mercoledì, agosto 30, 2006

Ma costoro, chi sono?


L'allegra famiglia che vedete quassu' ritratta vi sorride dal sito turistiprotagonisti.it; di cui gia' parlai, d'accordo. Il fatto e' che il sito e' largamente reclamizzato su vari media, e cosi' ho avuto il tempo di guardarmela, e riguardarmela, la fotina.

Ma chi sono costoro? Dovrebbero rappresentare una famiglia media, secondo turistiprotagonisti.it, quindi secondo certo establishment, visto che il sito e' semi-para-governativo.
Vediamoli un po' da vicino; dovrebbero essere una coppia, presumibilmente marito e moglie (PACS, vade retro); i bimbi, quindi, la loro prole; l'eta' dei due non e' indefinibile: diciamo sui trenta? Ecco, qui cominciano i (miei) problemi.

Questi due, sui trent'anni, hanno due bimbi dell'eta', almeno, di cinque-sei anni. Hanno figliato quando erano freschi di laurea, e di lavoro, immagino; oh caspita, ma chi ha tanta fortuna, oggi? Chi e' che, appena laureato, riesce nel giro di poco tempo a metter su casa, sposarsi, e generare non uno ma due bimbi? Ma quanto guadagnano, 'sti due? Comincio a non capire, e faccio delle ipotesi.
Diciamo che i due sono, che so, figli di papa': lui e' architetto con genitori con studio avviato (quindi il tipo ha il lavoro assicurato) e lei e' magari laureata in legge, ma (poniamo) lo zio e' notaio, con tutto quel che segue e col censo che ne consegue.
Pero', pero', non sembrano proprio borghesi agiati, l'auto che hanno e' una piccola monovolume, sul genere Fiat Idea; no, sbagliato, troppo understatement, due cosi' dovrebbero esibire un Suv. Allora sono tutti e due impiegati pubblici (che fortuna!) ma pure con ruolo dirigenziale, siccome ci sono i due bambini eccetera (tocca ripetermi) -- per non dire che torna il busillis di prima, papi e mami si sono laureati e hanno vinto subito il concorso e si sono subito accasati. Oppure no, sono diplomati e hanno comiciato subito a lavorare, a diciott'anni... nah, ma dove, nel mondo dei sogni. Piu' vado avanti, piu' mi ritrovo tra le mani le tessere di un puzzle incomponibile.

Il fatto e' che il mondo non va cosi': giovani coppie con due bambini, che passano le ferie all'estero, sono alquanto rare; oggi ti sposi dopo i trenta, mettere insieme lavoro, casa e figli (due!) e' un'impresa. E allora, di nuovo: chi sono costoro? Sara' mai che esistono solo nella fantasia di chi ci governa?

venerdì, agosto 25, 2006

Brutti blogger diffidenti che non siete altro

"In occasione dell’imminente vendemmia invitiamo sin d’ora anche i suoi diffidenti blogger"; ecco il passaggio piu' sorprendente ad opera del dir gen, grand uff etc etc di Caviro nella verbosa missiva qui leggibile, indirizzata a Franco Ziliani. Reo di aver scritto, tra l'altro, che il brik non sembra gran che quel perfetto contenitore per vino, come magnificato nello spot del Tavernello. Quindi, il Franco Tiratore dispone di suoi blogger (ne ha la proprieta', o si limita a detenerli? Mah) e per giunta sono diffidenti: proprio non si vogliono convincere che Tavernello e' buono, questi brutti zucconi.

Ogni volta che parlo di vino in brik mi pento immediatamente, e mi riprometto di non farlo piu'. Che senso ha discuterne, qui? Loro non si rivolgono a noi (enosnobboni) e noi non siamo interessati a loro. Tantovale continuare a ignorarsi. Certo, da qui a convincerci che lo spot e' bello (l'ha detto pure il Gran Giurì) e che il brik sia questa gran cosa, ce ne passa. Ah, brutti blogger diffidenti che non siete altro.

mercoledì, agosto 23, 2006

Addio (arrivederci) Tocai

E' ufficiale, da oggi non possiamo piu' chiamare il Tocai col suo nome: viene rinominato Friulano. La cosa si liquidera' cosi', essenzialmente:

Cliente: "cos'e' 'sto Friulano?"
Enotecaro: "e' il Tocai"
Cliente: "ah, bene, mi dia un Tocai".

Del resto, legioni di enofili non hanno mai smesso di chiamare il metodo classico "champenoise". Non ditelo ai francesi (e neppure agli ungheresi) ma certe cose non si cambiano tanto facilmente.

martedì, agosto 22, 2006

Accorri numeroso


WBA allinea le sue falangi armate di tastiera per il Blog Cafe' di Squisito, il 23 e 24 settembre prossimi venturi: si parla di food, wine, e soprattutto di blog. Infatti la rassegna ha pure il suo blog; e siccome non ci facciamo mancare niente, abbiamo financo il concorso.

domenica, agosto 20, 2006

Tornare a casa - ovvero una rece

Traghetto a Portoferraio alle 14,30, quanto basta per fare due passi per la citta' vecchia in attesa dell'imbarco; e notare un'osteria quasi alla fine del molo, non lontano dalla fortezza medicea e dal comodo parcheggio attiguo. Ora di pranzo, proviamo, perche' no.

La prima cosa che noti e' il nome, Osteria Libertaria, che come spesso accade attiva strane sinapsi concatenate cosi': libertari, siamo in Toscana, gli anarchici, Veronelli. L'osteria ha due tavolacci con panche sul marciapiede, stretto, davanti al porto; ma pure un fresco patio aperto sui vicoli del retro, e ha un mood non posticcio da osteria vera, sui tavolacci davanti al porto l'oste ha sistemato dei fiaschi e alcuni bicchieri, i classici bicchieri da osteria tozzi e bassi che oggi vanno solo per l'acqua ma che hanno servito milioni di ettolitri di vino in un tempo oscuro nel quale parole come calice e stelo erano arcane.
Ti accomodi nel retro, con la famigliola. Vista sui vicoli della citta' vecchia, tavolo traballante sul selciato arcaico di Portoferraio; mise en place spartana e perfetta, il tovagliolo di carta blu e' chiuso da un anello metallico verniciato di bianco, sbeccato; dello stesso materiale il cestino del pane; come detto, aria di osteria senza finzioni. Il patron e' cordialissimo, e se sei col figlio quattrenne e chiedi penne al pomodoro per il bimbo, non comprese nel menu (un foglio A4 scritto a mano) l'oste immediatamente esegue felice, come se gli avessi chiesto un bicchier d'acqua. Il test delle penne-al-pomodoro ad uso figlio l'ho fatto spesso, in molti ristoranti; dalla risposta del boss ne consegue parte del mio giudizio.
Tu ordini frittura di paranza, la moglie zuppetta di pesce; il pesce e', manco a dirlo, fresco, davanti all'osteria sono attraccate, tra un megayacht e l'altro, le barche dei pescatori, che immagini validi fornitori.
Dato il contesto, il vino e' nella brocca da mezzo litro, un bianco che l'oste ti annuncia particolarmente ben fatto; e non racconta storie, e' un bianco sapido, armonico. Con la caraffa arrivano due calici, che quasi ti spiace, e vorresti berlo nei bicchieracci.

I piatti sono, tutti, ben eseguiti e ampiamente soddisfacenti; a partire dalle penne: pomodoro delicato, senza punte acide, cottura al dente; e' vero che uno chef si misura sulle preparazioni semplici? Se e' vero, il tipo ai fornelli mostra un bel mestiere. La frittura e' varia, leggiadra, diresti "ideale". La zuppetta della moglie e' succulenta, abbondante, golosa. Pure troppo: il piatto successivo, che l'insaziabile moglie ordina, viene solo assaggiato (tonno in crosta con sesamo e pistacchi, una botta di creativita' dell'oste).
L'osteria, unico neo, non serve caffe'; ma quando ti alzi e continui la passeggiata tra i vicoli per tornare all'auto, incontri millanta (citazione veronelliana) caffe' aperti.
Sei felice; pranzo perfetto, location perfetta, nemmeno senti il peso delle vacanze che vanno a finire. Che ti viene voglia di consigliare il posto agli amici. Per quattro piatti e un contorno, mezzo litro di bianco, acqua, hai speso euro 55.

Osteria Libertaria - Cal. Matteotti, 12
57037 Portoferraio
Tel. 0565.914978

martedì, agosto 15, 2006

Cavit, sei il massimo


Tranquilli, non ho preso un colpo di sole.
Tutta colpa del solito Alder, che in questo post elenca i top ten tra i vini ordinati nei ristoranti USA. ( Qualcuno s'e' preso la briga di tenere il conto).

Bene, una bella sorpresa, il terzo classificato e' il Pinot Grigio di Cavit. Niente Gaja, niente Barolo boys, l'eccellenza italiana e' rappresentata da Cavit.
Considerazioni: naturalmente non c'e' di che stupirsi, semmai si sorride; rassegniamoci, i consumi non sono fatti da (noi?) enosnobboni, ma dalle masse che guardano al portafogli. Cosi', conseguentemente, tutti i dibattitoni tra innovatori e tradizionalisti, barrique si o no, trucioli e osmosi inversa e via degenerando, non sembrano essere gran che centrali, ma molto periferici, se consideriamo il nostro giulivo mondo dal lato del fatturato.
Sara' un caso, son ripartiti gli spot del tavernello.

sabato, agosto 12, 2006

Bel Panorama

Panorama di questa settimana, lettera pubblicata: "invece di continuare a parlare di quella minoranza di italiani che parte per le vacanze nei posti di sogno del pianeta dando l'impressione che tutti nuotino in un mare di benessere, perche' non occuparsi della maggioranza che trascorre le vacanze nelle case in affitto, intenta a cercar di risolvere i problemi sempre incombenti?"

Stesso Panorama, pagina 203. "Il Byblos Hotel di Saint-Tropez offre una collezione di 40 bottiglie (del '95, a 14.500 euro l'una) di Dom Perignon in una custodia d'oro bianco col simbolo della maison impreziosito da smeraldi".

Insomma: decidetevi.

giovedì, agosto 10, 2006

Cattivi pensieri (oppure comunicazione di servizio)

In vacanza, sto usando la connessione gprs che passa il convento di Vodafone; per chi non lo sapesse, e' come navigare a 28.8 (ricordate il 1995?). Tuttavia scarico posta con allegati grotteschi, di grottesche dimensioni (parlo di kb). Ora, sia chiaro fin da ora: prima o poi tornero' alla civilta'. Prima o poi, tornero' alle mie Adsl.
Sara' allora che mettero' a punto la mia vendetta.
I mittenti di quelle demenziali mail saranno vittima del mio mail bombing. Preparero' con gioia diversi giga di allegati, per annichilire le loro mailbox.

lunedì, agosto 07, 2006

Il mondo capovolto

Come si procura il vino un enotecaro in ferie? Va in enoteca, che domande. E' un mondo capovolto.
Pure io, in lieta vacanza nella solita Marina Di Campo, Isola d'Elba, entro in enoteca desideroso di acquistare un rosso da abbinare agli spiedini di maiale (niente pesce, neppure qui, sono un mangiatore di carni rosse dodici mesi l'anno. Se qualcuno ha qualcosa da ridire, vi ricordo che Hitler era vegetariano). Insomma, ogni tanto esco dal personaggio e smetto di fare l'enotecaro per diventare cliente di enoteca; mettersi negli altrui panni e' sempre utile ed istruttivo, e quest'oggi interpreto il cliente di enoteca.
L'enoteca che addocchio in paese passando in bici durante la spesa del mattino ha una scritta bella grossa, "bibite fredde", ma si capisce che spaccia pure altro. Tra i cartelli urlati o urlacchiati fuori dal negozio (miele, vero limoncino dell'Elba, acqua fredda, Tignanello) si capisce pure che vende vini locali. Ed io, da perfetto cliente-medio-di-enoteca, voglio esattamente quello, un vino locale.
Entro. Dentro c'e' un piacevole gelo da aria condizionata, il locale e' piccolo e tipicamente tappezzato di bottiglie; due clienti stanno uscendo e il patron e' tutto per me. Un signore di mezza eta', simpatico gioviale e comunicativo come la caricatura di un enotecaro toscano.
Mi calo completamente nel personaggio del cliente: "vorrei un rosso, non troppo costoso, ma locale, elbano, da abbinare a carni rosse alla griglia". L'enotecaro mi conduce subito tra due-tre etichette che corrispondono alla mia richiesta, ma mi ricorda che per cifre pure piu' basse potrei bere rossi toscani piu' interessanti... no, grazie, dico io, voglio un rosso elbano. La scelta si ferma sull'Elba Rosso 2004 di Aquabona, euri 8 virgola 50. L'enotecaro si dimostra simpatico e chiacchierone, mi fa notare lo stoccaggio a temperatura ideale, le luci basse per evitare sofferenze alle bottiglie esposte (effettivamente c'e' una penombra molto rilassante) -- insomma, sono convinto.

Rimando alla prossima puntata la rece del rosso. Per intanto, ecco le coordinate della consigliabile enoteca:
Bottiglieria da Gianni (dal 1975)
Specialita' dell'Elba - Vino - Miele - Grappa - Limoncino
Via per Portoferraio 11, Marina di Campo (LI)
Tel. 0565-976.218

lunedì, luglio 31, 2006

Farsi del male (con orgoglio, e pure con creativita')

Pronti per le vacanze, si? Qui siamo gia' vacanzieri, nemmeno a dirlo, agosto e' il mese della latitanza.
Comunque, il blog non va del tutto in ferie, complice la tecnologia gprs, il bluetooth, e molte altre diavolerie geek; poi, non e' che manchi la materia su cui bloggare.

Eccone una, via Manteblog. Probabilmente vi ricordate delle annose vicende relative al portale (turistico) Italia.it. Circa 40 milioni di euri che avrebbe pagato il passato governo, grazie al ministro Stanca, ex Ibm -- euri destinati a (indovina un po') Ibm, per un sito che e' tutt'ora under construction.

Ma tranqui, in mancanza del portale turistico possiamo contare su una nuova originale iniziativa governativa: Turistiprotagonisti.it. Funziona cosi': gli italiani che vanno in vacanza all'estero, una volta tornati, dovrebbero mandare un mail al neonato portalino allo scopo di dirci comemai hanno scelto una meta turistica straniera, e magnificarcene le qualita': "raccontateci le vostre vacanze all’estero per migliorare le vacanze di tutti in Italia" recita il siterello.
Insomma, riassumendo: il governo italiano finanzia un sito per dare voce ai turisti italiani che preferiscono mete straniere, affinche' questi giustifichino, motivatamente, la loro scelta; e questo, nelle intenzioni, dovra' migliorare il turismo italiano.
Nessuno nota qualche lieve contraddizione?

mercoledì, luglio 26, 2006

Epifania di uno scuotitor di vini


Pausa pranzo, ore tredici e trenta; tavolo all'aperto nella via del passeggio, all'ombra a cercare un po' di fresco; piccoli piaceri della vita, bere Chablis nel tuo bicchierone da enosnob accompagnando una piadina, degno lunch da winebar modaiolo. Mi godo il bianco (inevitabilmente) minerale e osservo la varia umanita' che transita.
Il patron mi porta al tavolo un bicchiere di rose': "dimmi che te ne pare..". Ma certo, una consulenza, e' un piacere soloneggiare, figurati poi se ti chiedono per favore di farlo.

Mi rigiro il rose' nel bicchiere, trattenendo la base del calice tra il pollice e l'indice, very profèescional; sono movimenti che ogni assaggiatore compie senza pensare, automatici; giro, rigiro, giro ancora, tuffo il naso, olfazione, rotazione, altra olfazione; comincio a farmi un'idea del rose'. Pausa, poi di nuovo olfazione, rotazione, vista, naso, altra rotazione, potrei andare avanti cosi' per un'ora; d'altra parte ti chiedono gentilmente un expertise, il minimo che fai e' impegnarti.

A questo punto, noto qualcosa di strano. I passanti che, data la loro essenza, passano, mi osservano tutti con aria incuriosita. Alcuni insistenti, alcuni sorpresi, tutti che passano e mi fissano; ci metto un po' a notarlo, oh, ma che avete da guardare? Mi aggiusto la maglietta, mi rigiro, niente, quelli passano e mi fissano con aria severa.
Quando capisco cosa non va, ormai e' tardi: sono l'iconografia dell'esecrato scuotitor di vini.

martedì, luglio 25, 2006

Parla come mangi

Una delle prime letture della mattina sfortunatamente e' stata irritante. Ringrazio Elisabetta Tosi per la segnalazione, ma quest'articolessa porthosiana sui blog e' cosi' piena di vecchiume, di pseudo contrapposizioni tra stampa e blog, e pure di puzza sotto il naso, che francamente getta nello scoramento. Soprattutto perche' proviene da Porthos, dal quale mi aspetto cose immense e non questi scivoloni. Insomma, alle solite, riequilibriamo il kharma con un antico esercizio: parla come mangi, l'immortale e mai abbastanza rimpianta rubrica di Cuore. (Prima il testo originale poi, in grassetto, la mia traduzione; have fun).

Circa tre mesi fa ho “innestato” i Really Simple Syndication (RSS) sul mio browser: sono in alto a destra, estrema destra, tra i link veloci. Da allora sto diventando parzialmente orbo. Nessuna malattia, ma come strategia difensiva ho cominciato ad osservare il browser offuscando la vista di quell’angolo specifico di monitor. C’è la scritta RSS
Mi tocca leggere un sacco di roba di cui non mi frega niente. Per giunta non capisco una cippa di feed.

Non basta perchè ogni difesa custodisce l’anima di un disagio, un disagio che è evidentemente altrove. La domanda ora è: ci sono veramente così tante cose importanti da comunicare, da dover commentare?
A parte me, chi altro possiede un'anima?

Certo potrei difendermi da questa epidemia grafomaniacale semplicemente ignorandone i frutti e riferendo la mia attenzione a firme “garantite”
Io vi ignoro tutti, brutti grafomani.

Mi mette in crisi, non lo posso negare.
Sono in crisi (oh cribbio, l'ho detto!)

Si scrive troppo e spesso lo si fa per motivi troppi lontani dalla voglia di comunicare. La ricchezza di possibilità che il mezzo internet offre, permette a chiunque di occuparsi di qualsiasi cosa: bello, molto bello. Legittimo e condivisibile fino a quando chi scrive è un libero pensatore; tendenzialmente irresponsabile quando chi lo fa si presenta come un professionista che vuol essere un riferimento per i lettori perché La comunicazione, prima superstizione del nostro tempo, ci viene proposta come la risorsa capace di regolare tutto – in particolare i conflitti in seno alla famiglia, alla scuola, all’impresa e allo stato. Le viene assegnato il ruolo di grande pacificatrice. Si incomincia però a sospettare che la sua stessa sovrabbondanza provochi una nuova forma di alienazione, e che i suoi eccessi imprigionino le menti anziché liberarle. (Ignacio Ramonet, La seconda rivoluzione da Il Mondo che non vogliamo, 2002)
Io ho letto un sacco di libri e voi no; chi vi credete di essere? Irresponsabili.

Qualsiasi forma scelta per proporre il proprio pensiero dovrebbe contemplare quindi implicitamente una forte responsabilità nella scelta dei modi e delle forme e una rigorosa disciplina etica nella selezione degli argomenti, per evitare di sfinire la funzione sociale della comunicazione stessa. Per operare una corretta e distaccata analisi dei contenuti e del loro ruolo, non si può quindi prescindere dall’indagine delle motivazioni che sono all’origine dell’atto stesso dello scrivere.
Voi scrivete a vanvera, io no. Vi vedo, sapete?

I blog, in modo particolare, stanno svelando nell’uso compulsivo che molti ne fanno, la loro reale ragione di essere. Spesso originati da più o meno condivisibili interessi economici, necessitano di un’asfissiante e costante presenza di nuove micro informazioni che sembrano ripetere al lettore “ricordati che esisto ed esiste chi mi paga… quindi leggimi e butta un occhio allo sponsor”. Molto più spesso però si manifestano come forma di alienazione e coatta risposta telematica alla solitudine. In alcuni casi contano anche più di dieci nuovi “pensierini” al giorno ed è facile immaginare che i rispettivi autori compiano ogni gesto della propria vita quotidiana con l’ossessione di renderlo degno di essere raccontato e con la presunzione di giudicarlo sempre e comunque tale: un urlo di disperazione.
Siete dei disperati onanisti. E smettetela di urlare.

Il mondo dell’editoria grande e piccola, di settore e generalista soffre e raramente riesce a far altro dall’inseguire in maniera scomposta l'apparente successo di queste nuove forme di comunicazione. In alcuni casi assorbe i “punti di aggregazione telematica” di maggiore tendenza snaturandone di fatto la natura originaria, altre volte ne crea di nuovi mortificando i propri redattori costretti a produrre come vacche da latte.
Oddio, non sarete mica voi il futuro? Noo!

...nella stragrande maggioranza dei casi, un giornale online non ha né redazione né capo redattori e le “obsolete” pratiche del confronto, delle correzioni di bozze e simili perdite di tempo non sono state mai neanche prese in considerazione. E' come se si partisse dal presupposto che c’è sempre tempo per scremare, per correggersi, per decidere a cosa dare ancora spazio, perché tanto si può sempre rispondere alle obiezioni nel forum appositamente dedicato alla notizia in questione, rilanciarla nel blog... Una proliferazione di inutili sovrapposizioni, ripetizioni che si sta lentamente trasformando in un ormai irrinunciabile mezzo di mediazione; un grande pacificatore, che permette di poter trovare, aggiustamento dopo aggiustamento, comunque un'accordo tra tutti su tutto... la costruzione del pensiero unico
Noi almeno correggiamo le bozze (ma scriviamo un accordo con l'apostrofo, pazienza) -- voi siete troppi, ma costruite il pensiero unico [Ndt: ??]

Questo è il devastante scenario dell’editoria on-line in cui gli autori/editori hanno persino il coraggio di lamentare uno scarso interesse da parte degli inserzionisti, che ben si guardano dall’investire in questo settore. Ma perché dovrebbero se la qualità offerta è così poco controllata e garantita?
Chi scrive in rete ci devasta la raccolta pubblicitaria. Per giunta, non siete DOCG come me, non lamentatevi.

P.S.: in queste ultime ore i miei RSS sono cresciuti di 15 unità. Le nuove notizie le ho messe assieme alle altre…
P.S.: continuo a fregarmene di voi, tse'.

lunedì, luglio 24, 2006

Cerchi concentrici, piramidi, ed altre geometrie

Una prefazione (alle solite)
Quando frequentavo i sinistri ambienti di Lotta Comunista, mi capitava di rimanere sorpreso dalla eterogenea umanita' che componeva quella community; piu' precisamente, non capivo che ci facevano, in un gruppo che mormorava borborigmi rivoluzionari, gente che apparteneva agli ultras della curva sud, e non andava al di la' di slogan da stadio; un militante mi spiego', allora, che la cosa andava capìta secondo la teoria dei cerchi concentrici: al centro ci stavano i militanti acculturati, e ai margini, progressivamente, le masse incolte; era comunque utile associare elementi apparentemente estranei, nella prospettiva di illuminarli, ed avvicinarli al centro.
Spesso mi càpita di riapplicare questa teoria al giulivo mondo degli enofili, che non mi sembra sfuggire a questa schematizzazione, per quanto attiene la conoscenza ed il linguaggio utilizzato. Qui, qui, ma pure qui il dibattito sul linguaggio del vino (cioe' sulle parole che usiamo per comunicare la nostra passione) ha attraversato diversi blog del settore, e pure io proverei a dare un contributo.

Cerchi, non piramidi
La massa degli enofili, enosnob, enocuriosi, andrebbe considerata per cerchi concentrici, dove al centro stanno gli ipercompetenti e a volte insopportabili soloni che aprono bottiglie spaventose, hanno la lingua asfaltatissima, e una conoscenza enciclopedica; sono utenti assolutamente degni di stima, rispetto ed ammirazione, ma sono pochi. A mano a mano che il cerchio si allarga, ci si allontana dal centro: le periferie sono piu' popolate, e l'atmosfera si fa fortunatamente piu' rilassata; tuttavia si beve pure peggio, piu' acriticamente, si esibisce meno conoscenza. Alcuni abitanti dei cerchi periferici puntano decisamente al centro, altri si sperdono e si lasciano portare via per sempre attratti da altre sirene. Ora, se io fossi un editore, poniamo, se io fossi l'editore del Gambero Rosso (dovendo fantasticare, tantovale farlo in grande) non mi curerei troppo dei pochi, incontentabili enosnob del centro, e punterei alle masse bisognose di essere illuminate. E' un ragionamento essenzialmente commerciale, dato che ha senso indirizzare un prodotto ad un target quantitativamente non esiguo.
Se poi fossi un giornalista, poniamo un giornalista del Gambero Rosso (come sopra) cercherei di non farmi venire lo spleen da "oddio, che e' successo, qui tutti scrivono di vino" -- cercherei di non vedere l'enomondo come una piramide, dove in cima stanno quelli che "io ho comiciato nel '71, quando nessuno conosceva la parola tannino", e sotto ci stanno i barbari, che ogni due parole dicono mineralita'. Come dicevo, cerchi, non piramidi.

Buon divertimento
Quanto ai nuovi arrivati nel nostro allegro consesso, perplessi nel leggere il giornalista Tizio che demolisce il vino trebicchierato dall'editore Caio, vorrei dire: tranquilli, questo e' parte del divertimento; esistono molti conventi, scuole di pensiero, idee ed ideologie; se il trebicchierato e' un merlottone barricone modernista ed il giornalista critico e' un tradizionalista, cosa vi aspettate che dica? Ci sta pure che lo affossi; ma, appunto, il dibattito e' parte del divertimento. Non fatevi atterrire, e soprattutto, non esagerate a prendere tutto troppo sul serio (slogan mai abbastanza abusato, ma pazienza). Il dibattito e' aperto per tutti, sia tra gli utenti, che tra gli addetti all'informazione, in una contraddanza dove tutti dibattono con tutti e, di sicuro, non ci si annoia. La buona notizia e': pure tu puoi partecipare. La cosa e' meno caotica di quel che sembra, e non e' un invito alla chiacchiera in liberta': l'enofilo che abbia completato uno qualsiasi dei tanti corsi sul vino che si trovano in giro, ma pure l'autodidatta, che per cerchi concentrici si avvicina dalle periferie al centro, ha titolo per partecipare: buon divertimento.

venerdì, luglio 21, 2006

90% fake wine (complimenti!)


Smettiamola di lamentarci dell'aglianico gabellato per Chianti, c'e' chi sta peggio. Dice la Fao: il 90% del vino prodotto in Georgia e' fasullo, ottenuto da "alcoholic cocktails mixing spirits, colourings and flavours to wines". Non e' la prima volta che scrivo di vini georgiani, ma stavolta l'han fatta grossa, mi sa. Come dice Tom Wark, sarebbe interessante assaggiare questa roba, giusto per farsi un'idea di quanto siano bravi i loro alchimisti.

Proviamo coi fumetti

Sembra che la Proloco di Solopaca abbia sentito il lamento che si leva qui, sul blog di Stefano Bonilli ("parlare di vino è diventato sempre più difficile se si è consumatori normali") e cosi' ci provano coi fumetti: "Enocomix prevede la realizzazione di un fumetto ispirato al vino". Hai visto mai che questo linguaggio sia meno lunare?

martedì, luglio 18, 2006

Giocare al dottore


"Il ministro gioca al dottore" annuncia sarcastico il Giornale, a commento dell'infelice uscita del nostro ministro per le Politiche Sociali, Paolo Ferrero.
Tipica situazione in cui si parte da un argomento condivisibile per scivolare in una specie di autogol: essendo io antiproibizionista, sono d'accordo su quanto afferma il ministro, cioe' che "il consumo di droghe leggere andrebbe depenalizzato". Spiace vedere che si sia usato un paragone facilmente attaccabile: "uno spinello fa meno male di mezzo litro di vino" -- aggiungerei, modestamente, che fa pure meno male di due chili di peperonata e di sei litri d'acqua.
Spiace, nel dettaglio, che sfugga il fatto che il commercio degli stupefacenti e' in mano alla criminalita' organizzata, mentre il vino (o l'acqua, o la peperonata) ancora no. Ci sta pure che l'ambito enoico si risenta, per l'apparentamento.
[Notizia letta stamattina sul blog di Paolo Massobrio]

domenica, luglio 16, 2006

L'unico enotecaro buono

Oggi leggo sul Secolo XIX, foglio locale, la notiziola che riguarda l'enoteca Susto, nel centro storico della mia citta': il Comune (o l'Unesco, non ho letto bene) l'ha dichiarata negozio storico, o patrimonio dell'umanita', una cosa cosi'.
E' una buona notizia, siccome la vecchia Susto e' un'icona tra le bottiglierie di Genova; ed ora che e' veramente storica, finalmente ottiene il riconoscimento meritato.
Peccato che il Secolo, nel pezzullo che annuncia il prodigio, riesce a sbagliare per due volte il nome dell'enoteca: nel titolo, e nel pezzo, l'enoteca diventa Sisto.
Leggo, e mi stropiccio gli occhi: ma com'e' possibile? Pure i sassi conoscono l'enoteca Susto di Vico Casana; tutti la conoscono, tranne il giornalista che ne deve scrivere, in occasione di questo tardivo riconoscimento. Questo non sembra nemmeno piu' un premio, sembra uno sgangerato necrologio; l'unico enotecaro buono, e' un enotecaro morto.

giovedì, luglio 13, 2006

Sicuramente pure voi

Sicuramente pure voi ricevete (al lavoro, argh!) quelle noiosissime unsolicited call dell'operatore telefonico di turno, che vi propone incomprensibili, ma risparmiosissimi, nuovi piani tariffari scritti in sanscrito. Quella che segue non e' una reazione consigliabile, d'accordo. Ma qualchevolta l'ho sognata.



[Fine della deriva OT, scusate, si torna alle cose serie]

Questione di tempo


Probabilmente e' solo una questione di tempo, prima che la scienza entri (ancora piu' pesantemente) nelle dinamiche biologiche del fare il vino. Questa notizia e' alquanto interessante: "Ridurre di un terzo il tempo di fermentazione necessario alla produzione del vino e apportare una vera rivoluzione nel campo dell’industria vinicola. E’ quanto potrebbe attuarsi a breve in base ai risultati che stanno emergendo dalle ricerche condotte da Carlo Bruschi sui meccanismi di controllo dei processi replicativi dei lieviti".

Non essendo un biologo, posso solo immaginare che l'aspetto legato ai tempi di fermentazione sia solo una delle molte (infinite?) variabili che si aprono, quando si decide di intervenire in questo meccanismo delicato (la fermentazione) con gli strumenti della bioingegneria. Come al solito, non guardo a questi fenomeni con atteggiamento oscurantista; considero, semmai, che un certo tipo di progresso inarrestabile contribuisce a rendere altrettanto inarrestabile il divenire del gusto. Tuttavia, confido pure che l'uso della scienza non si riveli un abuso, e non si vada verso il vino-Frankenstein.

mercoledì, luglio 12, 2006

Truciolopoli, tanto per cambiare

Notizia Agi letta oggi: "Il Consiglio provinciale di Asti ha approvato, all'unanimita', un ordine del giorno proposto dalla Giunta, relativo all'impiego dei trucioli di legno nella produzione del vino. Con il documento l'assemblea provinciale ha espresso la netta contrarieta' all'utilizzazione dei frammenti di legno di quercia nell'elaborazione dei vini a denominazione d'origine controllata e controllata e garantita astigiani, la cui produzione e' fortemente legata al territorio e alla tradizione".

Un paio di commenti a margine, per la gioia di chi non si annoia ancora, sui trucioli.

1. Come sarebbe a dire, "nell'elaborazione dei vini a denominazione d'origine controllata e controllata e garantita"?? Scusate, ma io davo per scontato che i perfidi trucioli non entravano nelle DOCG prestigiose. A parte l'aspetto semicomico derivante dal fatto che la maggiore DOCG astigiana che viene in mente e' l'Asti Spumante, per il quale il legno non serve, viene da chiedersi che senso abbia questa strana proibizione circoscritta; in sostanza, per i vinacci da tavola si usi pure il truciolo; che, guardacaso, serve proprio a quelli, affinche' riescano meglio a scimmiottare le prestigiose DOC, e DOCG.

2. Ancora a parlare di territorio? Siamo alle solite: si invoca il territorio, poi non si introducono i pochi, semplici principi per i quali si salverebbe comodamente capra e cavoli, cioe' l'esigenza dell'industria a produrre vino chippato, e le aspettative degli artigiani qualitativi, a veder riconosciuto il loro livello superiore: cioe' a dire, segnalare in etichetta l'uso, o meno, di chip infusi nel vino.

martedì, luglio 11, 2006

In morte di Syd Barrett


Syd Barrett, 1946-2006

Un estratto, dal sito Adn Kronos.

"Nel 1975 i Pink Floyd dedicarono a Barrett lo storico album 'Wish You Were Here', dove ricordavano il loro compagno di band che aveva lasciato nei loro animi un vuoto mai colmato. Durante il periodo di produzione di Wish You Were Here, per l'esattezza nella fase di presentazione dell'album ad amici e parenti, negli storici studi di Abbey Road, si presentò uno strano personaggio, completamente calvo, grasso, e con le sopracciglia rasate, con in mano una busta della spesa, che si aggirava tra i presenti completamente allibiti.
Il primo a riconoscere Syd Barrett in quella figura ormai deturpata dagli abusi della gioventù fu proprio il suo più caro amico tra i componenti dei Floyd, nonché l'elemento che di Barrett aveva preso il posto, ossia Dave Gilmour. Dopo aver ascoltato i brani, Barrett disse sorridente: ''Mi sembra un po' datato, che ne dite?''. E uscì così, come era arrivato, lasciando Gilmour e compagni inebetiti e con le lacrime agli occhi".

lunedì, luglio 10, 2006

Pianeta Terra d.o.c.


Letture da ombrellone: Oliviero Toscani dice che per il vino andrebbe introdotta una Doc Toscana, perche' il brand conferisce forza commerciale al prodotto (la Toscana e' pure un brand, quindi). Sfortunatamente non trovo, online, alcun riferimento alla notiziola, quindi vi tocca crederci; comunque, della D.O.C. "Toscana" se ne parla da tempo, basta vedere quel che scrive, qui, Acquabuona.
Questo e' un classico caso di sdoppiamento della personalita' enoica. Da un lato tutti parlano di territorio, sottozone, cru, poi dall'altro qualcuno rileva che certe aree eterogenee ma, appunto, identificabili in quanto brand possono essere veicolo commerciale; e tanto basta.
Ma se le cose stanno cosi', pure io avrei qualche proposta.

Introduzione della D.O.C. "Roma"
Insomma, se la Toscana e' immaginificamente un marchio, vuoi mettere Roma? Tutti i vini laziali andrebbero rinominati Roma Doc; vai di lupa allattante e Colosseo in etichetta, altro che Lago Trasimeno.

Introduzione della D.O.C. "Italia"
Tantovale esagerare; con la Doc Italia applicata ad ogni vino nazionale, sfrutteremmo pure l'effetto Campioni-del-Mondo. Italia, Enotria, eccetera eccetera: roba da far venire un travaso di bile a quei parvenu dei californiani.

Introduzione della D.O.C. "Pianeta Terra"
Spero sia noto a tutti che, in luoghi come Area 51, da tempo noi si intrattiene ameni e proficui rapporti con entita' aliene; sarebbe opportuno creare una Doc Pianeta Terra, per qualificarci universalmente rispetto alla produzione di aree certamente meno vocate, tipo Zeta Reticuli.

sabato, luglio 08, 2006

Rituali scaramantici?


Ci si prepara all'evento (a meno che non siate appena tornati dal pianeta Zorg, sapete che evento). Ci si prepara pure con strani rituali cabalistici: questo ristorante, per dire, non servira' ostriche e Champagne, per scaramanzia. Ma non e' che magari funziona il contrario? Cosi' come mangiare il fegato ed il cuore del nemico consentiva, ritualmente, di impossessarsi del suo valore, altrettanto dovrebbe valere per lo Champagne: lo berro' preliminarmente; non so se varra' per il rituale, ma almeno mi diverto.

[Postilla: Totti dice che lo Spumante italiano e' meglio dello Champagne. Probabilmente siamo davvero un paese di sessanta milioni di Commissari Tecnici della nazionale; ma gli esperti di vino non sembrano meno]

martedì, luglio 04, 2006

Guidami tu

Non sono mai stato tenerissimo con Il Mio Vino, il cielo-lo-sa. Tuttavia questa vicenda di Bibenda vs. Il Mio Vino profeèscional, mi intristisce.
Nel caso apparteniate al numero di coloro i quali ne ignorano i contorni (siete rimasti in due o tre, oibo') vi bignamizzo un riassuntino.

Il Mio Vino dice peste e corna di Bibenda. Loro, per tutta risposta, annunciano alle aziende vinicole che non effettueranno recensioni, ne' inserimenti in guida, per quelle aziende che "si avvalgono di messaggi pubblicitari a mezzo testate che [Bibenda] non riconduce a degna professionalità". Cioe', traduco: se fate pubblicita' su Il Mio Vino, dite addio alla guida redatta da Bibenda.
Brutto eh? Oppure bruttissimo, fate voi. Rileggendo pure sul forum del Gambero diversi commenti a margine, mi e' sorta una pensosa elucubrazione.

Che si scrivono a fare le guide -- quelle sui vini, nello specifico? Nella mia mente ingenua io pensavo che chi redige una guida ha essenzialmente un solo scopo, informare il lettore; se fornisce al lettore una serie di dati credibili ed interessanti (magari pure veri) fornisce un prodotto editorialmente appetibile. Pare che le cose non stiano esattamente in questi termini, riguardo alla vicenda; viste le premesse pare che Bibenda scriva la sua guida per fare un favore alle aziende vinicole; se queste si comportano in modo antipatico (tipo finanziano Il Mio Vino, oppure Le Ore, chesso', con la loro pubblicita') scatta il castigo, niente recensioni; se poi l'azienda in questione produce un vino rimarchevole, questo non conta. Con buona pace del lettore, che e' quello che paga la guida (ops).

[Update: Fil ne ha parlato diffusamente, qui]

Dimmi cosa bevi

Di solito funziona cosi': se apri una certa etichetta, magari un po' snob e di lusso, e' pure perche' vuoi identificarti con il mondo che evoca. Accade tipicamente che se apri il Cristal di Roederer e' perche' si capisca che sei uno arrivato; benestante, diciamo. La maison magari e' contenta, ma magari pure no, siccome funziona perversamente pure l'effetto contrario: l'etichetta finisce per identificarsi con la fauna dei suoi bevitori; se il Cristal diviene lo Champagne d'elezione per cupi rapper dal look malavitoso, ecco che la maison Roeder si agita, dice che vabbe', che ci possiamo fare se piace a quella gente li'. Sfortunatamente per Roederer uno di costoro, il rapper Jay-Z, non l'ha presa benissimo, accusando Roederer di razzismo, e decidendo di servire nella sua catena di locali (esistono pure i rapper enotecari) solo Krug e Dom Perignon. Si attendono le reazioni di queste due griffe, adesso.
[link & link]

lunedì, luglio 03, 2006

Derive di un assaggiatore

Di ritorno dalla vacanza, un paio di giorni da amici carissimi. Giusto il tempo di verificare quanto timore incute l'avere a cena un enosnob del mio calibro. Incurante dell'effetto comico, l'amica che ci invita a cena si profonde in scuse per il vino scelto, gia' prima d'averlo aperto, in quanto certamente e pregiudizialmente inadeguato a tanto nobile palato (il mio).
Hai voglia a sdrammatizzare: ma che dici, non e' il caso, va benissmo questo prosecco frizzante: niente, quella e' convinta che, qualunque sia lo sforzo che esibisce, non e' degna di avermi al suo desco. Francamente imbarazzante, ma piu' che altro, buffo.
Mi sento in colpa: cosa ho combinato per essere cosi' deterrente? Sono cosi' trombonesco nei miei giudizi enoici? Per dimezzare la responsabilita', provo mentalmente a redistribuire la colpa sulla categoria. Dove abbiamo sbagliato? Perche' ci temono tanto?

lunedì, giugno 26, 2006

Appunti di viaggio (titolo di post assolutamente banale)

[Prefazione: il gprs in Austria non e' poi cosi' male. Probabilmente l'intera Austria non e' cosi' male]

L'aria e' tersa e frizzante, il Riesling della Wachau e' morbido, esibisce un insolito residuo zuccherino -- insolito per chi e' abituato alla selvaggia durezza minerale dei cugini altoatesini, sul genere Niedrist. Dopo tre giorni, quassu', cominci a notare qualche dettaglio: dove sono gli extracomunitari? La signora che rifa' le stanze e' austriaca; lo stradino che cesella l'asfalto (ma perche' poi? E' gia' perfetto come una miniatura) e' austriaco. In cucina non vedo l'ombra di un cingalese, o nordafricano: tutti austriaci, e' una sensazione irreale. Forse che il Tirolo non piace ai migranti? Eppure, passato il Brennero, non ho visto l'ombra di un controllo. Possibile mai che da queste parti gli extracomunitari vengano riportati di peso fuori dal confine? Il dubbio viene.

Per il resto, consola vedere che la moneta comune e l'azzeramento delle barriere doganali sono elementi (chissa' quanto consapevoli) di riunificazione del Tirolo. Passi da Bolzano all'Austria senza notarlo. Tra il sud Tirolo (o era Alto Adige? Ma soprattutto: e' importante?) e nord Tirolo, si capisce che la differenza sta nelle targhe delle auto, in dettagli amministrativi, e poco altro; per il resto, differenza zero, qua e la', pari sono. E con questo, sia chiaro, non si pensa di esaurire la ampiamente discussa questione etnica (etnica? che brutta parola) -- certo non si pretende di essere esaustivi; non si pretende alcunche'. Sono appunti di viaggio, pure disordinati.

venerdì, giugno 23, 2006

Assenteismo

Il quipresente tenutario si assenta per una settimana, in vacanza in qualche remota landa del Tirolo austriaco. Ignorando lo stato delle connessioni, lassu', dubito di aggiornare. Auf Wiedersehen.

giovedì, giugno 22, 2006

Dr. Stranovino


Appena sentita in enoteca: "mi dia un vino bianco, ma che non abbia lieviti: sono intollerante al lievito, e il dottore mi ha consigliato di evitare certi vini bianchi, soprattutto francesi, perche' hanno il lievito dentro".

Ora, posto che il lievito inteso come saccaromiceto dovrebbe estinguersi una volta esaurita la fermentazione alcolica, mi restano un paio di dubbi:
1. Che lievito c'e' mai dentro una bottiglia di vino? D'accordo sui solfiti e quant'altro, ma che il vino potesse "contenere lievito" ammetto, mi ha un po' spiazzato.
2. Nel caso, quali sarebbero questi fantomatici "vini francesi" contenenti lieviti?
Un aiutino, come si dice, che possa chiarire i miei dubbi e' molto ben accetto.

mercoledì, giugno 21, 2006

Decisamente, arriva l'estate.


Quindi si pensa ad altro, tipo a perder tempo anziche' lavorare; con cose come queste.
[La mia preferita e' Just cant burn Enough]

martedì, giugno 20, 2006

Un buon motivo per sputare (almeno uno).

L'assaggiatore profèscional sputa, durante gli assaggi seriali. Tipicamente, in situazioni tipo fiere, competizioni ed altre simili kermesse, quando hai davanti a te un giorno intero di assaggi e' impensabile non sputare. Semplicemente, l'eccesso di alcol ingerito, nell'arco di un'ora, ti rende assolutamente inadeguato al successivo lavoro della valutazione; insomma, non si fa.
La liturgia dello sputo non e' priva di imbarazzo, tuttavia; gia' il solo termine infastidisce il fine esteta; e pure tutto cio' che al fatto e' collegato e' profondamente inelegante. L'attrezzo atto all'uso, per dire; hai voglia a cercare termini snob o circonlocuzioni: si chiama sputacchiera; evoca automaticamente fumosi saloon di film western. Sei allo stand del produttore, e dici: "hai il.. uh.. coso per sputare?" -- ma suona malissimo. Per darmi un tocco di classe io ho usato spesso l'inglesismo: "mi passi lo spittoon?" -- E normalmente l'interlocutore strizza gli occhi affetto da improvvisa miopia e fa: "eh? Che?" -- "Si, vabbe', la sputacchiera" chiudi rassegnato.

Il troppo alcol, dicevo. Certo, perdi la lucidita'; fa male, malissimo, non e' nemmeno il caso di dirlo. Potrei pure evocare il fantasma della pattuglia coll'etilometro, quanti buoni motivi ci sono? Ma tra tanti, almeno uno lo segnalerei sopra tutti.
Alla fine della giornata di duro lavoro, se hai seguito con scrupolo religioso la raccomandazione di sputare sempre, ti ritrovi splendidamente sobrio; e hai il tempo di considerare, tra la folla degli astanti, la penosa deriva di quanti non si attengono all'aureo dettato. L'effetto vasodilatatore dell'alcol, si sa, allenta i freni inibitori. In particolare, gli appartenenti alla specie femminile di questi incauti forniscono le sorprese piu' piacevoli: le femmine, data la loro suprema finezza, sembrano maggiormente restie a sputare; hanno le loro ragioni, intendiamoci: una tipa tutta perfettina, coll'inevitabile pantalone a vita bassa, la strizzante magliettina D&G, due ore di parrucchiere e stivale giusto, non e' persona che associa la sua preziosa immagine al gesto ignobile dello sputo. Accade quindi che l'algidissima tipa che alle nove di mattina non ti degna di uno sguardo, alle sette di sera ti attacca infiniti bottoni: "sei un blogger?? [risatina] Ma davvero?? [risatina] Cos'e' un blogger?? [risatina]".
Son soddisfazioni, diciamolo. Quindi sputare, sempre.

sabato, giugno 17, 2006

Incroci.

Da qua sotto, dal basso del giulivo mondo bloggante, càpita a volte che i post si incrociano tra di loro, e pure affrontando argomenti tra loro diversi, parlino delle stesse cose.

Primo esempio da segnalare: questo post di Stefano Bonilli, ad esecrare (alquanto giustamente, da come la vedo) lo scippo della titolarita' sui corsi di cucina italiana, tenuti a New York dai francesi. Dai francesi? Ma dico, possibile mai? Eppure, cosi' e'.

Secondo esempio: MiWine. Il busillis era, ci vado o non ci vado? A parte l'impegno coincidente con la nascita di WBA (hey, e' nata la Wine Blog Association, nel caso vi fosse sfuggito) -- a parte che ero altrove, proprio quel giorno parlandone con Franco Ziliani dicevo, tra il serio e il faceto, che meritava forse una visita, siccome MiWine suonava simile a MiSex e magari il team organizzativo era lo stesso; Franco, assai serio e per nulla faceto, reputava la diserzione alla fiera milanese una perdita tutto sommato tollerabile.
Se poteva restarmi un dubbio residuo su quella fiera, leggo il post acido di Susanna Crociani, che alla fiera c'e' stata in quanto produttrice: decisamente, ho fatto bene a fare altro. Vero e' che Max, di Quintomiglio, ha scritto in termini almento parzialmente non critici, ma quanto riporta Susanna Crociani merita la lettura completa; qui copio solo un estratto significativo:

I "buyer": se ne annunciavano 450 da tutto il mondo. Ho avuto l'elenco e scopro che: 1- l'importatore che si è portato dietro la famiglia (tanto avevano tutto pagato!!) viene indicato tante volte quante sono le persone che compongono il suo nucleo; 2- nell'elenco degli importatori Usa sono indicati una ventina di ristoratori italo-americani....tutti sanno che il ristorante non può importare direttamente, ma che deve passare dal distributore, che, se non è lui stesso importatore, passa da questo; 3- nell'elenco ci sono anche i funzionari ICE; 4- nell'elenco ci sono anche alcune società di promozione turistica; ecc, ecc Insomma, taglia e sfoltisci l'elenco si è ridotto a ben poco.

Una cosa sconfortante, direi. Tra il post del Papero Giallo, e quello di Susanna Crociani, c'e' un filo rosso che idealmente li unisce. Si trova in un commento letto sul blog di Bonilli, il primo commento, a firma di Piergiovanni (non conosco) che assai condivisibilmente scrive:

Questa altro non è che la riprova che non è l'Italia ad essere in crisi ma il "sistema Italia" a non essere più in grado di sostenere il paese ma solo a sostenersi autocraticamente con la sua pletora di uffici ed ufficetti diretti da gente inabile anche ad organizzare la sagra della "mulingijana china" di torricella superiore.
Tutti i successi che il nostro paese ha conquistato in questi anni,dalla moda alla cucina sono solo il frutto del coraggio e dell'abilità dei singoli,che solo casualmente fanno numero ma non sistema. La costante delle nostre storie di successo,anzi,è proprio la lontananza dalla politica e dallo Stato. Una sorta di giosa anarchia che però alla lunga poco può contro un sistema organizzato che decide di "combattere" in massa.

E' un commento che, curiosamente, potrebbe andare bene pure al post di MondodiVino sul deludente MiWine.

venerdì, giugno 16, 2006

Hai mica un logo che t'avanza?


Fatta l'associazione, si tratta di fare il logo. Qualche idea gia' l'abbiamo (perdonate il plurale majestatis), ma non vedremmo male pure il contributo di qualche volontario di passaggio: si tratta di inventare un logo caruccio per la Wine Blog Association, e regalarcelo. Facile, no?
Dice: e bravo, adesso ti faccio il logo gratis. No, dai, proprio gratis no: il politburo recentemente costituitosi ha emanato il seguente editto: chi invia il logo che riscontra maggiore approvazione vince una bottiglia di Barolo 2001, Schiavenza, Serralunga.
Chi si voglia cimentare, puo' inviare il frutto del suo lavoro creativo all'email di riferimento della WBA. Verra' quindi vagliato, soppesato ed infine premiato, nei tempi e nei modi ancora in via di definizione.

[Update: di Barolo Schiavenza ne parla pure Lavinium]

giovedì, giugno 15, 2006

Champagnista & bloggarolo (o blogger, vabbe').

Succede pure che, un bel giorno, scopri a bloggare uno dei tuoi champagnisti del cuore. Il blog della Maison Laherte, addirittura, e' nella duplice versione francese ed inglese: siccome io sono anglofono, ho considerato maggiormente la seconda; del resto, nelle nostre corrispondenze telematiche con Laherte, io scrivo in inglese, lui mi risponde in francese, e ci capiamo, in qualche arcano modo.

Su tutti, un post ha attirato la mia attenzione, dove si parla di sperimentazioni legate all'uso di lieviti selezionati, alternati a lieviti indigeni, o autoctoni che dir si voglia. Non desidero disquisire ancora sull'argomento: a commento di questo post di Fil, Mike Tommasi scriveva assai efficacemente che "la tesi dei lieviti nella pruina e' stata ripresa ad nauseam su internet" -- davvero, non essendo mia intenzione incrementare i consumi di Valontan tra chi mi legge, glisserei. Semmai, rimando a questa ponderosa lettura quanti desiderano approfondire.

L'aspetto che preferisco rilevare, in questo caso, attiene alla difficolta' del lavoro di chi fa vino. Fare vino e' un mestiere duro, le variabili da affrontare sono numerose, ed il tempo non e' dalla parte del vigneron; per spiegare il concetto, nel nostro ambiente si usa normalmente questo esempio: il cuoco che sperimenta una preparazione, la esegue per dieci, venti volte, a titolo di prova finche' non ottiene il risultato desiderato. Il vigneron fa lo stesso, ma per arrivare al risultato passano dieci (pure venti) anni.

mercoledì, giugno 14, 2006

martedì, giugno 13, 2006

Marea (non la Fiat, il moto ondoso).

A Saint-Malo gli enologi bretoni sono convinti che pure la marea influenzi l'affinamento del vino [link] -- quindi, non solo la famosa luna, ma pure altri eventi legati alla natura. Teoria non nuovissima, girando per cantine capita sovente di sentire simili ipotesi. Tuttavia questi discorsi sono spesso circondati da un alone di pseudoscientificita', piu' leggenda metropolitana che dato incontrovertibile. Le prove, dice, vogliamo le prove; eccole qua, rispondono i nostri: "per dimostrarlo, hanno immerso a 15 m di profondita', in una baia con maree tra le piu' forti in Europa, 600 bottiglie di Chateau Maucamp del 2001, che hanno ripescato oggi. Il vino delle bottiglie sommerse avrebbe un gusto piu' giovane e piu' complesso di quello invecchiato nelle cantine".
C'e' da pensare che fossero assai bene sigillate, senno' tutto il discorso sulla porosita' dei tappi e l'interazione con l'ambiente esterno, pure quello si rivelerebbe leggenda metropolitana.

mercoledì, giugno 07, 2006

Quale qualita'.


"La Commissione europea accetta il principio della distillazione richiesta da Italia e Francia, mentre sta ancora esaminando quelle per Spagna e Grecia". [link]
Ci risiamo con la distillazione dell'invenduto. Piu' che i tre milioni di ettolitri di vino da tavola, mi perplime [neologismo] la cifra di 100mila ettolitri di quello che denaro.it chiama vino da qualita'. (Da, non di).
Posto che la definizione di qualita' (nel senso di soglia di punteggio centesimale) resta elemento di perenni discussioni tra gli addetti, mi piacerebbe sapere quale possa mai essere il livello qualitativo di quel vino-da-qualità. 70/100? Oppure 80/100? -- oppure, semplicemente, si tratta di vini a denominazione d'origine? Che, come e' tristemente noto, da sola non costituisce elemento qualitativo.

domenica, giugno 04, 2006

Pirati di tutto il mondo, unitevi.



Su Italia Oggi (cartaceo) di sabato scorso leggo: negli Usa le imitazioni del made in Italy valgono quattro miliardi di dollari. E' una constatazione assolutamente deja-vu, e del resto da tempo se ne parla. Pure io mi ripeto, nel raccontarlo, perche' questa lettura coincide curiosamente con un fatto che ha occupato l'attenzione dei loschi individui underground dediti alla pirateria: la chiusura (ma pure il lesto riavvio, tra i frizzi e i lazzi dei piratacci) di Pirate Bay, portale di ricerca specializzato in file torrent accusato da anni e annorum d'essere illegale in se', giacche' consente link anche a materiale coperto da copyright.

In breve: le autorita' americane, che controllano gli abusi relativi ai diritti d'autore, esportano la democrazia in Svezia; qui ha sede Pirate Bay, e gli americani ne sollecitano la chiusura (con una notevole inefficacia, ma si sa che esportare la democrazia non e' affatto semplice). Le stesse autorita', mi pare evidente, non si curano gran che di difendere i diritti dei produttori italiani (ma, potrei giurarci, pure di quelli francesi eccetera) visto che a casa loro la pirateria food trionfa. E un tale doppiopesismo e', pure nel suo piccolo, la misura di qualcosa che non va.

E allora, viva i pirati. Consiglio, per far tornare il sorriso, la lettura di una parte consistente del sito di Pirate Bay, dedicata allo scambio di corrispondenza tra i detentori dei vari copyright, seccatissimi, e le irridenti risposte dei gestori del sito. Ecco un estratto.
"Grazie per averci scritto, va bene, abbiamo chiuso il sito.
No aspetta, haha! Non e' vero, abbiamo scherzato, siccome il sito in questione e' pienamente legale. Qui, a differenza di altri paesi, abbiamo leggi sensate".

mercoledì, maggio 31, 2006

Ci mancava pure questa.


"Greenpeace ha rivelato oggi che il vino-icona della Francia, lo Champagne, e' minacciato dalla contaminazione radioattiva che fuoriesce da un deposito di scorie nucleari nella regione. Bassi livelli di radioattivita' sono gia' stati rilevati in falde sotterranee a meno di dieci chilometri dalle famose vigne dello Champagne".

Ecco, nemmeno si fa a tempo a dire se i trucioli sono dannosi per la salute, che ne esce subito un'altra. Qui la parte restante della buona (si fa per dire) notizia.
Curiosita': depositi di scorie nucleari vicino allo Champagne? Qualcuno in Francia e' uscito di senno?

[via fermentation - e pure Financial Times]

martedì, maggio 30, 2006

E basta con 'sti trucioli. La facciamo finita?


Avvertenza: ci siete cascati; il titolo del post non ha nulla a che vedere col suo contenuto, e difatti qui-si-continua a parlare di chips. Mi serviva solo un titolo provocatorio, per attirare l'attenzione di chi non ne puo' piu' di questo argomento: ormai ci siete, tantovale che leggiate.

L'ottimo Massobrio viene nel mio carrugio, come si dice a Genova, (cioe', e' su posizioni a me comuni) scrivendo in questo articolo quanto segue:
"Le chips nei vini? Ma nessuno le vuole, ci mancherebbe, non c'entrano con la nostra enologia! Questi sono i commenti che abbiamo registrato dopo il fondo a mia firma sulla prima pagina della Stampa di sabato 13 maggio che inneggiava alla vergogna. Avete presente la metà degli italiani che ha votato per il centrodestra? Sembra scomparsa, o almeno, in pubblico, non è così preponderante come quella del centrosinistra".

E continua, mirabilmente:
"Questo atteggiamento si chiama “topismo” e deriva dall'astuzia dei topi di stare sottocoperta, facendo sempre e comunque gli affari propri ogniqualvolta si presenti l'occasione. Ora, se un organo dell'Unione Europea arriva a varare una proposta che vorrebbe autorizzare la segatura per invecchiare i vini, non si può pensare che sia giunta per un mero contagio aviario. Nella Ue c'è anche l'Italia, che probabilmente manda avanti i topi, quelli che anziché il confronto con la gente, con i produttori di vino e quant'altro, preferiscono le stanze stantie dei ministeri o quelli delle lobby, dove alla fine si prendono le decisioni che calano su tutti. Se poi si ha la fortuna che certe leggi non le colga alcun giornale, meglio ancora: si arriverà tranquilli allo stato di fatto".
Insomma, si ribadisce un punto che mi sta a cuore; fermo restando che questa pratica di mettere in infusione trucioli di legno nel vino e' assolutamente criticabilissima, si puo' sapere quali aziende (italiane) l'hanno cosi' tanto auspicata? E ancora: chi si fa avanti a dire "io c'entro?" [cit.]

Alle mie domande un po' retoriche viene in soccorso, credo, questo post di Franco Ziliani, che a sua volta cita Marco Mancini de Il Corriere Vinicolo. Mancini chiosa: "Intorno al truciolo s’infiamma il settore, quasi una guerra di religione e in quanto tale inutile e ottusa. In troppi continuano a credere che l’economia vitivinicola italiana sia fatta esclusivamente da piccole aziende contadine con qualche decina di barrique in cantina e poche migliaia di bottiglie “che si vendono da sole”. Cerchiamo di aprire gli occhi. Le cose non stanno così, ci sono fior d’imprese che creano ricchezza ed è nostro dovere consentire loro di agire con efficacia su un mercato mondializzato che lancia preoccupanti segnali di sovrapproduzione".

Bene, questo si chiama essere realisti, e, riconosco, parlare con chiarezza. E' un tipo di realismo che, tengo a dire, non mi vede gran che d'accordo: io sono tra coloro i quali guardano con discreto favore alle "piccole aziende contadine con qualche decina di barrique in cantina"; questo intervento di Marco Mancini non serve ancora a dare un nome a quelli che Massobrio definisce "enotopi", ma almeno restringe il campo.

sabato, maggio 27, 2006

Molteplici utilita' di un enotecaro.

Telefonata vera. I nomi sono stati omessi, per proteggere gli innocenti (alcuni nomi, perlomeno).

Cliente - pronto, e' l'enoteca..?
Enotecaro - si, buongiorno..
Cliente - eh, dunque, volevo un'informazione.
Enotecaro - certo, dica pure.
Cliente - dunque, io domani sono in Piemonte, tutta la domenica..
Enotecaro - (??) si.. quindi..?
Cliente - ecco, vorrei comprare del vino, sa, ci sono le cantine aperte.
Enotecaro - ceerto. Ottima idea.
Cliente - dunque, appunto, chiedevo, mi puo' dare qualche consiglio?
Enotecaro (ironico) - consiglio, di che tipo, stradale?
Cliente (non coglie) - no, no. La strada la so. Dicevo, se mi puo' consigliare qualche produttore che conosce, dove comprare. Sa, io non sono un esperto di vino come lei!
Enotecaro - ah, certo, un consiglio. Beh, giusto, andare alla cieca.. vediamo, potrebbe fare cosi', da' un'occhiata al mio listino online, ogni produttore che trova va bene, guardi, poi li cerca su paginebianche..
Cliente - ma, non sono capace con internet.. se mi dicesse lei quale..
Enotecaro (piu' rassegnato che incredulo) - ceerto.. e vediamo, mi dica, in che zona andrebbe..
Cliente - Barbaresco.
Enotecaro - hum, bene, ottima scelta, Barbaresco. Dunque, ci sarebbe questo produttore. Se lo segni.
Cliente (ansioso) - ah si si si.
Enotecaro - si chiama Gaja. Con la gei.
Cliente - Gaja con la gei, benissimo, ma i prezzi, sono bassi, si?
Enotecaro - ceerto, adeguati al livello, diciamo.
Cliente - e vende, ha la cantina aperta?
Enotecaro - guardi, se non e' aperta suoni, vede che apre lui.
Cliente - bene bene, e senta, e se volessi mangiare qualcosa, conosce da quelle parti uno di quei ristorantini caratteristici.. mi raccomando che non sia caro!
Enotecaro - ceerto, mi faccia pensare.. li' a Treiso, La Ciau del Tornavento.. io andrei di sicuro li'.
Cliente - si, ma costa poco, eh?
Enotecaro - diciamo che ho mangiato in ristoranti assai piu' costosi.
Cliente - grazie grazie, mi avevano detto che lei e' uno simpatico, m'ha parlato di lei il meccanico del dottore della badante di mio nonno, chissa' che una volta o l'altra non venga a vedere la sua enoteca.
Enotecaro - ceerto. [clic]

venerdì, maggio 26, 2006

Irrituale, ma pure troppo.

Si sa che certa comunicazione relativa agli alcolici, nel mondo anglosassone, e' alquanto irrituale. Pure la loro blogsfera non e' certo paludata, basta leggere la mai abbastanza lodata Maggie di Wine Offensive. Pero', pero', pure lei trova qualcosa da ridire, quando una birreria chiama il suo prodotto golden shower. Pioggia dorata, che mattacchioni.

Baricco e il vino.

Sul forum del Gambero oggi trovo questa segnalazione ad un articolo di Baricco, che parla di vino. In termini assai condivisibili. E' una lettura un po' lunga, prendetevi il tempo necessario, ne vale la pena.

martedì, maggio 23, 2006

Costa meno andare su Plutone.

Pare che e' fatta, abbiamo l'aereo a energia solare: "il suo primo battesimo dei cieli, reale, e' previsto per il 2008 e nel 2011 e' gia' prenotato per il giro del mondo. Il costo di tutta l'operazione, dal prototipo fino al velivolo definitivo e' di 40 milioni di euro circa".
Nota: e'costato cinque milioni meno del portale Italia.it.

sabato, maggio 20, 2006

Ancora sui trucioli (ma pure altro).

Nel dibattito sull'uso dei trucioli nel vino si segnala l'intervento di Angelo Gaja sul blog di Massobrio. E' visibile qui, nel meandro dei suoi irrintracciabili permalink. In breve, Gaja puntualizza che si dovra' creare, ex lege, un sistema di controllo per certificare i vini non-chippati, secondo un originale sistema tipico dell'Ufficio Complicazione Affari Semplici: non solo non si segnalera' (giammai) in etichetta l'uso di questo artificio, ma quelli che non ne fanno uso dovranno in teoria essere controllati, con qualche arcano sistema, affinche' non trucchino le carte. Gaja ritiene che "la messa a punto di questo nuovo metodo, che richiedera’ tempi molto lunghi, non interessi a nessuno, che nessuno ne avverta la necessita’. Con il rischio di estendere sempre piu’ quell’area grigia di regole che non prevedono controlli e verifiche reali". Insomma, una cosa molto all'italiana.

A margine di tutto questo, un paio di considerazioni (a costo di annoiare sul tema, su cui gia' moltissimo s'e' letto). Per quanto mi riguarda, da addetto ai lavori, prendo atto dei si dice, cioe' del fatto che, pare, questa pratica sia attesa, auspicata, pure invocata da non meglio identificati settori della produzione "industriale" del vino. E prendo atto del fatto che, allo stato attuale, non ho ancora letto nemmeno un outing, cioe' una azienda che sia uscita fuori a dire: ecco, noi useremo i chips, e ne siamo orgogliosi; anzi, prego chi ne avesse notizia, di colmare la mia lacuna.
Nel mio piccolo, parlando con vari produttori, sto cominciando a chiedere: e allora, questi trucioli, li usi o no? Fin'ora, naturalmente, solo "no" pure un po' sdegnati. Sicuramente continuero' a chiedere.

La seconda considerazione attiene alla competenza dell'assaggiatore. Come mi hanno gia' fatto notare, bisogna chiedersi come fara' mai l'assaggiatore tecnico a rilevare la differenza tra vino affinato in legno, e vino infuso di trucioli. In via teorica, le "finzioni" in campo enoico non riescono, piu' di tanto, a generare un prodotto genuinamente convincente; nello specifico, l'agire del tempo conferisce una complessita' che (almeno ipoteticamente) la scorciatoia dei chips non potrebbe garantire. Tuttavia qualche preoccupazione e' lecita, in quanto, a mio modo di vedere, la tecnologia negli ultimi anni ha affinato le sue armi in misura sufficiente a confondere pure gli assaggiatori piu' preparati; se ne ha prova, spesso, in certe degustazioni cieche e comparate dove vini di provenienza alquanto standardizzata possono creare sorprese. E si nota pure in certi vini ipertecnici che girano sul mercato: emanano freddezza, ma e' una sensazione rilevabile solo dal palato allenato, e pure un po' soggettiva. Insomma, il mio ottimismo e' un po' appannato.

venerdì, maggio 19, 2006

Post patetico.


Antefatti.
Qualche tempo fa leggevo questo post di Poggio Argentiera: dove si parla di soldi, di fatture da incassare, di maledetti pagamenti: un topic bello hard, diciamolo. Nel leggerlo, ho commesso peccato di superbia, ho pensato: ecco, cose che a me non capitano, normalmente i miei fornitori vengono pagati in tempi congrui; anzi, nella stragrande maggioranza dei casi, anticipatamente. Insomma, mi sentivo quasi buono.
Come in ogni storia che si rispetti, all'arrogante presuntuoso (io) e' arrivato il castigo, la nemesi. Ieri sulla mia scrivania brillava una bella busta verde, tipicamente un atto giudiziario, del Tribunale di Montepulciano (cribbio, Montepulciano ha un Tribunale?) dentro la quale il braccio violento della legge mi condannava ad un anno di ferri nel carcere della torre di Montepulciano -- o, in alternativa, a pagare una buona volta una fattura (da circa ottocento euri; piu' trecento, di spesucce varie).
Cosa e' successo? Un fornitore, di cui non faremo il nome (ma solo il cognome, Classica S.p.A.) si era francamente seccato di aspettare un mio pagamento, per una fattura dell'anno scorso, e mi aveva trascinato in giudizio. Da qui discendeva la giusta sentenza in quel di Montepulciano, in data etc etc, come da relata di notifica etc etc.

Fatti.
E bravo Fiorenzo, fai tanto il furbino, ed eccoti qua, condannato.
E hai pure torto; no, perche' tanto per chiarire, la cosa e' fondatissima (anzi, se leggesse questo, Caro Dottor Edoardo Alberto Falvo: ho gia' pronto l'assegno, se preferisce pure il contante, non mandi altri schierani in armi da Montepulciano, giuro che pago).

Giustificazioni, scuse, lagne varie.
Cominciamo con una bella citazione da cinefilo quale mi atteggio: il cattivissimo Sergente Elias, in Platoon, dice: "Le scuse sono come i buchi del culo, tutti ne hanno uno" [perdonate la scurrilita', ma un sergente dei Marine usa tipicamente un linguaggio da caserma] -- orbene, non essendo io da meno, pure io ho la mia pateticissima scusa. Nel descriverla, vi avviso, accentuero' i toni patetici.
Chi mi conosce, chi segue questo blog, insomma, il pubblico dei miei aficionados, sa che pochi giorni prima del Natale scorso ho avuto un deprecabile incidente in moto. Tornando a casa a notte fonda (dopo aver venduto per tutto il di' i vini di Classica) mi sono ritrovato con tre legamenti rotti al ginocchio destro. Pure se mi sono trascinato, in stampelle e tutore, al lavoro gia' due giorni dopo il fatto (sempre a vendere i favolosi vini di Classica) e pure se ho lavorato in questo stato penosissimo fino al 31 dicembre, a gennaio ho chiuso bottega: l'enoteca era chiusa la mattina, e validamente condotta al pomeriggio da un amico pietoso. Ho affrontato l'operazione, e la rieducazione, e le sedute di fisioterapia; sono stato fuorigioco fino ad aprile, giusto in tempo per il Vinitaly; ed ogni sera, tornato in albergo, spezzavo il cuore al concierge chiedendo del ghiaccio per il mio ginocchio dolorante (camminavo tutto il giorno tra uno stand di Classica e l'altro). Insomma, durante i primi tre mesi dell'anno sono stato latitante. Tra le mille grane derivanti dalla mia vacatio imperii c'e' stata la ricezione della posta ordinaria. Asciugatevi le lacrime, ancora non e' finita.

Picco patetico.
Ad essere assente la mattina, ottieni che le raccomandate te le devi andare a ritirare con la malefica cartolina gialla, all'ufficio postale. A questo scopo ho validamente delegato (dal letto di dolore) moglie, amici, amanti, passanti, insomma chi potevo; e c'e' stato pure qualche intoppo: un paio di volte e' successo che, a fronte di delega e documento, l'ufficio postale non abbia voluto rilasciare la raccomandata al delegato, in quanto la missiva non era intestata a me (Fiorenzo Sartore) ma alla ditta (Vinoteca eccetera) -- in questo caso, con scoramento di tutti, richiedevano copia della visura camerale, dove si attestasse che il Fiorenzo e la Vinoteca erano la stessa personcina. In questo modo, sono andate perse almeno due raccomandate. Potrei sbagliare, ma da come la vedo ora, almeno una proveniva da Montepulciano.

Dura lex sed lex.
Da qui in poi, gli eventi dovrebbero essere chiari: se non ritiri documenti legali del tipo "spicciati a pagare senno' ti uccido", il passo successivo e' la pubblicazione all'albo pretorio di Montepulciano, dove si poteva probabilmente leggere un editto tipo "Io, Classica, l'ho detto a quel lazzarone di Fiorenzo: pagami!" Non so voi, ma io me lo immagino, un foglio cosi', che svolazza appeso sotto le torri merlate di qualche maniero.
Quindi, esaurita la formalita' della comunicazione, fu sentenza: colpevole.

Lagne finali (ancora piu' patetiche).
Chiarito che sulla sostanza non si puo' dire nulla, non mi resta che attaccarmi alla forma. Formalmente, al mio fornitore non importa un beneamato alcunche' dei miei guai. E certamente non e' tenuto a saperlo. Neppure il locale agente, che pero' tutto sapeva, era tenuto ad alzare il telefono se avvisato, dicendo "hey ragazzi, no, aspettate, e' il Fiorenzo, sapete, nostro cliente da sei anni, mai lasciato un insoluto, davvero, e' uno a posto". Nah, a che servono questi addetti commerciali, pierre, simpaticoni professionisti: che diamine, questo non paga, non ritira le raccomandate, di sicuro e' in Bolivia col malloppo. No, no, si chiamino le guardie, gli arcieri, gli scudieri, al diavolo i telefoni e gli email. E pure il nostro agente a Genova.

Promemoria per il futuro.
1. Scegliere fornitori umani. Non del tipo che quando vendono qualcosa ti dicono tranquillizzanti "ah, poi passa l'agente per l'incasso, come al solito" ma se non ti trovano danno la pratica al legale.
2. Rigare la fiancata alla lussuosa auto dell'agente Classica. In alternativa, malmenarlo.
3. Fare battute salaci sui pericoli delle due ruote col direttore vendite di Classica (e' motociclista).
4. Evitare altri incidenti.
5. Non deprimersi.

mercoledì, maggio 17, 2006

Gino Da Pinot.



"Stavo guidando sulla Highway 280, quando alla radio sento una cosa che attira la mia attenzione: uno spot pubblicitario che, per presentare un vino sul mercato, faceva il verso alla musica rap".

Comincia cosi' questo divertito post di Tom Wark; e continua: "I had to find out who had the cajones to push their wine using such a mocking, irreverent, outside the box, even weird, marketing approach". Trattasi di Don Sebastiani and Sons, Cantina dell'Anno 2005 per quegli entusiasti di Wine Enthusiast. Insomma, un altro mondo, non solo geograficamente, ma pure per quanto attiene alla comunicazione; altro che irriverenti, questi sono proprio troppo avanti: come qualificare in altro modo un produttore che chiama il suo vino Gino Da Pinot? [Gino-tha-Pinot, Gino-il-Pinot, slang].

Naturalmente, tutto questo entusiasmo e' per la loro forza comunicativa. Se poi Gino Da Pinot sia una solenne schifezza, questo non posso immaginarlo; e nel caso, non si puo' neppure pretendere troppo dal mondo, gia' comunicano bene, se producessere ad alti livelli sarebbero quasi insopportabili.

[Nell'attesa, aspetto la presentazione podcast: Gino Da Pinot is coming soon. Davvero, questi sono troppo avanti].
[Immagine: Fermentation]

Se c'e', mi sfugge.


Va bene, e' passato abbastanza tempo perche' ci si possa chiedere: che fine ha fatto Peperosso? Perche' uno dei piu' visitati blog del settore ha questa triste home? Quale e' il senso, nel creare una vasta, colorita ed influente community, se poi si lascia passare tutto 'sto tempo col sito "lavori-in-corso"? -- Un senso deve esserci di sicuro, ma mi sfugge.

[Sara' pure che e' notte fonda, sono insonne, ma certe letture mi mancano].

martedì, maggio 16, 2006

Triste destino.


Ecco cosa succede alle bottiglie che falliscono il test d'assaggio: lavandino.
L'etichetta in questione esibisce puzze fenomenali; trattandosi di un Cinqueterre, resta il dubbio che sia una partita sfortunata, l'annata problematica (2004) o chissa' che altro; sperando non si tratti di corredo aromatico da vini-veri.
Riassaggero', in futuro, ma per ora e' bocciata.

sabato, maggio 13, 2006

Truciolo. Si, no, forse.


Adesso che l'informazione-mainstream scopre che pure qui da noi si useranno i perfidi trucioli per dare la sensazione di affinato in legno al vino, si sprecano i commenti e pure le esecrazioni. Per farla breve, ricordiamo che esiste una pratica enologica, fino a poco tempo fa vietata nella UE, ma recentemente ammessa, che prevede l'infusione di trucioli di legno nel vino per dare la sensazione di oak-aged, senza dover spendere i soldi delle barrique, e senza aspettare tutto il tempo necessario: doppio risparmio, siccome il tempo e' denaro.

Sempre per amore della brevita', la soluzione sarebbe semplice semplice, e altri l'han gia' ipotizzata: chi usera' questa pratica (a proposito: qualche outing?) dovrebbe semplicemente preavvertire in etichetta: questo vino possiede le sensazioni aromatiche legnose in quanto infuso con trucioli di legno (la formula puo' essere migliorabile).
E questo e', quasi certamente, esattamente quello che non si fara'.

venerdì, maggio 12, 2006

L'inconoscibile.


Il numero ventitre' di Porthos, da poco arrivato, viene annunciato anche sul loro immoto sito in questa presentazione. Nelle poche righe di anticipazione leggo pure un passaggio alquanto suggestivo; lo ripropongo pari pari.

"Leggendo vi accorgerete delle assonanze che tengono insieme i personaggi e le situazioni raccontate. Una per tutte è la percezione così selettiva della possibilità di ottenere e produrre un vino di qualità. E’ questione di fortuna, talvolta; l’impegno e la bontà delle intenzioni sono fondamentali ma risultano sterili se si è nel posto sbagliato; l’amore non basta, e anche se ciò può apparire cinico depone a conferma dell’eccezionalità del liquido odoroso. Bevanda nobile per antonomasia, il vino ha bisogno di una congiunzione favorevole cui anche la persona migliore del mondo potrebbe non avere accesso".

Il passaggio fa certamente riferimento al noto concetto di territorio, ma evoca pure altro. Come spesso accade leggendo Porthos, c'e' molto afflato in quello che scrivono; nello specifico, mi riconosco molto in questo atteggiamento, che in un certo qual modo definisce l'inconoscibilita' di parte del processo di "creazione" (passatemi il termine) del vino -- o, come lo definiscono loro, del "liquido odoroso". E' lo stesso processo che si innesca ogni volta che ci si accinge ad assaggiare, e si sa cosa si apre, ma comunque quello che si trovera' nel bicchiere e' inaspettato, in quanto imprevedibile, e sfugge ad ogni tentativo di predeterminazione.

Cercasi importatore.

Da La Repubblica di oggi:

"L'AFRICAN Journal of Health Sciences (marzo 2005) pubblica un lavoro dell'Università di Makerere, Kampala, Uganda sull'importanza delle conoscenze della Medicina tradizionale ugandese nel trattamento, con erbe medicinali, dell'impotenza e della disfunzione erettile. Delle 33 piante adoperate, le più usate erano la Citropsis articolata e la Cola acuminata. Interessante la Mondia withei le cui radici aromatizzano un "vino" (Mulundo wine) che si ritiene afrodisiaco".

In rete non ho trovato tracce di questo fantomatico vino ugandese; sara' pure per questo che manca un importatore in Italia.

venerdì, maggio 05, 2006

L'America e' lontana.


Si sa che da noi la rete e' quel che e'. Le connessioni ad Internet sono costose, tra le piu' costose in Europa. La banda larga arriva nelle citta', e nemmeno ovunque; con buona pace dei produttori agricoli, che si connettono quasi tutti in dialup.
E poi, c'e' l'America; io ricordo che nel '95 comunicavo con clienti americani che erano always-on; per me fu una rivelazione, c'era gente connessa ad Internet 24 ore su 24 con costi bassissimi; da noi, c'era la tariffa urbana a tempo.
Quanto sono cambiate le cose? Non moltissimo: a partire tardi, e a far tutto male, si paga pegno. Cosi', non ci si sorprende a leggere notizie come questa: Usa Today apre i suoi blog sul vino. Questi non sono solo piu' avanti di noi, ci hanno doppiato e risuperato, ormai. Quando vedremo qualcosa del genere, qui? Il primo problema e' allargare il numero di utenti della rete, ma finche' avremo un monopolista che fa quel che vuole, tanti saluti. Ed intanto, si continua a perder tempo; ed intanto in America possono permettersi pure lo sberleffo: con grande indignazione di Alder, quelli di Wine Spectator hanno aperto i loro blog: a pagamento. Avete capito bene, per leggere i loro blog vi tocca pagare "$7. 95 a month, or $49.00 per year". Sogni d'oro, Italia.

giovedì, maggio 04, 2006

Vino peer to peer.

"Ogni anno negli Stati Uniti vengono venduti vini spacciati come italiani, ma prodotti altrove, per un valore di 500 milioni di dollari".
La frase che avete appena letto e' estratta da questa notizia -- nella quale si parla d'altro, per la verita', si parla del prossimo MiWine. Questo estratto, pero', mi e' sembrato particolarmente degno di attenzione; immagino che l'affermazione, provenendo dall' assessore all'Agricoltura e vice presidente della Regione Lombardia Viviana Beccalossi, sia fondata.

L'aspetto che trovo particolarmente sorprendente e' che questo genere di contraffazione sia possibile negli Stati Uniti, senza scomodare la solita Cina (absit iniuria, ma del resto, 'sti benedetti cinesi, che falsificano pure le Ferrari!) -- no, tutto cio' non avviene in un paese nel quale la legislazione sui copyright e', come dire, labile; avviene negli USA dove, da tempo, si vanno imponendo leggi draconiane a protezione dei diritti d'autore su produzioni musicali o cinematografiche: guardacaso, su prodotti tipicamente americani: e' appena il caso di far notare quanto possa essere importante la produzione cinematografica per le finanze degli States; a questo proposito, pero', l'amministrazione americana non si e' limitata a imporre leggi punitive nei confronti di chi scarica film in rete, ma si e' sentita in dovere di condizionare la produzione di norme specifiche anche in altri paesi, allo scopo di tutelare il loro diritto.

Da noi la legge Urbani ha recepito in buona misura quelle esigenze, col grottesco effetto di punire con multe incomprensibili (tipo duemila euro) il malcapitato criminale che e' colto in flagranza di reato a comprare un paio di occhiali taroccati D&G. Se poi si viene pizzicati a scaricare canzonette, si va sul penale.
Per farla breve, mi piacerebbe sapere se, in modo omologo, il criminale trafficante in Chianti fasulli, in America, viene multato con la stessa ferocia; magari su pressante indicazione del governo italiano. Chissa'.

mercoledì, maggio 03, 2006

Pesce di Babele e Porthos.


Babelfish (amorevolmente detto il pesce di Babele) e' il notoriamente bislacco traduttore by Altavista. Quelli di Porthos ne fanno avventatamente uso qui, ma sui numeri successivi l'hanno saggiamente abbandonato. Gli effetti comici delle demenziali traduzioni del caro pesce sono noti, basta vedere l'immagine quassu', che reca arcane formule tipo "scattare" la bandierina (letteralmente: click) -- raggiungendo l'apoteosi, nella traduzione di un pezzo, dove Stefano Chioccioli diventa Stefano Scrolls.

In morte di Edoardo Valentini/2

Segnalo questo notevole articolo di Antonio Attorre sul sito di Slow Food.