martedì, giugno 20, 2006

Un buon motivo per sputare (almeno uno).

L'assaggiatore profèscional sputa, durante gli assaggi seriali. Tipicamente, in situazioni tipo fiere, competizioni ed altre simili kermesse, quando hai davanti a te un giorno intero di assaggi e' impensabile non sputare. Semplicemente, l'eccesso di alcol ingerito, nell'arco di un'ora, ti rende assolutamente inadeguato al successivo lavoro della valutazione; insomma, non si fa.
La liturgia dello sputo non e' priva di imbarazzo, tuttavia; gia' il solo termine infastidisce il fine esteta; e pure tutto cio' che al fatto e' collegato e' profondamente inelegante. L'attrezzo atto all'uso, per dire; hai voglia a cercare termini snob o circonlocuzioni: si chiama sputacchiera; evoca automaticamente fumosi saloon di film western. Sei allo stand del produttore, e dici: "hai il.. uh.. coso per sputare?" -- ma suona malissimo. Per darmi un tocco di classe io ho usato spesso l'inglesismo: "mi passi lo spittoon?" -- E normalmente l'interlocutore strizza gli occhi affetto da improvvisa miopia e fa: "eh? Che?" -- "Si, vabbe', la sputacchiera" chiudi rassegnato.

Il troppo alcol, dicevo. Certo, perdi la lucidita'; fa male, malissimo, non e' nemmeno il caso di dirlo. Potrei pure evocare il fantasma della pattuglia coll'etilometro, quanti buoni motivi ci sono? Ma tra tanti, almeno uno lo segnalerei sopra tutti.
Alla fine della giornata di duro lavoro, se hai seguito con scrupolo religioso la raccomandazione di sputare sempre, ti ritrovi splendidamente sobrio; e hai il tempo di considerare, tra la folla degli astanti, la penosa deriva di quanti non si attengono all'aureo dettato. L'effetto vasodilatatore dell'alcol, si sa, allenta i freni inibitori. In particolare, gli appartenenti alla specie femminile di questi incauti forniscono le sorprese piu' piacevoli: le femmine, data la loro suprema finezza, sembrano maggiormente restie a sputare; hanno le loro ragioni, intendiamoci: una tipa tutta perfettina, coll'inevitabile pantalone a vita bassa, la strizzante magliettina D&G, due ore di parrucchiere e stivale giusto, non e' persona che associa la sua preziosa immagine al gesto ignobile dello sputo. Accade quindi che l'algidissima tipa che alle nove di mattina non ti degna di uno sguardo, alle sette di sera ti attacca infiniti bottoni: "sei un blogger?? [risatina] Ma davvero?? [risatina] Cos'e' un blogger?? [risatina]".
Son soddisfazioni, diciamolo. Quindi sputare, sempre.

sabato, giugno 17, 2006

Incroci.

Da qua sotto, dal basso del giulivo mondo bloggante, càpita a volte che i post si incrociano tra di loro, e pure affrontando argomenti tra loro diversi, parlino delle stesse cose.

Primo esempio da segnalare: questo post di Stefano Bonilli, ad esecrare (alquanto giustamente, da come la vedo) lo scippo della titolarita' sui corsi di cucina italiana, tenuti a New York dai francesi. Dai francesi? Ma dico, possibile mai? Eppure, cosi' e'.

Secondo esempio: MiWine. Il busillis era, ci vado o non ci vado? A parte l'impegno coincidente con la nascita di WBA (hey, e' nata la Wine Blog Association, nel caso vi fosse sfuggito) -- a parte che ero altrove, proprio quel giorno parlandone con Franco Ziliani dicevo, tra il serio e il faceto, che meritava forse una visita, siccome MiWine suonava simile a MiSex e magari il team organizzativo era lo stesso; Franco, assai serio e per nulla faceto, reputava la diserzione alla fiera milanese una perdita tutto sommato tollerabile.
Se poteva restarmi un dubbio residuo su quella fiera, leggo il post acido di Susanna Crociani, che alla fiera c'e' stata in quanto produttrice: decisamente, ho fatto bene a fare altro. Vero e' che Max, di Quintomiglio, ha scritto in termini almento parzialmente non critici, ma quanto riporta Susanna Crociani merita la lettura completa; qui copio solo un estratto significativo:

I "buyer": se ne annunciavano 450 da tutto il mondo. Ho avuto l'elenco e scopro che: 1- l'importatore che si è portato dietro la famiglia (tanto avevano tutto pagato!!) viene indicato tante volte quante sono le persone che compongono il suo nucleo; 2- nell'elenco degli importatori Usa sono indicati una ventina di ristoratori italo-americani....tutti sanno che il ristorante non può importare direttamente, ma che deve passare dal distributore, che, se non è lui stesso importatore, passa da questo; 3- nell'elenco ci sono anche i funzionari ICE; 4- nell'elenco ci sono anche alcune società di promozione turistica; ecc, ecc Insomma, taglia e sfoltisci l'elenco si è ridotto a ben poco.

Una cosa sconfortante, direi. Tra il post del Papero Giallo, e quello di Susanna Crociani, c'e' un filo rosso che idealmente li unisce. Si trova in un commento letto sul blog di Bonilli, il primo commento, a firma di Piergiovanni (non conosco) che assai condivisibilmente scrive:

Questa altro non è che la riprova che non è l'Italia ad essere in crisi ma il "sistema Italia" a non essere più in grado di sostenere il paese ma solo a sostenersi autocraticamente con la sua pletora di uffici ed ufficetti diretti da gente inabile anche ad organizzare la sagra della "mulingijana china" di torricella superiore.
Tutti i successi che il nostro paese ha conquistato in questi anni,dalla moda alla cucina sono solo il frutto del coraggio e dell'abilità dei singoli,che solo casualmente fanno numero ma non sistema. La costante delle nostre storie di successo,anzi,è proprio la lontananza dalla politica e dallo Stato. Una sorta di giosa anarchia che però alla lunga poco può contro un sistema organizzato che decide di "combattere" in massa.

E' un commento che, curiosamente, potrebbe andare bene pure al post di MondodiVino sul deludente MiWine.

venerdì, giugno 16, 2006

Hai mica un logo che t'avanza?


Fatta l'associazione, si tratta di fare il logo. Qualche idea gia' l'abbiamo (perdonate il plurale majestatis), ma non vedremmo male pure il contributo di qualche volontario di passaggio: si tratta di inventare un logo caruccio per la Wine Blog Association, e regalarcelo. Facile, no?
Dice: e bravo, adesso ti faccio il logo gratis. No, dai, proprio gratis no: il politburo recentemente costituitosi ha emanato il seguente editto: chi invia il logo che riscontra maggiore approvazione vince una bottiglia di Barolo 2001, Schiavenza, Serralunga.
Chi si voglia cimentare, puo' inviare il frutto del suo lavoro creativo all'email di riferimento della WBA. Verra' quindi vagliato, soppesato ed infine premiato, nei tempi e nei modi ancora in via di definizione.

[Update: di Barolo Schiavenza ne parla pure Lavinium]

giovedì, giugno 15, 2006

Champagnista & bloggarolo (o blogger, vabbe').

Succede pure che, un bel giorno, scopri a bloggare uno dei tuoi champagnisti del cuore. Il blog della Maison Laherte, addirittura, e' nella duplice versione francese ed inglese: siccome io sono anglofono, ho considerato maggiormente la seconda; del resto, nelle nostre corrispondenze telematiche con Laherte, io scrivo in inglese, lui mi risponde in francese, e ci capiamo, in qualche arcano modo.

Su tutti, un post ha attirato la mia attenzione, dove si parla di sperimentazioni legate all'uso di lieviti selezionati, alternati a lieviti indigeni, o autoctoni che dir si voglia. Non desidero disquisire ancora sull'argomento: a commento di questo post di Fil, Mike Tommasi scriveva assai efficacemente che "la tesi dei lieviti nella pruina e' stata ripresa ad nauseam su internet" -- davvero, non essendo mia intenzione incrementare i consumi di Valontan tra chi mi legge, glisserei. Semmai, rimando a questa ponderosa lettura quanti desiderano approfondire.

L'aspetto che preferisco rilevare, in questo caso, attiene alla difficolta' del lavoro di chi fa vino. Fare vino e' un mestiere duro, le variabili da affrontare sono numerose, ed il tempo non e' dalla parte del vigneron; per spiegare il concetto, nel nostro ambiente si usa normalmente questo esempio: il cuoco che sperimenta una preparazione, la esegue per dieci, venti volte, a titolo di prova finche' non ottiene il risultato desiderato. Il vigneron fa lo stesso, ma per arrivare al risultato passano dieci (pure venti) anni.

mercoledì, giugno 14, 2006

martedì, giugno 13, 2006

Marea (non la Fiat, il moto ondoso).

A Saint-Malo gli enologi bretoni sono convinti che pure la marea influenzi l'affinamento del vino [link] -- quindi, non solo la famosa luna, ma pure altri eventi legati alla natura. Teoria non nuovissima, girando per cantine capita sovente di sentire simili ipotesi. Tuttavia questi discorsi sono spesso circondati da un alone di pseudoscientificita', piu' leggenda metropolitana che dato incontrovertibile. Le prove, dice, vogliamo le prove; eccole qua, rispondono i nostri: "per dimostrarlo, hanno immerso a 15 m di profondita', in una baia con maree tra le piu' forti in Europa, 600 bottiglie di Chateau Maucamp del 2001, che hanno ripescato oggi. Il vino delle bottiglie sommerse avrebbe un gusto piu' giovane e piu' complesso di quello invecchiato nelle cantine".
C'e' da pensare che fossero assai bene sigillate, senno' tutto il discorso sulla porosita' dei tappi e l'interazione con l'ambiente esterno, pure quello si rivelerebbe leggenda metropolitana.

mercoledì, giugno 07, 2006

Quale qualita'.


"La Commissione europea accetta il principio della distillazione richiesta da Italia e Francia, mentre sta ancora esaminando quelle per Spagna e Grecia". [link]
Ci risiamo con la distillazione dell'invenduto. Piu' che i tre milioni di ettolitri di vino da tavola, mi perplime [neologismo] la cifra di 100mila ettolitri di quello che denaro.it chiama vino da qualita'. (Da, non di).
Posto che la definizione di qualita' (nel senso di soglia di punteggio centesimale) resta elemento di perenni discussioni tra gli addetti, mi piacerebbe sapere quale possa mai essere il livello qualitativo di quel vino-da-qualità. 70/100? Oppure 80/100? -- oppure, semplicemente, si tratta di vini a denominazione d'origine? Che, come e' tristemente noto, da sola non costituisce elemento qualitativo.

domenica, giugno 04, 2006

Pirati di tutto il mondo, unitevi.



Su Italia Oggi (cartaceo) di sabato scorso leggo: negli Usa le imitazioni del made in Italy valgono quattro miliardi di dollari. E' una constatazione assolutamente deja-vu, e del resto da tempo se ne parla. Pure io mi ripeto, nel raccontarlo, perche' questa lettura coincide curiosamente con un fatto che ha occupato l'attenzione dei loschi individui underground dediti alla pirateria: la chiusura (ma pure il lesto riavvio, tra i frizzi e i lazzi dei piratacci) di Pirate Bay, portale di ricerca specializzato in file torrent accusato da anni e annorum d'essere illegale in se', giacche' consente link anche a materiale coperto da copyright.

In breve: le autorita' americane, che controllano gli abusi relativi ai diritti d'autore, esportano la democrazia in Svezia; qui ha sede Pirate Bay, e gli americani ne sollecitano la chiusura (con una notevole inefficacia, ma si sa che esportare la democrazia non e' affatto semplice). Le stesse autorita', mi pare evidente, non si curano gran che di difendere i diritti dei produttori italiani (ma, potrei giurarci, pure di quelli francesi eccetera) visto che a casa loro la pirateria food trionfa. E un tale doppiopesismo e', pure nel suo piccolo, la misura di qualcosa che non va.

E allora, viva i pirati. Consiglio, per far tornare il sorriso, la lettura di una parte consistente del sito di Pirate Bay, dedicata allo scambio di corrispondenza tra i detentori dei vari copyright, seccatissimi, e le irridenti risposte dei gestori del sito. Ecco un estratto.
"Grazie per averci scritto, va bene, abbiamo chiuso il sito.
No aspetta, haha! Non e' vero, abbiamo scherzato, siccome il sito in questione e' pienamente legale. Qui, a differenza di altri paesi, abbiamo leggi sensate".

mercoledì, maggio 31, 2006

Ci mancava pure questa.


"Greenpeace ha rivelato oggi che il vino-icona della Francia, lo Champagne, e' minacciato dalla contaminazione radioattiva che fuoriesce da un deposito di scorie nucleari nella regione. Bassi livelli di radioattivita' sono gia' stati rilevati in falde sotterranee a meno di dieci chilometri dalle famose vigne dello Champagne".

Ecco, nemmeno si fa a tempo a dire se i trucioli sono dannosi per la salute, che ne esce subito un'altra. Qui la parte restante della buona (si fa per dire) notizia.
Curiosita': depositi di scorie nucleari vicino allo Champagne? Qualcuno in Francia e' uscito di senno?

[via fermentation - e pure Financial Times]

martedì, maggio 30, 2006

E basta con 'sti trucioli. La facciamo finita?


Avvertenza: ci siete cascati; il titolo del post non ha nulla a che vedere col suo contenuto, e difatti qui-si-continua a parlare di chips. Mi serviva solo un titolo provocatorio, per attirare l'attenzione di chi non ne puo' piu' di questo argomento: ormai ci siete, tantovale che leggiate.

L'ottimo Massobrio viene nel mio carrugio, come si dice a Genova, (cioe', e' su posizioni a me comuni) scrivendo in questo articolo quanto segue:
"Le chips nei vini? Ma nessuno le vuole, ci mancherebbe, non c'entrano con la nostra enologia! Questi sono i commenti che abbiamo registrato dopo il fondo a mia firma sulla prima pagina della Stampa di sabato 13 maggio che inneggiava alla vergogna. Avete presente la metà degli italiani che ha votato per il centrodestra? Sembra scomparsa, o almeno, in pubblico, non è così preponderante come quella del centrosinistra".

E continua, mirabilmente:
"Questo atteggiamento si chiama “topismo” e deriva dall'astuzia dei topi di stare sottocoperta, facendo sempre e comunque gli affari propri ogniqualvolta si presenti l'occasione. Ora, se un organo dell'Unione Europea arriva a varare una proposta che vorrebbe autorizzare la segatura per invecchiare i vini, non si può pensare che sia giunta per un mero contagio aviario. Nella Ue c'è anche l'Italia, che probabilmente manda avanti i topi, quelli che anziché il confronto con la gente, con i produttori di vino e quant'altro, preferiscono le stanze stantie dei ministeri o quelli delle lobby, dove alla fine si prendono le decisioni che calano su tutti. Se poi si ha la fortuna che certe leggi non le colga alcun giornale, meglio ancora: si arriverà tranquilli allo stato di fatto".
Insomma, si ribadisce un punto che mi sta a cuore; fermo restando che questa pratica di mettere in infusione trucioli di legno nel vino e' assolutamente criticabilissima, si puo' sapere quali aziende (italiane) l'hanno cosi' tanto auspicata? E ancora: chi si fa avanti a dire "io c'entro?" [cit.]

Alle mie domande un po' retoriche viene in soccorso, credo, questo post di Franco Ziliani, che a sua volta cita Marco Mancini de Il Corriere Vinicolo. Mancini chiosa: "Intorno al truciolo s’infiamma il settore, quasi una guerra di religione e in quanto tale inutile e ottusa. In troppi continuano a credere che l’economia vitivinicola italiana sia fatta esclusivamente da piccole aziende contadine con qualche decina di barrique in cantina e poche migliaia di bottiglie “che si vendono da sole”. Cerchiamo di aprire gli occhi. Le cose non stanno così, ci sono fior d’imprese che creano ricchezza ed è nostro dovere consentire loro di agire con efficacia su un mercato mondializzato che lancia preoccupanti segnali di sovrapproduzione".

Bene, questo si chiama essere realisti, e, riconosco, parlare con chiarezza. E' un tipo di realismo che, tengo a dire, non mi vede gran che d'accordo: io sono tra coloro i quali guardano con discreto favore alle "piccole aziende contadine con qualche decina di barrique in cantina"; questo intervento di Marco Mancini non serve ancora a dare un nome a quelli che Massobrio definisce "enotopi", ma almeno restringe il campo.

sabato, maggio 27, 2006

Molteplici utilita' di un enotecaro.

Telefonata vera. I nomi sono stati omessi, per proteggere gli innocenti (alcuni nomi, perlomeno).

Cliente - pronto, e' l'enoteca..?
Enotecaro - si, buongiorno..
Cliente - eh, dunque, volevo un'informazione.
Enotecaro - certo, dica pure.
Cliente - dunque, io domani sono in Piemonte, tutta la domenica..
Enotecaro - (??) si.. quindi..?
Cliente - ecco, vorrei comprare del vino, sa, ci sono le cantine aperte.
Enotecaro - ceerto. Ottima idea.
Cliente - dunque, appunto, chiedevo, mi puo' dare qualche consiglio?
Enotecaro (ironico) - consiglio, di che tipo, stradale?
Cliente (non coglie) - no, no. La strada la so. Dicevo, se mi puo' consigliare qualche produttore che conosce, dove comprare. Sa, io non sono un esperto di vino come lei!
Enotecaro - ah, certo, un consiglio. Beh, giusto, andare alla cieca.. vediamo, potrebbe fare cosi', da' un'occhiata al mio listino online, ogni produttore che trova va bene, guardi, poi li cerca su paginebianche..
Cliente - ma, non sono capace con internet.. se mi dicesse lei quale..
Enotecaro (piu' rassegnato che incredulo) - ceerto.. e vediamo, mi dica, in che zona andrebbe..
Cliente - Barbaresco.
Enotecaro - hum, bene, ottima scelta, Barbaresco. Dunque, ci sarebbe questo produttore. Se lo segni.
Cliente (ansioso) - ah si si si.
Enotecaro - si chiama Gaja. Con la gei.
Cliente - Gaja con la gei, benissimo, ma i prezzi, sono bassi, si?
Enotecaro - ceerto, adeguati al livello, diciamo.
Cliente - e vende, ha la cantina aperta?
Enotecaro - guardi, se non e' aperta suoni, vede che apre lui.
Cliente - bene bene, e senta, e se volessi mangiare qualcosa, conosce da quelle parti uno di quei ristorantini caratteristici.. mi raccomando che non sia caro!
Enotecaro - ceerto, mi faccia pensare.. li' a Treiso, La Ciau del Tornavento.. io andrei di sicuro li'.
Cliente - si, ma costa poco, eh?
Enotecaro - diciamo che ho mangiato in ristoranti assai piu' costosi.
Cliente - grazie grazie, mi avevano detto che lei e' uno simpatico, m'ha parlato di lei il meccanico del dottore della badante di mio nonno, chissa' che una volta o l'altra non venga a vedere la sua enoteca.
Enotecaro - ceerto. [clic]

venerdì, maggio 26, 2006

Irrituale, ma pure troppo.

Si sa che certa comunicazione relativa agli alcolici, nel mondo anglosassone, e' alquanto irrituale. Pure la loro blogsfera non e' certo paludata, basta leggere la mai abbastanza lodata Maggie di Wine Offensive. Pero', pero', pure lei trova qualcosa da ridire, quando una birreria chiama il suo prodotto golden shower. Pioggia dorata, che mattacchioni.

Baricco e il vino.

Sul forum del Gambero oggi trovo questa segnalazione ad un articolo di Baricco, che parla di vino. In termini assai condivisibili. E' una lettura un po' lunga, prendetevi il tempo necessario, ne vale la pena.

martedì, maggio 23, 2006

Costa meno andare su Plutone.

Pare che e' fatta, abbiamo l'aereo a energia solare: "il suo primo battesimo dei cieli, reale, e' previsto per il 2008 e nel 2011 e' gia' prenotato per il giro del mondo. Il costo di tutta l'operazione, dal prototipo fino al velivolo definitivo e' di 40 milioni di euro circa".
Nota: e'costato cinque milioni meno del portale Italia.it.

sabato, maggio 20, 2006

Ancora sui trucioli (ma pure altro).

Nel dibattito sull'uso dei trucioli nel vino si segnala l'intervento di Angelo Gaja sul blog di Massobrio. E' visibile qui, nel meandro dei suoi irrintracciabili permalink. In breve, Gaja puntualizza che si dovra' creare, ex lege, un sistema di controllo per certificare i vini non-chippati, secondo un originale sistema tipico dell'Ufficio Complicazione Affari Semplici: non solo non si segnalera' (giammai) in etichetta l'uso di questo artificio, ma quelli che non ne fanno uso dovranno in teoria essere controllati, con qualche arcano sistema, affinche' non trucchino le carte. Gaja ritiene che "la messa a punto di questo nuovo metodo, che richiedera’ tempi molto lunghi, non interessi a nessuno, che nessuno ne avverta la necessita’. Con il rischio di estendere sempre piu’ quell’area grigia di regole che non prevedono controlli e verifiche reali". Insomma, una cosa molto all'italiana.

A margine di tutto questo, un paio di considerazioni (a costo di annoiare sul tema, su cui gia' moltissimo s'e' letto). Per quanto mi riguarda, da addetto ai lavori, prendo atto dei si dice, cioe' del fatto che, pare, questa pratica sia attesa, auspicata, pure invocata da non meglio identificati settori della produzione "industriale" del vino. E prendo atto del fatto che, allo stato attuale, non ho ancora letto nemmeno un outing, cioe' una azienda che sia uscita fuori a dire: ecco, noi useremo i chips, e ne siamo orgogliosi; anzi, prego chi ne avesse notizia, di colmare la mia lacuna.
Nel mio piccolo, parlando con vari produttori, sto cominciando a chiedere: e allora, questi trucioli, li usi o no? Fin'ora, naturalmente, solo "no" pure un po' sdegnati. Sicuramente continuero' a chiedere.

La seconda considerazione attiene alla competenza dell'assaggiatore. Come mi hanno gia' fatto notare, bisogna chiedersi come fara' mai l'assaggiatore tecnico a rilevare la differenza tra vino affinato in legno, e vino infuso di trucioli. In via teorica, le "finzioni" in campo enoico non riescono, piu' di tanto, a generare un prodotto genuinamente convincente; nello specifico, l'agire del tempo conferisce una complessita' che (almeno ipoteticamente) la scorciatoia dei chips non potrebbe garantire. Tuttavia qualche preoccupazione e' lecita, in quanto, a mio modo di vedere, la tecnologia negli ultimi anni ha affinato le sue armi in misura sufficiente a confondere pure gli assaggiatori piu' preparati; se ne ha prova, spesso, in certe degustazioni cieche e comparate dove vini di provenienza alquanto standardizzata possono creare sorprese. E si nota pure in certi vini ipertecnici che girano sul mercato: emanano freddezza, ma e' una sensazione rilevabile solo dal palato allenato, e pure un po' soggettiva. Insomma, il mio ottimismo e' un po' appannato.

venerdì, maggio 19, 2006

Post patetico.


Antefatti.
Qualche tempo fa leggevo questo post di Poggio Argentiera: dove si parla di soldi, di fatture da incassare, di maledetti pagamenti: un topic bello hard, diciamolo. Nel leggerlo, ho commesso peccato di superbia, ho pensato: ecco, cose che a me non capitano, normalmente i miei fornitori vengono pagati in tempi congrui; anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, anticipatamente. Insomma, mi sentivo quasi buono.
Come in ogni storia che si rispetti, all'arrogante presuntuoso (io) e' arrivato il castigo, la nemesi. Ieri sulla mia scrivania brillava una bella busta verde, tipicamente un atto giudiziario, del Tribunale di Montepulciano (cribbio, Montepulciano ha un Tribunale?) dentro la quale il braccio violento della legge mi condannava ad un anno di ferri nel carcere della torre di Montepulciano -- o, in alternativa, a pagare una buona volta una fattura (da circa ottocento euri; piu' trecento, di spesucce varie).
Cosa e' successo? Un fornitore, di cui non faremo il nome (ma solo il cognome, Classica S.p.A.) si era francamente seccato di aspettare un mio pagamento, per una fattura dell'anno scorso, e mi aveva trascinato in giudizio. Da qui discendeva la giusta sentenza in quel di Montepulciano, in data etc etc, come da relata di notifica etc etc.

Fatti.
E bravo Fiorenzo, fai tanto il furbino, ed eccoti qua, condannato.
E hai pure torto; no, perche' tanto per chiarire, la cosa e' fondatissima (anzi, se leggesse questo, Caro Dottor Edoardo Alberto Falvo: ho gia' pronto l'assegno, se preferisce pure il contante, non mandi altri schierani in armi da Montepulciano, giuro che pago).

Giustificazioni, scuse, lagne varie.
Cominciamo con una bella citazione da cinefilo quale mi atteggio: il cattivissimo Sergente Elias, in Platoon, dice: "Le scuse sono come i buchi del culo, tutti ne hanno uno" [perdonate la scurrilita', ma un sergente dei Marine usa tipicamente un linguaggio da caserma] -- orbene, non essendo io da meno, pure io ho la mia pateticissima scusa. Nel descriverla, vi avviso, accentuero' i toni patetici.
Chi mi conosce, chi segue questo blog, insomma, il pubblico dei miei aficionados, sa che pochi giorni prima del Natale scorso ho avuto un deprecabile incidente in moto. Tornando a casa a notte fonda (dopo aver venduto per tutto il di' i vini di Classica) mi sono ritrovato con tre legamenti rotti al ginocchio destro. Pure se mi sono trascinato, in stampelle e tutore, al lavoro gia' due giorni dopo il fatto (sempre a vendere i favolosi vini di Classica) e pure se ho lavorato in questo stato penosissimo fino al 31 dicembre, a gennaio ho chiuso bottega: l'enoteca era chiusa la mattina, e validamente condotta al pomeriggio da un amico pietoso. Ho affrontato l'operazione, e la rieducazione, e le sedute di fisioterapia; sono stato fuorigioco fino ad aprile, giusto in tempo per il Vinitaly; ed ogni sera, tornato in albergo, spezzavo il cuore al concierge chiedendo del ghiaccio per il mio ginocchio dolorante (camminavo tutto il giorno tra uno stand di Classica e l'altro). Insomma, durante i primi tre mesi dell'anno sono stato latitante. Tra le mille grane derivanti dalla mia vacatio imperii c'e' stata la ricezione della posta ordinaria. Asciugatevi le lacrime, ancora non e' finita.

Picco patetico.
Ad essere assente la mattina, ottieni che le raccomandate te le devi andare a ritirare con la malefica cartolina gialla, all'ufficio postale. A questo scopo ho validamente delegato (dal letto di dolore) moglie, amici, amanti, passanti, insomma chi potevo; e c'e' stato pure qualche intoppo: un paio di volte e' successo che, a fronte di delega e documento, l'ufficio postale non abbia voluto rilasciare la raccomandata al delegato, in quanto la missiva non era intestata a me (Fiorenzo Sartore) ma alla ditta (Vinoteca eccetera) -- in questo caso, con scoramento di tutti, richiedevano copia della visura camerale, dove si attestasse che il Fiorenzo e la Vinoteca erano la stessa personcina. In questo modo, sono andate perse almeno due raccomandate. Potrei sbagliare, ma da come la vedo ora, almeno una proveniva da Montepulciano.

Dura lex sed lex.
Da qui in poi, gli eventi dovrebbero essere chiari: se non ritiri documenti legali del tipo "spicciati a pagare senno' ti uccido", il passo successivo e' la pubblicazione all'albo pretorio di Montepulciano, dove si poteva probabilmente leggere un editto tipo "Io, Classica, l'ho detto a quel lazzarone di Fiorenzo: pagami!" Non so voi, ma io me lo immagino, un foglio cosi', che svolazza appeso sotto le torri merlate di qualche maniero.
Quindi, esaurita la formalita' della comunicazione, fu sentenza: colpevole.

Lagne finali (ancora piu' patetiche).
Chiarito che sulla sostanza non si puo' dire nulla, non mi resta che attaccarmi alla forma. Formalmente, al mio fornitore non importa un beneamato alcunche' dei miei guai. E certamente non e' tenuto a saperlo. Neppure il locale agente, che pero' tutto sapeva, era tenuto ad alzare il telefono se avvisato, dicendo "hey ragazzi, no, aspettate, e' il Fiorenzo, sapete, nostro cliente da sei anni, mai lasciato un insoluto, davvero, e' uno a posto". Nah, a che servono questi addetti commerciali, pierre, simpaticoni professionisti: che diamine, questo non paga, non ritira le raccomandate, di sicuro e' in Bolivia col malloppo. No, no, si chiamino le guardie, gli arcieri, gli scudieri, al diavolo i telefoni e gli email. E pure il nostro agente a Genova.

Promemoria per il futuro.
1. Scegliere fornitori umani. Non del tipo che quando vendono qualcosa ti dicono tranquillizzanti "ah, poi passa l'agente per l'incasso, come al solito" ma se non ti trovano danno la pratica al legale.
2. Rigare la fiancata alla lussuosa auto dell'agente Classica. In alternativa, malmenarlo.
3. Fare battute salaci sui pericoli delle due ruote col direttore vendite di Classica (e' motociclista).
4. Evitare altri incidenti.
5. Non deprimersi.

mercoledì, maggio 17, 2006

Gino Da Pinot.



"Stavo guidando sulla Highway 280, quando alla radio sento una cosa che attira la mia attenzione: uno spot pubblicitario che, per presentare un vino sul mercato, faceva il verso alla musica rap".

Comincia cosi' questo divertito post di Tom Wark; e continua: "I had to find out who had the cajones to push their wine using such a mocking, irreverent, outside the box, even weird, marketing approach". Trattasi di Don Sebastiani and Sons, Cantina dell'Anno 2005 per quegli entusiasti di Wine Enthusiast. Insomma, un altro mondo, non solo geograficamente, ma pure per quanto attiene alla comunicazione; altro che irriverenti, questi sono proprio troppo avanti: come qualificare in altro modo un produttore che chiama il suo vino Gino Da Pinot? [Gino-tha-Pinot, Gino-il-Pinot, slang].

Naturalmente, tutto questo entusiasmo e' per la loro forza comunicativa. Se poi Gino Da Pinot sia una solenne schifezza, questo non posso immaginarlo; e nel caso, non si puo' neppure pretendere troppo dal mondo, gia' comunicano bene, se producessere ad alti livelli sarebbero quasi insopportabili.

[Nell'attesa, aspetto la presentazione podcast: Gino Da Pinot is coming soon. Davvero, questi sono troppo avanti].
[Immagine: Fermentation]

Se c'e', mi sfugge.


Va bene, e' passato abbastanza tempo perche' ci si possa chiedere: che fine ha fatto Peperosso? Perche' uno dei piu' visitati blog del settore ha questa triste home? Quale e' il senso, nel creare una vasta, colorita ed influente community, se poi si lascia passare tutto 'sto tempo col sito "lavori-in-corso"? -- Un senso deve esserci di sicuro, ma mi sfugge.

[Sara' pure che e' notte fonda, sono insonne, ma certe letture mi mancano].

martedì, maggio 16, 2006

Triste destino.


Ecco cosa succede alle bottiglie che falliscono il test d'assaggio: lavandino.
L'etichetta in questione esibisce puzze fenomenali; trattandosi di un Cinqueterre, resta il dubbio che sia una partita sfortunata, l'annata problematica (2004) o chissa' che altro; sperando non si tratti di corredo aromatico da vini-veri.
Riassaggero', in futuro, ma per ora e' bocciata.

sabato, maggio 13, 2006

Truciolo. Si, no, forse.


Adesso che l'informazione-mainstream scopre che pure qui da noi si useranno i perfidi trucioli per dare la sensazione di affinato in legno al vino, si sprecano i commenti e pure le esecrazioni. Per farla breve, ricordiamo che esiste una pratica enologica, fino a poco tempo fa vietata nella UE, ma recentemente ammessa, che prevede l'infusione di trucioli di legno nel vino per dare la sensazione di oak-aged, senza dover spendere i soldi delle barrique, e senza aspettare tutto il tempo necessario: doppio risparmio, siccome il tempo e' denaro.

Sempre per amore della brevita', la soluzione sarebbe semplice semplice, e altri l'han gia' ipotizzata: chi usera' questa pratica (a proposito: qualche outing?) dovrebbe semplicemente preavvertire in etichetta: questo vino possiede le sensazioni aromatiche legnose in quanto infuso con trucioli di legno (la formula puo' essere migliorabile).
E questo e', quasi certamente, esattamente quello che non si fara'.

venerdì, maggio 12, 2006

L'inconoscibile.


Il numero ventitre' di Porthos, da poco arrivato, viene annunciato anche sul loro immoto sito in questa presentazione. Nelle poche righe di anticipazione leggo pure un passaggio alquanto suggestivo; lo ripropongo pari pari.

"Leggendo vi accorgerete delle assonanze che tengono insieme i personaggi e le situazioni raccontate. Una per tutte è la percezione così selettiva della possibilità di ottenere e produrre un vino di qualità. E’ questione di fortuna, talvolta; l’impegno e la bontà delle intenzioni sono fondamentali ma risultano sterili se si è nel posto sbagliato; l’amore non basta, e anche se ciò può apparire cinico depone a conferma dell’eccezionalità del liquido odoroso. Bevanda nobile per antonomasia, il vino ha bisogno di una congiunzione favorevole cui anche la persona migliore del mondo potrebbe non avere accesso".

Il passaggio fa certamente riferimento al noto concetto di territorio, ma evoca pure altro. Come spesso accade leggendo Porthos, c'e' molto afflato in quello che scrivono; nello specifico, mi riconosco molto in questo atteggiamento, che in un certo qual modo definisce l'inconoscibilita' di parte del processo di "creazione" (passatemi il termine) del vino -- o, come lo definiscono loro, del "liquido odoroso". E' lo stesso processo che si innesca ogni volta che ci si accinge ad assaggiare, e si sa cosa si apre, ma comunque quello che si trovera' nel bicchiere e' inaspettato, in quanto imprevedibile, e sfugge ad ogni tentativo di predeterminazione.

Cercasi importatore.

Da La Repubblica di oggi:

"L'AFRICAN Journal of Health Sciences (marzo 2005) pubblica un lavoro dell'Università di Makerere, Kampala, Uganda sull'importanza delle conoscenze della Medicina tradizionale ugandese nel trattamento, con erbe medicinali, dell'impotenza e della disfunzione erettile. Delle 33 piante adoperate, le più usate erano la Citropsis articolata e la Cola acuminata. Interessante la Mondia withei le cui radici aromatizzano un "vino" (Mulundo wine) che si ritiene afrodisiaco".

In rete non ho trovato tracce di questo fantomatico vino ugandese; sara' pure per questo che manca un importatore in Italia.

venerdì, maggio 05, 2006

L'America e' lontana.


Si sa che da noi la rete e' quel che e'. Le connessioni ad Internet sono costose, tra le piu' costose in Europa. La banda larga arriva nelle citta', e nemmeno ovunque; con buona pace dei produttori agricoli, che si connettono quasi tutti in dialup.
E poi, c'e' l'America; io ricordo che nel '95 comunicavo con clienti americani che erano always-on; per me fu una rivelazione, c'era gente connessa ad Internet 24 ore su 24 con costi bassissimi; da noi, c'era la tariffa urbana a tempo.
Quanto sono cambiate le cose? Non moltissimo: a partire tardi, e a far tutto male, si paga pegno. Cosi', non ci si sorprende a leggere notizie come questa: Usa Today apre i suoi blog sul vino. Questi non sono solo piu' avanti di noi, ci hanno doppiato e risuperato, ormai. Quando vedremo qualcosa del genere, qui? Il primo problema e' allargare il numero di utenti della rete, ma finche' avremo un monopolista che fa quel che vuole, tanti saluti. Ed intanto, si continua a perder tempo; ed intanto in America possono permettersi pure lo sberleffo: con grande indignazione di Alder, quelli di Wine Spectator hanno aperto i loro blog: a pagamento. Avete capito bene, per leggere i loro blog vi tocca pagare "$7. 95 a month, or $49.00 per year". Sogni d'oro, Italia.

giovedì, maggio 04, 2006

Vino peer to peer.

"Ogni anno negli Stati Uniti vengono venduti vini spacciati come italiani, ma prodotti altrove, per un valore di 500 milioni di dollari".
La frase che avete appena letto e' estratta da questa notizia -- nella quale si parla d'altro, per la verita', si parla del prossimo MiWine. Questo estratto, pero', mi e' sembrato particolarmente degno di attenzione; immagino che l'affermazione, provenendo dall' assessore all'Agricoltura e vice presidente della Regione Lombardia Viviana Beccalossi, sia fondata.

L'aspetto che trovo particolarmente sorprendente e' che questo genere di contraffazione sia possibile negli Stati Uniti, senza scomodare la solita Cina (absit iniuria, ma del resto, 'sti benedetti cinesi, che falsificano pure le Ferrari!) -- no, tutto cio' non avviene in un paese nel quale la legislazione sui copyright e', come dire, labile; avviene negli USA dove, da tempo, si vanno imponendo leggi draconiane a protezione dei diritti d'autore su produzioni musicali o cinematografiche: guardacaso, su prodotti tipicamente americani: e' appena il caso di far notare quanto possa essere importante la produzione cinematografica per le finanze degli States; a questo proposito, pero', l'amministrazione americana non si e' limitata a imporre leggi punitive nei confronti di chi scarica film in rete, ma si e' sentita in dovere di condizionare la produzione di norme specifiche anche in altri paesi, allo scopo di tutelare il loro diritto.

Da noi la legge Urbani ha recepito in buona misura quelle esigenze, col grottesco effetto di punire con multe incomprensibili (tipo duemila euro) il malcapitato criminale che e' colto in flagranza di reato a comprare un paio di occhiali taroccati D&G. Se poi si viene pizzicati a scaricare canzonette, si va sul penale.
Per farla breve, mi piacerebbe sapere se, in modo omologo, il criminale trafficante in Chianti fasulli, in America, viene multato con la stessa ferocia; magari su pressante indicazione del governo italiano. Chissa'.

mercoledì, maggio 03, 2006

Pesce di Babele e Porthos.


Babelfish (amorevolmente detto il pesce di Babele) e' il notoriamente bislacco traduttore by Altavista. Quelli di Porthos ne fanno avventatamente uso qui, ma sui numeri successivi l'hanno saggiamente abbandonato. Gli effetti comici delle demenziali traduzioni del caro pesce sono noti, basta vedere l'immagine quassu', che reca arcane formule tipo "scattare" la bandierina (letteralmente: click) -- raggiungendo l'apoteosi, nella traduzione di un pezzo, dove Stefano Chioccioli diventa Stefano Scrolls.

In morte di Edoardo Valentini/2

Segnalo questo notevole articolo di Antonio Attorre sul sito di Slow Food.

martedì, maggio 02, 2006

Jennifer Lopez ed il vino: "io c'entro".


Non so se leggete la Pravda.
L'edizione online reca una notiziola interessante: il governo della Georgia desidera ardentemente rilanciare l'immagine del vino georgiano assoldando stelle hollywoodiane come testimonial; offre mezzo milione di dollari a J-Lo, ma quella risponde picche: "La star, dal canto suo, ha rifiutato l'offerta stabilendo troppe condizioni al suo arrivo a Tbilisi e chiedendo un compenso ben superiore a quello propostole dal governo georgiano".

Conseguenze collaterali: se miss Lopez avesse prestato la sua immagine (diciamo) per il vino georgiano, probabilmente molti addetti ai lavori avrebbero alzato un sopracciglio (o tutti e due) e badato poco all'iniziativa. Invece la notizia del due di picche cosi' rifilato accende meglio i riflettori sul settore vinicolo georgiano, che "ha accusato un grave colpo in seguito alla decisione da parte del governo russo di proibirne l'importazione in Russia". Insomma, improvvisamente la vicenda rientra nell'assai piu' ampio e serio discorso sui rapporti tra Russia e repubbliche indipendenti. Tuttavia la Pravda tiene a dire che la politica c'entra poco, nel sabotaggio in corso, in quanto la decisione di vietare l'import in Russia si deve "a causa dell'inaccettabile livello di pesticidi contenuto nelle bottiglie esportate". Naturalmente i georgiani dicono il contrario: "il governo georgiano ha risposto affermando che si tratta di una campagna politica atta a destabilizzare l'economia della Georgia. [...] Il presidente georgiano Mihail Saakashvili, il quale ha definito la Georgia "la patria del vino", ha recentemente visitato la Cina e la Turchia allo scopo di trovare nuovi mercati vinicoli".
Chissa' come saranno contenti i cinesi.

lunedì, maggio 01, 2006

In morte di Edoardo Valentini.

Per quanto ti circondi di gadget high-tech, succede sempre qualcosa che ti riporta al 1986 (quando non c'era Internet) mentre sul tuo computer palmare c'e' chiaramente scritta la data del 2006. Si, lo connetti alla rete col gprs via bluetooth, e si apre la pagina di Google, si aprono i tuoi amati blog. Sei su una montagna, in Valtellina, a trascorrere il ponte del primo maggio ad un raduno di mamme che fanno bandiera della loro militanza nella Leche League quindi sei in vacanza ma pure ad una specie di festa-meeting-quel che e'. Fai a tempo a leggere questo post e vorresti scrivere pure tu una cosa, ma quando il palm apre la pagina di blogger, puff, Explorer va in crash. E rimandi tutto a quando tornerai a casa, dribblando le code del rientro.

Spesso, quando si scrive di qualcuno che non c'e' piu', si riesce a sfoggiare la passata conoscenza, rivelando aneddoti che raccontano la persona; sfortunatamente, io non ho mai conosciuto personalmente Edoardo Valentini; non c'e' nulla, che io possa dire, adatto ad aggiungere un dettaglio al ritratto della persona. Vendevo, e vendo, i suoi vini, senza averli mai comprati direttamente da lui, ma attraverso rivenditori e/o grossisti: e' il meglio che mi e' riuscito di fare, siccome volevo per me quei vini unici e suggestivi; ma con lui, mai nessuno contatto.

A parte una volta, in cui chiamai in cantina. Era la meta' degli anni novanta, ed in quel periodo avevo il piacere di passare le vacanze agostane sulla riviera adriatica, in Abruzzo; mi sembro' l'occasione ideale di associare il dilettevole al dilettevole, e chiamai per fissare un appuntamento in azienda, volendo acquistare il loro prodotto.
Non so con chi parlai; si limito' a dirmi che vino, per me, non ce n'era; era inutile che salissi fin lassu' in cantina, quindi; e concluse: se ne resti al mare, e' meglio per lei, quando avremo del prodotto disponibile la chiameremo.
Naturalmente, e' da allora che aspetto che mi chiamino; certo, avrei potuto (dovuto) riprovarci, ma preferii restare sospeso, in attesa di una specie di magia, Valentini che mi telefonava per dirmi: salve, lo vuoi il mio vino?

giovedì, aprile 27, 2006

Scopri la differenza.


Circa un annetto fa transitavo per la locale Coop, brandendo il mio amato smartphone; l'occhio mi cadeva su cio' che ritrae la foto numero uno: una bottiglia di Barbaresco 1998, Pio Cesare, incautamente ribattezzato Cesari sul cartellino prezzi. La bottiglia troneggiava in piedi, in una illuminatissima teca di vetro e metallo; era circa un anno fa, cliccare per credere.


Oggi, stessa Coop, stessa teca: ecco a voi la foto numero due, che vedete quassu'; non abbiamo prove che si tratti della stessa bottiglia, d'accordo, ma atteniamoci agli indizi: stessa annata, stesso prezzo (macche' aumenti!) e stesso refuso; per loro sempre Pio Cesari e', ma leggere l'etichetta, no?
Vogliamo fare qualche considerazione accessoria? E' appena il caso di far notare che la conservazione ideale di un rosso importante (ma pure di uno plebeo, dai) non e' in verticale, alla luce, in una specie di teca sottovetro che, se possibile, aumenta pure l'effetto serra da faretti. La vendemmia 1998, riferita al Barbaresco, e' alquanto risalente (considerate che si commercializza il 2003, ormai). Quindi il rosso che abbiamo qui baldanzosamente esposto (brava la mia Coop-sei-tu, diffondi con orgoglio la qualita') si avvia presumibilmente alla maturita'; domanda: comemai la Coop non propone annate piu' recenti? Risposta: sempre presumibilmente lorsignori si sono procurati delle partite di invenduto chissaddove, e opla', pure Coop puo' dire di vendere vino di qualita', tra un tavernello e un altro.
La differenza maggiore tra la foto numero uno e quella numero due e' data dal fatto che, vicino alla bottiglia di vendemmia '98, appare una bottiglia di '99. Urra'.
Ci rivediamo tra un anno.

mercoledì, aprile 26, 2006

An intelligent slice of vice.


Wine X Magazine ha una nuova pagina web, migliorata e assai piu' navigabile. Se vi piace la terminologia descrittiva irrituale riferita al vino, dovrebbe essere la vostra cup of tea; a me piace assai.
Un aspetto a caso, scelto tra mille: il loro sistema valutativo non si misura in bicchieri, grappoli, stelle o pianeti; usano l'ics-rating: XXX, triple X, per il vino che assicura il massimo godimento. Non male, come sistema di riferimenti.

domenica, aprile 23, 2006

Il peggior (wine) blog esistente.

[Premessa: ci risiamo, ci ricasco, in questo post parlo di blog. Un blog che parla di blog, bleah, lo so che questo rappresenta il Male in se', ma si trattava di un'emergenza, leggete e vedrete che e' cosi']

C'e' un blog che ultimamente leggo con piacere ed interesse: e' il peggior (wine) blog esistente. E' scritto da un giornalista brillante, i contenuti sono originali, interessanti, spesso assai condivisibili.
Tuttavia, c'e' un problema.

Per qualche insondabile ed incomprensibile motivo, la piattaforma usata dal blogger non sembra essere una vera piattaforma blog; si legge solo l'ultimo post, la restante produzione va cercata in archivio; l'archivio non si chiama cosi', peraltro; i permalink non sono indicati; ovviamente non ci sono feed RSS. La consultazione e' macchinosa al limite del masochismo: tanta sofferenza non si giustificherebbe in nessun modo, qui nel comodo mondo della realta' digitale, se il blog non fosse quello di Paolo Massobrio.

Prendete per esempio l'ottimo post che fustiga le cattive abitudini di certi bar, quando riciclano come stuzzichini gli avanzi di mezzogiorno all'ora dell'happy hour: e' un post da standing ovation. Ora, perche' il suo permalink l'ho dovuto scovare con tecniche di reverse engineering? Perche' non si possono visualizzare gli altri post, ma solo l'ultimo? Perche' il webmaster non ha voluto uniformarsi agli usi comuni? Misteri insondabili; nel frattempo, ci tocca soffrire.

venerdì, aprile 21, 2006

Vita da blogstar.


Moglie, al telefono: - che fai?
Io [finto modesto] - uh, stavo.. rispondendo ad un email, mi intervistano, eh, la pubblicano sul prossimo Bargiornale..
Moglie: - potresti fare la spesa stasera quando torni.
Io: - .. dice che intervista i blogger che scrivono di wine and food, sai, il mio blog..
Moglie: - segnati il latte, il caffe', poi serve la carta da cucina.
Io: - .. anche Antonio Tombolini ha letto un mio pezzo sul suo podcast, pensa..
Moglie: - manca pure la carta igienica. Ah, il pane!
Io: - .. si, be', d'accordo.. finisco l'intervista, eh..
Moglie: - che?
Io: - .. l'intervista sul blog, dicevo, la pubblicano su..
Moglie: - si, si, ciao. [clic]

Le famose masse.


Verrebbe da dire: ecco dove sono andati a finire tutti i miei clienti (data l'enoteca deserta). Secondo Adnkronos "saranno fra gli 8 ed i 10 milioni gli italiani che si muoveranno per il ponte del 25 aprile", che significa una cosa tipo un italiano su cinque, all'incirca.
La bella notizia viene subitamente controbilanciata da Coldiretti, che sul sito Agi ammonisce: "Sul mercato statunitense per la prima volta le esportazioni di vino australiano con una crescita record del 13,7 per cento sorpassano in valore quelle Made in Italy che pure aumentano a un tasso del 7,9 per cento". Uno non fa a tempo a rallegrarsi fischiettando "ma cos'e' questa crisi", che subito qualcuno arriva a rovinare la festa.

martedì, aprile 18, 2006

Del giornalismo, dei blog, dei commenti, e delle coincidenze.

Sulla contrapposizione giornalismo mainstream e blogsfera in molti si sono gia' intrattenuti, in modo a volte pure polemico, e quindi glisserei, per amore del buonismo; c'e' sempre questa interessante lettura di Massimo Mantellini per quanti desiderino approfondire.

Oggi leggo quanto scrive Filippo, che a sua volta commenta Radio Simplicissimus, che a sua volta rileva una certa non-copertura dell'evento Vinitaly da parte della eno-food-blogsfera (oddio, siamo gia' categoria, tra poco pure Association, portate pazienza). Dice Fil: "Vinitaly non è un'esperienza a misura di blogger e neppure a misura di uomo, che poi è lo stesso. Non la puoi assorbire totalmente, dominare, fare tua". E' un punto di vista abbastanza condivisibile; io aggiungerei: soprattutto se non ne hai voglia. E soprattutto se non rilevi abbastanza spunti da innescare il meccanismo della comunicazione-dal-basso che qualifica il blog. Tra i commenti Lizzy afferma, pero': "Di spunti per raccontare il Vinitaly anche quest'anno ce n'erano a bizzeffe. Il fatto che i vari blogger non siano stati capaci di parlarne mi rafforza nel sospetto che la maggior parte di loro non sono giornalisti...e che quindi in condizioni di lavoro più complicate o solo più impegnative facciano fatica a muoversi"
Che dire, pure questo e' vero. Conviene ribadire che chi fa bloggume e' molto lontano dai meccanismi dell'informazione tipici di certa stampa mainstream. Nessuno ci obbliga a dire alcunche', se non si trova uno spunto interessante; aggiungerei, poi: si sente il bisogno di ulteriori commenti su Vinitaly? E' l'eno-evento piu' coperto dalla stampa che ci sia; quasi quasi c'e' da sentirsi onorati, se si sente l'esigenza pure del nostro (passatemi il plurale) intervento.

E poi, ci sono le coincidenze. Proprio oggi leggo questo articolo su IlTempo.it, dove una giornalista scrive, con un certo sprezzo del pericolo: "Champagne al posto del vino. L’ultima sfida". Oh, caspita, ma e' una notizia? Pare di si, pare proprio che "le bollicine più attranenti (sic) rigorosamente francesi diventano bevanda raffinata e fresca da accompagnare tutto il pasto".
Non infierire e' un po' difficile: ma che notizia e' questa? Che lo Champagne sia vino da tutto pasto, e non da dessert, per dire, e' una cosa ripetuta ovunque tranne che allo Zecchino d'Oro. Proseguendo nell'articolo, tra un paio di refusi teribbili, come si dice a Roma, si legge pure "
seduzione esercitata da una coppa o flut (sic) di Champagne". Coppa? L'ultima volta che ho visto versare lo Champagne nelle coppe era il '74. Quanto alle flute, pure quelle sono aborrite.
Ribadisco, che informazione e' mai questa? Se devo giudicare spannometricamente, considerando che si parla di una iniziativa Moet sugli abbinamenti, direi che e' un redazionale, uno di quegli articoli che certa stampa e' tenuta quasi obbligatoriamente a redigere.
E' un tipo di obbligo che chi scrive in rete non credo conosca; ma come dicevo, e' solo una coincidenza.

domenica, aprile 16, 2006

Riassunto delle puntate precedenti.

L'amico dice: ma quando lo scrivi, il blog, e' una settimana che non scrivi niente.
Essenzialmente io scrivo quando sono ispirato, ho la tempra dell'artista, modestamente.
No, dai, seriamente: io scrivo in preda all'insonnia; mi capita d'esser sveglio nel cuore della notte, e creo. Come diceva mia nonna, le penso di notte e le dico di giorno. Questa settimana ho stranamente avuto sonni sereni, quindi la produzione creativa ne ha risentito. Nel frattempo ho incrociato svariate interessanti letture meritevoli di essere segnalate; faro' un riassunto delle puntate precedenti.

Delitto e castigo.
E cosi' Mr. Bonilli ha avuto la meglio su Mr. Levi; non sto a ricordarvi che e' successo, basta dire che Il boss del Gambero sul suo blog ha detto peste e corna della Grappa Levi (a mio modo di vedere, senza eccedere; ma son punti di vista) ed ha ottenuto una querela. Il giudice non ha accolto la richiesta. Che altro dire? Questa settimana, forse vi sara' sfuggito, noi comunistacci abbiamo vinto le elezioni; certa stampa straniera ha salutato la dipartita di Silvio dalle stanze del potere con un titolo cosi' formulato: "Fine della storia per il Padrino" per poi aggiungere nel catenaccio: "E il capo della mafia viene arrestato in Sicilia". Tutto chiaro? Hanno detto "Padrino", mica scherzi. Ora, mi pare evidente che esistono differenti livelli di liberta' di stampa, qui in giro: si puo' dare del capomafia ad un capo di stato, ma se dici che la Grappa Levi... no, vabbe', non lo ripeto. Insomma, per quello, si rischia.

Tanto rumore per nulla.
Franco Ziliani non ha bisogno di un esegeta, quando scrive, molto chiaramente: "fattori come la reperibilità dei vini e l’attenzione agli aspetti commerciali ... non vanno in alcun modo demonizzati e costituiscono un plus per il visitatore – appassionato". Eppure il suo post sulle rassegne di Villa Mattarana e Villa Favorita finisce per generare distinguo un po' verbosi (leggetevi tutto quando avete tempo) che ottengono di innescare il meccanismo perverso dell'excusatio non petita, accusatio manifesta. Mi spiace notare che l'accusa d'esser commerciali possa vagamente irritare; lo dico senza ironia, essendo io ben peggio di loro: io sono commerciale al cubo. E questo ci porta direttamente alla prossima puntata, che si intitola

La lettera scarlatta.
Quando discetto di vino con i locali amici di Arcigola Slow Food, c'e' sempre qualcuno che mi zittisce perche' io, alla fine, "sono un commerciale". Il concetto e' semplice: essendo io un ignobile individuo che col vino si arricchisce, il mio giudizio non puo' che essere, fatalmente, viziato. A questa osservazione non bisogna obiettare con dichiarazioni polemiche del tipo "e infatti voi di Arcigola siete tutti Francescani" -- questo e' gravemente scorretto, e' poco zen e non e' riequilibrante del kharma. Bisogna piuttosto accettare serenamente il fatto che noi commerciali abbiamo tatuata sulla pelle la lettera scarlatta simbolo dell'Infamia, a forma del logo dell'euro. In questo mondo di puri e di poeti del vino, noi laidamente passiamo all'incasso. Anzi, subdolamente frequentiamo luoghi come le rassegne di Vini Veri et similia col vile scopo di farne lucro: vi confesso che sto pure puntando quei komunistacci di Critical Wine; il problema e' che la mia Audi A8 si nota troppo nel loro parcheggio, in mezzo alle Trabant.

domenica, aprile 09, 2006

Due o tre cose, buttate li'.

Ah, bello tornare a casa. Quattro giorni abbastanza intensi, piacevoli, e qualche bella scoperta. Essere sistematici non e' facilissimo, e' sera tardi, la stanchezza eccetera. Tantovale procedere per punti, due o tre cose, buttate li'.

1. Ma che gli piglia ai siciliani? Possibile mai che un buon rosso di Sicilia mi costi piu' di un Docg piemontese? E' il secondo anno di fila che vedo prezzi preoccupanti in Sicilia, ed in generale al sud, mentre a nord vedo Barbaresco (dico Barbaresco, mica pizza e fichi) che costano meno di un qualche sconosciuto Nero d'Avola; mah. Per non dire di Chianti notevolissimi che rispetto al citato siciliano costano la meta'. Ari-mah.

2. Definitivamente, se avessi un euro per ogni volta che ho sentito formulare il termine "minerale" durante questi quattro giorni, non avrei bisogno di lavorare, mai piu'.

3. Scene di incomunicabilita' a Villa Favorita. Stand di vini alsaziani, con giovane produttrice alsaziana; come e' noto ai piu', l'Alsazia e' una regione europea passata dalla Germania alla Francia, dopo la Prima guerra mondiale; i paesi hanno nomi tedeschi, gli abitanti (ergo pure i produttori di vino) hanno nomi tedeschi, vinificano riesling e gewurtztraminer, ma sono francesi: difatti l'avvenente produttrice che ho davanti parla francese, e capisce pure il mio inglese (cosa encomiabile in se'). Arriva un tizio ad assaggiare, tedesco, che in tedesco si rivolge alla produttrice alsaziana; io non parlo tedesco ma lo capisco, mentre per ironia della sorte e della storia geopolitica l'alsaziana non lo parla ne' lo capisce; il tedesco parla solo tedesco, essendo coerente, ed in tedesco chiede all'alsaziana notizie su una certa vendemmia; l'alsaziana guarda prima lui poi me, con occhio implorante, tipo: "ma che dice, questo?" cosi' io in inglese spiego all'alsaziana che vuole il tedesco. Lei mi risponde in francese ed io rispiego il tutto, rigorosamente in italiano, al tedesco; e concludo: "hai capito?" E lui: "nein". A quel punto sento il bisogno di un'aspirina.

4. In mezzo alle altre vicende, sono andato qui. Naturalmente c'era lui e pure lui, nonche' lei; ho conosciuto anche lei. Piu' tantissimi altri che non so dire. Come direbbe lui, son cose. A proposito, tu c'eri?

venerdì, aprile 07, 2006

Flash da Verona.

La notizia peggiore, in assoluto, e' il taglio di bilancio che le aziende hanno apportato, tutte, alla voce standiste. Quasi parimerito in ordine di gravita', il Gprs di Vodafone ha latitato per quasi due giorni, sul mio albergo. Altrove, funzionava: una versione digital della nuvola di Fantozzi.

Per le cose serie (ce ne sono, pure, fortunatamente) prossimamente ci si aggiorna.

mercoledì, aprile 05, 2006

In viaggio con Flickr.

Da domani, Vinitaly.
Come al solito, peggio del solito mi divertiro' a caricare foto sul mio account di Flickr, che per l'occasione fungera' da photo-wine-blog in tempo reale: meraviglie degli smartphone e del gprs. Uno dei miei guru preferiti dice che Flickr sucks, e questo un po' mi spezza il cuore; in effetti, la lentezza e' il vero problema di questa applicazione che, tuttavia, mi ostino ad amare.

domenica, aprile 02, 2006

Che succede alle griffe?


Nel giro di pochi giorni mi capita di bere un paio di griffe: Guado al Tasso '99 di Antinori e Cremes 2004 di Gaja. Non sono etichette che vendo, e infatti le ho testate in due diversi wine-bar della mia citta'. Succede infatti che quando l'enotecaro esce la sera in compagnia di un vecchio amico, si infili in un'enoteca-con-mescita ad assaggiare e ciarlare di vino (e successivamente del senso della vita) per deformazione professionale e curiosita' enoica, e pure perche' gli piace, via.

Comunque, di due assaggi diversi, resta una sola impressione, alquanto coincidente: che succede alle griffe? Perche' si bevono vini che non sono, a mio avviso, all'altezza della loro fama? Il Guado '99 esibisce un naso sottile, con piacevoli riconoscimenti di tostato, di polvere di caffe', e nuance di legno, ma tutto all'insegna di una esilita' che sconfina nell'inconsistenza; bocca coerente, certamente all'insegna della piacevolezza ma senza lunghezza, senza trama, senza possanza: il confine tra elegante e sfuggente e' labile, a volte. Sia chiaro, parlo di un rosso qualitativo, un vino che si situa su punteggi tipo 82-85/100; ma non all'altezza del suo blasone, non all'altezza delle aspettative (sull'etichetta la Doc Bolgheri Superiore mi farebbe sperare in altra performance) ed infine non all'altezza del prezzo (80 euri).

Con il Cremes di Gaja le aspettative erano, onestamente, inferiori. Vero e' che assaggiare con i preconcetti di una aspettativa e' la via piu' breve alla delusione, e del resto ricordavo il Cremes di Gaja come un vino cadetto rispetto alle produzioni aziendali. Il nome, (cremes, cremisi) si riferisce al colore tipico dei Dolcetto, e difatti Cremes e' un dolcetto senza recare alcun avviso in etichetta, se non l'immaginifico nome scelto dall'azienda, come ormai e' d'uso per molti vini di Gaja. Quando bevo Gaja, mi aspetto i fuochi artificiali; come detto, l'errore sta nelle troppe aspettative, visto che Cremes ha si, un bel naso floreale e fitto; ha si, una bocca piaciona ed equilibrata; tuttavia, e' molto lontano dall'essere un dolcetto indimenticabile; anzi, mentre lo bevevo, il pensiero correva a molti (troppi?) dolcetto assai piu' indimenticabili prodotti da illustri sconosciuti, assaggiati ultimamente. Data la griffe, dato il prezzo, la delusione e' spiazzante: per Gaja, come per Antinori.

sabato, aprile 01, 2006

Oggi, primo aprile.

Finalmente e' pienamente operativo il portale Italia.it.

[Aggiornamento delle 23.25]
Finalmente pure Google pensa ai cuori solitari, con Google Romance.

venerdì, marzo 31, 2006

L'angolo dell'umorismo.

[Premessa - era un po' che non facevo premesse ai post, che quasiquasi ne sentivo la mancanza. Comunque, premessa: si avvicinano le elezioni e andiamo un po' OT. Ma siccome ultimamente ci son lette robe serissime, querele e cose cosi', partiamo in modalita' light.]

Si potrebbe mettere in questi termini: e' un emulo di Cangini Palmiro o un vero politico? Indovina.
[Clicca sul pulsante play per vedere il filmato. Via Macchianera]

giovedì, marzo 30, 2006

Chips in Francia: The Beginning of the End?


Vinography riprende la notizia di Businessweek.com, secondo cui in Francia si avviano ad autorizzare pratiche enologiche normalmente tipiche di aree extraeuropee, come l'uso di chips (trucioli) di legno immessi in infusione nel vino; come e' noto agli addetti, questi sistemi servono a dare la "sensazione di legno" ai vini, senza utilizzare le botti, cioe' servono, in sostanza, a risparmiare tempo e denaro, con effetti spesso deprimenti.
Come scrive Alder, "le reazioni vanno dall'approvazione allo sdegno" e, ironicamente, titola il suo post: "e' l'inizio della fine?"

mercoledì, marzo 29, 2006

Censurami questo/2.


Qualche considerazione accessoria alla vicenda della querela Levi vs. Bonilli. Non e' certo la prima volta che càpita nella blogsfera italiana, ma e' probabilmente la prima volta che càpita ai foodblog.

Non ho mai pensato che definire la grappa di Levi "alcol metilico" significhi dire che e' velenosa. Nel post incriminato, per ora ancora visualizzabile sulla cache di google, si legge: "bere un sorso della grappa di Romano Levi vuol dire bere un sorso di alcol metilico"; significa solo che la distillazione e' mal fatta, che la percentuale di metilico e' troppo pungente.

Dalla distilleria, via email, a suo tempo si sono affannati a scrivermi (testualmente) quanto segue: "La nostra grappa non contiene zuccheri aggiunti di nessun genere e l’alcool metilico è inferiore a tutti i distillati esistenti, la differenzia tra altri prodotti e che molta gente ha perso il palato di come può essere un buon distillato (sempre secco) e tante case che vendono grappe approfittano con l’aggiunta di zuccheri per coprire i difetti che potrebbero avere inizialmente e per renderlo bevibile anche ai profani senza problemi".

Ebbene, il punto non e' questo.
Il punto e' che la vostra grappa e' sgradevole al gusto. Il punto e' che dirlo e' leggittimo: la percentuale di metilico nella vostra grappa, lo giuro, e' inferiore ai limiti di legge; eppure il sapore e' pungente e sgraziato.
Il punto e' che potevate precisare quel che vi pareva sul blog di Bonilli e avete preferito querelare, con provvedimento d'urgenza. Il punto e' che quel che si dice circa la distilleria Levi, tra gli addetti ai lavori, e' solo un millesimo di quello che ha detto Bonilli: nemmeno ve lo immaginate. Il punto e' che pochi giorni prima Linea Verde di Raiuno era a casa di Levi a fare la solita informazione generalista (cioe' a dire, non informava) mentre Bonilli, ahilui, ha fatto informazione. Il punto e' che potevate postare un commento sul blog di Bonilli, guadagnandovi l'ammirazione (e magari la comprensione) di infiniti addetti ai lavori che leggono Bonilli, ed invece con una sola mossa sbagliata ve li siete giocati tutti.

Il punto e' che la rete non e' per voi. Ma infierire e' troppo.

martedì, marzo 28, 2006

lunedì, marzo 27, 2006

Pare, dico, pare...


Pare - dico - pare, che Mandino Cane non abbia ceduto le vigne ad Altavia (tanto per non far nomi). Tràttasi di voci di corridoio, ma attendibili. Per la cronaca, si parla di Rossese di Dolceacqua.

sabato, marzo 25, 2006

Te la do io la quota rosa.

Camillo Langone s'e' stancato di sentir parlare di donne del vino: bevono (producono) tutte robe marmellatose e moderniste, sul genere merlot barrique: "Che barba le donne del vino. La retorica del vigneto rosa si è fatta insopportabile da quando risulta evidente, statistiche alla mano, che il conformismo enologico è femmina. Stappate una bottiglia di donna del vino e 9 volte su 10 berrete Cabernet o Merlot, 99 volte su 100 annuserete sentori di legno, mille volte su mille vivrete un'esperienza insignificante.
Dispiace dirlo, ma dietro le emozioni forti dell'Italia vinosa (i vitigni minori, i vini veri, i vini estremi, l'acciaio, il piede franco…) c'è sempre un uomo, un solido vignaiolo che non si lascia incantare dagli enologi alla moda come spesso accade alle colleghe femmine". Amen, con buona pace delle quote rosa.

Comunque. Tanto per restare in topic rosa, Panorama prosegue con la notizia piu' arcaica in tema di gossip enoico degli ultimi sei mesi, la vicenda della pornostar che fa vino. Della cosa ne parlava, per dire, Franco Ziliani a gennaio, qui. Da mesi il Forum del Gambero inanella thread assolutamente boccacceschi a commento della cosa, con irripetibili giochi di parole sugli effetti erettivi di questo vino (uno su tutti, l'enologo si chiama Cipresso, immaginatevi i frizzi e i lazzi). Ora, siccome Panorama arriva tardi senza aggiungere nulla di nuovo, io arriverei tardi aggiungendo qualcosa di utile: il sito ufficiale della tipa (savannahardcore.com) e' stato allegramente craccato. La login e la password circolano in rete. Se serve, basta chiedere.

venerdì, marzo 24, 2006

Al QG di Pepe si lavora.


Al quarter generale di Peperosso fervono i lavori, come si vede. Purche' non facciano come col portale Italia.it.

giovedì, marzo 23, 2006

A proposito di marketing.


"Ass Vertising is based on a simple philosophy: if you want to be seen, go where people are already looking."
Magari i creativi trovano qualche spunto, per la prossima campagna Tavernello.
[Via Mantellini]

mercoledì, marzo 22, 2006

Reverse engineering, Brunello di Montalcino, e tracciabilità.


Il reverse engineering, o ingegneria inversa, e' la pratica secondo la quale, dato un meccanismo, io lo smonto, capisco come funziona e lo riproduco a mio piacere. Tanto per darvi un esempio scenografico, il governo americano, quando si e' ritrovato tra le mani un velivolo alieno a Roswell, l'ha smontato e ne ha riutilizzato la tecnologia che e' riuscito a comprendere per svariati scopi; quando usate ordigni tipo forno a microonde o navigatori satellitari, e' probabile che stiate usando tecnologia aliena.

Se vi siete ripresi dallo shock per quanto appena appreso, sarete altrettanto sorpresi di sapere che l'ingegneria inversa si applica validamente pure alla tracciabilita' del Brunello di Montalcino, attraverso il loro sito. La notizia la leggo, oggi, sulla copia (cartacea, ahime') de Il Mio Vino Professional (leggasi profééscional). Siccome non ne trovo copia online, mi tocca (di nuovo) fare il duro lavoro dell'amanuense digitale, quindi vi ricopio: "Povero Brunello - Questa tracciabilita' aiuta i falsari, non i consumatori". L'articolo dimostra infatti come, attraverso un semplice giochetto da reverse engineering informatico, si possono produrre falsi, rivelando che "proprio grazie alla pubblicazione online dei numeri di serie delle fascette, sara' possibile produrre bottiglie perfettamente clonate alle quali il sito fornira' un beffardo attestato di autenticita'. Il meccanismo e' di una semplicita' sconfortante: le fascette di garanzia del consorzio sono identificate da tre lettere, che indicano la serie, seguito da un numero progressivo di otto cifre. Partendo da un'unica bottiglia noi stessi siamo stati in grado di identificare i blocchi di numeri assegnati a diversi imbottigliatori di Brunello: basta andare per tentativi sostituendo qualche cifra".

Naturalmente, ci ho provato subito. Armato di un Brunello La Fuga '99, inserisco i dati sulla fascetta AAF 00649521, nel form, ed ottengo correttamente la traccia dell'azienda che lo imbottiglia. Basta cambiare due cifre a caso, immettendo 77 al posto di 95, ed ho i dati relativi ad uno (sconosciuto) Camigliano Srl imbottigliatore. Opps.

domenica, marzo 19, 2006

Parlar bene del Vinitaly.


Quando assaggi un vino, ci sono elementi esterni che ti possono suggestionare e condizionare il giudizio. Se assaggi in vacanza, nella cornice di un paesaggio particolarmente ameno, finisci per caricare di queste favorevoli influenze il tuo giudizio. Parlando del Vinitaly mi accade quasi la stessa cosa: amo la Fiera, non solo perchè nel mio ambito lavorativo mi consente di sviluppare infiniti contatti in pochi giorni, ma pure perchè ritrovo aspetti probabilmente secondari, e probabilmente personali, che alla fine mi fanno dimenticare ogni scomodità e strazio organizzativo. Uno su tutti, mi piace l'aria da grande mercato di paese che si respira. Questo probabilmente perchè molta parte di chi espone appartiene, comunque, ad un certo mondo contadino che si sta estinguendo (evolvendo, diciamo) e che mi ricorda l'infanzia; alla Fiera ritorno un po' alle radici, e le suggestioni dettate dai ricordi di mio padre che trattava con i contadini (fornitori, si deve dire oggi) ha un peso non piccolo: stringere quelle mani e guardarsi negli occhi parlando di vendemmie e lavori in cantina fa scordare ogni ressa o coda. Le contraddizioni tipiche di questa kermesse, per le quali a fianco dello stand del piccolo produttore trovi il megastand del luccicante distributore very terziario-avanzato, con musica e cubiste, finiscono per confermare il colore da mercatone strapaesano extralarge, rivisto secondo i canoni del nuovo millennio: è la fiera del paese, anno duemilasei.

[Questo post originariamente era destinato a Il Rosso e il Nero di Peperosso, la rubrica che condivido con Franco Ziliani. In attesa che si compia la cerimonia del cambio della guardia, facco mille auguri a Massimo, per i suoi nuovi, stellari incarichi che - pare - si profilano]

lunedì, marzo 13, 2006

Questo vino e' un pacco.


[Solita premessa. Vado a scrivere una cosa in pieno conflitto di interessi: io detesto la cosiddetta Gdo (Grande Distribuzione Organizzata, vulgo supermercati) e per giunta sono un bottegaio. Tuttavia evitate di contraddirmi altrimenti mi alzo e me ne vado, mugugnando "lei e' violenta-si vergogni"]

Il vino che vedete ritratto nell'incerta foto del mio tremolante smartphone alloggia nella mia dispensa, ed e' un emerito pacco; "pacco" e' termine che, nel vernacolo locale, identifica la fregatura, la sòla, insomma, il raggiro.

Qualche giorno fa l'ho visto sullo scaffale della locale Coop (che sei tu, notoriamente) e mi son ricordato della sua brillante storia. Citiamo (nientemeno che) Carlo Petrini da La Stampa: "Smuovere le acque stagnanti di un mercato asfittico pare esigenza molto sentita tra i vignaioli e c'è chi, meritoriamente, sta provando a immaginare soluzioni innovative per aprirsi a nuove realtà. In quel di Dogliani, un piccolo gruppo di produttori riunito da Nicoletta Bocca di San Fereolo, produttrice in località Valdibà, si è posto il problema di come far approdare le proprie bottiglie alla grande distribuzione. Per i piccoli produttori, il tramite naturale con l'acquirente finale è sempre stato quello di enoteche e ristoranti dato che i numeri di una singola cantina dalle dimensioni ridotte mai potrebbero soddisfare le esigenze di una grossa catena di vendita. Eppure migliaia di persone attraversano ogni giorno le porte dei centri commerciali e parrebbe quasi un non senso non guardare con interesse a questa opportunità.
È nata così l'idea di unire le forze, associarsi in cooperativa e offrire, nelle adeguate quantità, un vino adatto a un mercato, al momento, inesplorato. Anna Maria Abbona, Pecchenino, Poderi Einaudi, San Fereolo e San Romano hanno scelto di conferire una percentuale del proprio vino a una cooperativa costituita per l'occasione attraverso la quale, insieme, provvedono a imbottigliamento e commercializzazione".

Fine della citazione. Cosi', memore di tali premesse, ma soprattutto conoscendo e stimando almeno tre dei cinque componenti questo curioso blend (Pecchenino, Einaudi e Abbona), mi sono fidato e ne ho comprato una bottiglia, curioso di testarlo; non senza gettare nello sgomento i miei familiari che normalmente non mi vedono acquistare vino al supermercato.
Eppero', mi fidavo, come ho detto. I produttori che stanno dietro a questo progetto, quality for the masses, direbbero gli americani, sono gente che ha sempre lavorato su livelli alti. Ci stava pure che, per quasi sei euri (tanto costa la bottiglia) costoro mi fornissero una bella prova.
E invece, tràttasi di pacco.
I profumi di viola, che tipicamente sono caratteristici e caratteriali dei dolcetto significativi, qui latitano. In bocca una vena acida-amara, e niente piu'; zero frutta, scomposto e corto, e' l'archetipo del pacco, una roba da 65/100, a voler essere generosi. Delusione inferiore solo alla rabbia, perche' quello che e' evidente, per me, ora, e' che la banda dei cinque non si e' limitata a non mantenere le premesse; questi si sono messi alla testa dell'ennesimo inqualificabile pacco da supermercati; e' un po' come se i produttori dicessero allo sprovveduto cliente Coop: hai presente i Pecchenino, gli Abbona, quelli che si aggiudicano i Tre Bicchieri per i loro spettacolari dolcettoni? Ora pure tu puoi averli: dammi sei euri, ed e' fatta, pure tu entra nel mondo dei fighetti che bevono roba seria. Sfortunatamente, quanto sopra non corrisponde al vero, resta la netta impressione che si tratti di una operazioncina di basso livello per mettere all'incasso la credibilita' maturata dalle cinque griffe.

Il mestiere dell'enotecaro e', tra l'altro, parlare di vino con la clientela; prendo atto che quando ho parlato di questi produttori, ho (pure io) posto le premesse affinche' la banda dei cinque creasse il vino-pacco con qualche credibilita'; aggiungerei che pure i media che hanno annunciato il miracolo non sono senza colpe (dico, ma l'hanno assaggiato? Vabbe') -- e la comica finale e' che io stesso sono vittima del cortocircuito.

venerdì, marzo 10, 2006

Sex and the City. And the wine, and the expert.


[Premessa. Questo post probabilmente e' altamente illegale, giacche' riporta paro-paro una pagina quasi intera di Donna Moderna; come e' forse noto, cio' e' considerato illecito. Ma siccome amo il rischio ed ho una propensione per il crimine, lo faro' lo stesso. Portatemi le arance in carcere. Oltretutto, non e' copia&incollato, e' proprio ridigitato, una faticaccia; il grassetto e' mio].

Lettera di una lettrice, Erica: "Mi hanno regalato una dozzina di quei bicchieroni che sembrano bicchieri da cognac (ma con lo stelo lungo) che, mi dicono, sono i bicchieri di vino di moda adesso. E' vero? Come si mettono in tavola?"

Risposta della redattrice, Maria Giulia Minetti, giornalista ed esperta di galateo: "E' vero, sono di moda. Non mi garbano troppo, ma nascono con qualche buona ragione. Arrivano dall'America, dove hanno scoperto da poco le delizie del vino, e lo servono in bicchieri alti e panciuti, simili a quelli dei sommelier, perche' il vino, in questo modo, si gusta anche con l'olfatto e la vista, ficcando il naso nel bicchiere prima di berlo, ammirandolo in controluce (i personaggi di Sex and the City, che bevono vino per dimostrare quanto sono sofisticati, lo bevono tutti cosi'). Pero', tanto sproporzionati, meno eleganti di quelli normali, costringono a invertire l'ordine della disposizione a tavola: prima il bicchierone da vino, poi quello da acqua (piccolo, in confronto: ne compri un set fantasia, senza stelo, da affiancare a quelli che le hanno regalato). Li usi solo quando desidera fare assaggiare un vino di gran classe, da gustare in pompa magna. Per mettersi al corrente, e divertirsi, si prenda il dvd di Sideways (2004) dell'americano Alexander Payne, piccolo-grande film sull'amore per il vino. E non solo".

martedì, marzo 07, 2006

Day off.


"Posso accontentare solo una persona al giorno. Oggi non è il tuo. Nemmeno domani sembra che vada bene".
Suggerimento per spiritosi wine-bar con lavagnetta.
[Via Flickr]

Ripensandoci, non fa così male.

Se ricordate l'annosa vicenda dell'Itx, il colorante sui tetrapack dalle dubbie [eufemismo] qualità alimentari, potreste essere sollevati dalla notizia che si legge, tra l'altro, in questo comunicato stampa del Movimento Consumatori: "Lo scorso 16 febbraio, l’Autorità Europea per la Sicurezza Alimentare ha pubblicato un nuovo comunicato sull’ITX (Domande e risposte sull’ITX) in cui, tra le altre cose, si dichiara che nessuno studio verrà condotto dall’AESA sulla tossicità dell’ormai nota sostanza chimica ritrovata lo scorso autunno in alimenti confezionati in Tetrapak" . Insomma, hanno deciso che forse non fa così male.
Il Movimento Consumatori chiede, comunque, che "l’AESA ritorni sulla sua decisione e si impegni a fornire dati certi e completi sul rischio legato all’ITX".

domenica, marzo 05, 2006

Avvisate la Stradale.


"I russi resistono meglio all'alcol", si legge qui. "Lo afferma la professoressa Svetalana Borinskaia, del Laboratorio d'analisi del Genoma presso l'Istituto di Genetica Generale" -- e io che pensavo fosse solo una leggenda metropolitana. Bisogna ritarare gli etilometri.