollevo il ciglio ogni volta che l'augurio viene profferito. Stoicamente, sopporto.
Io sogno, pure, che con altrettanto spirito snob sia bandito dal consesso delle umane genti l'augurio di Buon Natale. Principalmente l'augurio fasullo, quello spedito per email a mo' di spam da miliardi di umanodi per lo più sconosciuti. E ad alcuni di questi, segnatamente produttori di vino, che si sentono in dovere di intasare il mio inbox lavorativo con scansioni da due giga del loro biglietto natalizio, voglio dire chiaramente: io vi sto schedando. Io, purtroppo, al momento non conto una cippa quanto ad enocomunicazione online; ma un giorno diverrò caporedattore da qualche parte, in qualche genere di rivista o pubblicazione; e quel giorno vi verrò a cercare, uno per uno, casa per casa, e scriverò recensioni agghiaccianti delle vostre produzioni. Ve lo giuro, lo farò.

martedì, dicembre 23, 2008

Client of the day

Normale concitazione da ultimi giorni di Pompei di Natale. Normale cliente che apre la porta col relax di un centometrista che si tuffa sul filo di lana. Lui mi guarda, io lo guardo.
E mi dice: "lei è Alessandro?"
"No" - dico - "io sono Fiorenzo. Fio-ren-zo".
"Ma questa non è l'enoteca *******?? [nome dell'enoteca concorrente a cinquecento metri da qui, ndr]
"Eh, no" - rispondo - "non lo è".
Fuga concitata del tizio. Sipario.

martedì, dicembre 16, 2008

Sogno e son desto


Cari colleghi, se avete ricevuto un email da questa tipa, stanotte, annullate l'ordine:
"L'ultima scoperta dei medici in materia di sonnambulismo riguarda internet: una donna è riuscita, mentre dormiva, ad inviare alcune email ad amici chiedendo vino e caviale".

Mandare segnali

La questione è semplice. Se passa la leggina dello 0,2% di tasso alcolemico per prevedere la sospensione della patente, non si potrà bere nulla prima di salire in auto. Alla fine il nostro legislatore ha scoperto che le tabelle affisse nei locali pubblici sono inefficaci (ma pensa un po') ed è passato alla misura draconiana: niente, e basta.
Il primo elemento di discussione è: ma così crollano i consumi; si comprimeranno enormemente i consumi in un periodo già tragico per ristoranti e bar. Ma sai che c'è? La crisi è così nera che qualcuno potrebbe non accorgersene. Chi ci governa è comunque disgiunto dalla realtà, non vive una vita connessa col mondo reale: se per ridurre gli incidenti si deve intervenire con modalità devastanti su uno dei pochi settori produttivi della nostra economia, quelli lo faranno senza complimenti, e del resto la giustificazione principale è appunto questa: per salvare una vita dobbiamo essere disposti a passare sopra qualsiasi argomento.
Ora, sia chiaro, data questa premessa ogni ulteriore discussione è inutile. Non saranno certo le lamentazioni degli ultimi spacciatori dell'unica droga legalizzata (non so ancora per quanto) ad intralciare i nostri solerti salvatori. Ogni altra considerazione su ciò che sarebbe auspicabile, dalla qualità dei controlli all'educazione dei consumatori, sembrerà solo un lamentio irritante.
E dunque, venga la misura draconiana. Cosa succederà? Il mio primo pensiero (non ci crederai) è andato al Vinitaly.
La rassegna veronese mi impegna svariati giorni, nei quali assaggio centinaia di vini. Chi mi conosce sa che uso sputare sempre ad ogni assaggio tecnico, praticamente come fosse una religione; del resto l'alternativa è impossibile; questo mi consente, alla fine di ogni giornata di assaggi, di salire in auto senza patemi.
Ora, però, senza essere un medico od un esperto di alimentazione, temo che il limite dello 0,2% non mi conceda alcuna speranza; spero di essere smentito, ma la verifica di un numero rilevante di bicchieri di vino, pure sputando, potrebbe certamente portarmi fuori limite; magari uno 03-04%, peraltro legale al momento, ma che con la nuova legge prevederebbe una serie di misure, per me, disastrose. Vediamo nel dettaglio: la sospensione della patente mi costringerebbe ad una specie di trattamento obbligatorio, tipo il tossicodipendente che deve recarsi, periodicamente, presso le strutture sanitarie per controlli e per rieducazione, magari. Ma questo non sarebbe l'aspetto peggiore; purtroppo prevarrebbero elementi personali (non so poi quanto, però) su cui vi intrattengo brevemente; io sono costretto ad usare un mezzo privato, data l'insufficienza di mezzi pubblici che coprono le mie trasferte mattutine: casa-scuola del figlio-lavoro. Se dovessi mai perdere la patente si aprirebbe un quadro tragico del genere: taxi (ogni giorno!) per scuola e lavoro, e riduzione quasi totale della possibilità di visitare clienti e fare consegne (certo, ho pur sempre la bicicletta). Questa configurazione ha solo un puro valore teorico, siccome non so immaginare la mia giornata secondo uno schema così impraticabile, nei costi, nei tempi, e nella mancata produttività: sarebbe semplicemente una tragedia.
E allora: quale soluzione? Non si tratta solo di non bere, mai, ogni volta che ci si mette alla guida; si tratterebbe, anche, di smettere di frequentare rassegne di ogni tipo - od, in alternativa, frequentarle con mezzi pubblici, con costi esorbitanti e/o tempi biblici di trasferimento; e ancora: fine delle visite in cantina, alla scoperta di produttori, o a visitare quelli già noti; niente più assaggi di lavoro, che sono (è il caso di spiegarlo?) semplicemente l'essenza del mio mestiere. Certo, ci si potrebbe attrezzare con l'aiuto di amici astemi e autisti che ti seguirebbero (gratis) per riportarti a casa, dopo; lo stesso dovrebbe fare chiunque, che visitasse qualsiasi tipo di rassegna (il Vinitaly di cui sopra). In definitiva: le soluzioni non sono proprio impossibili; sono solo un po' difficili da praticare.

Oppure c'è una soluzione definitiva e finale. Mettersi a vendere tondino di ferro, anziché vino. Hai presente quando il mondo ti manda segnali? Ecco, forse questo è un segnale.

lunedì, dicembre 15, 2008

Thunderbird spietato (e privo di spirito natalizio)


Ogni tanto nel cestino in cui, automaticamente, Thunderbird spedisce lo spam trovo qualche sorpresa. Questo povero produttore, per dire, ti spamma un innocuo augurio natalizio, e il client di posta, spietato: "Thunderbird sospetta che questo messaggio possa essere un tentativo di frode". Esagerato.

mercoledì, dicembre 10, 2008

Una certa idea di crisi

Un segno esteriore del mio stato di crisi (ne abbiamo quasi tutti qualcuno) è il cambiamento nelle dinamiche di vendita e pagamento che quest'anno concedo ai clienti; in sostanza, spiego alle aziende acquirenti di omaggi natalizi, che le dilazioni di pagamento (che si prendevano) non sono applicabili; come spiego in questi casi, io so fare bene svariate cose, so comprare e so vendere vino, ma sono un pessimo banchiere, non è il mio lavoro. Il discorso l'ho rivolto, finora, ad un paio di allegre pecore nere, che comprano a Natale e pagano a Pasqua; una di queste ha detto "non c'è problema" - ergo, preparato l'ordine e la fattura, oggi arriva un loro dipendente a ritirare la merce; e indovina un pò? Non aveva alcun assegno con sé. Ora, domanda: che faccio, lo uccido? Ovviamente gli consegno tutto, e faccio finta che vada bene.

sabato, dicembre 06, 2008

Per una rifondazione dei criteri di analisi valutativa del vino

[Ovviamente potevo darmi un titolo meno roboante. Ma vuoi mettere?]

Chi scrive di vino sulle guide, sulla carta stampata in generale e pure in rete, adopera svariati criteri di valutazione critica. Ci sono i famosi metodi di analisi valutativa dell'Organizzazione Nazionale Assaggiatori Vino, o quelli dell'Associazione Italiana Sommeliers, o quelli di Luca Maroni - differiscono tra loro, ma in definitiva servono a fornire una misura, magari per stilare classifiche sui migliori. Perfino chi, come Porthos, rifugge non solo dal punteggio, ma probabilmente dal concetto stesso di classifica, esprime pareri comunque approfonditi, e magari dirimenti, sul vino. Ora, questi metodi hanno grande risalenza ed efficacia, ed io stesso li uso sia nei corsi che tengo, sia nell'ambito del mio lavoro ogni volta che valuto un vino: solito esame cromatico, olfattivo, gustativo, a cui segue voto, centesimale secondo la mia preferenza. Il metodo è affermato, direi quasi stabilizzato, eppure non smette di generare dibattito sui possibili miglioramenti da apportare al sistema di valutazioni: il concetto di superamento dell'attribuzione del punteggio è figlio di questo dibattito, ed è, credo, segno dell'insoddisfazione che deriva, nonostante tutto, dal complesso sistema di tecniche valutative di cui parlavo.

Ora, il mio intento, qui, non è, nonostante le premesse, quello di proporre un sistema nuovo; questo, onestamente, va al di là delle mie capacità peraltro sovrumane; l'idea sarebbe quella di suggerire una forma di superamento del concetto di valutazione, senza abbandonare del tutto la valutazione per come la conosciamo. L'idea consisterebbe, specificamente, nel focalizzare per un po' l'attenzione sul produttore, e non sul prodotto.

Nel corso degli ultimi anni, nel mio lavoro, mi rendo conto di aver rinunciato all'idea di trovare, ad ogni vendemmia, il vino perfetto per una data tipologia; questo resta sempre un prodotto figlio della stagione, degli eventi climatici, e talvolta pure di caso e sfortuna (o fortuna). Il prodotto della natura è una variabile; c'è, forse, una costante a cui fare riferimento, in alternativa? Ecco, io credo che la costante sia la persona che produce. Il contadino, diciamo, il vigneron come dicono i francesi, insomma colui (o colei) che segue il processo produttivo imprimendogli le sue condizioni, i suoi gusti, convinzioni e visioni. Nel dire questo, ho la netta impressione di seguire piste già tracciate da altri, prima; ma spero ugualmente di fornire una serie di elementi utili ad approfondire il concetto. La Guida ai vini d'Italia edita da Gambero e SlowFood, per esempio, da tempo, oltre a premiare i vini, si incarica di fornire una classifica degli stessi produttori: quelli più "performanti" ottengono la stella - avendo esaurito l'iconografia di bicchieri ed altre stoviglie, sono dovuti ricorrere all'ipeuranio. Ma questa forma di classifica dei produttori fa riferimento, a sua volta, alle performances di classifica dei loro vini, da cui appunto volevo (solo per un po', come detto) affrancarmi.

Quindi, adesso, quello che posso fare è introdurre il mio personalissimo criterio di analisi valutativa di un vino, che non si fonda, pensa tu, sulla valutazione del vino, ma su chi lo fa; si tratta, chiaramente, di applicare veri e propri elementi di pre-giudizio, per cui questo si avvia ad essere un discorso alquanto ideologico. Un po' come la guerra preventiva, ma meno cruento e soprattutto, mi auguro, meno infondato. Il fatto è che un elemento qualitativo di qualche sicurezza dipende pure da chi fa il vino, prescindendo dal prodotto stesso. Così, io ho una mia personale scala di valutazione del vigneron, che è funzionale al vino stesso. I punti principali sono tre.

1. Il produttore qualitativo è (spesso) piccolo.
La piccola produzione si identifica, normalmente, in una superficie vitata non immensa; è un fatto che molte cose encomiabili assaggiate ultimamente provengano da produttori nel range dei dieci-venti ettari; le eccezioni superiori ci sono, ma comunque oltre i cento ettari difficilmente si parla di viticoltori; per lo più si tratta di grosse realtà industriali, o semi-industriali, che fanno capo a SpA. E questo ci conduce al punto due.

2. Il produttore qualitativo fa il produttore.
Io trovo significativo che il produttore lavori fisicamente in vigna ed in cantina; di fatto mi pare bizzarro valutare un vino che non è prodotto dalla persona che mette il nome e cognome in etichetta - per non dire poi di certi vini assolutamente senza volto, figli di scorribande enofinanziarie - tipo il famoso architetto che fa il vino, o lo stilista, avete presente questi fenomeni. Capisco, questi delegano il lavoro ad operai sicuramente capacissimi, ma questa forma di catena produttiva andrebbe disintermediata, ed io preferisco interfacciarmi (scusate il termine) con chi ci mette la faccia e le mani.

3. Il produttore qualitativo ha qualche risalenza.
Un altro elemento di interesse è la risalenza produttiva; chi fa il mestiere del vigneron da generazioni ha, effettivamente, qualche appeal in più, su di me. E comunque la risalenza non deve essere certo secolare, ma quando un produttore ha, dietro di sé, dieci-quindici anni di vendemmie ha comunque svariati titoli di merito in più rispetto a quello che "abbiamo cominciato la produzione l'anno scorso" (e magari a listino stanno al doppio della media di mercato: mah).

Concludo; troverei interessante rivedere il concetto di guida sui vini partendo da questa riformulazione: prima classificare il produttore, secondo questi (od altri) prerequisiti, e poi valutare il vino; sempre col vecchio punteggio centesimale, magari. L'approccio alla "bevanda odorosa" risulterebbe più antropocentrico, e forse meno freddo ed impersonale. In fondo si tratta di mettere la persona che fa, davanti alla cosa che si produce.

mercoledì, dicembre 03, 2008

E bravo il Jap antiproibizionista


Parrebbe che in Giappone, in questo periodo dell'anno, riccorra qualche genere di roba per cui ci vadano giù parecchio duro, con l'alcol. Posto che ciò è male, non si dovrebbe, l'alcolismo è un flagello eccetera-eccetera; leggendo qui la notiziola, trovo rilevante il manifesto diffuso nelle metropolitane, dal tono fatalmente antiproibizionista: se proprio vi va di esagerare, almeno fatelo a casa. Troppo avanti, gli orientali.

lunedì, dicembre 01, 2008

La maturità insolita

Ci sono vini fatti per maturare, e vini fatti per essere bevuti giovani. Però, se l'enomondo fosse riassumibile così presto, noi non ci divertiremmo poi molto; dalle variazioni, dai distinguo e dalle devianze nascono piaceri inaspettati, ed una tantum confessabili. Prendi, ad esempio, il Moscato d'Asti, nella sua versione appena vivace - e tralascia l'Asti Spumante, su cui infierirei un altro giorno; oggi mi sento buono. Il Moscato d'Asti, dicevo, esprime il massimo nell'annata, in estrema gioventù, con la sua prorompente carica aromatica, tanto ampia quanto riconoscibile. Uno dei piaceri enoici che ci concediamo volentieri, insomma.
Ma una sua release da bersi matura, a due-tre anni dalla vendemmia, può essere veramente emozionante. Il Moscato d'Autunno di Paolo Saracco deriva il suo nome dalla vendemmia ritardata rispetto agli standard astigiani; la lieve surmaturazione delle uve in pianta consente la produzione di un Moscato che non ha praticamente rivali; ma soprattutto, genera una versione di questo vino, in apparenza facile e basta, in grado di divenire altro; nel corso degli anni affina ed evolve, fino a rivelare, bevuto nella maturità, una stratificazione complessa assolutamente esaltante. Ieri ho riaperto la vendemmia 2006 del Moscato d'Autunno - resistendo alla tentazione di prelevare dallo scaffale il 2007 - e mai scelta fu più goduriosa. Oggi il 2006 è inarrivabile, ha note di agrumi glassati, di fiori; armonioso, lungo, esaltante perché concettuoso; ancora una volta il tempo gioca un ruolo prezioso, e costituisce misura della qualità. E qui la maturità, insolita per il vitigno, è veramente una bella sorpresa. Un assaggio notevolissimo, per me 88/100, ma pure di più.

Noticina finale: il Moscato d'Autunno non si fregia della Docg Asti, ma rientra nella più plebea Doc "Piemonte" - e non so bene il perchè; probabilmente il periodo vendemmiale ritardato lo tiene fuori dalla denominazione controllata e garantita; quel che è certo, è che ancora una volta la politica delle denominazioni si dimostra, perlomeno, incomprensibile; a questo Moscato, uno dei migliori del Piemonte (ergo, del mondo) è riservata la denominazione minore.

giovedì, novembre 27, 2008

Se lo sa Silvio


Naturalmente la notiziola per la quale (grazie al sempiterno resveratrolo) nel vino si celi l'elisir di lunga vita, non me la faccio sfuggire. Ma cerco di evitare l'ottimismo sfrenato. Quoting:
"A new insight into the reason for aging has been gained by scientists trying to understand how resveratrol, a minor ingredient of red wine, improves the health and lifespan of laboratory mice. They believe that the integrity of chromosomes is compromised as people age, and that resveratrol works by activating a protein known as sirtuin that restores the chromosomes to health".

lunedì, novembre 24, 2008

Umoristi a bordo


Ma io mi domando: fossi tu al posto del patron di Air Dolomiti, faresti servire, a bordo dei tuoi aerei, un vino che si chiama Rompicollo?

domenica, novembre 23, 2008

La carta (stampata) ed io

Pippone domenicale dove si dice che io sono stupendo ed il resto del mondo al massimo arranca. Qualora tu approvi, e desideri saltare il pippone, vai dritto ai commenti e scrivi pure "sei stupendo". Grazie.

Nei mesi scorsi, durante un riordino del magazzino più tellurico del solito, ho affidato al cassonetto differenziato della carta il poco che restava delle riviste specializzate che compravo. Non ho il feticcio del collezionista, e nei vecchi numeri del Gambero Rosso (ma pure di Wine Spectator, pensa tu che gusti avevo) non c'era nulla che meritasse d'essere accatastato su qualche scaffale. Ma l'aspetto curioso che ora mi va di annotare è che tanta lettura, tanti acquisti cartacei, sono compresi in una specie di arco temporale, che va dall'inizio degli anni '90 (quando ho cominciato a fare sul serio con questo mestiere) e si chiude, all'incirca, con la fine dello stesso decennio. Dal 2000 i miei acquisti cartacei si sono via via ridotti, sino a diventare prossimi allo zero. Probabilmente il mio comportamento si presta a più di una critica, e verificando questo fatto, cioè la sparizione degli acquisti cartacei, io stesso, tra uno svuotamento di cartoni e l'altro, ero alquanto sorpreso e perplesso riguardo tale accadimento; ad un certo punto, quasi inconsapevolmente quindi (spero) incolpevolmente, ho smesso di spendere denaro per settimanali, mensili, guide: qualcosa è successo, e non aveva a che fare con la finanziaria prudenza dei liguri.

La Rete aveva sostituito la stampa nella mia gerarchia delle fonti, perlomeno quelle riferibili al mio àmbito lavorativo; le conversazioni reperibili su Internet avevano preso il sopravvento sugli operatori professionali dell'informazione, in un modo quasi subdolo, visto che, a un certo punto, ho ritenuto superfluo passare dall'edicola per leggere Civiltà del Bere, per citarne una - ed ancor oggi mi chiedo che diamine ci trovassi mai, nel 1993, in quella roba. Di fatto la natura e la qualità dell'informazione orizzontale, o dal basso come si ama dire, aveva in sé così tanti e tali elementi di superiorità, freschezza, veridicità rispetto a gran parte della stampa di settore, che abbandonare certi acquisti si è rivelato naturale, indolore, e perfino testate che hanno fatto la storia della cultura enogastronomica in Italia (il solito Gambero Rosso, intendo) hanno perso, ai miei occhi, ogni genere di appeal.

Oggi per chi scrive quella gente? Da come la vedo, la funzione comunicativa di questa stampa di settore non è più rivolta, in misura ristretta, all'utenza critica; parla, semmai, in misura massiva e (scusate) un po' fuffosa a lettori con scarse capacità di focalizzare gli elementi; mi pare che la stampa stia derivando nello stesso tragico precipizio in cui è sprofondata la televisione: ho difficoltà a trovare umani senzienti che delegano la funzione di reperire notizie e conoscenza al TG1, o al TG4, - e se li incontrassi, consiglierei loro un buon medico. Per venire poi al mio settore, quando la televisione parla di vino o cibo lo fa (o deve farlo) nei famigerati tempi televisivi che, tra uno spot e l'altro, comprimono ogni elemento di approfondimento serio fino ad azzerarlo, e riducono il racconto di cosa sia un vino ad una sarabanda di bicchieri roteanti e tre-parole-tre del guru di passaggio. Conoscenza? Zero. Sembra proprio che questa comunicazione fuffosa e superficiale sia inevitabile, dati i limiti del mezzo e dato il fatto che si "deve" raggiungere un'audience quanto più vasta; tuttavia guardare la televisione è evitabilissimo, e certamente obbligatorio se, per esempio, vuoi sapere qualcosa di food-and-wine. E allora ci sarebbe, appunto, la stampa specializzata. Forse questa si dimostra adatta all'utenza allargata, ma succede, come dicevo, che la Rete sorpassi a destra, per freschezza, velocità e possibilità interattive, gran parte dei più volenterosi giornalisti di settore.

Ah, i giornalisti di settore, poi. Certo, ci sono quelli bravi, e quelli bravissimi. Poi ci sono tutti gli altri (molti) che se non avessero una sedia calda in una bella redazione, in un giornale tenuto in piedi dai contributi statali, potrebbero solo mettere a frutto le loro competenze lavorando come garzoni dal salumiere (absit iniuria) - oppure potrebbero proprio fare i salumieri, caricandosi sulle spalle la croce di una partita IVA, e così sperimenterebbero, forse per la prima volta, cosa significhi far quadrare i conti senza che arrivino i contribuenti a rimetterti in piedi.
Ma non è questo il punto che mi sta a cuore; non volevo focalizzarmi sul finanziamento agli organi di stampa - anzi, arrivo a dire, io sarei pure favorevole, se serve a tenere in vita una forma espressiva minoritaria ma con elementi di valore storico-culturale. Non facciamo così pure per la lirica? Di nuovo, il punto non è il valore più o meno verificabile della stampa che parla (specificamente) di cibo e vino, ma della sua capacità di dire cose interessanti, della sua efficacia, in contrapposizione ad Internet.

Per non dire, poi, della stampa generalista. Questa settimana L'espresso ritorna a parlare del mio àmbito con un'articolessa che, come d'uso, dice molte cose interessanti frammiste a schiamazzi, strilli di copertina acchiappagonzi, e qualche osservazione discutibile (in quanto inevitabilmente superficiale). Ora, si dà il caso che io sia un affezionato acquirente del settimanale cartaceo, e pure questa settimana la sua copertina mi appaia dal mio cesto delle riviste; tuttavia, per la prima volta in tanti anni, mi sono chiesto perché compro L'espresso: oddio, qualche dubbio era già sorto ai tempi della memorabile copertina "Velenitaly", ma oggi il dubbio si fa quasi certezza: L'espresso ha fatto l'ennesimo scivolone fuffoso, scarsamente efficace in termini di informazione - che poi, voleva informare davvero qualcuno di qualcosa, o voleva semmai fare il solito polverone? La sostanza potrebbe pure, in parte, essere interessante, ma la forma rivela il solito chiacchiericcio un po' superficiale. Quelli come me, abituati ad informarsi attraverso canali forse underground, non trovano elementi di informazione, di conoscenza, di confronto e di dibattito in questo articolo; questo articolo non parla a me, non mi serve. E allora: che compro a fare L'espresso? Due giorni fa pure Franco Ziliani rilevava la discutibile qualità dell'articolo; ma il triste paradosso è che, ancora, la stampa sembra aver rinunciato a dare informazioni chiare, circoscritte, in favore di un sensazionalismo finalizzato solo, probabilmente, a vendere qualche copia in più; ora, chiedo: per cosa pago il prezzo della copertina? Soprattutto (e qui mi ripeto) perché devo usare la Rete per ottenere, davvero, informazione? E, infine: quanto manca, prima che io smetta di comprare L'espresso?

venerdì, novembre 21, 2008

Aperitivo del sabato, anyone?


Come anticipato su Facebook (e se non hai feissbucc, malissimo, ma ora rimediamo) ho un nuovo produttore di Cinqueterre da assaggiare. E' arrivata or ora la pre-release-beta-campionatura, e mi accingerò a valutarlo domani, sabato. Se passi (tu, e pure amici) in enoteca domani, puoi testarlo con me: durante la mattinata sarà disponibile l'aperitivo "in prova", ovviamente gratis. Accorri, manco a dirlo, numeroso.

martedì, novembre 18, 2008

Almeno una segnalazione


Almeno una segnalazione, dopo la gita domenicale a Critical Wine (post quassotto). Tràttasi di segnalazione quasi local e quasi a km. zero, per coerenza: Valle Ponci ha presentato il Pigato ed il Vermentino 2007 in forma notevolissima, due assaggi memorabili; profumi nitidi, assai puliti (e considerando la vinificazione-sulle-bucce, è una notizia) col rinfrancante sentore salmastro-mediterraneo dei bianchi della riviera. Ma l'elemento quintessenziale di questo produttore bio è la sorprendente capacità di affinamento che i loro bianchi dimostrano: era disponibile l'assaggio del Pigato 2004, con spettacolare naso quasi idrocarburico, e tenuta senza compromessi. Produzioni omeopatiche, per una superficie vitata inferiore ai due ettari - che, tra l'altro, non dispone di rete vendita per la mia città e per il levante: quindi segnalazione multipla, se possibile, pure per qualche rappr che desideri inserire a listino un produttore non banale.
Società Agricola Valleponci (pure ristorante, e bed&breakfast)
Valle Ponci, 22 - Finale Ligure (SV)
329/3154169
[Peccato che il blog di Valle Ponci sia defunto nel 2007, ma che, stai a guardare al capello...]

venerdì, novembre 14, 2008

Critical (again)


Riponi la pashmina e tira fuori la kefiah, è nuovamente tempo di Critical Wine a Genova. Io farò un giro nel pomeriggio di domenica. Per quanti si chiedono che genere di umanità si incontri in questa rassegna, viene in soccorso il video qua sotto; la prima produttrice intervistata è la mia fornitrice di Dogliani di riferimento. Ammirate, per il resto, il tranche-de-vie di vera cultura contadina; con buona pace del mai-abbastanza-citato fighettodromo reperibile altrove.
Spero non serva precisarlo, ma il mondo Critical-qualchecosa ha la mia stima.

mercoledì, novembre 12, 2008

La dura vita dell'enosnobbone


Via Alder, stamattina, l'elenco dei vini più bevuti dal consumatore medio americano. Nella lista, come si vede, il terzo classificato è un italiano; il Pinot Grigio di Cavit.
E' dura la vita dell'enosnob; il mondo ovviamente non si nutre di esosi brunelloni ma di abbordabili prodotti quotidiani. Questi, per dire, sono la colonna portante del fatturato di molte aziende; probabilmente, sono pure la fonte finanziaria che consente loro qualche excursus lassù, dove si respira l'aria rarefatta delle altissime vette enoiche.
Giorni fa, intervenendo nella trasmissione radiofonica di Davide Paolini, il vostro bloggarolo del cuore si è lanciato in una difesa delle sorti del vino novello - anzi, a questo proposito, ecco il podcast, siccome qui si indulge nell'autocitazione autoreferenziale iperombelicale.
Dovendo dire bene del novello, alla fine ho fatto rilevare un elemento assolutamente a-enoico, ma quasi totalmente finanziario; saranno i tempi cupi, ma io osservo che qualunque wine expert, pur aborrendo l'incompiuto novello, oggi deve riconoscere la capacità di questo vino di generare cash; per le aziende il novello rappresenta un fattore di veloce guadagno e quindi, piaccia o non piaccia, bisogna parlarne bene. E' appunto la dura vita dell'eno-evoluto, che coltiva la poesia ma adopera la prosa, che sogna ad occhi aperti ma poi si scontra con la dura realtà; è la solita metafora trasferibile dall'enomondo a molti altri mondi possibili.

martedì, novembre 11, 2008

Come a Paperopoli

Mediobanca dice che "il vino di qualità è un bene rifugio, in tempo di crisi". Tuttavia, provate a mostrare la vostra collezione di Yquem al vostro direttore di banca: per concedervi il mutuo preferirà, comunque, una ricca pila di titoli di stato. Inutile illudersi.
Semmai, è interessante annotare che, come fosse Paperopoli, il nome dell'economista enofilo e' Gabriele Barbaresco.

La ritrovata utilità di feissbucc


Circa Facebook, devo riconoscerlo: agli inizi sono stato troppo severo. Lo sto usando sempre di più, ed indubbiamente mostra notevoli elementi di utilità. Come da capture.

mercoledì, novembre 05, 2008

The color orange


A proposito di crollo delle certezze: Alder mette giù una rece superpositiva per l'Ageno; vino controverso che molti ricordano come un simpatico puzzone aranciato; e combinazione, cosa è piaciuto, tra l'altro? "Orange wines aren't easy to come by, but to my mind they represent some of the most exciting wines being made on the planet".
Ci ritiriamo nelle nostre stanze a meditare pensosi sui nostri errori.

lunedì, novembre 03, 2008

Contrordine, il novello piace

Fresco di lettura su Kela, circa l'ormai indifendibile novello, inciampo nella roboante Reuters: "Vino Novello: ripresa made in Italy, ora piace anche a esperti". E che diamine, mai una certezza a questo mondo. Noi simpatici soloni tromboni enosnobboni faremmo meglio ad abbassare lo sguardo, visto che "gli appassionati che finora tendevano a snobbarlo iniziano a ricredersi: per il 38% degli amanti del buon bere acquistare e degustare una bottiglia di novello è diventata una consuetudine dell'autunno". Vabbè, ci tocca dire che ci eravamo sbagliati.
Se poi uno volesse avere chiaro, davvero, cosa sia endorsabile in quanto novello, tenga presente che, come qualcuno opportunamente disse da qualche parte, il novello italiano può essere prodotto da uve solo parzialmente sottoposte a macerazione; questo non implica che è ammissibile l'aggiunta di vini di precedente annata, ma differenzia sostanzialmente il novello italiano dal nouveau francese. La parola magica è macerazione carbonica al 100%, ovvero vino prodotto col sistema di macerazione preventiva delle uve, tutte, dell'ultima annata. Cosa che accade raramente, e che quasi tutti si dimenticano di precisare.

venerdì, ottobre 31, 2008

L'organo ufficiale


Probabilmente questo blogghe si candida a diventare l'organo ufficiale di Porthos, giacché il post che sto scrivendo contiene solo una lunga serie di rimandi all'ultimo numero uscito. Sono letture ponderose quanto basta (sennò che Porthos sarebbe) quindi tenetevele per i momenti d'ozio del lungo finesettimana che si appressa. Il fatto è che i pezzi che vado a linkare sono tutti, per varie ragioni, imperdibili; mi rassegno alla mia funzione di passacarte porthosiano, pensando che poteva andarmi peggio, potevo finire cassiere all'Ipercoop.

giovedì, ottobre 30, 2008

Metallo pesante


[Ovviamente l'immagine non c'entra alcunché col post, col vino, eccetera]

Cominciamo dalla cattiva notizia: i soliti solerti scienziati rilevano nel vino la presenza di metalli, in misura eccessiva, del genere cancerogeno o foriero del morbo di Parkinson, per dire. Specificamente, fissata una soglia di rischio pari a 1, hanno rilevato livelli tra 30 e 40 in vini rossi o bianchi, consumando la misura ipotetica di un bicchiere di vino (25 cl.) al giorno. Esisterebbe pure una distribuzione geografica dell'incidenza, per cui i vini "from Hungary and Slovakia" sarebbero quelli messi peggio; seguono, quanto a pesantezza metallurgica, i vini di Francia, Spagna, Germania e Portogallo. Ma ecco la buona notizia: solo i vini provenienti dall'Italia (e dal Brasile e dall'Argentina) mostrano incidenza di metalli sotto il livello di rischio.

[Update del mattino: Alder è scettico; tra l'altro, rileva: "This story originated at the pinnacle of respectable journalism that is WebMD (their top topics this week include penis enlargement)"]

sabato, ottobre 25, 2008

In bacheca

Piccolo avviso: nella giornata odierna l'enoteca è chiusa; l'enotecaro è impegnato nel battesimo dell'amata nipotina. Ci si rivede, e scusate l'assenza.

giovedì, ottobre 23, 2008

Maturità


Il prelievo da scaffale di qualche sera fa è servito a misurare lo stato evolutivo di una piccola partita di Cabreo Il Borgo che ho a magazzino; è un'annata 2000, quindi in una fase di maturità che presumevo non troppo avanzata, ma comunque rilevante; insomma, andava testato. Si è trattato di un assaggio significativo, per vari motivi; il primo, forse, consiste nel fatto che questo rosso toscano è un uvaggio di Cabernet Sauvignon al 30%, e per il restante 70% è Sangiovese: si tratta, cioè, di un matrimonio da molti criticato, una specie di unione impura che stipicizza il Sangiovese a favore di un piglio modernista tipico del Cabreo e di mille altri uvaggi toscani che rientrano nei parametri descritti dal termine supertuscan: legno piccolo, estrazione cromatica, morbidezza, californication, e via modernizzando. Data la caratterizzazione global del concetto enoico, questo è il classico vino da dibattito; tra gli elementi criticabili di tali release c'è spesso la longevità, che non sembrerebbe essere il punto di forza quando la piacioneria immediata è in definitiva la cifra qualificante: da giovane sono giuggiolone e succulento, da maturo bah, chissà. Quindi, ribadisco: l'assaggio già si preannunciava interessante. E comunque, l'aspetto centrale in questi assaggi resta sempre, a mio modo di vedere, l'imprevedibilità del decorso: lo stato evolutivo sulla maturità è spesso inaspettato, scarsamente prevedibile; la bottiglia matura assomiglia alla scatola di cioccolatini di Forrest Gump, non sai mai cosa c'è dentro. Inutile dire che trovo in tutto ciò notevoli elementi di fascinazione.

Il colore è stato il primo punto di forza, credo: assai vivido, con pochissimi cedimenti. Ancora gioviale e giovanile, direi. Olfattivamente l'apertura era dichiaratamente terziaria, con la bella serie di note tostate (caffè e cacao) in prima fila a fare la parata, e la frutta appena nascosta; il godimento maggiore è arrivato con le sensazioni di cuoio, ma soprattutto di foglia di tabacco: sensazioni niente affatto stanche, ma rinfrancanti, caratteriali, eloquenti della maturità raggiunta con successo e con un discreto stile. Un vino forse al culmine della sua vita - e qui sarebbe ammissibile la critica: "ma come, dopo solo otto anni siamo al capolinea?" - ma in realtà il capolinea pare lontano: in bocca ha saldezza acida, solo i tannini si mostrano levigati e assai meno duri del previsto; ma questo favorisce l'armonia, il palato è armonico e segnato da una certa setosità; anche qui, volendo trovare un elemento critico potrei indicare (quasi conseguentemente) la mancanza di imponenza, di elementi asfaltanti. In conclusione l'assaggio ha notevoli punti di piacevolezza, è il genere di test che amo protrarre a lungo, tra olfazioni e riassaggi: lo stato evolutivo è pronto, ma il vino non è al termine delle sue potenzialità. Punteggio: 87/100.

Considerazioni finali. Il produttore è tutt'altro che piccolo, la famiglia Folonari risale attraverso generazioni di veri industriali del vino (potete dare al termine l'accezione che credete). Tra le griffe aziendali c'era la stessa Ruffino, per dire. Ciò premesso, alcune realizzazioni del gruppo continuano a sembrare notevolmente significative, e con un bel rapporto prezzo/prestazioni; l'universo del supertuscanesimo è costellato di vinoni che costano il doppio, o il triplo, rispetto ai 34 euri di Cabreo, magari restando sugli stessi punteggi centesimali.
Terminiamo con una bella orgia di duepuntozerismo: di seguito l'assaggio performato da Andrea sul ben più maturo Cabreo 1985.



E, apoteosi finale, un Carosello Folonari: anni '70, e tappo a vite: troppo avanti!

mercoledì, ottobre 22, 2008

Oggi ho visto una cosa

Oggi ho visto una cosa che, per qualche motivo difficile da spiegare, mi ha fatto stare bene.
Dunque, si tratta di questo; ero sulla via di casa in sella al centauro e passando davanti ad un bar vedo un tipo, sulla porta, che si sbraccia a salutarmi, con in mano un panino; rallento e restituisco il saluto, e lo riconosco: è un venditore del mio enomondo, un rappr (rappresentante). Proseguo e, buttando l'occhio sull'orologio che segna le quattordici, penso: sta pranzando.
Il pranzo frugale di un venditore: in piedi sulla porta di un bar, sotto un cielo piovoso in una giornata freddolina di inizio inverno, mentre la civiltà occidentale sta crollando lentamente. E nemmeno stacca del tutto, perché vede il cliente (sarei io) e lo saluta cordiale. Questo è il genere di venditore che si sbatte da morire, ha iniziato da poco, direi un paio d'anni, e non smette di fare strada: ha raccolto qualche mandato interessante, più due-tre simpatici industrioni che gli consentono di fare volumi di fatturato significativi; ma non smette di darsi da fare, è sempre in giro, lo vedo spesso a piedi, a passo svelto, con una cartellina sottobraccio, jeans e maglione; consuma le suole, ha l'auto ma la posteggia sempre chissà dove, e io lo vedo perennemente a piedi. E' simpatico, mai invadente, quasi umile ("ma conosci quest'azienda? Come lavora?").
Se c'è un Dio che assiste le partite IVA, questo è uno che ce la farà, che supererà questi giorni ingiusti. Ripenso alla sua faccia sorridente, che mi saluta col panino in bocca, ed il pensiero di uno che combatte nonostante tutto mi fa stare bene.

giovedì, ottobre 16, 2008

Bottiglia che sa di tappo (istruzioni per l'uso)

Comunicazione interna: questa enoteca cambia le bottiglie che sanno di tappo, senza troppe menate. La contestazione della bottiglia buchonee è lecita, ovviamente, e di solito accade che io poi mi rimetta alla bontà del produttore, il quale a sua volta sostituisce a me la bottiglia problematica (oddio, ciò non avviene sempre, ma sappiamo che questo è un mondo imperfetto).
La sostituzione tuttavia è sottoposta ad un paio di pre-requisiti, a cui vi prego di attenervi, o voi clientes: e questi sono validi per me, ma pure, direi, per tutti gli altri miei colleghi enotecari.

1. Tenete la bottiglia ed il tappo. Tornare in enoteca mugugnando "quel vino sapeva di tappo" senza avere con voi la bottiglia imputata, ed il tappo, vi costringerà a sorbire gli intollerabili sarcasmi di certi enotecari, senza con ciò risarcirvi del danno. Quando aprite una bottiglia col (mefitico) sentore di tappo, abbiate l'accortezza di metterla da parte, con il tappo stesso. Vi garantirà la sostituzione.

2. La bottiglia non deve essere vuota. Parrà strano, ma tornare in enoteca con la bottiglia del tutto prosciugata, affermando "sapeva di tappo, ma comunque ce lo siamo bevuto - adesso però cambiamelo" vi riporta alla condizione del punto 1: no joy. Ironia a parte, a me serve constatare il sentore di tappo sia nel vino che nella chiusura di sughero; entrambi gli elementi devono essere verificabili.

Ed infine, un piccolo consiglio logistico. La sensazione sugherosa e fastidiosissima del tappo è una specie di spada di Damocle, pende su ogni bottiglia e purtroppo non c'è nulla da fare; tralascio il discorso relativo al perché e percome (googlate un po' pure voi, pigroni); vorrei, ora, consigliare un espediente facile facile. Mettiamo che abbiate preparato la vostra cena ideale con gli amici (o l'amica) - tutto è pronto, perfetto e ritualizzato al punto giusto; e stappando il vino, il malefico tappo annulla ogni piacere. Che fare? Semplice: tenete, sempre e comunque, una bottiglia di riserva, pronta per l'evenienza.

[Della sostituzione da tappo già scrissi, ma repetita iuvant]

sabato, ottobre 11, 2008

Sì, stavolta si parla di borsa

[I link relativi a questo post stanno tutti in fondo; il perché te lo spiego poi]

Alcune notti l'insonnia sembra fatta apposta per mettere in ordine le idee del giorno. Il giorno trascorre leggendo le notizie che leggete tutti (le leggete, sì?) poi la notte ripensi a cosa questo significhi per te, in che modo tu possa essere incastrato in quelle meccaniche.

Ora ci dicono che bisogna riscoprire l'etica. Ogni battuta è lecita, compresa quella "e io, quandomai l'ho persa?" - soprattutto, ci spiegano che l'economia deve basarsi su elementi reali e non fittizi, cartacei. Ancora: e che altro facciamo, noi? E dico "noi" intendendo il magma di genti che lavorano nel mio settore; un settore produttivo, contadino, connesso a fatti naturali, visibili, verificabili nella quantità e nella qualità; un settore di eccellenza, si dice, che genera beni non riproducibili in modo seriale, quindi speciali, quasi unici, difficilmente imitabili. Perfino nel comparto vitivinicolo più chiaramente industriale gli operatori devono sottostare, piaccia o no, ad elementi naturali. Questo è un mondo antico, fatto ancora di parole, strette di mano che si fanno per sentire le durezze sulla pelle, sguardi; cose che c'erano prima di me, e che continueranno dopo di me. Quindi, coerentemente, ora che mettete in galera i direttori di banca, darete il potere agli enotecnici, giusto? Vediamo se ci ho preso.

Questa specie di disordinata porta dimensionale che è la Rete non conduce attraverso corsie chiare, assomiglia piu' al Bateau ivre. Io non so bene come mai, ma sono capitato, stanotte, sulla home della cantina (cantina si fa per dire) di Petra. E Petra rappresenta quasi tutto quello che mi lascia indifferente circa il mio mondo; sfarzo, lusso, supertuscanesimo eretto a sistema, sito in flash, ultimo aggiornamento 2006, nessuna interattività, sbrodolamento autoreferenziale, Oliviero Toscani, brochurismo, architetto famoso (badate, potrei andare avanti per una pagina intera). Petra rappresenta un'idea di vino che mi annoia, mi stressa pure un po', mi evoca target di vendita, business plan, pierre, eliporti e fighettodromo, fuffa insomma; e - attenzione - mi sto riferendo unicamente al piano formale; non ho idea del livello qualitativo di quei vini, non ricordo assaggi significativi: forse qualcosa all'ultimo Vinitay, colpa di Andrea. E comunque, il mio anarcoinsurrezionalismo enoico basta a farmi scoprire il canino, peggio di Billy Idol, ogni volta che incrocio queste robe.

Il fatto è che saltando da un link all'altro, fino allo sciagurato Andana, ma avendo in testa le premesse scritte quassopra, un tarlo ha cominciato a rodermi dentro, come per dirmi: smettila di giudicare. Ho cominciato a cercare notizie sulla famiglia Moretti - vabbe', già sapevo, Bellavista, Albereta, ma volevo le facce, le storie. Anche se quel che ho trovato non è definitivo, ho fatto abbastanza pace con quest'idea di vino esibito; alla fine, condivido con loro un'idea di produttività concreta, difficilmente falsificabile, che - spero - non si presta a troppe cartolarizzazioni. Condivido un'idea di produzione nazionale basata sull'eccellenza del territorio e di molte persone che inventano, elaborano, fanno il fatturato e magari pure il PIL, senza sprofondare nel linguaggio vomitevole di pattichiari.it (ci siamo capiti, credo). Soprattutto credo che in un momento di totale incertezza come questo, sia giusto identificare chi mi (ci) assomiglia, e chi invece continua a prendermi(ci) in giro.
Se tutto va bene, il mondo lo salviamo noi.

Ed ecco, come promesso, alcuni linx:

Le bateau ivre, insomma il battello ebbro, la poesia di Rimbaud, conosci...
La home di Petra
E già, colpa di Andrea, assaggiai con lui qualcosa, di Petra
Billy Idol che scopre il canino, fondamentale
Intervista a Francesca Moretti, thanx Teatro Naturale
Andana, sciagurato per modo di dire, che poi ne vorremmo sciagure così
Patti chiari, quei bei tipi che mezz'ora dopo il fallimento Lehman han deciso che le loro obbligazioni non erano mica tanto a basso rischi
o.

I collegamenti stanno qua, disgiunti dal resto, per non interrompere il flusso creativo. E chi coglie la citazione, vince la mia sempiterna simpatia.

mercoledì, ottobre 08, 2008

In questo post non si parla di borsa

Il mondo sta lentamente sprofondando in chissà quale baratro; prima del botto finale, ieri sera ho prelevato dallo scaffale una new entry tra le bollicine francesi, il Brut Idéale Cuvée di Abel Lepitre. Benché appunto ovunque si odano sinistri scricchiolii di cedimento strutturale, qui a bottega ci stiamo attrezzando per le vendite - ed ora ci starebbe bene la metafora del Titanic e dell'orchestrina che suona. Un po' abusata ma sempre efficace.

Vabbe', scacciando i pensieri neri, convinti pure che abbia ragione Antonio, ecco qua la spuma esorbitante nel bicchiere; perlage forse non dei migliori (bollicina appena un po' troppo ciccia per i miei gusti delicati) e naso, appena aperto, non ampio. Questo sembra il classico vino che necessita di qualche minuto nel bicchiere per mostrare le sue qualità aromatiche. E difatti, dopo poco, ecco uscire note tostate, estremamente belle, di nocciola e mandorla, direi; olfazione croccante, godibile, di grande soddisfazione. In bocca mostra finezza ed eleganza, è sottile, dichiarando la sua preferenza di abbinamento a piatti delicati, come ideale apertura di un pasto; l'assemblaggio di Chardonnay, Pinot Noir e Meunier è in proporzioni uguali, e la maison fa confluire un 20% di vini riserva nella cuvée. 80/100, e ne berresti ancora.

[Fotina lietamente prelevata in questo post di VG]

sabato, ottobre 04, 2008

Indignodromo a paletta (ed un capro espiatorio)

Urge dichiarazione, the day after il match Ziliani-Rivella; sul quale tornerei con altri sbrodolamenti digitali, vista la massa di enormità profferite dal signor Rivella - per inciso, una delusione pazzesca, quest'uomo, mai sentiti argomenti così poveri, in compenso espressi in tono di rara arroganza - ma appunto, su questo tornerei quando qualche anima buona metterà online i video, e potremo linkare copiosamente, anche per non indulgere troppo nel mood ombelicale; siam qui per comunicare, com'è noto.
Orbene, la dichiarazione, si diceva. Ecco, dato che il Rivella afferma di far "vini che piacciono, quelli premiati dalle guide" (virgolettato mio, ma le parole potrebbero essere diverse; non la sostanza) questo blogghe, almeno quest'anno, ignorerà pervicacemente ogni chiacchiera relativa a trebicchierati, cinquegrappolati, polistellati ed altre garrule classifiche guidaiole. Le guide siano capro espiatorio di tanta roboanza.

[Update: Filippo pubblica la prima parte del filmato, qui]
[Update #2: ecco qui il filmato completo. Tre intense orette; i popcorn non li abbiamo, magari al prossimo update...]